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Introduzione

La violenza nazista, di cui Auschwitz è il topos emblematico, ha acquisito sempre più importanza nella nostra memoria collettiva e ha rappresentato una svolta nella storia dell’Occidente tanto da essere paragonata ad eventi come la fine dell’Impero Romano che segna la fine dell’Antichità. Il genocidio degli Ebrei fu messo in atto ai fini di un rimodellamento biologico che no fu concepito come mezzo bensì come scopo ed è proprio questo che lo rende unico dato che questo limite estremo fu raggiunto una sola volta nella storia dell’Occidente.

Auschwitz rappresenta un periodo storico in cui gli uomini, nonostante i loro conflitti, le loro ostilità e le loro guerre, non si percepivano reciprocamente esseri umani. Il nazismo, nonostante la sua singolarità, ha una storia che non può essere compresa né entro le frontiere della Germania, né entro il limite temporale del 900.

Interpretazioni storiche del nazismo

Molti storici hanno provato a spiegare il genocidio e i crimini nazisti, distogliendo lo sguardo dal contesto occidentale. Traverso ne riprende tre:

  • E. Nolte che interpreta il nazismo come anti-bolscevismo;
  • Furet che interpreta il nazismo come reazione antiliberale, proprio come il comunismo;
  • Goldhagen che interpreta il nazismo come una patologia tedesca.

Nolte ha studiato il genocidio degli ebrei come epilogo di una guerra civile europea che inizia nel 1917 con la Rivoluzione Russa. Per Nolte, Auschwitz era una copia delle barbarie commesse dal bolscevismo e quindi anche dagli ebrei che facevano parte del movimento comunista russo. Per Nolte quindi, dato che gli ebrei erano responsabili dei massacri messi in atto dal bolscevismo, si trasse la conclusione che occorreva sterminarli come punizione e misura preventiva. Sicuramente il nazismo nacque come reazione alla rivoluzione russa e al comunismo ma questo non significa che il suo antisemitismo può essere considerato come una derivazione del bolscevismo.

Furet presenta il fascismo e il comunismo come due facce della stessa medaglia perché, nonostante il loro antagonismo, erano entrambe contro il liberalismo ed erano entrambi regimi totalitari. Furet isola questo episodio dal contesto occidentale perché considera il totalitarismo una sorta di anti-Occidente.

Goldhagen vede il genocidio ebraico come il risultato di una malattia nazionale. Secondo lui, questo crimine fu concepito come un progetto nazionale tedesco di cui Hitler non fu altro che il principale esecutore e gli aguzzini agirono soprattutto grazie al sostegno della società tedesca che era convinta che gli ebrei meritavano di morire. In realtà, agli inizi del 900, gli ebrei erano riusciti a ritagliarsi un piccolo spazio all’interno della società tedesca quindi l’antisemitismo tedesco, diventa ideologia a causa di altri eventi come il trauma della 1a guerra mondiale e un cambiamento nei rapporti sociali del paese.

Queste interpretazioni sembrano avere un atteggiamento apologetico nei confronti dell’Occidente mentre, Traverso fa proprio il contrario perché porta l’attenzione sull’ancoraggio profondo del nazismo, della sua violenza e dei suoi genocidi, nella storia dell’Occidente, dell’Europa del capitalismo industriale, del colonialismo, dell’imperialismo, della rivoluzione scientifica, del darwinismo e dell’eugenismo. Traverso cerca di studiare le origini di questa violenza piuttosto che le cause e lo fa analizzando due piani. Il primo piano prende in considerazione la modernizzazione e la serializzazione dei dispositivi di messa a morte tra la Rivoluzione industriale e la 1a guerra mondiale: le camere a gas e i forni crematori sono l’epilogo di un lungo processo di disumanizzazione e industrializzazione della morte. Il secondo piano analizza la nascita degli stereotipi razzisti e antisemiti che attingono allo scientismo di fine secolo. La convergenza tra questi due piani, uno materiale e l’altro ideologico, inizia a profilarsi durante la 1a guerra mondiale e trova una sintesi nel nazismo.

Sorvegliare, punire e uccidere

La ghigliottina e la morte seriale

La Rivoluzione Francese ha segnato una svolta nella storia della violenza in Occidente. Una delle caratteristiche fondamentali di questa rivoluzione è sicuramente l’introduzione della ghigliottina. La ghigliottina sarà una delle tappe fondamentali nel processo di serializzazione dei modi di messa a morte. Se l’esecuzione di Luigi XIV rappresenta la fine dell’Antico Regime, lo strumento con cui è ucciso (la ghigliottina) rappresenta l’arrivo della modernità nella cultura e nelle pratiche della morte. Questa macchina, inventata in Italia e portata in Francia da Guilliotin, sostituiva le sofferenze che la Rivoluzione voleva abolire e inoltre aveva il vantaggio di non far versare il sangue dell’uomo per mano di un altro uomo ma di far eseguire l’omicidio da uno strumento senz’anima.

Per capire bene le novità della ghigliottina bisogna far riferimento alla pena capitale durante l’Antico Regime e alla figura del boia, persona poco onorevole ma allo stesso tempo indispensabile per la società e per il sovrano di cui era il braccio destro. Durante la Rivoluzione, la figura del boia che quindi eseguiva gli ordini del sovrano, scompare con lui (Luigi XIV è ucciso) per essere sostituita dalla ghigliottina che diventa il nuovo simbolo della sovranità.

Con l’introduzione della ghigliottina si ha l’entrata della rivoluzione industriale nella sfera della pena capitale. L’esecuzione meccanizzata cessa di essere uno spettacolo e diventa un dispositivo tecnico di omicidio seriale, impersonale, efficace, silenzioso e rapido. Il risultato finale sarà la disumanizzazione della morte. La crescente insofferenza della società nei confronti delle torture inflitte ai condannati aveva fatto sì che la ghigliottina apparisse come un progresso dell’umanità e della ragione, come un’innovazione che metteva fine alle torture e all’inumanità.

All’entrata in scena della ghigliottina corrisponde anche l’emancipazione del boia che diventa un semplice funzionario e quindi anche un cittadino eleggibile. Ad accompagnare lo sviluppo di questo dispositivo ci sono 4 figure che saranno fondamentali anche per il Terzo Reich e l’operazione T4 e sono:

  • Il medico preoccupato di eliminare la sofferenza dei suoi simili;
  • L’ingegnere che era ossessionato dal funzionamento di questa macchina;
  • Il giudice che sentenzia sul diritto di vita e di morte;
  • Il boia che si spoglia dalle vesti regali per diventare un semplice funzionario che sorveglia la macchina.

Attraverso l’utilizzo di questo apparecchio, quindi, si dà inizio all’era dei massacri tecnologici, in cui l’esecuzione indiretta, realizzata tecnicamente, elimina l’orrore della violenza visibile e ne rende possibile la moltiplicazione infinita. In questo modo si ha anche la deresponsabilizzazione dell’esecutore che non è più l’uomo ma una macchina per cui si ha il primato delle macchine sugli uomini: l’obsolescenza dell’uomo.

La prigione e la disciplina dei corpi

Nel corso del XIX secolo, la festa punitiva che si teneva nei luoghi pubblici e quindi sotto lo sguardo della gente, lascia il posto all’esecuzione occulta e all’ascesa dell’istituzione carcerale come luogo chiuso nel quale si sperimentavano vere e proprie tecniche coercitive. È il principio di chiusura che si impone nella società occidentale, infatti questo principio, insieme a quello della disciplina del tempo e del corpo, della divisione razionale e meccanica del lavoro, insieme al principio di gerarchia sociale e sottomissione dei corpi alle macchine, è presente non solo nelle prigioni ma anche nelle caserme, nelle workhouses e nelle fabbriche tanto che la disciplina delle fabbriche è stata paragonata a quella dell’esercito e l’operaio al soldato.

Tappa fondamentale nella creazione di queste istituzioni chiuse era il progetto panottico di Bentham che annunciava un nuovo sistema di controllo sociale e di disciplina dei corpi che secondo lui era applicabile alle prigioni, alle fabbriche e alle scuole. Nelle prigioni però, a differenza delle fabbriche, il lavoro forzato dei detenuti non era più concepito come fonte di profitto ma come punizione e metodo di tortura. Un esempio di disciplina panottica e macchinale è il ‘’mulino disciplinare’’ inventato nel 1818 da William Cubitt e utilizzato in molte prigioni britanniche. Conseguenza inevitabile della diffusione di queste pratiche repressive fu l’aumento del tasso di mortalità dei detenuti, infatti le prigioni dell’inizio del XIX secolo sono considerate le antenate del sistema concentrazionario moderno perché caratterizzate entrambe dal lavoro coercitivo, dalla violenza inutile, dal controllo di tipo militare e dall’assenza totale di libertà.

Excursus: il sistema concentrazionario nazista

Durante la 2a guerra mondiale, la Germania si trasformò gradualmente in un sistema schiavistico moderno cioè basato sul lavoro coercitivo degli stranieri. Nel 1944, questa manodopera contava circa un quarto della classe operaia industriale a cui appartenevano anche i deportati dei campi di concentramento nazisti, infatti, si decise di rendere produttivo il loro lavoro che fino ad allora era esclusivamente punitivo e disciplinare. Gli strati superiori di questo esercito di lavoratori erano formati da civili provenienti dai paesi occupati dell’Europa occidentale, quelli inferiori dai prigionieri di guerra sovietici e dai civili polacchi e ancora più in basso poi c’erano gli ebrei e gli zingari che, fuggiti dalle camere a gas e dalle esecuzioni, erano stati selezionati per il lavoro forzato.

Il nazismo aveva creato un modello di taylorismo biologizzato. Secondo Taylor, il lavoro doveva essere diviso e gerarchizzato in base alle diverse funzioni del processo di produzione e secondo il nazismo, la divisione del lavoro corrispondeva anche a una divisione razziale che fissava la gerarchia interna dei lavoratori schiavi annullando così il principio di uguaglianza. In realtà le condizioni lavorative a cui erano sottoposti i detenuti dei campi di concentramento fecero sì che avvenisse uno sterminio attraverso il lavoro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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