Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

III. “Date a Cesare quel che è di Cesare”.

Il detto si compone di due parti:

- La prima descrive la necessità per ogni ebreo di pagare il kènsos, cioè una tassa personale da

consegnare ai rappresentanti di Cesare come segno della riduzione della Giudea a provincia

romana. Esiste un unico Signore, il Dio degli Ebrei, di conseguenza il pagamento del tributo a

Cesare, comporta il riconoscimento di un altro dio, che si traduce in un atto idolatrico.

- La seconda parte, descrive il riconoscimento di Gesù dell’autorità e il dovere dell’ebreo di pagare il

tributo. Il pagamento è un atto di lealismo: ciò che si dà all’imperatore è il denaro o per un’altra

interpretazione l’uomo appartiene a Dio.

Il detto vuole sottolineare il primato della Signoria di Dio.

IV. La posizione di Paolo.

Paolo, è cittadino romano, nato a Tarso, in Cilicia, tipico centro urbano in cui fioriva la cultura ellenistica.

Nei confronti dell’autorità romana, esprime un atteggiamento diverso: il suo pensiero è dominato dal

problema della legge. E’ un pensiero “politico”, riflette la posizione di lealismo politico (l’autorità politica,

anche quella straniera, proviene da Dio e va rispettata. “Osserva gli ordini del re e, a causa del giuramento

fatto a Dio, non allontanarti in fretta da lui”). Paolo presenta una re – interpretazione originale del rapporto

tra sacro e potere, che ruota intorno al ruolo centrale delle comunità da lui fondate. La sua fede in Cristo

risorto è politica, si traduce nella fondazione di gruppi di seguaci legati da questo vincolo particolare, riuniti

dalla loro fede en Christò: un nuovo tipo di identità, come testimonia la rilettura che Paolo fa del rito

d’ingresso, il battesimo. Si tratta di un atto unico e non ripetibile che permette di far parte del mondo

cristiano, una nuova identità – l’uomo vero. I cristiani vivono come pellegrini in attesa del regno.

Paolina è il nuovo tipo di comunità religiosa, ai membri è richiesto un forte livello di impegno, lealtà al culto

e di rifiuto di modi precedenti di vita e l’adesione a valori e principi particolari. Si tratta di condizioni che, se

rispettate, portano ad una terza caratteristica distintiva: un grado di tensione e separazione della vita

normale della città. L’elemento di maggiore novità è ideologico e consiste nel fondamento sacro che Paolo

attribuisce a questo tipo di comunità. “La nostra cittadinanza, è però nei cieli, da dove attendiamo

anche, come salvatore il Signore Gesù Cristo”, introducendo il tema della politeuma celeste il vero

seguace di Cristo ha la sua cittadinanza nel “regno dei cieli” come fondazione dell’agire in terra anche nei

confronti dello Stato terreno. Per esprimere il vincolo profondo che lega la comunità, Paolo ricorre a

un’immagine teologico – politica destinata a una grande fortuna: corpo di Cristo (composto dalle membra

varie che concorrono alla vita del corpo). Le comunità che credono nel Cristo, attendendone con fede il

ritorno, sono comunità tra due mondi.

Ogni autorità proviene da Dio ed è ordinata da Dio. Quest’ordine comprende 3 livelli o ruoli:

- Le autorità incaricate di mantenere quest’ordine e che sono al di sopra dei sudditi,

- I sudditi che hanno il compito di sottomettersi a quest’ordine,

- Coloro che si ribellano a quest’ordine.

Ciò vuol dire che non bisogna obbedire sempre e comunque all’autorità, vale anche per Paolo il principio

“bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

Lettera ai Romani Paolo fornisce una patente di legittimità canonica alla concezione tradizionale, per cui

il fondamento di ogni potere politico era sacro e si rapporta in modo indipendente rispetto alla fonte sacra

che lo fonda, l’istituzione religiosa svolge un compito di riconoscimento e legittimazione. Questa lettera

presenta una prospettiva positiva del potere politico, c’erano tendenze diverse rispetto al pensiero di Paolo:

la lotta titanica tra il male (Satana) ed il bene (Agnello), dove il primo verrà sconfitto, è l’impero romano la

“bestia”. Quando la situazione non è pacifica a causa dell’incapacità dell’autorità politica, la soluzione sta

nell’obbedire a Dio, ascoltando la propria coscienza.

Lettera ai Filippesi la comunità dei seguaci di Cristo diventa il luogo di ricezione e manifestazione del

potere sacro, simboleggiato dallo Spirito di Dio, del Cristo, che fonda il vincolo sacro – santo, dotandolo di

un fondamento politico: politeuma celeste.

V. La regalità del Cristo.

La nozione che Dio è re e, in quanto tale, governa il suo popolo, Israele, è centrale nelle scritture ebraiche

la comunità ebraica appoggia il filone profetico. In particolare la figura di Isaia, si tratta di 3 diverse persone

accumunate dallo stesso nome). Viene presentata l’idea di regno come “tensione” nei confronti della fine

dei tempi: ANNUNCIO DEL REGNO DI DIO. Insieme a quest’ultimo ci sono le parabole (raccolti figurati). Si

tratta di un regno che trasforma la realtà senza utilizzare la forza. I discepoli porteranno avanti quest’idea di

regno, accentuando la regalità di Cristo. Nell’Apocalisse il tema del regno è diverso, esso è messo in

contrasto al regno di Satana, affermando che il suo culmine sta nell’Impero romano. Ed è in terra che verrà

instaurato un Regno Millenario, con l’obiettivo di instaurare un nuovo potere il regno di Cristo insieme ai

Giusti.

VI. La critica anti millenaristica.

L’avvento sulla terra del regno di Cristo, coincide con la sconfitta definitiva delle potenze del male. L’attesa

millenaristica, trova nel regno terreno la sua possibilità di realizzazione.

Le comunità musulmane + antiche sono caratterizzate da una forte dimensione teocratica, il potere

politico e potere religioso, tendono a coincidere e a porsi come i rappresentanti dell’unico vero potere –

Allah – la cui volontà di potenza e di conquista universale sono chiamati a realizzare in modo concreto la

conquista dei corpi e delle anime degli infedeli.

La comunità dei santi, dei seguaci di Cristo, si configura come la “vera” ed unica comunità politica. E’ in

nome di questa comunità che si vive e si è disposti a morire, fino a compiere il martirio cristiano. Le

comunità messianiche, riconoscono in Gesù morto e risorto il messia promesso della tradizione ebraica. Il

martire è il centro sacrale della comunità, la fonte + profonda e genuina. Il martire non amministra da vivo,

ma da morto, attraverso i rappresentanti.

Chi vuole depotenziare la carica politica di regno? Alessandria d’Egitto, si trova ad essere il maggiore

centro del Cristianesimo, dove ci fu una re – interpretazione allegorica e spiritualistica del Regno, in chiave

spirituale: esso è il luogo di premio per coloro che lo meritano, per coloro che sono stati perseguitati, i

martiri. Origene, ritiene che il regno si trovi nell’anima di chi ha aderito a Cristo (regno interiore). II – III

secolo.

Interpretazione politica Eusebio di Cesarea (allievo di Origene), elaborò una teologia politica: non

bisogna + attendere il regno di Cristo, in quanto si sta attuando con Costantinopoli, sotto la guida di

Costantino che rappresenta il Cristo in terra. Nel 325 egli fu promotore del Concilio Ecumenico di Micea,

nel quale i vescovi riuniti discussero riguardo a chi è Cristo, formulando la DOTTRINA CRISTIANA.

Anti – millenaristica, diversa variante di Eusebio, elaborata in Africa da Agostino, egli era pagano e si recò

a Milano per insegnare nelle scuole. Si dibatte con Ambrogio, che lo battezzò. Il suo pensiero: “l’uomo è

peccatore e solo grazie a Cristo si può uscire dal peccato. L’uomo è dominato dalla concupiscenza”. Ha

una visione di piena realizzazione nella città di Dio, dei Santi e beati (Gerusalemme Celeste). La Chiesa,

rappresenta l’istituzione costituita da pellegrini.

CAPITOLO 3 – La tentazione messianica

I. Il problema della definizione.

Tutt’oggi manca una vera e propria storia del messianismo cristiano. “Messianismo” è una tipica categoria

teologica, ricopre due concetti: concetto teologico normativo legato alla proclamazione dell’unicità

messianica del fondatore del cristianesimo (Gesù Cristo); concetto sociologico comparativo fondato su una

molteplicità di situazioni nelle quali un personaggio fondatore di un movimento storico di liberazione socio –

religiosa si identifica o è identificato a una potenza suprema di “irradia” sull’insieme della storia delle

religioni così come delle società. La storia messianica, esiste solo se c’è una figura individuale di messia, il

quale a seconda delle differenti situazioni, assume volti e aspetti diversi, ma non potrà sfuggire al doversi

presentare come il Cristo degli ultimi giorni. Struttura a 4: personaggio (messia), annuncio del regno

(millenarismo), società religiosa (Chiesa o altro corpo religioso), società politica, costituisce la base ai vari

movimenti messianici, che si articolano in modo diverso a seconda delle varie condizioni storiche.

II. Messianismo e identità cristiana.

Il giudaismo del tempo di Gesù aveva difficoltà a riconoscere in un determinato personaggio storico il

messia atteso. Da questo punto di vista, il movimento dei seguaci ebrei di Gesù, ha costituito una rottura

radicale, in cui ha identificato in un predicatore della Galilea, Gesù di Nazareth, il messia atteso.

Che tipo di messia era Gesù? Dietro il comune riconoscimento che Gesù è il messia, i testi del Nuovo

Testamento conservano tracce delle diverse concezioni della figura messianica attestate nelle differenti

correnti del giudaismo. I messia sono i re d’Israele e i loro successori – compresi i sacerdoti –

assumeranno il loro ruolo. L’espressione “in Cristo”, è tipica del messaggio paolino, indica la centralità di

Gesù – Messia nella fede cristiana. Per Paolo il Cristo è “il luogo” in cui tutti gli uomini trovano la

salvezza. E’ una concezione del messia come essere celeste e la tradizione cristiana aggiunge due

importanti novità:

- In quanto messia, egli è il figlio dell’uomo che ha il potere di rimettere i peccati, venuto ad

annunciare l’imminenza di un regno che tende a essere interpretato come una realtà interiore. È

una figura pre esistita e “nascosta” fin dal momento della creazione, si rivelerà alla fine dei tempi

come giudice;

- Con Giovanni ed il suo prologo: il messia non è + solo una creatura, ma una vera e propria figura

divina.

Il modello di messianità incarnato dal Cristo implica e presuppone un legame di identificazione + forte con

la divinità, cioè un legame di parentela, il messia è legato a Dio da un vincolo sostantivo. Il cristianesimo è

restaurazione dell’ordine paradisiaco, ma anche un capovolgimento utopico della situazione presente di

oppressione e di crisi. Il millennio è l’oggetto di una speranza collettiva.

III. Specificità del messianismo cristiano.

Il “vero” potere del Cristo è definito: potere sacro di origine divina. Ha una valenza politica, perché tende a

realizzare la sovranità del Cristo affidatagli dal Padre in modo concreto e storico, nello spazio e nel tempo,

confliggendo altri poteri, i poteri dell’Anticristo. Una caratteristica distintiva della fede cristiana è la

possibilità che essa offre un’identificazione con il Cristo come modello divino che realizza la passione, la

morte in croce e la risurrezione, un percorso ideale di umanità capace di divinizzarsi. Una caratteristica

fondamentale del messianismo è la separazione costitutiva e fondante tra attesa ed evento.

Metamorfosi storiche.

La storia del messianismo cristiano:

1. XII secolo Tanchelmo e di Eudo della Stella, si tratta di tensioni religiose connesse alla grande

“riforma” di papa Gregorio VII della seconda metà del XI secolo. I ceti che accolsero con favore certi

aspetti dell’azione e dell’ideologia di Gregorio erano i mercanti. La polemica contro il lusso degli

esponenti della Chiesa si accompagnava alla rivendicazione di maggiori spazi di libertà per le

attività commerciali.

• Tanchelmo attaccò il clero: vestito da monaco, predicava, apparendo come un uomo santo.

Convinse il popolo a non versare + le decime ai preti, guadagnò sostegno e si creò una vera e

propria comunità che devotamente gli obbediva. Si autoproclamò di fronte alla massa dei fedeli “Dio

al pari di Cristo”, dichiarando di possedere “come lui lo Spirito Santo”. Diede inizio a una sorta di

nuova liturgia, un nuovo culto e il centro era lui stesso. La comunità era strutturata secondo precise

forme gerarchiche. Intorno a lui c’erano dodici uomini, svolgevano un analogo ruolo a quello degli

Apostoli ed una donna che rappresentava la Vergine Maria, la milizia del nuovo messia e la massa

dei fedeli. Venne catturato nel 1112 dall’arcivescovo di Colonia, fuggì e venne ucciso da un prete

nel 1115. La vicenda di Tanchelmo mette in luce la dinamica di un processo di progressiva “presa di

coscienza”, che culmina in un’autoproclamazione messianica.

• Circa trent’anni dopo, si formò in Bretagna un movimento simile, quello di Eudo, cui le voci popolari

attribuivano poteri magici, fondò una sua chiesa. Un tratto caratteristico era dato dalla pratica del

mutamento di nome: ai fedeli venivano attribuiti nuovi nomi (Saggezza, Sapere, Giudizio, o nomi di

apostoli). Egli scelse per sé l’appellativo di “Figlio di Dio” e “Re dei Re”. Egli operava nelle

campagne e nelle foreste + selvagge della Bretagna con i suoi seguaci. La sua orda si spostava di

continuo, saccheggiando, uccidendo e rapinando, in particolare gli edifici ecclesiastici ed i

monasteri. Il banchetto era il momento principale dell’aggregazione comunitaria. Venne imprigionato

nel 1148, non smentì la sua missione messianica, dichiarando di essere “colui che doveva venire a

giudicare i vivi ed i morti, il mondo con il fuoco”. Morì ed i suoi seguaci vennero condannati al rogo

come eretici. L’elemento determinante è l’identificazione con il messia. Aveva una funzione di

giudice e ruolo della giustizia che recitano una parte determinante dell’annuncio messianico e che

ritornano continuamente nei vari movimenti messianici cristiani.

2. Grande crisi segnata dalla Riforma e dalla rottura dell’unità confessionale europea linea di

continuità che attraversa tutto il secolo XVI, un vero e proprio messianismo anabattista che si

dimostra capace di produrre una serie di figure messianiche,

3. Espansione coloniale e missionaria,

4. Emergere di forme secolarizzate di messianismo.

La tradizione ortodossa bizantina si caratterizza per l’assenza di vere e proprie figure che si siano

dichiarate messia e tali siano state credute. (Iconoclasmo, lotta da parte imperiale contro il culto delle

immagini).

Nella storia del cristianesimo, il messianismo ha teso a realizzarsi concretamente. Il regno dei giusti

anticipa, condensa e risolve una dimensione essenziale già presente, nell’attesa messianica ebraica,

traduce quello che è stato il “sogno” fondante delle + antiche comunità dei seguaci di Cristo: possedere in

anticipo, le comunità sono caratterizzate da una particolare cittadinanza celeste, un “luogo”

politicamente sicuro.

CAPITOLO 4 – Una comunità tra due mondi

I. Il contesto politico – religioso.

La lettura del triangolo delle relazioni tra sacro, religione e potere politico finiva da un lato, per privare di

autentica legittimazione l’autorità politica (l’imperatore, nella sua dimensione divina), dall’altro per

concentrare il “vero” potere politico nei confini della comunità cristiana. La religione pubblica dell’impero

romano non era una religione di Stato (cioè imposta a tutti i cittadini e agli abitanti o tutelata e garantita da

uno Stato laico). La religione era pubblica, l’insieme dei cittadini romani e apparteneva alle strutture

istituzionali attraverso le quali la res publica era governata e operava. Il governo romano, repubblicano

come imperiale, aveva responsabilità in campo religioso soltanto nei confronti dei culti dei cittadini romani, i

quali avrebbero dovuto adottare soltanto gli dei accettati dalla tradizione romana. I riti della religione

romana erano intesi a guadagnare il sostegno degli dei romani alle istituzioni di Roma, tutti gli dei

dovevano cooperare al compito primario del politeismo civico: proteggere e favorire la città che li aveva

insediati e li rispettava con grande scrupolo. L’individuo non aveva una religione indipendente dalla

comunità di appartenenza, la religione romana pubblica era plurale: “religioni romane”.

La “teologia politica”, è una religione chiamata a svolgere una funzione di solidarietà sociale che si estese

progressivamente a tutti i cittadini dell’impero, annessione di nuove divinità e nuovi culti. Alla centralità/semi

totalità assunta dal potere dell’imperatore, ci fu un riscontro di fuga delle classi dirigenti e dell’aristocrazia

urbana tradizionale, che sottraeva alle strutture religiose delle città la sua base finanziaria e sociale,

privandola della possibilità di alimentare la macchina rituale e templare.

Per Filoramo, le comunità cristiane, sono politiche “ius generis”, hanno un fondamento trascendente: realtà

celeste, simbolica o fittizia, diventa operante come carta d’identità dei cristiani. In contrapposizione c’è

Tertugliano, afferma che i cristiani non sono i nemici e che le comunità devono essere considerate come

“collegi, esse possiedono un lealismo politico, pregano per la salvezza dell’imperatore e dell’impero.

L’unica fonte dell’autorità è Dio, diverso dal rappresentanti in terra che è l’imperatore. I cristiani pregano per

la pace dell’impero perché ne consegue la loro. La forza dei cristiani che li contraddistingue è la

COESIONE INTERNA (controlli contro i peccatori). La Cena del Signore, è un elemento fondamentale, si

tratta di una forma liturgica che serve a risaldare il sentimento di coesione e solidarietà del gruppo.

II. Forme riconosciute di comunità religiosa.

Conflitto tra comunità cristiane ed autorità politiche romane PERSECUZIONE.

I culti orientali erano notevolmente diffusi, ma ritenuti pericolosi e destabilizzanti per l’ordine politico e

religioso. Il politeismo civico romano, privo di una vera e propria teologia, di una ortodossia e di strutture

gerarchiche di potere incaricate di preservarla e difenderla, era una religione ritualistica e non esigeva di un

sistema di adesione e riconoscimento. Non c’era da nessuna parte un registro in cui fossero elencate le

religioni consentite e quelle non.

III. Il contesto giuridico.

Il diritto umano e il diritto divino, presentano una distinzione:

- Nel diritto pubblico rientravano le cariche statali e sacerdotali

- Il diritto divino si occupava del diritto naturale, dei popoli e civile.

I due diritti sono interagenti, dalle Leggi delle Dodici tavole alla codificazione teodosiana il diritto pubblico

rimase il criterio di misura anche del diritto privato.

La giurisprudenza romana aveva un carattere funzionale ai quesiti che venivano posti ai vari giurisperiti

fino all’imperatore, autorità massima in materia. Questo carattere aiuta a vedere nella giusta luce il

problema dell’efficacia delle disposizioni giuridiche, sempre legato alle situazioni contingenti che le

causavano e dipendente da un sistema giuridico diverso dal sistema anglosassone common law. Il

problema del controllo giuridico di culti e associazioni è presente in due leggi delle Dodici tavole: il divieto

di adunanze segrete ed il divieto di pronunciare carmina. L’atteggiamento di Roma verso le forme

alternative di religiosità presenti nell’Impero non può essere considerato intollerante e persecutorio. Con

Decio e poi con Valeriano, ci fu la prima vera persecuzione contro i cristiani 249 d.C.

IV. La “follia” dei cristiani.

Nell’arco del tempo che va dagli inizi del II secolo alla metà del III d.C. le comunità cristiane hanno

conosciuto un’ampia diffusione nell’Impero. Erano vietate le eterie, forme di riunioni o di associazioni

volontarie di tipo religioso, lecite ma che venivano vietate non appena sorgeva il sospetto che potessero

essere causa di turbativa dell’ordine, in quanto si temevano atti di magia o aspetti esoterici, non controllabili

pubblicamente.

L’aspetto del nome è fondamentale: la condanna a morte (tranne i cittadini romani), ha luogo solo per

coloro che insistono a rivendicare come loro vero nome quello di cristiano. E’ un tema politico che ha le sue

conseguenze: quello dell’appartenenza a un nuovo politeuma, a una nuova forma di cittadinanza – nuova

identità, è riassumibile nel nome di cristiano. I cristiani sono sudditi dell’unico vero monarca o imperatore,

Dio colui che assegna il potere all’imperatore, perché svolga i compiti politici, per i quali Dio lo ha scelto. Il

tema ritorna nella critica che Celso (filosofo pagano), rivolge ai cristiani nel suo Discorso veritiero, che

conosciamo grazie alla refutazione fatta da Origene verso il 250 d. C. nel suo Contro Celso. Celso ritiene

che le comunità cristiane appaiano come delle società segrete, con uno spirito di rivolta, delle “fazioni” in

opposizione con la società politica in cui vivono, la quale si manifesta in due parti:

1. Il carattere segreto dei loro culti e pratiche minaccia potenziale per ordine pubblico

2. Attraverso il loro comportamento minacciano apertamente l’ordine costituito.

Agli occhi di Celso, la natura della comunità dei cristiani destruttura il sistema politico – religioso romano.

A Cartagine, Tertulliano (pensatore originale da poco convertito) affronta l’accusa che quella cristiana è

una comunità politicamente pericolosa avanzata da Celso LEALISMO POLITICO DEI CRISTIANI, essi

pregano per la salvezza dell’imperatore e dell’Impero, unica fonte dell’autorità è Dio, rappresentante

terreno di tale autorità è l’imperatore. I cristiani pregano per la pace dell’Impero perché ne va anche della

loro pace.

Katéchon: essere misterioso che ha il compito di “trattenere” la potenze dilaganti del male, rimandando la

fine del mondo e la loro definitiva sconfitta, è identificato con l’Impero.

Per Tertulliano la comunità cristiana si configura come una realtà meta - individuale, che presuppone e è

basata sul sacrificio, rinuncia che il singolo compie nei confronti delle sue precedenti caratteristiche politico

– religiose. Al centro si trova la cena del Signore, forma liturgica conviviale che serve a rinsaldare il

sentimento di coesione e solidarietà del gruppo. Egli emerge un altro problema: i cristiani sono accusati di

essere inutili alla società, non partecipano alla vita pubblica e vengono meno nei fatti ai loro doveri di

cittadini, ciò comporta un contrasto con le leggi dell’Impero. La vera forza dei cristiani è la testimonianza

del martirio (figura teologica – politica delle comunità). Il martire diventa il centro sacrale della comunità, la

fonte + profonda e genuina del suo potere. In questa figura la comunità cristiana trova un parallelo per

quella fusione tra sacro e potere che aveva caratterizzato le forme di dominio pubblico. Egli non amministra

da vivo, ma da morto, attraverso i suoi rappresentanti legittimati.

V. La risposta di Origene.

Le comunità cristiane hanno seguito altre vie nell’interpretare il rapporto tra sacro e potere politico. Nella

via non conflittuale, il rapporto con l’impero e l’imperatore ha teso a sviluppare 2 aspetti presenti nella

letteratura apologetica 1. La coincidenza provvidenziale tra Impero romano e diffusione del cristianesimo,

2. Tema del katéchon. Origene, scrive verso il 250 d. C. alle critiche di Celso, in una situazione politico –

religiosa profondamente mutata, in quanto ci si trova davanti alla prima persecuzione contro i cristiani:

quella di Decio ci sono due diverse Chiese, diverse comunità, le quali sono consapevoli di far parte di

un’ISTITUZIONE: “La grande chiesa di Cristo”, dove i vescovi sono i successori degli Apostoli

(SACERDOZIO MINISTERIALE).

Quando scrisse quest’opera esisteva una Chiesa strutturata gerarchicamente, con a capo il vescovo e un

clero. L’esercito tendeva sempre più a diventare l’organizzazione dell’Impero. Origene non legittimava il

fatto che dei cristiani potevano fare i soldati, costruisce un’alternativa: la Chiesa nel suo insieme di

comunità dei cristiani, poteva partecipare a suo modo in difesa dell’Impero. I cristiani, pregando per

l’imperatore, formano uno “speciale esercito della devozione attraverso le intercessioni che domandiamo

per lui”. Educando cristianamente i cittadini, essi promettono a tutti l’accesso alla Gerusalemme celeste,

dove incontrastato regna Dio, unico e vero sovrano. La Chiesa con i suoi vescovi, diventa la mediatrice

indispensabile dell’unica cittadinanza che conta e che fonda e legittima quella terrena. Non esistono due

poteri distinti:

- I vescovi sono amministratori della città ed i cristiani gestiscono un servizio “più divino e più

necessario”, un potere spirituale che concerna la salvezza degli uomini.

- Il potere spirituale gestisce il potere politico, cioè formare dei buoni cittadini perché diventino dei

buoni cristiani e gestire le loro anime.

CAPITO 5 – La via dell’Oriente: Eusebio e il sovrano cristiano.

I. Una messa a punto.

In questo capitolo si prende in esame il modo differente in cui una tradizione comune, relativa ai rapporti tra

sacro – comunità religiosa – potere politico, ha conosciuto due interpretazioni differenti.

RIASSUNTINO DEI CAPITOLI PRECEDENTI:

1. Il rapporto tra sacro e potere si è configurato nelle antiche società mediterranee nella forma della

regalità sacra. Questa forma ha assunto diverse vesti e ha un fondamento sacro il re legittimo o è

di natura divina o è divinamente scelto e consacrato. E’ il mediatore del potere sacro che lo

trascende, in genere coincide con la Legge cosmica. Il suo compito è quello di amministrare la

giustizia – garantire il benessere dei sudditi e del cosmo.

2. Israele ha conosciuto forme monarchiche, il monarca è scelto dall’unico Dio, rappresentato dal

potere sacerdotale - centralità della figura di Samuele – nel contempo è un profeta. La presenza de

profeti, di un potere politico, la cui autorità discende direttamente da Dio, spesso critico nei confronti

del potere secolare. Il monoteismo si traduce, in una forma di teocrazia Dio è l’unico vero sovrano

universale, lui attribuisce i regni ed è l’unica fonte della giustizia. Il giudaismo ha elaborato una

figura politica: MESSIA.

3. La frase relativa al tributo da dare a Cesare non fonda alcuna concezione dualistica, Gesù si

presenta e viene visto come il Re dei Giudei. Il Cristo ha ricevuto dal Padre la signoria del mondo; si

pone il problema di intendere la vera natura di questo regno di Dio, se e in che misura esso è anche

un regno terreno.

4. La comunità cristiana primitiva sembra prendere le distanze dal mondo, si costruisce nel contempo

un’identità politica particolare, che ne permetterà un migliore radicamento. La novità maggiore è la

specifica vocazione politica. Viene meno la prospettiva teocratica, ora la comunità è il corpo di

Cristo. Se egli ha la signoria sul mondo, ne consegue che la comunità e/o i suoi rappresentanti si

trovano inevitabilmente portatori di un potere particolare, identificabile con lo Spirito che la abita.

5. Le comunità precostantiniane si sono costituite in una concezione politico – religiosa particolare in

quanto identificate dal possesso della verità, in esse abita lo Spirito del Cristo. Sono detentrici di un

potere alternativo e potenzialmente in conflitto con il potere politico costituito, rappresentato

dall’imperatore. Il potere politico imperiale viene desacralizzato privato di ogni fondamento

trascendente (dal momento che l’imperatore nella sua pretesa di essere divino, non fa altro che

imitare la simia dei che è Satana). Il vero potere politico cambia luogo, e si colloca nel cuore di una

comunità cristiana che coincide con la Grande Chiesa e i suoi rappresentanti istituzionali che

ricevono il potere dello Spirito, secondo un modello di unzione – consacrazione sacerdotale.

II. Il ritorno della regalità sacra.

Prendere in considerazione il modo in cui il rapporto tra sacro e potere si è riconfigurato in ambito cristiano

come effetto della svolta di Costantino e del riconoscimento del cristianesimo come religione e del fatto che

esso diventi religione di Stato.

Come si arrivò a Costantino?

In Occidente nel 360 d. C. muore Costanzo e suo figlio Costantino venne proclamato come imperatore,

alcune guerre, ma nel 324 era l’unico imperatore. Durante uno scontro (28 ottobre 312) con Massenzio,

Costantino ebbe una visione: “in questo segno (croce) vincerai”, egli vinse ed identificò nel Cristianesimo la

religione dell’impero. Nel 313 con l’Editto di Milano, i cristiani furono abilitati al culto pubblico e terminò la

persecuzione. Grazie a lui, il Cristianesimo si affermò: lo promuove attraverso una + “forte legislazione e

con una politica edilizia (edifici di culto, chiese sul modello della basilica moderna del bacino dell’impero e a

Roma). Nel 325 proclamò il Concilio di Micea inizia la lotta agli eretici, cioè coloro che non si adeguano

alle decisioni del Concilio.

- VIA DELL’ORIENTE:

Nel 313 la svolta di Costantino ebbe delle ripercussioni anche in Oriente, dove cresceva la visione della

regalità, impersonificata da un uomo cristiano, che portava in sé l’autorità di Dio, ma non aveva bisogno del

potere spirituale per legittimarsi SACRALIZZAZIONE DEL POTERE SPIRITUALE.

L’imperatore svolge il ruolo di Vescovo esterno, sorvegliando e tutelando la Chiesa. Il potere politico e

spirituale hanno un “rapporto sinfonico”. Dal 324 al 337 fu l’unico imperatore e poi morì.

“Due realtà unite senza separazione e confusione”, questa frase venne utilizzata nel Concilio di

Cancedonia (451 d. C.) per definire il dogma cristologico, la natura umana e divina di Cristo sono unite in

armonia. L’unico detentore del potere sacro è l’imperatore e la Chiesa è subordinata, il potere ecclesiastico

gerarchico non si è mai esteso, in quanto riconosce la legittimazione e non è contraria ad esercitar e il

potere politico.

- VIA DELL’OCCIDENTE:

Il vescovo di Milano Ambrogio, agisce come tale in quanto con l’imperatore Teodosio in Oriente si assume il

potere imperiale e successivamente in Occ. Egli tenne stretti rapporti con il Valentiniano II (imperatore

d’Occ.). Il vescovo voleva: desacralizzare il potere politico – la sovranità di Dio doveva essere difesa ed

imposta – chiesa contro i nemici, repressione, guerra: lotta contro ariani.

Nel 1453 cade l’Impero Romano d’Oriente, non c’era l’imperatore, bensì lo ZAR. Venne a crearsi la 3^

Roma, a Mosca: nuova sede del potere spirituale. Nel 1917 lo zar terminò (riv. Russa).

Con Costantino l’impero ritorna a essere governato da un unico imperatore. Inaugura la separazione tra

pars Orientis e pars Occidentis: una differenza linguistica - culturale – politica. Le Chiese cristiane

conosceranno questa separazione a partire dalla lingua, nella creazione di due confessioni alternative: la

Chiesa ortodossa d’Oriente (rifiuta la subordinazione della Chiesa di Roma) e la Chiesa cattolico – romana

d’Occidente.

1453 PRESA DI COSTANTINOPOLI da parte di Maometto il Conquistatore. L’impero con le invasioni

barbariche darà luogo a vari stati nazionali regni romano – barbarici, domineranno la scena EU fino al

tentativo di restaurazione di Carlo Magno, proclamato imperatore dal papa la notte di Natale dell’800.

Il monoteismo diventa la concezione + appropriata per un impero che aspira a conservare l’unità sei suoi

territori. All’unico Dio, sovrano del cosmo, corrisponde il governo dell’unico imperatore, a ciò designato da

Dio. La religione cristiana prende il posto della religione politica politeistica.

POTERE SACERDOTALE: la subordinazione delle Chiese, la loro difficoltà a opporsi al potere politico così

sacralizzato, una tendenza che ha contraddistinto le Chiese ortodosse fino ad oggi, anche se questo non

ha impedito l’esistenza di singole figure di martiri come figura passiva che cerca di scappare alle pretese e

alle ingiunzioni del potere politico ritenuto ingiusto.

Il mondo bizantino continua a sacralizzare il potere politico. La caduta del 1453 non significa la scomparsa

di questa concezione, bensì una metamorfosi: il posto del bizantino è preso dal sovrano moscovita, poi

dallo zar russo del XIX secolo, e poi dal governatore comunista del XX secolo.

III. La divisione delle vie.

Il pensiero di Eusebio, risulta d’importanza decisiva per l’influsso che essa ha esercitato sul modo in cui per

secoli sono stati dimostrati i rapporti tra chiesa ortodossa e potere imperiale.

Teodosio, occidentale diventato imperatore, proclama con l’editto di Tessalonica del 380 il cristianesimo

come religione di Stato. Il sacro non è appannaggio né del potere politico né di quello ecclesiastico. La via

presa dall’Oriente bizantino, sta nel sacralizzare la figura dell’imperatore, concentrando in lui i poteri di

rappresentazione e di mediazione: il patriarca svolgeva un ruolo di legittimazione.

In Occidente la figura dell’imperatore fu desacralizzata, il sacro rimase nelle mani del vescovo sotto forma

di potere spirituale preposto alla legittimazione del potere politico profano.

IV. Trasformazioni della regalità sacra.

L’operazione ideologica compiuta da Eusebio è un fenomeno di lunga data, la regalità sacra, la necessità

da parte del potere del sovrano di giustificarsi, consacrando la sua fonte attraverso una proiezione nel

registro della divinità. Questa operazione ha conosciuto vari modi: origine divina del sovrano come in

Egitto, divinizzazione postmortem, legame genealogico con una divinità. La cristianizzazione di Eusebio ha

portato all’eliminazione di queste forme. L’uomo è creatura e aspira all’assimilazione a Dio, entro certi limiti

creaturali. Questo è un vincolo teologico, è una scelta divina. Il tema nel caso cristiano diventa la condotio

sine qua non. Il sacro deve essere frutto di una consacrazione. La cristianizzazione dell’imperatore operata

da Eusebio, assiste alla ripresa di modelli biblici e risulta decisiva la funzione del Cristo, dal momento che

l’imperatore diventa un alter Christus. Il Cristo esercita funzioni di sacerdote ed episcopo, le quali

competeranno anche all’imperatore.

Elogio a Costantino è il discorso che Eusebio tenne nel 335 per celebrare il trentennale dell’imperatore.

L’opera si compone di due differenti discorsi, nei quali loda il sovrano a educare i futuri regnanti:

- Discorso per il trentennale manifesto della filosofia politica del nuovo impero cristiano.

E’ dedicato a Dio come Grande Re, rimandando alla concezione che al di sopra dei vari sovrani esiste un

unico sovrano. Vuole sottolineare la differenza tra il Grande Re – unico e vero detentore della sovranità, ed

il Figlio, il Logos – Cristo, cui questa sovranità compete indirettamente: è Dio in quanto Grande Re

l’autentico “detentore di tutto il regno e di ogni potere e autorità”. Nel II capitolo è precisato il rapporto del

Logos con Dio e dell’imperatore con il Logos. L’imperatore è il garante della Legge cosmica, la quale è

identificata nel Cristo e nel suo regno. Il compito dell’imperatore diventa rendere idonei i suoi sudditi per il

nuovo regno di Cristo, e dovrà farsi carico della salvezza dei suoi sudditi. La fonte del potere è la chiamata

divina, cioè l’elezione (l’imperatore non è tale per natura) e le emanazioni regali; il suo potere si fonda su di

un sacro che emana direttamente da Dio. Il nuovo compito dell’imperatore cristiano è celebrare il sacrificio

fondamentale, offrendo al Sovrano la sua anima regale e la sua mente. Egli imita Cristo, e si ha una

cristianizzazione della fondamentale funzione sacerdotale dell’imperatore pagano.

Il Logos svolge la funzione di anima mundi, di collante e fondamento della realtà cosmica, modello

neoplatonico, si carica di valenze politiche. Il regno del Padre è governato dal Logos, il quale crea l’impero

terreno e l’imperatore a immagine di quello paterno. L’imperatore è il delegato del regno del Padre in terra.

Egli ha il compito di liberare l’umanità dall’errore politeista – demoni – barbari – conducendola al vero culto,

all’eusebeia. Il sovrano regna in terra come il Logos regna nell’universo, è vicario di Dio e interprete del

Padre. Una novità è il soggetto Logos Cristo, media il rapporto tra Dio e l’imperatore, i quale può essere

immagine di Dio.

Eusebio sottolinea che l’imperatore, attraverso una vita virtuosa è impegnato in un’opera di imitazione. Il

passaggio da un imperatore scelto divinamente e apparentato alla divinità, a un imperatore scelto per

grazia, una creatura che si deve sforzare di riprodurre l’immagine di Dio attraverso la sua imitazione del

Logos – Cristo.

Inoltre, per lui l’imperatore non è “legge vivente” e non è “manifestazione divina”, titoli che attribuisce al

Logos.

- Discorso regale sui principi della teologia cristiana.

I tratti essenziali proposti da Eusebio sono i seguenti:

- Dio Padre, il Re dei re, il solo ingenerato, è l’unico Signore assoluto del cosmo.

- Il Logos Figlio, da lui generato, partecipa al suo regno, egli è la sua immagine, il suo delegato, non

crea il mondo, ma lo ordina, divenendone la Legge.

- L’impero romano è l’immagine dell’impero celeste e l’imperatore è a rigore dell’immagine del Padre.

- Costantino è presentato come un essere straordinario, egli partecipa direttamente al sacro divino, in

quanto dall’altra parte il Cristo che regna svolge funzioni sacerdotali ed episcopali, come

l’imperatore.

- In Occidente è il papato che cerca di farsi carico di una funzione imperiale: va verso una

sacralizzazione del potere ecclesiastico.

L’impressione che Eusebio dà è quella che il regno del Cristo coincida con l’impero di Costantino, cioè un

regno terreno con la realizzazione del regno di Dio promesso da Gesù.

CAPITOLO 6 – La via dell’Occidente: da Ambrogio a Gregorio VII

 I. La sacralizzazione del potere ecclesiastico: Ambrogio.

In Occidente, nel 380 la religione cattolica ortodossa – nicena – divenne religione di Stato. In questo

passaggio la figura fondamentale è quella di Ambrogio (339 – 397), vescovo di Milano. Nel frattempo in

Oriente il potere politico è sacro e subordina a sé la Chiesa, Ambrogio, desacralizza il potere politico,

sacralizzando anche il potere ecclesiastico. Egli tende a vedere nello Stato, e precisamente nell’imperatore

cristiano, il braccio secolare dei fini superiori della Chiesa, un potere che in caso di conflitto, non può che

cedere alle ragioni di Dio e della sua Chiesa. Il contesto storico è conflittuale, dal punto di vista religioso

ancora pluralista ed incerto, in cui si gioca per la Chiesa una partita decisiva la sua supremazia, a

cominciare dal confronto con l’arianesimo, ma anche il confronto con il paganesimo ed il giudaismo.

Ambrogio:

1. Rifiuta l’ordine imperiale di restituire delle chiese ai vescovi ariani.

A Milano, quando Ambrogio era vescovo, esistevano due Chiese: quella dei vescovi filoariani e quella dei

niceni o ortodossi. Nel 383 l’imperatore Graziano era stato assassinato dall’usurpatore Massimo e gli era

successo il dodicenne Valentino II. Nel marzo 385 il giovane imperatore esige da Ambrogio che la “basilica

della porta”, sia lasciata come tempio per il culto ariano. Appoggiato dal popolo, si oppose alla decisione

dell’imperatore il quale cedette. La lotta si riaccese nel 385, ma questa volta l’imperatore pretende la

“nuova basilica” (interno della città). Ambrogio resiste in modo passivo, appoggiato dal popolo cattolico. Il

23 gennaio 386 con un editto l’imperatore accorda a tutti gli ariani in ogni parte dell’Impero uguaglianza di

diritti con i cattolici, e tutte le Chiese dell’impero dovevano essere messe a disposizione. Con questo diktat

la reazione di Ambrogio è dura scrive una lettera all’imperatore in cui rivendica l’autonomia delle cose

ecclesiastiche, che non possono essere decise dal potere politico, sostenendo che “in materia di fede o di

gerarchia ecclesiastica deve giudicare che abbia pari grado e diritti simili”. Dei laici (come l’imperatore!) non

possono giudicare in materie ecclesiastiche.

Tra le accuse che gli avversari gli rivolgono ne riporta una secondo la quale egli mirerebbe ad avere +

potere dell’imperatore. Ambrogio si difende: alla Chiesa competono le cose di Dio, all’imperatore la

riscossione del tributo, il quale non è neutrale: o è amico e figlio della Chiesa cattolica, o ariano e suo

avversario. L’imperatore è nella Chiesa e non sopra la Chiesa. Il suo potere è condizionato e subordinato al

potere sacro che deriva alla Chiesa e ai suoi rappresentanti, la sola interprete autorizzata delle uniche vere

leggi che contano: quelle di Dio.

2. Celeberrima questione dell’ Altare della Vittoria (386 – 390) : in una lettera a Teodosio Ambrogio lo

minaccia velatamente di scomunica.

L’altare è sistemato nell’aula del Senato, davanti al quale i senatori giuravano fedeltà alle leggi e offrivano

incenso e vino agli dei. E’ il simbolo più autorevole sia della religione pubblica tipica dello Stato romano sia

del patto con le divinità protettrici dell’Urbe, sintetizzato nelle “pace degli dei”, secondo quel principio della

religione romana per cui la salvezza dello Stato dipendeva dal rispetto e cioè dal culto scrupoloso nei

confronti degli dei.

Ambrogio interviene con due lettere all’imperatore, in cui lo diffida dal ripristinare culti pagani incompatibili

con la fede cristiana. Si tratta di due documenti con cui si comprende il modo in cui il vescovo di Milano

vede i rapporti tra il potere sacro della Chiesa ed il potere politico.

Nella prima lettera (incipit), viene messo in chiaro il nesso fondamentale tra verità e potere. La verità,

unica, rivelata dal Dio unico è incompatibile con altre concezioni religiose; l’imperatore cristiano è al

servizio dell’unico Dio e della sacra fede. Chiunque è agli ordini di questo unico vero Dio gli deve fede e

devozione. Non è possibile alcun compromesso con la fede pagana, che va rifiutata. Simmaco espresse il

sostegno del mantenimento dell’ara, insieme al tema della pluralità delle vie. Ambrogio rispose duramente:

l’unicità della verità e sul potere che ne discende per chi la possiede, è un potere esclusivo ed intollerante.

Esiste un’unica via di Dio, cioè quella che lui ha rivelato e che i cristiani posseggono. Gli imperatori

pagani, costituiscono un esempio per gli imperatori cristiani: l’invito di Ambrogio è che il cristianesimo

prenda il posto di quella religione politica che era stata la caratteristica e la forza dell’Impero per secoli.

3. Sinagoga di Callinico nel 388 ed il rapporto con gli Ebrei.

Il rapporto con gli Ebrei è + un “conflitto interreligioso”, mette in luce l’antigiudaismo di Ambrogio e al

contempo il voler rinnovare il rifiuto del pluralismo religioso grazie a un uso strumentale del potere politico.

Nel 388 a Callinico, per istigazione del vescovo era stata incendiata la sinagoga e distrutti degli edifici.

Teodosio aveva ordinato al vescovo di ricostruire la sinagoga e di punire i monaci che avevano incendiato

l’edificio dei valentiniani. Ambrogio riesce a convincere l’imperatore a ritirare l’ordine e concedere l’impunità

totale al vescovo e alla comunità cristiana di Callinico. Nella lettera che Ambrogio indirizza a Teodosio,

introduce il tema della scomunica, per chi si opponeva. Il secondo tema è che Ambrogio si pone nei

confronti del potere politico secondo lo schema critico del profeta biblico che contesta. Ambrogio ricorda a

Teodosio la protezione che il Dio cristiano gli avrebbe concesso nel suo scontro con l’usurpatore Massimo

facendolo vincere. Ambrogio definisce i confini tra dimensione politica (“a Cesare”) e dimensione religiosa

(“a Dio”).

4. Massacro di Tessalonica del 390, al cui seguito Ambrogio umilia Teodosio, dimostrando la

supremazia del potere ecclesiastico.

In seguito a una sommossa provocata, sulla base di una nuova legge, che si era conclusa con l’assassinio

di un alto funzionario, Teodosio aveva fatto massacrare la popolazione di Tessalonica, città dove dieci anni

prima l’imperatore aveva pubblicato il famoso editto, che trasformava l’impero romano in impero cristiano.

Quando apprese il fatto, Ambrogio esigette dall’imperatore una penitenza pubblica di 9 mesi, che Ambrogio

scrisse direttamente a Teodosio. Ambrogio per la prima volta compie un atto pubblico: esclude per 9 mesi

Teodosio dalla possibilità di partecipare al sacrificio eucaristico, in segno di penitenza pubblica. In Oriente,

l'imperatore non può avere accesso al presbiterio, accessibile solo ai sacerdoti. L’imperatore in Occidente

si trova collocato nel “profano”, non partecipa in alcun modo a un sacro, cioè a un potere che si rivela come

l’unico vero potere a cui egli risulta vincolato.

II. Agostino teologo politico costantiniano.

Agostino scrisse “La città di Dio”. Il vescovo di Ipponia si è mosso sulle orme di Ambrogio, agendo come un

tipico teologo politico costantiniano, contribuendo a costruire un nuovo tipo di religione politica cristiana,


ACQUISTATO

17 volte

PAGINE

24

PESO

72.44 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher polemicarossa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei rapporti tra Stato e Chiesa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Billanovich Liliana.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in scienze politiche, relazioni internazionali, diritti umani

Appunti lezione diritto internazionale
Appunto
Riassunto esame Sociologia dei Diritti Umani, prof. El Houssi, libro consigliato Costruire la Libertà
Appunto
Diritti umani Appunti
Appunto
Domande diritto internazionale prof Pietrobon
Appunto