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La nozione di cultura nelle scienze sociali

Origine sociale del termine e dell'idea di cultura

Parliamo di "cultura occidentale" anche se è significativo che il termine cultura non abbia equivalenti nella maggior parte delle lingue orali delle società studiate abitualmente dagli antropologi. Se si vuole comprendere il senso attuale del concetto di cultura e la sua collocazione all'interno delle scienze sociali è indispensabile ricostruire la sua origine sociale. Si tratta cioè di esaminare come si sia formato il termine e poi il concetto scientifico, infine di rintracciare la sua origine della sua evoluzione semantica. Teniamo presente che dell'itinerario del termine "cultura" si prenderà in considerazione solo ciò che chiarisce la formazione del concetto strutturato nelle scienze sociali.

La parola "cultura" è applicata a realtà così diverse e ha significati così differenti che non è quasi possibile tracciare una storia completa. Il dibattito franco-tedesco sulla cultura, o l'antitesi cultura-civilizzazione, inizia a imporsi nel XVIII secolo all'interno del Dictionaire de l'Académie Française dove è seguita da un complemento "cultura delle arti", "cultura delle lettere", "cultura delle scienze". Complessivamente, il termine si libera dei suoi complementi e viene impiegato per indicare la "formazione" e "l'educazione" dello spirito. Poi, seguendo un movimento inverso, si passa da cultura come azione, l'azione di istruire, a cultura come condizione, l'individuo che ha cultura.

Si crea così un'espressione che disapprova "uno spirito naturale e senza cultura", e questa opposizione concettuale tra natura e cultura è fondamentale tra i pensatori dell'Illuminismo che considerano la cultura una caratteristica propria dell'individuo; per loro, la cultura è un insieme di conoscenze accumulate e tramandate dall'umanità nel corso della sua evoluzione. Nel XVIII secolo il termine cultura è sempre usato al singolare: la cultura è carattere proprio dell'Uomo al di là di ogni distinzione.

Il concetto di cultura si introduce perciò nell'ideologia dell'Illuminismo: il termine è associato alle idee di progresso, evoluzione, educazione e ragione che sono al centro del pensiero dell'epoca. Teniamo presente che se l'Illuminismo è nato in Inghilterra, ha trovato voce e linguaggio in Francia e questo ha avuto una vasta risonanza in tutta Europa occidentale. Se l'idea di cultura sposa l'idea del progresso, il progresso nasce dall'istruzione, cioè dalla cultura.

"Cultura" si avvicina a una parola che avrà un successo ancora più grande nel vocabolario francese del XVIII secolo: "civilisation" (civiltà o civilizzazione). I due termini rispecchiano stessi concetti fondamentali, talvolta associati, non sono del tutto equivalenti: "cultura" si riferisce di più ai progressi individuali, "civilizzazione" si riferisce di più ai progressi collettivi. Anche il concetto "civilizzazione" viene utilizzato solo al singolare.

Nel pensiero dei filosofi, "civilisation" si allontana rapidamente dal significato originario che indicava l'affidamento dei costumi e viene a rappresentare il processo che sottrae l'umanità dall'ignoranza e dall'irrazionalità. La civilizzazione è dunque un processo di riforma sociale che riguarda le istituzioni, legislazioni ed educazione. In questo contesto tutti i popoli, anche i più "selvaggi", hanno la predisposizione di inserirsi nella civilizzazione.

L'uso dei termini "cultura" e "civilizzazione" nel XVIII secolo segna l'avvento di una nuova concezione; le idee ottimistiche di progresso si associano alla speranza religiosa, l'uomo è al centro della riflessione e al centro dell'universo: si manifesta così l'idea della possibilità di una "scienza dell'uomo". Nel 1787 Alexandre de Chavannes crea il termine "etnologia" che definisce come disciplina che studia "la storia dei progressi dei popoli verso la civiltà".

Ricordiamo che i termini sono utilizzati in modo universale. In Francia, l'evoluzione del termine "cultura" nel corso del XIX secolo viene effettuata amplificando il suo significato rispetto all'evoluzione tedesca. "Cultura" prende una dimensione collettiva e non si riferisce più solo allo sviluppo intellettuale dell'individuo; indica anche l'insieme di caratteri propri di una comunità: "cultura francese", "cultura tedesca", "cultura dell'umanità". "Cultura" si avvicina molto a "civilizzazione" e a volte vengono utilizzate indifferentemente. Il concetto francese quindi contiene l'idea di unità del genere umano, nonostante le influenze tedesche. Il particolarismo culturale è ridotto al minimo.

"Kultur" compare come termine nella lingua tedesca nel XVIII secolo e sembra avere la stessa funzione di "cultura". Però questo termine in Germania si evolverà rapidamente in senso più limitativo e avrà un successo maggiore, questo perché il termine viene adottato dalla borghesia intellettuale tedesca e lo usa nel suo distinguersi dall'aristocrazia. Infatti, in Germania borghesia e aristocrazia non hanno stretti legami. Questa distanza tra borghesia e aristocrazia è fonte di risentimento e fa sì che vengano contrapposti i valori "spirituali" fondati sulla scienza, l'arte, la filosofia e anche la religione, ai valori dell'aristocrazia.

Ai loro occhi i primi sono autentici e i secondi sono superficiali. La cultura propria della borghesia si oppone quindi alla civilizzazione propria dell'aristocrazia misurandone la profondità e la superficialità. Per la borghesia tedesca, la nobiltà di corte pur essendo civilizzata è stranamente priva di cultura. Attraverso questa presa di coscienza, l'antitesi tra cultura e civilizzazione si sposta all'opposizione nazionale sottolineando sempre di più tutto ciò che è specificamente tedesco. Il senso nazionalistico è proprio del movimento "l'intellighenzia" che avrà sempre più potere come portavoce della coscienza nazionale tedesca e trasforma i termini dell'antitesi cultura-civilizzazione.

Dopo la rivoluzione francese in Germania, il termine civilizzazione perde il legame con l'aristocrazia e viene associato alla Francia, più ampiamente alle potenze occidentali; cultura è invece propria della borghesia intellettuale tedesca, per poi nel corso del XIX secolo diventare il segno distintivo della nazione tedesca. Dietro quest'evoluzione si nasconde però un sentimento di inferiorità, infatti l'idea tedesca di cultura si sviluppa in una classe sociale che dubita di sé stessa, estesa poi a tutta la Germania conferma l'incertezza nazionale.

Per questo il termine Kultur a partire dal XIX secolo sottolineerà le differenze nazionali. Si tratta quindi di una nozione particolarista che si oppone a quella universalista francese di "civilizzazione". Per quanto riguarda la concezione particolarista di cultura si può considerare il precursore del concetto relativistico di cultura Herder, il quale sosteneva che ogni popolo per mezzo della sua cultura ha un destino specifico da compiere, quindi crea una discontinuità tra le diverse popolazioni.

Questo concetto particolarista della cultura tedesca si accentuerà ulteriormente legandosi sempre di più al concetto di "nazione": la cultura appartiene all'anima, al genio di un popolo. Nel corso del XIX secolo gli autori romantici tedeschi contrappongono sempre di più la cultura come espressione dell'animo profondo di un popolo, alla civilizzazione definita ormai dal progresso materiale, e questa concezione si adatta perfettamente alla concezione etnico-razziale della Germania.

Nel corso del '900 il dibattito sulle due concezioni, francese e tedesca, diventa una vera propria guerra ideologica, l'una universalistica e l'altra particolarista.

L'invenzione del concetto scientifico di cultura

Nel corso del XIX secolo gli etnologi esploreranno due vie per quanto riguarda lo studio dei popoli:

  • La via che privilegia l'unità, l'universalità, riducendo e minimizzando la diversità considerandola come temporanea;
  • La via che privilegia la diversità, dimostrando che questa non è in contraddizione con l'unità fondamentale dell'umanità.

Per considerare queste due vie si partirà dal "concetto di cultura".

Taylor

La prima definizione del concetto di cultura in etnologia si deve a Taylor, antropologo britannico: "la cultura o civiltà nell'aspetto etnografico è quel insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che l'uomo acquisisce come membro di una società". Per Taylor, la cultura esprime la totalità della vita sociale dell'uomo e si caratterizza per la dimensione collettiva; la cultura si acquisisce e dunque non è eredità biologica, ma la sua origine e le sue caratteristiche sono per la maggior parte inconsapevoli.

Taylor è il primo che spiega il concetto di cultura ma in etnologia il termine è già stato utilizzato in Germania. Taylor apparteneva a una minoranza che gli aveva chiuso l'opportunità universitaria inglese, egli faceva fede nella capacità di progredire dell'uomo, non dubitava neanche dell'unità psichica dell'uomo: a suo parere in condizioni identiche lo spirito umano operava in modo simile. Il problema che egli voleva risolvere era unire in una stessa interpretazione l'evoluzione della cultura e la sua universalità; in "Primitive Culture" (opera che gettava le basi dell'etnologia come scienza autonoma) si interroga sull'origine della cultura: egli fu il primo ad avvicinarsi a fatti culturali con un approccio generale e sistematico, e fu il primo a dedicarsi allo studio della cultura in tutti i tipi di società in tutti i suoi aspetti.

In seguito a un viaggio in Messico dove mette a punto il suo metodo di studio dell'evoluzione delle culture tramite "l'esame delle sopravvivenze", sostiene che studiando le "sopravvivenze" si può risalire al contesto culturale originario e ricostruirlo: egli è giunto alla conclusione che la cultura dei popoli primitivi era la cultura originaria dell'umanità. Il metodo di analisi delle sopravvivenze introduce la necessità di utilizzare un metodo comparativo, cioè mettere a confronto le culture poiché esse erano legate da uno stesso movimento di progresso culturale. Attraverso il metodo comparativo si poteva stabilire una serie di stadi sull'evoluzione culturale.

Taylor vuole dimostrare la continuità esistente tra cultura primitiva e cultura progredita, tra primitivi e civilizzati non c'è una differenza di natura ma semplicemente di grado di avanzamento sul cammino della cultura. Questa concezione dell'evoluzione non è rigida, infatti egli introduce anche un senso di relatività culturale: una semplice somiglianza fra tratti culturali di due culture diverse non era, secondo lui, sufficiente a provare che fossero state situate nella stessa posizione sulla scala dello sviluppo culturale, ma poteva esserci stato uno scambio culturale di una verso l'altra. Per tutto questo, Taylor è considerato il fondatore dell'antropologia britannica.

Boas

Boas è il primo antropologo a condurre ricerche sul campo, attraverso l'osservazione diretta e prolungata delle culture primitive. In questo senso egli è l'inventore dell'etnografia. Egli è nato da una famiglia ebrea tedesca e quindi si sensibilizza subito al problema del razzismo, fu egli stesso vittima dell'antisemitismo di alcuni suoi colleghi all'università. Studiando geografia all'università inizia a sviluppare l'interesse per l'antropologia: parte come geografo in una spedizione presso i rischi mesi di Baffin dove si rende conto che l'organizzazione sociale dipende più dalla cultura che dall'ambiente fisico.

Parte per l'America del Nord per effettuare ricerche etnografiche sugli indiani nella Columbia Britannica. L'anno successivo si stabilisce negli Stati Uniti. Tutta l'opera di Boas si concentra sulla diversità della cultura, secondo lui la differenza fondamentale fra i gruppi umani è di ordine culturale e non razziale; egli si interessa all'antropologia fisica ma si impegna a distruggere il concetto centrale "la nozione di razza". Secondo lui non ci sono caratteri razziali immutabili e per questo motivo è difficile definire una razza con precisione, e si impegna anche a dimostrare l'assurdità di connessione fra tratti fisici e tratti mentali.

Per lui non esistono differenze di natura biologica tra primitivi e civilizzati ma soltanto differenze di cultura, dunque acquisite e non innate, concetto di cultura non è un surrogato del concetto di razza, ed egli fu uno dei primi scienziati ad abbandonare il concetto di razza. Da Taylor prende il concetto di cultura però il suo intento è quello di studiare le culture, che espone in un saggio sui limiti del metodo comparativo in antropologia che a suo avviso non vi erano leggi generali sull'evoluzione delle culture; critica anche il metodo della periodizzazione che consiste nel ricostruire i diversi stati di evoluzione della cultura a partire dalle origini.

Egli scarta le teorie che pretendono di spiegare tutto e rifiutava qualsiasi generalizzazione al di fuori di ciò che si poteva empiricamente dimostrare. Non ha mai fondato una scuola di pensiero però rimarrà nella storia come il fondatore del "metodo induttivo e intensivo sul campo". Egli concepiva l'antropologia come conoscenza di osservazione diretta, secondo lui ogni cosa nello studio di una cultura individuale doveva essere annotato sino al più piccolo dettaglio e sosteneva che l'antropologo se vuole comprendere una cultura deve imparare la lingua di questa cultura e non si fidava dei riformatori.

Secondo Boas l'antropologo deve stare attento più alle conversazioni spontanee che alle interviste, e per questo egli è l'inventore del "metodo monografico" in antropologia. Ma siccome spingeva la cura dei dettagli egli non realizzò mai monografie nel vero senso della parola. A Boas si deve il concetto di "relativismo culturale" secondo cui per studiare una cultura occorre affrontarla senza preconcetti, senza applicare le proprie categorie e senza confrontarla in modo affrettato con altre culture, in pratica occorre sfuggire ad ogni forma di etnocentrismo (nel quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso).

Non dimentichiamo che per quanto riguarda il particolarismo culturale egli è stato influenzato dalla cultura tedesca: per lui ogni cultura è unica e specifica, infatti egli era attratto da ciò che rende originale una cultura. Un'usanza particolare non può essere spiegata se non in rapporto al contesto culturale che le è proprio, ogni cultura si esprime attraverso la lingua, le credenze, i costumi, l'arte, ma non solo. Egli voleva spiegare anche il vincolo che unisce un individuo alla propria cultura. L'osservazione prolungata e sistematica, senza pregiudizi, di un'entità culturale precisa conduce progressivamente a considerare tale entità come autonoma. Il relativismo culturale può anche essere un principio che afferma la dignità di ogni cultura e dà la possibilità di tollerare anche le culture diverse. Mentre l'etnocentrismo può assumere forme estreme di intolleranza culturale, religiosa, e politica.

L'idea di cultura nei fondatori dell'etnologia francese

Negli scritti dei ricercatori francesi il termine "cultura" rimaneva legato al suo significato tradizionale, cioè quello che si riferiva allo spirito, ed aveva un significato individualistico. Nell'etnologia francese il concetto di cultura è assente e la comparsa del concetto avviene in modo molto graduale in Francia anche nella letteratura cronologica.

Durkheim e l'impostazione unitaria dei fatti culturali

Durkheim occupa una posizione istituzionale nell'antropologia francese, sociologo più che etnologo, contribuisce a fondare l'etnologia francese, ma da parte sua non utilizza mai il concetto di cultura e il termine cultura viene tradotto con civilisation associandolo ad una concezione obiettiva che desse l'idea di pluralità delle civiltà senza annullare l'unità dell'uomo. Egli fondò una rivista con Mauss e in un articolo volevano dimostrare che i primitivi sono perfettamente capaci di pensiero logico: "il pensiero concettuale è contemporaneo all'umanità, non è per noi il prodotto di una cultura più o meno tardiva".

Egli si allontanava dallo schema unilaterale di evoluzione che sarebbe comune a tutte le società. Secondo lui lo sviluppo dell'uomo non poteva essere rappresentato sotto forma di una linea sulla quale le società verrebbero a disporsi, ma come un albero dai rami numerosi divergenti. Egli è quindi sensibile alla relatività culturale, la "civiltà" non si deve confondere con l'umanità.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher basileaas di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Parziale Fiorenzo.
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