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evoluto rispetto a quello animale proprio per far fronte alla precarietà e all’as-

senza di incardinamento. Huter sostiene infatti che non restava all’uomo che “po-

tenziare e sviluppare” un cervello i cui modelli di circuito definitivi restassero più

a lungo modellabili per mezzo di esperienze proprie in una sorta di ricostruzione

mitopoietica in continuo aggiornamento. Due sono le condizioni fondamentali per

l’esistenza umana:

la dimensione di gruppo, che affonda le radici nei primordi della specie, che

• cercavano di sopravvivere essendo prede in costante precarietà ed esposi-

zione,

e la dimensione simbolica, che serve a differenziare l’uomo dall’animale, ma

• anche nella linea evolutiva della specie homo, poiché segna la differenza tra

gli ominidi e gli uomini a partire dal Cro-Magnon. Non si tratta dunque solo di

un aumento di volume cerebrale, ma anche di una nuova conformazione men-

tale con maggiore complessità funzionale.

L’uomo ha quindi evitato il pericolo della specializzazione mantenendosi flessibili

nelle nostre risposte al cambiamento delle condizioni esterne instabili e tempora-

nee, senza mai fissarsi in uno schema comportamentale. Piazzi sostiene quindi

che la mitopoiesi ha piegato la sostanza in funzione della realtà sociale; allo

stesso modo, Durkheim, nell’analisi delle società moderna, a solidarietà mecca-

nica, afferma che la socializzazione ha formato menti adatte ai ruoli sociali, con

corpo e mente sempre più lontani. Il bambino è quindi una tabula rasa, da ren-

dere all’altezza della vita sociale.

4. Verso la cultura originaria?

Durkheim considera l’uomo come homo duplex, fatto di due sostanze mai com-

pletamente conciliabili: uno richiama la società e l’altro il corpo e l’individualità.

L’antagonismo tra i due è tenuto sotto controllo attraverso una gerarchia in cui al

corpo viene attribuito un carattere di inferiorità, mentre idee e sentimenti elabo-

rati a livello collettivo godono di un’autorità morale superiore. Interiorizzando tale

dicotomia, il carattere deve armonizzarsi con le rappresentazioni collettive. L’in-

compatibilità di fondo esiste in quanto la società non rappresenta “lo sviluppo na-

turale e spontaneo dell’individuo”, ma ha una natura propria che richiede all’es-

sere sociale, cioè alla nostra mente, di espandersi a discapito del corpo.

Simmel sostiene l’esistenza di un reciproco rafforzamento fra la logica del denaro

e il predominio della mente sul corpo: l’intensificarsi dei rapporti basati sul de-

naro impongono lo sviluppo delle qualità intellettuali a scapito di quelle emotive.

Liberando ogni cosa dalle proprie caratteristiche qualitative intrinseche, esse di-

ventano infinitamente fungibili, al punto che il valore di cose e persone sta pro-

prio nella capacità di scambiarsi con altro da sé, smussando i suoi angoli acuti

per accelerarne la circolazione. La socievolezza qualifica quindi i rapporti sociali in

termini di superficialità, rendendo tutte le differenze di valore tendenzialmente

insignificanti. Essa è quindi incapace di istruire le menti con contenuti significa-

tivi, ed è pertanto, secondo Durkheim, incapace di sottomettere gerarchicamente

il corpo, che può quindi inviare solo segnali confusi.

L’individuo è quindi incapace di trovare le risorse per dare senso alla propria vita.

Simmel afferma infatti che stiamo vivendo una “trasformazione etnopsicologica”

dominata dalla sensazione di noia, insoddisfazione, attesa e tensione irrisoluta.

Sembrano infatti emergere costantemente difficoltà nel riprodurre l’ordine socio-

culturale tradizionale, in quanto viene a mancare l’autorità riconosciuta di un’en-

tità gerarchicamente superiore da cui derivano le indicazioni. Il fare umanità è

quindi un compito esclusivo dell’uomo, che Piazzi considera come la “capacità di

metabolizzare l’astratto”, la prerogativa del cervello di formarsi in termini simbo-

lici. Oggi risulta aumentata la difficoltà degli individui (sistemi encefaliaci) di dare

risposte adeguate (isomorfe) alle richieste dell’ambiente sociale (sistemi interce-

faliaci), generando il rischio di una “follia della specie”, dovuta all’incapacità di

tutti gli encefali a essere isomorfi ai sistemi socio-culturali a causa della limitata

plasticità del cervello.

Tale pericolo è scongiurato dalla correlazione e dal reciproco plasmarsi fra dimen-

sione sociale e psichica. Piazzi afferma infatti che l’umano è oggi sempre più te-

nuto a liberarsi delle proprie radici organiche, per fondere la dimensione biologica

con quella simbolica (ovvero bios e logos). Le società iperastratte, plasmate dalla

finanziariazione, secondo Touraine, hanno rimesso in discussione le corruzioni so-

ciali del passato, causando la “fine delle società”, ovvero l’inutilizzabilità delle

vecchie categorie. Per trovarne di nuove, occorre fare riferimento al soggetto au-

tocosciente e alla sua capacità riflessiva: mentre in passato il sociale si basava

sulla relazione ego-alter, oggi si rifonda sulla relazione a sé stessi.

La Miller sostiene la tesi della violenza dell’educazione che “annienta qualsiasi

forma di vitalità”, educando alla subordinazione senza compenso del corpo da

parte della mente. Al contrario, sarebbe fondamentale che nell’ambito del rap-

porto corpo/mente, entrambi possano condividere le medesime informazioni: la

salute consiste in un adeguamento della mente alla verità del corpo, ponendosi in

continuità con le informazioni e i segnali che invia. Se per esempio un bambino

subisce continue piccole ferite e il suo ambiente materno non le vede o le deride,

impedirà al bambino di esprimere la propria sana ira e il proprio dolore. Il corpo

del bambino, portatore della verità, incontrerà una mente educata a non espri-

mere reazioni alle ferite, ossia a falsificare le sue emozioni, celando una verità

che non troverà mai espressione.

L’armonia può quindi essere frutto della mitopoiesi, quando la dimensione biolo-

gica si chiude ai fini della riproduzione di uno specifico contesto socioculturale, o

quando la mente si adatta al corpo, lavorando affinché l’esterno si allinei. Se da

un lato, infatti, le menti socializzate chiedono ai corpi di essere sempre più all’al-

tezza delle performance richieste, ovvero essere fungibili, flessibili ed eterei.

Dall’altro, emerge una linea evolutiva che guarda al rapporto corpo/mente come

regolato da contesti di società e cultura in vista del benessere di tutti.

2. Cultura e specificità

Ambiente e alterità

1.

Ogni organismo, secondo Habermas, possiede una propria identità ed è un si-

stema in un ambiente naturale, ma può anche ricevere un’identità da osservatori

esterni, costituendosi in funzione di un rapporto con una alterità. Nell’uomo essa

assume un valore predominante, ogni bambino diviene una persona solo nella

misura in cui entra in rapporto con altro da sé e si localizza nel mondo sociale in

base al ruolo e alla mediazione simbolica. L’individuo è quindi costretto ad abban-

donare il proprio ambiente naturale, espressione della vita in sé, contrapposta

all’essere sociale, risultato del consolidamento del comportamento umano e ne-

gazione della specificità umana.

L’uomo assume quindi una propria peculiarità solo in relazione alla sua colloca-

zione nella società, senza permettere che i suoi stati d’animo interferiscano nei

rapporti con la realtà sociale. La vita dentro l’ambiente materno consente

all’uomo di sviluppare la propria naturale specificità poiché nel grembo materno il

feto vive una situazione di equilibrio in cui ogni bisogno viene accolto, interpre-

tato e soddisfatto immediatamente. Manca quindi il confronto tra realtà distinte,

poiché il principio di piacere investe ogni cosa. Ogni desiderio, dopo la nascita nel

senso sociale del termine, è permeato dalla volontà del bambino di ripristinare

uno stato pre-natale.

Le pulsioni sono, secondo Finzi, strettamente connesse alle funzioni vitali, finché

la madre da ambiente assume i tratti dell’alterità, determinando la separazione

tra piacere e bisogno e costringendo il bambino a riformulare la propria esi-

stenza. Inizia quindi il processo di socializzazione. Ghelen definisce l’uomo come

un essere inerme e generico, privo di un’organizzazione istintuale che lo colloca

in un ambiente. Partendo da questo presupposto, Parsons vede nella natura

umana plasticità (intesa come disponibilità dell’individuo ad assumere ruoli so-

ciali) e sensitività (manifestata dalla propensione a dipendere dall’alterità).

Tale concezione è il prodotto della rimozione dell’esperienza pre-sociale, ritenuta

pericolosa per l’affermazione e il consolidamento dell’ordine sociale. La contrap-

posizione tra vita e società si risolve quindi interiorizzando i valori sociali, stabi-

lendo una dipendenza dai contenuti normativi della società, rafforzati dalla pre-

senza costante dell’alterità, con cui si stabilisce quindi un rapporto asimmetrico

ego/alter. La conoscenza assume importanza quando produce adattamento, age-

volando l’inserimento in ambito sociale, mediando e regolando la comunicazione:

ne consegue che l’interazione individuo-società ha successo solo quando produce

integrazione.

Il ruolo stabilisce compiti e obiettivi dell’individuo verso la società, sostituendo la

componente individuale legata all’esperienza vissuta in ambito pre-sociale.

L’uomo non diventa quindi sociale in continuità con la vita, ma in relazione a una


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi formativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Manattini Fabrizio.

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