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Introduzione al documentario

Introduzione

Poiché i documentari affrontano il mondo in cui viviamo, e non un mondo immaginato dal regista, sono molto diversi dai vari generi di fiction – fantascienza, horror, avventura, dramma e così via. Essi sono realizzati con diversi presupposti di significato, richiedono un diverso tipo di relazione tra regista e soggetto e creano nel pubblico diversi tipi di aspettative. Queste differenze non garantiscono una separazione assoluta tra fiction e documentari. Alcuni di essi fanno un grande uso di alcune pratiche o convenzioni che spesso vengono associate alla fiction, come la sceneggiatura, la messa in scena, le ricostruzioni, le prove e la recitazione.

Nelle fiction si ricorre spesso alle riprese in esterni, all’uso di attori non professionisti, alle camere a mano, all’improvvisazione, ai filmati d’archivio – ovvero non girati dal regista –, al commento fuori campo e a riprese in luce naturale, che spesso sono associati al documentario o alla non-fiction. Il confine tra i due generi è assai fluido, ma, in molti casi, sempre percepibile. Alcuni film come Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, Rapacità (1924) di Erich von Stroheim e Sciopero (1925) di Sergej Ejzenštejn, sebbene siano sempre stati ritenuti fiction, si potrebbe tranquillamente discutere della potenza della loro dimensione documentaristica e della loro capacità di spingere registi, sia di documentari che di fiction, a ripensare i loro parametri.

Film come Forrest Gump (1994), The Truman Show (1998), The Road to Guantanamo (2006) e The Blair Witch Project (1999) hanno costruito le loro storie attorno a uno dei presupposti impliciti del documentario: noi siamo chiaramente affascinati dall’opportunità di osservare la vita di altre persone se queste appartengono al nostro stesso mondo. In The Blair Witch Project questo nostro interesse non nasce soltanto dalla combinazione di convenzioni proprie del documentario con il crudo realismo della ripresa amatoriale per dare credibilità storica a una situazione fittizia, ma si basa anche sull’impiego particolare della pubblicità e della promozione del film stesso per prepararci alla sua visione.

Tra questi modi di promozione c’è anche il sito web, con informazioni sulla strega di Blair, testimonianze degli esperti e riferimenti a fatti e persone veri, tutto creato in modo da vendere il film non come fiction – e neanche come semplice documentario – ma come se si trattasse dei filmati originali di tre registi strategicamente scomparsi. The Blair Witch Project dovrebbe farci capire che la nostra stessa percezione di un film come documentario o come fiction può essere facilmente manipolata. Sia fiction che documentario offrono una testimonianza del mondo in cui viviamo, ma mentre la prima la riconosciamo come altamente filtrata dagli occhi del regista, la seconda è per noi una trascrizione quasi diretta e inalterabile di determinate caratteristiche presenti nella realtà. Crediamo a ciò che vediamo a nostro rischio e pericolo.

Alcuni linguaggi e tecnologie ci incoraggiano a credere che ciò che vediamo corrisponda in modo aderente, o addirittura in modo perfetto, alla realtà; gli effetti di obiettivi, messa a fuoco, contrasto, profondità di campo, colore, alta risoluzione, sembrano garantirci l’autenticità. Tuttavia, ognuna di queste tecniche può essere utilizzata per dare l’impressione di veridicità a qualcosa che è stato in realtà falsificato o creato dal niente. La tradizione del documentario conta molto sul mostrarci un’impressione di autenticità. Si tratta di una caratteristica fondamentale, nata con l’immagine cinematografica e l’apparenza del movimento: per quanto l’immagine fosse scadente e diversa dall’oggetto fotografato, l’impressione del movimento restava indistinguibile dal movimento vero e proprio (ogni fotogramma di un film è un’immagine fissa; il movimento apparente si basa sull’effetto prodotto dalla loro proiezione in rapida successione).

Se il movimento è quello prodotto da attori sociali – le persone – che non recitano davanti alla camera e non interpretano un ruolo in un film di fiction, esso sembra attestare l’autenticità del film stesso. Se questo movimento è combinato con più specifiche convenzioni tipiche del documentario – il commento fuori campo, le riprese in esterni, l’utilizzo di attori non professionisti impegnati a vivere da persone comuni la loro vita quotidiana e la disamina di temi sociali, come il riscaldamento globale o la giustizia sociale –, la sensazione di vedere rappresentata la realtà che condividiamo può essere realmente potente. Quando crediamo che ciò che vediamo rispecchi il mondo, fondiamo su questa certezza le nostre idee e le nostre azioni all’interno del mondo. Molti documentari fanno lo stesso quando tentano di convincerci ad adottare una certa visione o punto di vista sul mondo.

Capitolo 1 – Si può definire un documentario?

Benvenuti nell’età dell’oro

L’Età dell’oro del documentario ha avuto inizio negli anni Ottanta del Novecento e ancora non si è conclusa. I documentari sono film che mettono alla prova i nostri pregiudizi e alterano le nostre percezioni. Guardano il mondo in modo nuovo e creativo. Spesso costruiti come storie, sono storie, ma con una differenza: parlano del mondo in cui viviamo con chiarezza e impegno. In un’epoca in cui i principali mezzi di comunicazione riciclano in continuazione le stesse storie sugli stessi argomenti, rischiando ben poco in materia di innovazione formale e restando legati a potenti finanziatori con agende politiche ben precise e richieste limitanti per la libertà di espressione, sono i documentari indipendenti ad aver rivolto uno sguardo nuovo a ciò che accade nel mondo e ad aver raccontato con verve e immaginazione storie capaci di allargare orizzonti prima ristretti e di ridestare nuove possibilità.

L’impulso documentaristico si è propagato verso l’esterno, verso internet e verso siti come YouTube e Facebook, dove sono proliferati mock/quasi/semi/pseudo documentari e documentari veri e propri, che spesso abbracciano nuove forme e affrontano argomenti emergenti. Dalla metà degli anni Ottanta anche i premi Oscar riconoscono l’ascesa di un documentario capace di parlare al grande pubblico e di essere persuasivo. Tra i documentari vincitori o candidati all’Oscar nel corso degli anni Ottanta risultano assenti alcuni dei titoli che registrarono i maggiori successi di pubblico tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta: La sottile linea blu (Errol Morris, 1988), su un uomo innocente che attende la sua esecuzione a Dallas; Roger & Me di Michael Moore, che mette in scena l’eroicomico tentativo del regista di chiedere a Roger Smith, capo della General Motors, come intendesse comportarsi con tutte le persone rimaste disoccupate in seguito alla chiusura di una fabbrica a Flint, in Michigan; e Hoop Dreams (1994), straordinario diario su quattro anni di vita di due liceali giocatori di basket la cui ambizione è quella di arrivare nella Nba.

Questi titoli attestano il clamoroso fascino della voce del regista. Una voce che non è semplicemente un commento fuori campo. È una voce che emerge dal complesso degli elementi audiovisivi di ciascun film: il modo in cui sono selezionate le riprese, sono inquadrati i soggetti, giustapposte le scene, mixati i suoni e utilizzati i titoli o didascalie sono tutte tecniche attraverso le quali un regista si pone da un determinato punto di vista per guardare un dato argomento e per cercare di convincere gli spettatori ad adottare il suo punto di vista come fosse il loro. Questi documentari mantengono una certa distanza dal tono autorevole dei media ufficiali, con lo scopo di parlare al potere piuttosto che essere allineati a esso. Il loro coraggio stilistico stravolge il commento onnisciente tipico del documentario convenzionale e lo stile distaccato delle news televisive.

Alla ricerca di un terreno comune: la definizione di documentario

Il documentario è una forma distinta di cinema, ma forse non quanto si potrebbe pensare a un primo approccio. Sicuramente è possibile sostenere che il documentario non ha mai avuto una definizione precisa. È oggi prassi comune riprendere la definizione di documentario come “trattamento creativo della realtà” data da John Grierson negli anni Trenta. Questa definizione riconosce che i documentari sono imprese creative. Ma lascia d’altro canto irrisolta l’ovvia tensione che c’è tra i termini “trattamento creativo” e “realtà”.

Il primo suggerisce le licenze di una fiction, mentre il secondo ci ricorda le responsabilità di un giornalista o di uno storico. Proprio nel fatto che nessuno dei due termini abbia il sopravvento, e che la forma documentaria si tenga in equilibrio tra visione creativa e rispetto della realtà storica, sta una delle fonti di interesse del documentario. Non essendo né un’invenzione creativa né una riproduzione di fatti, il documentario attinge e si riferisce alla realtà storica nel momento stesso in cui la rappresenta da un punto di vista originale.

  • I documentari parlano della realtà. Raccontano qualcosa che è realmente accaduto

I documentari parlano di “qualcosa che è realmente accaduto”. Anche molte fiction riguardano però aspetti della realtà. Schindler’s List (Steven Spielberg, 1993) racconta la storia vera di Oskar Schindler, un membro del partito nazista che salvò la vita a oltre un migliaio di ebrei, e JFK – Un caso ancora aperto (1991) riesamina l’assassinio del presidente John F. Kennedy utilizzando le riprese documentaristiche di Abraham Zapruder nel momento in cui il presidente veniva colpito dai proiettili. Le narrazioni fittizie sono fondamentalmente allegorie e creano un mondo che sostituisce quello storico (in un’allegoria, o parabola, ogni cosa ha un significato altro: quindi il significato superficiale può costituire un commento mascherato su persone, situazioni ed eventi reali).

I documentari fanno invece riferimento diretto alla realtà storica. Le immagini e molti dei suoni scaturiscono direttamente da essa. In genere le immagini documentaristiche colgono persone ed eventi che appartengono al mondo in cui viviamo, invece di presentare personaggi e azioni inventate per raccontare una storia che fa riferimento al nostro mondo in modo trasversale e allegorico. Riescono a farlo prima di tutto rispettando i fatti conosciuti e fornendo prove verificabili.

  • I documentari parlano di persone reali

Anche i film di fiction si concentrano su persone reali, a parte il fatto che queste persone reali sono solitamente attori professionisti che interpretano dei ruoli. Nei film di fiction le persone reali assumono dei ruoli e diventano riconosciute come personaggi che popolano un mondo fittizio. I documentari parlano di persone reali che non recitano o interpretano ruoli. Al contrario, interpretano o mostrano se stesse. Possono essere del tutto consapevoli della presenza della camera, alla quale, nel caso di interviste e altre situazioni di interazione, rivolgono direttamente lo sguardo. Le persone reali presentano se stesse nella vita quotidiana secondo modalità che differiscono da un ruolo consapevolmente adottato o da una performance di finzione.

La presentazione di sé permette all’individuo di rivelarsi in modo più o meno esplicito, di essere schietto o di rimanere sulla difensiva, di manifestare emozioni o di restare riservato, di essere inquisitorio o distaccato, tutto secondo le modalità attraverso cui l’interazione si sviluppa momento dopo momento. Nei documentari, ci aspettiamo che gli attori sociali si presentino in questo modo, non recitando la parte di un personaggio ideato dal regista, anche se l’atto stesso di filmare ha decisamente un’influenza sul modo in cui essi si presentano.

Film di finzione quali La corazzata Potëmkin (Sergej Ejzenštejn, 1925), Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948) ci mostrano attori non professionisti che recitano parti così fortemente plasmate da registi o produttori che questi lavori sono considerati normalmente opere di finzione anche se il loro stile li colloca davvero vicino alla tradizione documentaristica.

  • I documentari raccontano storie su quel che accade nel mondo reale

I documentari ci raccontano come le cose cambiano e chi produce questi cambiamenti. Nella misura in cui un documentario racconta una storia, la storia è una plausibile rappresentazione di ciò che è accaduto piuttosto che un’interpretazione fantasiosa di ciò che potrebbe essere accaduto. Nella grande parte dei film di finzione la storia è essenzialmente quella del regista, anche se basata su eventi reali. Monster (2003) è un racconto fittizio della vita di Aileen Wuornos, una serial killer, ma con Charlize Theron che interpreta la sua parte. Per contro, Aileen Wuornos, The Selling of a Serial Killer (1992), è un documentario realizzato da Nick Broomfield che mostra Aileen Wuornos in carne e ossa e che affronta in maniera diretta la sua vita.

La separazione tra documentario e fiction sta nel livello in cui la storia corrisponde a situazioni, eventi e persone reali rispetto al livello in cui essa è principalmente un’invenzione del regista. C’è sempre un po’ di tutte e due le cose. La storia che un documentario racconta ha origine dalla realtà storica ma è pur sempre raccontata dal punto di vista del regista e attraverso la voce del regista. È una questione di gradazione di intensità, non c’è una separazione netta. Un sorprendente numero di documentari, proprio come di fiction racconta storie; le storie raccontate parlano di avvenimenti reali in maniera diretta, non allegorica, e i film aderiscono a fatti storici riconosciuti. Gli attori sociali, le persone, si presentano in modo fluido, aperto, rivelatore. Non recitano parti o personaggi di invenzione di qualcun altro.

Il documentario non è una riproduzione della realtà, è una rappresentazione del mondo così come lo conosciamo. I documentari rappresentano una particolare visione del mondo, spesso una visione nella quale non ci siamo mai imbattuti prima, anche se tutti gli aspetti reali di quel mondo ci sono familiari. Il regista deve ricreare in modo fantasioso alcuni avvenimenti in modo da filmarli in ogni loro aspetto. Qualunque cosa la ricostruzione crei, essa deve corrispondere a fatti storici riconosciuti se vuole essere plausibile. Le ricostruzioni non devono essere ricreazioni di alto livello realistico, come accade di solito nei film di finzione. Alcuni documentari ricreano avvenimenti del passato in maniera chiaramente stilizzata.

Valzer con Bashir, film del 2008, ricrea battaglie realmente avvenute nel 1982 durante l’invasione israeliana del Libano, le esperienze dei soldati traumatizzati e l’atroce massacro di musulmani libanesi attraverso rappresentazioni animate e altamente stilizzate. Le sequenze in animazione rivelano chiaramente una qualità fortemente soggettiva, quando non espressionistica. Esse cercano di mostrare la guerra così come la vedono i soldati israeliani, disorientati e confusi. E tra essi c’è proprio il regista.

Alla luce di quanto affermato, è possibile definire il documentario in questo modo: Il documentario parla di situazioni ed eventi che coinvolgono persone reali (attori sociali) che si presentano agli spettatori come se stesse in storie che comunicano una lettura o un punto di vista plausibile delle vite, delle situazioni e degli avvenimenti ritratti nel film. Il punto di vista peculiare del regista plasma queste storie facendole diventare una maniera di vedere in modo diretto la realtà storica, e non un’allegoria fittizia.

Idee confuse e cambiamenti in atto

I documentari tendono a raggrupparsi in diverse tipologie o modalità. Non tutti affrontano la realtà storica nello stesso modo e non tutti adottano le stesse tecniche cinematografiche. I registi non sono legati a definizioni e regole che governano il loro operare. Provano grande piacere nel sovvertire le convenzioni, sfidare gli spettatori, provocare il dibattito. I documentari non utilizzano un elenco fisso di tecniche, non si dedicano sempre alle stesse questioni, non mostrano un solo insieme di stili o formule. Si tentano sempre degli approcci alternativi, che vengono poi adottati da altri o in seguito abbandonati.

I prototipi spiccano sugli altri lavori e vengono emulati, senza riuscire a essere mai completamente copiati o imitati. Più che proclamare una definizione che fissi una volta per tutte che cosa è un documentario, dobbiamo guardare agli esempi e ai prototipi, alle opere sperimentali e alle innovazioni come prove dell’ampiezza dell’area in cui il documentario opera e si evolve. I prototipi sono utili per le definizioni perché in genere propongono qualità o caratteristiche esemplari senza affermare la necessità che ogni documentario le abbia tutte quante.

I cambiamenti nella comprensione di che cosa sia un documentario si sono verificati in modi diversi. La maggior parte di questi cambiamenti è sopraggiunta in relazione a quel che accade nei quattro seguenti ambiti:

  • Le istituzioni che sostengono la produzione e la diffusione;
  • Gli sforzi creativi dei registi;
  • L’influenza duratura di alcuni film;
  • Le aspettative del pubblico.

Questi quattro fattori sono tutti fondamentali, sia per sostenere l’idea di che cosa un documentario sia in un dato luogo e momento storico, sia per promuovere le continue trasformazioni a cui esso va incontro nel corso del tempo e in luoghi diversi.

Una struttura istituzionale

Sembrerà ridondante, ma un modo di definire il documentario è “I do...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giox1988 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cinema documentario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Prono Franco.
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