Introduzione al documentario – B. Nichols (Nuova edizione)
Come si può definire un documentario
L'età dell'oro del documentario
L'età dell'oro del documentario ha avuto inizio negli anni Ottanta del Novecento e ancora non si è conclusa. Una vasta produzione di film ha infuso nuova vita a una vecchia forma e ha spinto a chiedersi come definire questo tipo di opere; i documentari sono film che mettono alla prova i nostri pregiudizi e alterano le nostre percezioni, guardano il mondo in modo nuovo e creativo.
Spesso costruiti come storie, sono storie, ma con una differenza, parlano del mondo in cui viviamo con chiarezza e impegno. Il modo in cui sono selezionate le riprese, sono inquadrati i soggetti, giustapposte le scene, mixati i suoni e utilizzati titoli o didascalie sono tutte tecniche attraverso le quali un regista si pone da un determinato punto di vista per guardare un dato argomento e per cercare di convincere gli spettatori ad adottare il suo punto di vista come se fosse il loro.
Sicuramente è possibile sostenere che il documentario non ha mai avuto una definizione precisa. È oggi prassi comune riprendere la definizione di documentario come “trattamento creativo della realtà” data da J. Grierson negli anni Trenta. Non essendo né un'invenzione creativa né una riproduzione di fatti, il documentario attinge e si riferisce alla realtà storica nel momento stesso in cui la rappresenta da un punto di vista originale.
I documentari parlano della realtà e raccontano qualcosa che è realmente accaduto
Il documentario racconta situazioni ed eventi reali e rispetta fatti conosciuti, non ne introduce di nuovi e non verificabili, parla della realtà storica in modo chiaro e senza l'uso di allegorie. Le narrazioni fittizie sono invece fondamentalmente allegorie e creano un mondo che sostituisce quello storico.
I documentari parlano di persone reali
Gli spettatori spesso vanno a vedere film di fiction per ammirare le loro star preferite, anche se il film in sé promette di essere mediocre; nei film di fiction le persone reali assumono dei ruoli e vengono riconosciute come personaggi che popolano un mondo fittizio. I documentari, invece, parlano di persone reali che non recitano o interpretano dei ruoli, al contrario, interpretano o mostrano se stesse. Tutti modifichiamo il nostro comportamento di pari passo con l'evolversi di una data situazione e nei documentari ci aspettiamo che gli attori sociali si presentino in un dato modo, non recitando la parte di un personaggio ideato dal regista, anche se l'atto stesso di filmare ha decisamente un'influenza sul modo in cui essi si presentano.
I documentari raccontano storie su quel che accade nel mondo reale
Nella misura in cui il documentario racconta una storia, la storia è una plausibile rappresentazione di ciò che è accaduto piuttosto che un'interpretazione fantasiosa di ciò che potrebbe essere accaduto. La separazione tra documentario e fiction in sostanza sta nel livello in cui la storia corrisponde a situazioni, eventi e persone reali rispetto al livello in cui essa è principalmente un’invenzione del regista. C’è sempre un po’ di tutte e due le cose in quanto la storia che un documentario racconta ha origine dalla realtà storica ma è pur sempre raccontata dal punto di vista del regista e con la voce del regista.
Ad esempio, il nucleo familiare di Nanuk l'eschimese corrisponde alla struttura della famiglia europea o americana ben più che a quella delle famiglie allargate tipiche degli Inuit ed i metodi di caccia di Nanuk appartengono a un’epoca di trent’anni o più antecedente a quella in cui il film venne realizzato. La storia riguarda un modo di vivere passato che Nanuk incarna più come fosse una parte o una performance di un personaggio che come se dovesse presentare se stesso nella vita di ogni giorno al tempo in cui il film venne girato. Il film può essere considerato dunque tanto una fiction quanto un documentario e quando viene classificato come documentario di solito è perché:
- La storia che Flaherty racconta corrisponde a un grado altissimo ai modi di vivere degli Inuit, anche se essi vengono fatti riemergere dal passato;
- L’uomo che interpreta Nanuk incarna uno spirito e una sensibilità che sembrano in armonia tanto con uno specifico stile di vita Inuit quanto con la concezione che ne ha un occidentale.
Tutto Nanuk l'eschimese può essere quindi definito una gigantesca ricostruzione, ma conserva significative qualità documentaristiche.
Il documentario parla di situazioni ed eventi che coinvolgono persone reali (attori sociali) che si presentano agli spettatori come se stesse in storie che comunicano una lettura o un punto di vista plausibile delle vite, delle situazioni e degli avvenimenti ritratti nel film. Il punto di vista peculiare del regista plasma queste storie facendole diventare una maniera di vedere in modo diretto la realtà storica, e non un’allegoria fittizia.
Tipologie e modalità del documentario
I documentari tendono a raggrupparsi in diverse tipologie o modalità: non tutti affrontano la realtà storica nello stesso modo e non tutti adottano le stesse tecniche cinematografiche. Per esempio, il commento fuori campo, una volta dato per scontato, venne scomunicato dal cinema osservativo degli anni Sessanta. I registi non sono legati a definizione e regole che governano il loro operare.
I cambiamenti nella comprensione di che cosa sia un documentario si sono verificati in modi diversi e la maggior parte di tali cambiamenti è sopraggiunta in relazione a quel che accade in quattro ambiti.
Una struttura istituzionale
I documentari sono ciò che viene realizzato dalle organizzazioni e delle istituzioni che li producono. Una struttura istituzionale impone anche un modo analogo di vedere e di parlare, che funziona come una serie di limiti, o di convenzioni, validi sia per il regista che per il pubblico. Affermare che è ovvio che un documentario debba avere un commento fuori campo, o che tutti sanno che deve mostrare entrambi i lati di una questione, significa riconoscere che questa è di solito la norma all’interno di una determinata struttura istituzionale. Questo carattere di ovvietà serve anche a considerare insindacabili le convenzioni tipiche del documentario. Gli enti operano affiancandosi alle principali catene di sale cinematografiche e ai videonoleggi specializzati in film di intrattenimento, ma a volte è l’istituzione stessa come ad esempio National Geographic o Discovery Channel a produrre, distribuire e mostrare un film documentario.
Una comunità di registi
Tutti i registi di documentari condividono la missione personale di rappresentare il mondo invece di inventarne uno nuovo con l’immaginazione. I registi di documentari hanno un loro vocabolario o gergo e hanno problemi precisi e comuni tra loro che li distinguono dagli altri filmmaker (per esempio lo sviluppo di una stabile relazione etica con i loro soggetti o il rivolgersi a un pubblico specifico). I singoli autori sceglieranno una forma o cambieranno le tradizioni che hanno ereditato, ma lo faranno mantenendosi in costante dialogo con chi altri condivide la loro stessa missione.
Un corpus di testi: convenzioni, periodi, movimenti e modalità
Per appartenere a un genere un film deve mostrare convenzioni condivise da altri film che appartengono allo stesso genere e tali convenzioni ci aiutano a distinguere un genere dall’altro. L’uso di una voce fuori campo, le interviste, l’audio in presa diretta, gli inserti per fornire immagini che illustrano o mettono in questione una tesi esposta e la scelta di affidarsi ad attori sociali, ossia la gente comune, sono alcune delle convenzioni comuni a numerosi documentari.
Un’altra convenzione è la prevalenza di una logica informativa che orienta il film in relazione alla rappresentazione del mondo sociale che vuole dare e una forma tipica di struttura è quella che porta alla risoluzione di un problema. Ad esempio, The City (1939) fornisce un primo approccio a questa idea di logica documentaristica in quanto attraverso un montaggio di scene che include le riprese accelerate del ritmo frenetico della città, viene mostrato come la vita urbana sia diventata un fardello più che una gioia. Qual è la soluzione?
La parte finale ne fornisce una: la comunità verde, accuratamente pianificata, dove ognuno vive in armonia con il vicino e il luogo di lavoro si raggiunge a piedi, il terribile frastuono delle catene di montaggio e le nuvole di fumo delle grandi industrie non devono essere a portata di vista, un dispositivo automatico si occuperà di fare il bucato, così che un gruppo di donne si godrà il sole caldo chiacchierando. Noi tendiamo a valutare la solidità della struttura di un documentario in base alla capacità di persuaderci e convincerci delle sue rappresentazioni, e non rispetto a quanto siano plausibili e affascinanti le sue invenzioni.
Gran parte della capacità di persuadere nasce dalla colonna sonora: i documentari si appoggiano notevolmente alla capacità del parlato, attraverso ciò che un commentatore ci dice riguardo all’argomento del film, o ciò che gli attori sociali ci raccontano nelle loro interviste, o ciò che sentiamo dire tra di loro agli attori sociali mentre la macchina da presa li osserva. Il parlato dà rilevanza fisica alla nostra idea del mondo.
Un movimento cinematografico nasce quando un gruppo di individui che condividono la stessa visione o lo stesso approccio a un tema si mettono insieme, in maniera formale o informale. Questo viene spesso fatto consciamente attraverso manifesti e altre dichiarazioni, come “NOI: Variante di un manifesto” o “Il cine-occhio” di Dziga Vertov, che dichiarano apertamente guerra ai film sceneggiati e recitati.
Le sei modalità principali di regia documentaria
- Modalità poetica: enfasi sulle associazioni visive, sulle qualità di tono o di ritmo, sui passaggi descrittivi e sull’organizzazione formale.
- Modalità espositiva: enfasi sul commento verbale e sulla logica argomentativa.
- Modalità osservativa: enfasi su un coinvolgimento diretto con la vita quotidiana dei soggetti, osservati con discrezione da una cinepresa.
- Modalità partecipativa: enfasi sull’interazione tra regista e soggetto, le riprese sono composte da interviste o altre forme anche più dirette di coinvolgimento, spesso abbinate a filmati d’archivio per esaminare questioni storiche.
- Modalità riflessiva: richiama l’attenzione sui presupposti e sulle convenzioni della regia documentaristica, aumenta la nostra consapevolezza che la rappresentazione della realtà da parte del film è una macchinazione.
- Modalità performativa: enfasi sull’aspetto soggettivo o espressivo del coinvolgimento del regista col soggetto, e sulla reazione del pubblico a questo coinvolgimento, rifiuto delle nozioni di obiettività a favore dell’evocazione della memoria e dell’affettività.
I singoli film possono essere caratterizzati dalla modalità che sembra più influente all’interno della loro struttura, ma possono anche mischiare e abbinare le modalità a seconda dell’occasione.
Spettatori: presupposti, aspettative, prove e qualità indicativa dell’immagine
Gli strumenti di registrazione (cineprese e registratori audio) riproducono l'impressione delle cose (immagini e suoni) con grande fedeltà. Questo dà loro valori di documento allo stesso modo in cui le impronte digitali valgono come documento. Questa accezione di un documento o immagine che ha in sé una corrispondenza esatta con ciò a cui si riferisce è chiamata qualità indicativa (per es. la foto di un bambino con il braccio un cane rappresenta, in due dimensioni, un’esatta analogia della relazione spaziale tra il bambino e il cane a tre dimensioni).
È evidente che l'immagine indicativa possiede un forte potere probatorio che ha contribuito fortemente al successo del genere documentario. Tra i vari presupposti che colleghiamo al concetto di documentario, quindi, c’è quello che le singole immagini e inquadrature, le scene e le intere sequenze, avranno una relazione indicativa con gli eventi che rappresentano, ma che il film nel suo insieme si discosterà dall’essere un semplice documento o una trascrizione di questi eventi, scegliendo invece di commentarli o di proporre un punto di vista su di essi.
Come pubblico, noi pretendiamo di poterci fidare del collegamento indicativo tra ciò che vediamo e ciò che è accaduto davanti alla cinepresa. Il termine discorsi impegnati indica i modi con cui esprimiamo un parere su realtà sociali e storiche, come la scienza, l’economia, la medicina, la strategia militare, la politica estera e l’istruzione; si tratta di modi di vedere e di parlare che sono anche modi di fare e di agire, poiché posseggono una sorta di potere. Gli spettatori affrontano i documentari con l’idea che il loro desiderio di sapere di più sul mondo in cui vivono verrà esaudito nel corso del film (epistefilia: desiderio di conoscenza).
Perché i problemi etici sono fondamentali per i documentari?
I documentari stabiliscono una connessione profonda con il mondo che rappresentano e lo fanno in tre modi. Prima di tutto il documentario ci offre una rappresentazione o raffigurazione del mondo che porta con sé una familiarità che ci appartiene. Vanno però fatte alcune puntualizzazioni:
- Un’immagine non può dire tutto quello che sappiamo di ciò che è successo;
- Le immagini possono essere alterate sia durante che dopo i fatti, tanto attraverso tecniche analogiche quanto digitali;
- Un’immagine autentica e verificabile non garantisce necessariamente la validità di più vaste asserzioni che si possono fare a proposito di ciò che l’immagine rappresenta o significa.
In secondo luogo i documentari mostrano o rappresentano l’interesse altrui. I registi di documentari assumono spesso il ruolo di rappresentanti pubblici, parlano nell’interesse di altri, sia a nome degli individui che rappresentano nel film sia dell’istituzione o dell’ente che finanzia la loro attività filmica (es. Nanuk l'eschimese rappresenta anche gli interessi dei fratelli Revillon, i finanziatori di Flaherty, perlomeno nell’intento di mostrare che la caccia agli animali da pelliccia è un’attività che giova agli Inuit oltre che ai consumatori).
In terzo luogo i documentari possono raffigurare il mondo nello stesso modo in cui un avvocato può rappresentare gli interessi del suo cliente: pongono un caso e le prove in maniera tale che ci risultino interpretabili in un determinato senso (es. Nanuk rappresenta la lotta per la sopravvivenza in un clima duro e impervio, dove sono messe alla prova le forze di un uomo e della sua famiglia; attraverso il valore e il coraggio di questo gruppo familiare, dove i ruoli sono ben definiti e le interazioni sono semplici, noi acquisiamo un’idea della dignità di un intero popolo).
Nei film di fiction gli individui stipulano dei contratti per recitare nel film e il regista ha il diritto e l’obbligo di ottenere una prestazione accettabile; l’attore viene valutato in base alla qualità della sua interpretazione, non della somiglianza con la sua personalità e il suo comportamento quotidiano.
Nei documentari le persone sono trattate, invece, come attori sociali: continuano a condurre le loro vite più o meno come avrebbero fatto senza la presenza della macchina da presa. Invece che interpreti teatrali restano attori culturali ed il loro valore non risiede nella capacità di nascondere o modificare il comportamento e la personalità di tutti i giorni, ma nel modo in cui assecondano i bisogni del regista. L’autoconsapevolezza e i cambiamenti nel comportamento possono però essere testimonianze del modo in cui l’atto di filmare altera la realtà che si appresta a rappresentare.
Per esempio la famosa serie documentaristica di dodici ore sulla famiglia Loud (“An American Family”) ha generato forti discussioni tra chi sosteneva che il comportamento dei Loud e le loro relazioni familiari fossero stati modificati dalla presenza delle cineprese e chi riteneva che fossero stati semplicemente catturati su pellicola. I registi dei documentari di solito si fanno rilasciare una liberatoria da chiunque essi filmino e tale liberatoria garantisce al regista un potere decisionale assoluto. L’individuo perde completamente ogni controllo sull’uso della rappresentazione delle sue azioni e quindi sul risultato finale. A volte accade anche che coloro che partecipano a documentari di successo finiscano per sentirsi usati.
L’etica serve a guidare il comportamento di un gruppo nelle questioni in cui le regole severe, o le leggi, non bastano. Dovremmo avvisare le persone che riprendiamo del fatto che potranno essere ridicolizzate o giudicate negativamente da molti? Il regista J. Rouch avrebbe dovuto avvisare gli uomini della tribù Hausa, ripresi durante una complicata cerimonia mistica in “Les Maitres fous”, che le loro azioni sarebbero potute sembrare, a chi non conosceva le loro tradizioni, bizzarre, se non addirittura barbariche, nonostante l’aiuto del commento fuori campo? Un test di verifica dei problemi etici è il principio del consenso informativo: tale principio afferma che i partecipanti a uno studio dovrebbero essere informati delle possibili conseguenze del loro coinvolgimento.
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