Estratto del documento

Non è lavoro, è sfruttamento

Marta Fana

Capitolo 1

Miserie e splendori del lavoro: un immaginario da ricostruire

Durante gli ultimi decenni la rappresentazione del lavoro della quotidianità dei lavoratori è scomparsa dall'immaginario della cultura. La creazione di vere e proprie periferie nel mondo del lavoro è stata giustificata come l'unico strumento efficace per affrontare le difficoltà a trovare il primo impiego da parte di categorie poco partecipi come le donne oppure più vulnerabili come giovani e gli immigrati, accompagnati dalla precarizzazione di ogni forma di lavoro come per i contratti a tempo indeterminato.

C'è da considerare poi lo scontro generazionale: ad esempio padri garantiti stanno togliendo lavoro e possibilità di lavorare ai propri figli. Le condizioni di vita di milioni di persone sono usate per la costruzione di un'immagine funzionale a rappresentare un nemico da creare, come il caso dei dipendenti pubblici o degli operai in lotta e un'azienda da esaltare. Più recentemente il nemico è incarnato dagli immigrati.

La retorica dominante indica l'immigrazione come causa ultima del crollo di diritti e salari, nonostante sia evidente che l'Italia da molti più anni rispetto all'inizio dell'attuale ondata di immigrazione vive un vero e proprio esodo verso l'estero. Secondo quanto riporta l'Istat, le migrazioni negli ultimi 5 anni si sono ridotte del 27%, le emigrazioni invece sono aumentate passando da 82.000 a 147.000.

Anche nelle regioni del meridione, dove lo sfruttamento è prassi, si agita lo spettro dell'immigrato che ruba il lavoro, senza mai ricordare che già prima dell'arrivo dell'immigrato la disoccupazione giovanile raggiungeva tassi superiori al 50%. L'immagine dell'immigrato, causa dei mali di questo paese, è utile per nascondere ciò che realmente avviene quotidianamente contro lavoratori italiani e stranieri: agitare la guerra tra poveri è il gioco prediletto di chi sullo sfruttamento dei molti mantiene il proprio potere.

Dei conflitti che popolano le relazioni industriali non deve sapere nessuno. Un conflitto che si è scelto strategicamente di ignorare. Quel che quotidianamente viene raccontato è una realtà che non esiste, fatta di mobilità sociale, di brevi periodi di precariato, con la possibilità di uscire da uno stato di bisogno attraverso il lavoro.

Metabolizzare il lavaggio del cervello quotidiano operato a uso e consumo delle élite, non fa altro che distogliere lo sguardo dalle vere cause e responsabilità e da possibili rimedi. Continuano a trovare legittimazione opinionisti d'accatto che provano ad imporci un ribaltamento della realtà per continuare a garantirci un posto nel mondo, e anche opzioni politiche superate dalla storia e ormai incompatibili con il nostro paese.

Chi adotta prospettive politiche che scongiurano la necessità di abolire l'intero impianto del Jobs Act, fermandosi nel migliore dei casi a una revisione di facciata, sono gli stessi che avallano l'aumento dell'età pensionabile e ritengono che sia possibile creare solidarietà tra le generazioni riducendo ancora le pensioni di oggi. Attraverso questa lente falsata, quel che rimane nel mondo del lavoro è un racconto ipocrita che si commuove per le proteste degli operai nelle fabbriche lager del Pakistan o per le stragi in quelle del Bangladesh, come fossero eventi esotici legati dall'incedere dell'ordine globalizzato.

Più ci si avvicina ai confini dell'Italia più il conflitto, quando non ignorato, è ormai relegato a una questione di cronaca di ordine pubblico. Nei fatti si tratta di repressione: risalgono al 2014 le immagini dei lavoratori delle acciaierie manganellati. Il titolo di apertura nei giornali è: "Scontri!".

L'oggetto della discussione è la coscienza di classe la cui esistenza è negata nella retorica dominante per sgomberare il campo dalla resistenza a tutte le scelte politiche che in questi anni hanno decretato l'inasprirsi delle diseguaglianze economiche, politiche e sociali (repressione). Non sempre la questione di classe si esprime con una direzione politica, ma quando accade è irresistibile.

In particolare si è di fronte a una vera e propria proletarizzazione della classe lavoratrice dove livelli di sfruttamento intensivo riguardano ampi settori dell'economia e coinvolgono sia il lavoro manuale sia quello intellettuale da giovani fattorini delle consegne a domicilio gestite dalle piattaforme digitali ai giovani avvocati, dai giornalisti precari freelance e non, agli ultimi arrivati nelle grandi società di consulenza.

Per questa ragione l'urlo dei lavoratori a nero coinvolge anche tanti collaboratori e partite IVA che per sfuggire alla solitudine per anni uscivano di casa per andare a lavorare seduti al tavolino di un bar qualsiasi, finché qualche illuminato non ha deciso che anche la solitudine può essere messa a valore. Allora la solitudine di collaboratori e freelance diventa oggetto di innovazione sociale in cui i privati mettono a disposizione spazi a pagamento dove lavoratori possono recarsi e sentirsi meno soli, perché spesso i collaboratori non hanno neppure il diritto a una postazione in azienda e gli è proprio vietato andarci perché semplicemente non sono coperti da un'assicurazione.

Così il luogo di lavoro è altrove, anzi non esiste, ognuno si crea il suo. Ed ecco la innovazione: l'emergere di spazi di coworking dove apparentemente si lavora insieme, ma molto più realisticamente ognuno se ne sta per i fatti suoi. Mettere a disposizione uno spazio di coworking viene spesso raccontato come l'offrire un servizio che dà l'opportunità di incontrarsi, di fare rete, scambiarsi idee a pagamento.

Infatti per sentirsi meno soli si spende intorno ai €15 al giorno. Possiamo dire allora che il mercato se ne approfitta. Solitudine e frammentazione create dai processi di precarizzazione produttiva rimangono questioni private a cui il mercato risponde a carico dei lavoratori ed è pronto a trarre un po' di utili. In questo caso infatti la solitudine e la frantumazione del lavoro diventano nuovi mercati e la condivisione non ha un connotato sociale, bensì di mercato: si paga per condividere qualcosa che non si ritiene a parte la frustrazione.

Vengono tagliati i controlli e le ispezioni sul lavoro mentre si spendono soldi pubblici, quelli dei lavoratori, per i rastrellamenti degli immigrati. Così se un operaio muore mentre lavora è distrazione, un incidente. Le morti bianche, cioè quelle sul lavoro, compaiono per poche ore sulle pagine dei giornali. I dati dell'INAIL degli ultimi quattro anni rivelano che i morti sul luogo di lavoro sono circa 1000 lavoratori ogni anno.

Sono cifre che sottostimano il fenomeno in quanto non tutti i lavoratori sono registrati presso l'INAIL, come liberi professionisti, i vigili del fuoco, i coworking o quelli che lavorano a nero. Ogni giorno in Italia più di 3 persone muoiono sui luoghi di lavoro, a cui vanno aggiunte gli infortuni e tutte le malattie. Nel 2016 le denunce per infortunio sul lavoro sono oltre 600.000, neanche fossimo in guerra.

Un altro caso di come la tecnologia impatti sulle condizioni di lavoro: alcune aziende hanno scelto di sostituire le squadre di vigilanza con dei braccialetti elettronici indossati da un unico addetto alla sicurezza, allarmando la centrale operativa che si trova fuori dallo stabilimento. Solo allora saranno attivati i soccorsi. Peccato però che il tempismo non può essere garantito come avveniva quando a vigilare si era almeno in due.

La probabilità di incidere è inoltre proporzionale all'inesperienza e inversamente correlata con la conoscenza dei luoghi di lavoro. Si precarizza il lavoro: g,j incidenti aumentano soprattutto lì dove i lavoratori temporanei non ricevono neppure una formazione sulla sicurezza. Capita che i premi aziendali siano ancorati alla riduzione degli incidenti sul lavoro: cioè i lavori possono percepirlo se in azienda diminuiscono gli incidenti sul lavoro.

I lavoratori allora sono incentivati a non dichiarare gli infortuni, contano anche le assenze per malattia. Cedendo alla narrazione tossica che arriva dall'alto, di fronte al sopruso dei potenti si abbassa la testa, di fronte al furto quotidiano di diritti e salari ci si rivolge con remissività, con l'illusione che da quelle autorità il capitale e chi lo governa si può sempre ricevere qualcosa.

Capitolo 2

Dal lavoro a chiamata ai voucher: andata e ritorno

Con la crisi del 2008 le massicce dosi di flessibilità nel mercato del lavoro mostrarono il loro vero volto. La politica aveva però un compito: quello di negare negare sempre, soprattutto di fronte ai giovani. Quelli espulsi in massa dai processi produttivi, quelli che un lavoro non riuscivano proprio a trovarlo indipendentemente dal titolo di studio. La disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni è cresciuta dal 18% del 2009 al 30% del 2016. Essere bamboccioni, termine coniato dal ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa, era ormai un complimento. Stavano per arrivare gli sfigati, gli schizzinosi. Si diceva ''dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo". Elsa Fornero nel 2012 ha detto "Non bisogna mai essere troppo choosy".

Così i giovani avevano bisogno di una dose più massiccia di distrazione di massa che dirottasse la frustrazione ed evitasse ad ogni costo che questa si tramutasse in voglia di riscatto. Diventata una guerra tra poveri e diseredati mascherata da guerra intergenerazionale di padri contro figli prima di tutto. Poi è arrivato il tempo degli immigrati che però nel frattempo erano costretti a lavorare gratis.

Ciò che emerge dalle parole di chi è stato chiamato a governare il paese all'esplodere della crisi è un profondo disprezzo nei confronti dei lavoratori e disoccupati chiamati solo a sacrificarsi sull'altare della competitività e dei profitti delle imprese finanziarie, e non a caso proprio la riforma Fornero oltre a demolire l'articolo 18 permise alle imprese di disporre in modo indiscriminato di un enorme esercito di riserva.

Da un lato venivano aumentati del 1,4% i costi dei contratti a termine a carico dei datori di lavoro, dall'altro si escludeva l'obbligo di comunicare la causa del ricorso al contratto a termine per i primi 12 mesi. Con una mano si stringevano le possibilità di ricorrere al lavoro intermittente o a chiamata e con l'altra si liberalizzavano a tutti i settori produttivi i buoni lavoro voucher. Ma la storia dei voucher e del lavoro a chiamata non nasce con la Fornero, bensì con la riforma Biagi-Maroni del 2003. Nel caso di Under 25 over 45 è necessario che siano disoccupati o in mobilità. Nel 2005 la condizione di disoccupato decade e la legge estende a tutti la possibilità di lavorare a chiamata.

In pratica il lavoratore può concedere al datore di lavoro la propria disponibilità ad essere chiamato...(per questa sua disponibilità riceve addirittura un compenso!) e si accolla l'obbligo di rispondere alla chiamata. Oppure può non dare la propria disponibilità: quindi se arriva la chiamata ed è libero bene, altrimenti il datore di lavoro dovrà cercare altrove. Dopo alcuni tentativi la riforma Fornero decise di limitarlo agli under 24 e agli over 55. L'efficacia della riforma Fornero in termini di riduzione del lavoro a chiamata è registrata dai dati: l'incidenza degli avviamenti di contratti a chiamata sul totale dei contratti torna ai valori del 2010, ovvero il 4%, la metà rispetto al picco massimo raggiunto a inizio 2012, circa al 8%.

Solo una cosa non toccò la riforma del lavoro intermittente attuale dal governo Monti: i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. E non è un caso perché la flessibilità non è neutra, scarica il suo peso sulla parte più debole, il lavoratore in balia del ricatto della disoccupazione. Gioco facile per le aziende, a cui la Fornero dimenticò di apporre un limite massimo complessivo di lavoratori a chiamata: la legge dispose infatti un tetto massimo per ciascun lavoratore di non più di 400 giornate lavorative in un triennio, ma alle aziende fu accordato il diritto di usare le 400 giornate di ciascun lavoratore e poi cambiarlo con un altro.

Non accettare quanto richiesto dal datore di lavoro espone direttamente alla perdita dello stesso, ma piegarsi al ricatto significa contestualmente cedere un diritto. Così è stato per Chiara che dopo due anni si è licenziata all'ipermercato in cui faceva la cassiera, ha lavorato 510 giornate in due anni (oltre il limite) non ha prove e non può denunciare. Alle restrizioni all'uso del contratto a chiamata fu affiancata, sempre nel 2012, la totale liberalizzazione dell'utilizzo dei voucher.

Nel 2003 i buoni lavoro erano rivolti a regolarizzare i lavori occasionali e accessori di tipo domestico o in agricoltura. Bisognava fare qualcosa contro il lavoro nero, si diceva. L'idea fu quella di creare e liberalizzare uno strumento incostituzionale per porre rimedio a un'attività irregolare. Insomma un'idea geniale! Già dal 2008 il governo Berlusconi ribadisce che le attività di lavoro occasionale non avrebbero dato diritto alle tutele per malattia, maternità, disoccupazione, né gli assegni familiari. Nel 2009 il processo di liberalizzazione accelerò e con il decreto legge n. 5 fu ampliata la platea dei potenziali prestatori di lavoro accessorio e, a casalinghe, pensionati e studenti, si aggiunsero i percettori di prestazioni integrative del salario o con sostegno al reddito, a cui fu data la preziosa possibilità di diventare prestatore di Lavoro Accessorio in tutti i settori con un limite di importo annuo di €3000. I buoni lavoro acquistati passarono infatti dai 500.000 del 2008 ai 2,7 milioni del 2009.

Se arrivano un batter d'occhio alla già citata riforma Fornero del 2012 che sancì la definitiva liberalizzazione dello strumento fra il 2012 e il 2014 il numero di voucher venduti è cresciuto da quasi 24 milioni nel 2012 A 69 milioni del 2014. Come quel 23 enne che faceva il saldatore a voucher in una fabbrica nel Modenese e che un giorno per un incidente ha perso tre dita sotto una pressa ed è rimasto a casa senza convalescenza e malattia retribuite. Nei fatti ha perso il lavoro, ma stavolta non c'è neppure bisogno di licenziarlo perché i voucher non sono un contratto! E chissà quante delle spese mediche affrontate saranno effettivamente coperte dall'assicurazione INAIL: infatti è previsto un compenso di €0,70 per ogni voucher da €10, nonostante l'istituto avesse un introito non indifferente.

Dopo il governo Monti arrivò il governo giovane e Cool, quello di Renzi, che non faceva che peggiorare le cose. Anche il suo Jobs Act introduce alcune modifiche normative sul Lavoro Accessorio: la modifica apportata nel 2015 riguarda l'aumento del tetto massimo di reddito annuo percepibile da €5000 a €7000. È stata inoltre confermata l'ineleggibilità per forme di sostegno al reddito in caso di disoccupazione malattia e maternità. Nuovi record per l'uso dei voucher: solo nel 2016 ne sono stati venduti 133 milioni.

Alcuni datori di lavoro ad esempio hanno trovato normale far riscuotere i buoni lavoro ai voucheristi e farsi restituire parte della retribuzione, nessuno denunciava. C'è chi vorrebbe denunciare ma non sarebbe diverso se fosse l'unico a denunciare... se anche i suoi colleghi capissero una volta per tutte che tanto la fame la si fa comunque in queste condizioni soprattutto se davanti e in alto hai sempre loro, quelli per cui flessibilizzare il mondo del lavoro avrebbe garantito crescita e prosperità.

Al diavolo la Costituzione, quella che l'articolo 36 prevede che "il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale a ferie annuali retribuite e non puoi rinunciarvi". Quella Costituzione costantemente ignorata tutte le politiche che hanno volutamente frantumato il mondo del lavoro. Decenni in cui la politica ignorava la costituzione e quando non la ignorava faceva di tutto per manometterla.

Una questione che sembrava sopita anche nelle società riemerse con forza nel 2016 quando, per farla breve, il governo Renzi decise di riformare la seconda parte. Se andrà al referendum lo 87% di chi aveva votato no giudicava negativamente l'operato del governo e di Matteo Renzi. Si scoprì solo quel giorno che la questione sociale in Italia non era affatto morta. Se ne accorsero tutti anche il ministro del lavoro Poletti che all'indomani del voto referendario espresse con limpidezza la necessità di evitare un altro referendum, quello sul lavoro promosso dalla CGIL per l'abrogazione dei voucher. Con un decreto d'urgenza convertito prontamente in legge il governo abroga voucher e introduce le discussioni preventiva degli appalti per paura non della CGIL, ma di una politicizzazione conflittuale dei lavoratori e disoccupati tutelati dalla CGIL. Il governo non poteva scendere e la pressione sociale non poteva lasciar passare l'idea che la democrazia avesse vinto due volte. Le pagine dei giornali sono state riempite di una propaganda indecente che accusava l'abolizione dei voucher di tutti i mali del Mercato del Lavoro italiano, migliaia di posti di lavoro che sarebbero sta

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher perrellsss di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi di inclusione ed esclusione sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Tuorto Dario.
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