L’eclissi della cultura (Manattini-Stauder)
Dalla cultura alla cultura (e ritorno)
Introduzione
Herder, Gehlen e Geertz definiscono l’uomo come un animale manchevole, la cui estrema apertura al mondo è dovuta a un corredo organico caratterizzato da una marcata carenza istintuale. Accanto a questa posizione si affianca la prospettiva di Levi-Strauss e Leroi-Gourhan, secondo cui la dimensione culturale compare molto prima della specie umana e, evolvendosi, ha prodotto un essere vivente biologicamente plasmato dalla cultura.
Un essere aperto al mondo
L’uomo, diversamente dall’animale, non ha un ambiente specifico, è in contatto con un mondo indeterminato: il suo modo di rapportarsi all’esterno non è dato a priori, ma lo costruisce di volta in volta a partire dalle sue potenzialità, che non trovano un ambiente specifico che le inneschi, ma ambienti manipolati ad hoc che consentano il realizzarsi di capacità che rimarrebbero altrimenti inespresse. L’uomo non sarebbe quindi aperto sul piano biologico poiché povero di istinti, ma sarebbe la cultura stessa il fattore determinante che fa dell’uomo un essere biologicamente aperto.
Il progressivo affidarsi alla cultura avrebbe quindi svuotato almeno in parte l’essere umano di caratteristiche innate, delineando un percorso evolutivo in cui sono stati favoriti gli esseri che più si adattavano agli ambienti culturali. La cultura si naturalizza e ci rende dotati di un cervello che funziona soltanto in ambienti culturali che prendono il posto del biologico e ci uniformano. L’incompletezza può essere tuttavia interpretata come un valore positivo: Morin parla infatti di neotenìa, ossia del protrarsi di tratti infantili in età adulta. Il regresso dei comportamenti istintuali innati porta infatti alla perdita di sicurezza che sta alla base dell’estrema apertura all’ambiente naturale e sociale e all’acquisizione di plasticità e disponibilità. La neotenìa è quindi la liberazione della specie da caratteri speciali legati all’adattamento al particolare ambiente.
La cultura è quindi all’origine della manchevolezza dell’essere umano, che è il frutto più evoluto della cultura stessa. Essa è quindi sia la condizione iniziale del processo di ornamento sia il modo di far fronte alla manchevolezza. Remotti sostiene infatti che tutte le società devono “fare umanità”. Si ha quindi un secondo senso di “cultura”, che produce chiusura poiché fornisce determinazioni specifiche a seconda delle società. L’adesione a quei valori è all’origine della mutilazione della natura umana, poiché tolgono le potenzialità originarie per realizzarne solo alcune (si pensi all’acquisizione di una lingua specifica o alla chiusura culturale).
La neurofisiologia descrive infatti la selezione sinaptica che il cervello opera nei confronti della sovrabbondanza iniziale di possibilità inattuali, causata dalla mancanza di specificazione biologica determinata. La sovrabbondanza è quindi un dato biologico, mentre il contenimento selettivo è un dato storico-sociale.
Come si chiude un mondo aperto
L’uomo ha portato a termine il compito antropo-poietico detto “mitopoiesi”, che Tullio-Altan descrive in tre momenti:
- La destorificazione di un elemento della realtà;
- La trasfigurazione di tale elemento in un archetipo o immagine esemplare, creando un universo simbolico;
- L’identificazione in questa immagine, attraverso cui gli uomini danno senso alla propria vita e si sentono protetti grazie alla possibilità di riconoscersi reciprocamente.
Bettini analizza invece i concetti di radici e sommità, utilizzati nei meccanismi culturali formativi:
- Le radici vengono utilizzate come richiamo identitario a valori senza i quali ci si sentirebbe in balia delle tempeste. L’enfasi sulla tradizione è generata dalla difficoltà di reperire sulla scena socioculturale delle differenze Noi/Loro per costruire un modello culturale che impedisca la contingenza, il possibile altrimenti. Si costituisce quindi un dispositivo di autorità: si simula, cioè, per via metaforica, un’appartenenza naturale estesa a un gruppo a prescindere dalla volontà dei singoli. Le foglie, quindi, non possono che seguire le linee-guida determinate dalle leggi naturali, dal fondamento biologicamente primordiale che fa sentire l’uomo al sicuro circa la sua identità.
- Le sommità, al contrario, rappresentano il valore di ciò che sta in alto e dal quale discendiamo. Si appartiene gli uni agli altri in quanto discendenti da un identico antenato.
La mitopoiesi ha quindi una funzione di imprinting culturale, che forma esseri relativamente chiusi agli altri mondi e per cui le verità culturali vengono vissute come necessità del funzionamento dell’animale umano. Piazzi sostiene che l’identificazione sia l’elemento qualificante della mitopoiesi poiché l’uomo stabilisce un rapporto con la comunità di appartenenza attraverso la trasfigurazione degli elementi nell’universo simbolico. La Comunità dà forma alla mente dell’individuo, profondamente segnata dalla pervasività dell’identificazione. “Mentalizzare il corpo” vuol dire, per Piazzi, “fare in modo che il vivente che è nel corpo venga alterato e reso compatibile con la mente”. Le idee si sono sedimentate nel contesto culturale al punto da non essere più discutibili, ma stabilizzate all’interno di un quadro significativo.
Mentre gli animali vivevano in nicchie ecologiche, habitat dominati sempre dalle stesse condizioni, l’uomo si trova in uno pseudoambiente in cui costruisce, secondo Virno, un rapporto di pseudoimmedesimazione, costruendo un cervello più evoluto rispetto a quello animale proprio per far fronte alla precarietà e all’assenza di incardinamento. Huter sostiene infatti che non restava all’uomo che “potenziare e sviluppare” un cervello i cui modelli di circuito definitivi restassero più a lungo modellabili per mezzo di esperienze proprie in una sorta di ricostruzione.
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