Introduzione all'edizione italiana
Il concetto di “Sea Power” espresso da Mahan non vede la Marina come uno strumento esclusivamente militare, ma anche come uno strumento politico, di “deterrenza”. Perché studiare Mahan oggi? Prima della teoria del potere navale espressa dall’ammiraglio statunitense si tendeva a considerare la storia come un insieme di date e di battaglie. Il merito di Mahan sta nell’aver compreso l’intimo collegamento della guerra sul mare con la storia tout court e con la politica estera di uno Stato. Per Mahan la guerra è semplicemente un movimento politico, sebbene violento e di carattere eccezionale.
Mahan è un forte assertore della teoria mercantilista che, seppur confutata un secolo prima da Adam Smith, al tempo di Mahan era ancora valida, se non altro come giustificazione per l’espansione coloniale. I fondamenti del mercantilismo si basavano sul legame tra colonie, marina mercantile e protezionismo, il tutto difeso dalla Marina militare. Le colonie forniscono le materie prime, la Marina mercantile le trasporta nella madrepatria, che le trasforma in prodotti finiti; la stessa Marina mercantile li riesporta in altri Paesi, producendo così ricchezza. Il tutto dipende dalla Marina militare, che ha bisogno di basi oltremare, possibilmente nelle stesse colonie, per difendere il traffico commerciale così instaurato. Se si impedisce all’avversario questo ciclo, l’accumulo di ricchezza che si ottiene consente di sconfiggerlo. Poiché il ciclo è difeso o minacciato dalla flotta, questa diventa automaticamente l’obiettivo principale. Senza di essa il ciclo può essere interrotto e il flusso di ricchezza passa al nuovo “dominatore del mare”.
Obiezione: il ciclo di cui si è parlato giustificava l’importanza della Marina Militare, non solo come forza bellica, ma anche come protettrice (guardiana la chiama Mahan) delle fonti di ricchezza della nazione. Se questo ciclo non esiste più, se non altro perché non ci sono più le colonie da sfruttare, la Marina perde molta, se non tutta la sua importanza. Ma il mercantilismo non è essenziale al pensiero di Mahan; egli sviluppò infatti una teoria geopolitica, la cui validità è stata confermata nel tempo.
L’autore è convinto dell’esistenza di principi strategici immutabili, una convinzione dovuta all’idea che allora si aveva della “scienza”, come affermò Raymond Aron. Tuttavia, “la condotta diplomatico-strategica non sarà mai determinata razionalmente, neppure in teoria”. Nonostante ciò, Mahan consiglia di studiare la storia navale in modo sintetico, in quanto “non è con un calepino elencante i principi che si possono risolvere i problemi strategici, ma con lo studio ragionato della storia, unico laboratorio d’indagine”. Mahan afferma in effetti che “i principi non sono di alcuna utilità se non si è riflettuto sulla loro applicazione”.
Dal punto di vista sociale, è indubbia nell’autore l’influenza del darwinismo e una certa repulsione per i governi democratici. L’intera teoria del Mahan è basata sulla parola “comunicazioni”, che dipendono ovviamente dalle possibilità tecnologiche del momento. Poiché le comunicazioni più facili sono quelle per via d’acqua, le civiltà che conosciamo sono nate principalmente sui fiumi o sui mari. Inizialmente ci si muoveva sui fiumi (più facile da navigare in assenza di sviluppo tecnologico), poi, grazie allo sviluppo tecnologico, fu possibile muoversi anche sul mare. Per Mahan le comunicazioni sono essenzialmente quelle marittime, perché “nonostante tutti i pericoli del mare… i viaggi e i traffici marittimi sono sempre stati più facili e meno costosi di quelli terrestri”. Chi controlla le comunicazioni controlla le ricchezze del mondo.
Mackinder vs. Mahan
Mackinder è considerato il sostenitore del potere terrestre contro il potere navale del Mahan. Egli affermò: “siamo stati abituati a pensare che la mobilità per mare sia di gran lunga superiore a quella terrestre, ma è bene ricordare che cinquant’anni fa il novanta per cento della marineria mondiale era ancora velica, mentre la prima ferrovia era già operante attraverso il Nord America”. Egli prevedeva pertanto che i mezzi di comunicazione terrestri avrebbero surclassato quelli navali; le vaste pianure eurasiatiche avrebbero riacquisito notevole importanza, come durante il periodo del cavallo e del cammello.
Al centro dell’“isola del mondo” (massa eurasiatica + africana) risiede l’“Heartland” (o “Pivot Area”) che corrisponde, più o meno, all’ex Unione Sovietica. Attorno a quest’area ci sono due corone circolari di isole e penisole, che egli chiama “marginal crescent” (mezzaluna interna = Spykman “Rimlands”) e “insular crescent” (mezzaluna esterna). Mackinder è convinto che la modifica dell’equilibrio di potenza in favore dell’Heartland sia possibile solo dopo la sua espansione sulle terre marginali dell’Eurasia (Rimlands), “e l’impero del mondo” è ottenibile non solo dopo aver occupato le terre marginali, cioè le basi, ma anche dopo che le risorse continentali sono state impiegate per la costruzione di flotte”. Pertanto, l’unica differenza col Mahan è nel ritenere che la potenza terrestre avesse, anche in seguito ai progressi nelle comunicazioni terrestri, maggiori potenzialità complessive di quante non ne avesse una potenza puramente marittima quale era allora la UK.
Tutto ciò spiega l’enfasi del Mahan sul controllo dei mari interni. Il controllo di questi mari consente alla potenza marittima di impedire l’espansione dello Stato Pivot sulle terre marginali. La potenza marittima, di conseguenza, necessita di basi in questi mari. La UK, all’apice del suo impero, aveva ottenuto queste basi. L’Unione Sovietica, sotto Breznev, tentò di organizzare una serie di basi navali lungo le stesse direttrici delle vecchie basi inglesi.
Ma cos’è il potere marittimo? “Il dominio del mare è il possesso di quell’autoritario potere marittimo che scaccia la bandiera nemica dai mari o le consente di apparire solo come un fuggiasco e che, controllando la grande proprietà comune, il mare, chiude le vie attraverso le quali il commercio si muove da e verso le coste nemiche” (p.13). È una condizione a cui tendere, ma che difficilmente può essere raggiunta in modo totale. Lo strumento per ottenere il “dominio del mare”, cioè il controllo delle comunicazioni marittime, è il “potere marittimo”, costituito dalla Marina Militare, da quella Mercantile, dalle industrie e dalla struttura economico-finanziaria che le sostengono entrambe. Al potere marittimo sovietico non mancavano forse tanto la Marina Mercantile e le industrie, quanto i legami commerciali e finanziari che sono l’alimento indispensabile per un loro sviluppo.
Per Mahan, tuttavia, la “storia navale” è solo uno dei fattori di quell’ascesa o decadenza delle nazioni che è chiamata la loro storia; e se si perdono di vista gli altri fattori a cui essa è così strettamente legata, ci si formerà un’idea distorta, esagerata o meno, della sua importanza.
L'importanza del potere marittimo nella guerra
La storia delle guerre dimostra che, a meno di casi particolarissimi come le prime due guerre anglo-olandesi, la decisione si ottiene solo sulla terra. Sono gli eserciti che distruggono la forza militare organizzata del nemico, conquistano il territorio avversario e impongono le condizioni di pace. Ma gli eserciti devono essere riforniti, equipaggiati, nutriti, armati, trasferiti a volte da un territorio all’altro per via mare. Il potere marittimo, con il controllo delle comunicazioni, consente di ricavare da tutte le parti del mondo i mezzi per rifornire ed equipaggiare gli eserciti. Questa è la funzione del potere marittimo in guerra.
Relazione tra potere marittimo e potere aereo
Il “potere navale” (flotte e basi) è la componente militare del “potere marittimo”.
- Potere marittimo si riferisce al controllo e all’uso delle vie di comunicazione marittime.
- Potere aereo: condizione di supremazia esclusivamente militare per ottenere risultati specifici, siano essi tattici o strategici.
Potere marittimo e aereo non sono opposti, ma complementari, tanto è vero che le Marine militari hanno sfruttato l’aereo come un’arma simile al cannone o al missile. La strategia marittima è il metodo d’impiego del potere marittimo per ottenere il dominio del mare. Per questo essa è importante sia in pace che in guerra.
Il problema principale della strategia marittima che Mahan cerca di affrontare è il seguente: “dato che in mare per la difensiva non è possibile sfruttare il terreno, come nelle operazioni terrestri, chi ha la superiorità numerica, a parità di altre condizioni, ha la vittoria assicurata”. In effetti, nel corso dei secoli, chi aveva il dominio del mare all’inizio della guerra, lo mantenne sempre.
Il potere marittimo, inoltre, si autocostruisce. Sono infatti i rifornimenti di materie prime e di prodotti industriali che permettono la costruzione e il mantenimento di flotte e basi che, a loro volta, consentono quei rifornimenti (quindi, in pratica, solo la potenza marittima egemone può permettersi di farlo). Le basi devono per Mahan potersi difendere da sole. Così è stato per decenni, con la sistemazione di pesanti artiglierie che potevano infliggere danni superiori a quelli che avrebbe causato la flotta offendente.
Nel 1940, tuttavia, le basi navali non disponevano di mezzi sufficienti per potersi difendere da attacchi aerei ben organizzati (vedasi, nel dicembre del ’41, l’attacco giapponese a Pearl Harbour). Riassumendo brevemente le caratteristiche teoriche della guerra sul mare e, quindi, della strategia marittima, possiamo dire col Mahan che: “il principio fondamentale di tutta la guerra navale è che la difesa è assicurata solo dall’offesa”. Il motivo è che in mare non esiste l’elemento “terreno” che, in terra, consente di assumere una posizione difensiva atta a logorare un avversario attaccante. Pertanto, in mare l’unica strategia possibile è quella di attaccare e distruggere le forze navali avversarie, ovvero (oppure) di bloccarle nei loro porti.
Il grande dilemma della strategia navale dell’epoca moderna è sempre stato quello di scoprire un metodo che consentisse alla Marina più debole di sconfiggere o, per lo meno, di “contenere” la Marina più forte, avendo ben presente che in mare è possibile adottare solo l’offensiva perché occorre, a differenza della strategia terrestre, distruggere le forze nemiche. Nel tentativo di risolvere tale dilemma sono nate le teorie della “guerra di corsa” della Jeune École dell’Ammiraglio Aube e quella del “rischio” dell’Ammiraglio Tirpitz.
L’autore dell’introduzione (Contrammiraglio Flamigni) ritiene che la strategia navale non possa né debba fissare il proprio sguardo solo sulle forze navali nemiche, ma anche sulle basi che quelle forze utilizzano. Sono le basi il tallone d’Achille della flotta.
Vi sono due aspetti che Mahan non ha considerato nella sua opera (la sua epoca non glielo consentiva):
- La proiezione del potere marittimo sulla terra esiste oggi, ma non prima, la possibilità per navi e sommergibili di colpire l’interno del territorio nemico con missili, nucleari o meno. Il mare è così diventato anche “una base per l’esercizio del potere militare contro la terra”.
- Il valore del mare come possedimento, alla stessa stregua del territorio, e non solo come via di comunicazione. I mari, e specialmente i mari ristretti, non sono più la “grande proprietà comune” come li chiamava Mahan. L’istituzione delle EEZ (Zone Economiche Esclusive) implica la necessità della difesa di zone di mare alla stessa stregua del territorio e delle frontiere terrestri: qualcosa che è sempre stata estranea al potere navale.
L’avvento dell’arma nucleare ha interrotto in modo definitivo, o almeno così è sperabile che sia, lo stretto legame che intercorreva tra politica e guerra. Lo ha interrotto, per ora, solo a livello planetario. Le guerre fra le Grandi Potenze, che hanno caratterizzato la storia mondiale almeno dalla fine del Medioevo al 1945, non sono ora più concepibili, perché potrebbero portare all’estinzione della razza umana. La guerra nucleare non può essere un atto politico razionale, ma solo l’espressione di una pazzia culturalmente inaccettabile e praticamente inimmaginabile.
Il campo della contesa internazionale si è così spostato da quello della battaglia militare a quello della contesa economica. Un tempo, contese economiche venivano, molto spesso, risolte con l’uso delle armi. Questo non è più possibile. Possono esistere superpotenze militari, ma non economiche (URSS), e viceversa (Giappone). In definitiva, la “Terza Guerra Mondiale” (Guerra Fredda) è stata già combattuta e vinta dall’Occidente sui campi di battaglia economici e non su quelli militari.
Il potere navale ha una funzione, in tempo di pace, che né quello terrestre né quello aereo possiedono. Se un soldato o un aeroplano attraversano la frontiera di un’altra nazione, le conseguenze sono, come minimo, una crisi diplomatica, se non peggio. Le navi, invece, percorrono impunemente le acque al largo della costa di qualsiasi Paese, mostrando così non solo la bandiera, ma, oltre alla forza materiale della propria nazione, anche che chi ha una Marina confina con qualsiasi Paese al mondo abbia una linea di costa. E da quando, come abbiamo detto, il mare è diventato anche una base per esercitare il potere militare sulla terra, l’influenza delle forze navali, e quindi del potere navale, è aumentata di conseguenza.
Contrammiraglio Antonio Flamigni
Prefazione
L’uso e il controllo del mare è ed è stato un fattore importante nella storia del mondo. Il potere marittimo ha effetto sugli eventi storici. Basti pensare al fatto che il controllo romano del mare costrinse Annibale a quella lunga, pericolosa marcia attraverso la Gallia, nella quale si dissolse più della metà delle sue truppe di veterani.
D’altro canto, gli storici navali si sono preoccupati poco delle connessioni fra la storia generale e il loro particolare campo d’interesse, limitandosi generalmente al compito di semplici cronisti di avvenimenti navali. Non c’è, per quanto ne sappia Mahan, nessun lavoro che si prefigga l’obiettivo che si ricerca in questo libro, e cioè, una stima dell’effetto del potere navale sul corso della storia e sulla prosperità delle nazioni. Il periodo trattato va dal 1660 (quando l’era della nave a vela era appena iniziata), al 1783 (anno di conclusione della Rivoluzione Americana).
Alfred T. Mahan
Introduzione
La profonda influenza che il commercio marittimo ha sulla ricchezza e sulla forza delle nazioni fu compresa molto tempo fa. Al fine di assicurare al proprio popolo una parte preponderante di tali benefici fu fatto ogni sforzo per escludere gli altri, sia con pacifici sistemi legali di monopolio, sia con regole proibizionistiche, sia, quando questi fallivano, con la violenza diretta.
Anche le guerre non scoppiate per via del commercio marittimo, ma per altre cause, furono profondamente influenzate nella condotta e nel risultato dal controllo del mare. Mentre molte delle caratteristiche della guerra variano a seconda dell’epoca e del progresso degli armamenti, vi sono alcuni insegnamenti della storia che rimangono costanti e che, essendo pertanto di applicazione universale, possono essere elevati al rango di principi generali. Per lo stesso motivo, lo studio della storia navale del passato sarà istruttivo per quanto riguarda l’illustrazione dei principi della guerra marittima, nonostante i grandi mutamenti verificatisi negli armamenti navali e nonostante i progressi scientifici (vapore come forza motrice).
La caratteristica che accomuna le navi a vapore alle galee è la capacità propria ad entrambe di manovrare in tutte le direzioni a prescindere dal vento. Le navi a vela, invece, possono seguire solo rotte limitate in presenza di vento. Vi sono tuttavia numerosissime differenze tra le galee e le navi a vapore: la forza motrice delle galee diminuiva rapidamente, perché la forza umana non poteva mantenere a lungo tale sforzo estenuante e, pertanto, i movimenti tattici potevano continuare solo per tempi limitati. E ancora, al tempo delle galee le armi di offesa non solo erano a corto raggio, ma nella maggior parte dei casi erano limitate a scontri corpo a corpo. Una mischia tra flotte numericamente uguali, dove l’abilità è ridotta al minimo, non è il meglio di quanto si possa fare con gli armamenti sofisticati e potenti di oggi.
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