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Le origini della sociologia

La sociologia è lo studio scientifico della società, dove con il termine "società" si fa riferimento prevalentemente (anche se non esclusivamente) a quella società compresa nel territorio di uno stato nazionale. Infatti, la sociologia intesa come "scienza sociale" nacque intorno alla metà del 1800 con la nascita dello stato nazionale moderno, anche se secondo alcuni autori il pensiero sociologico è antico quanto la filosofia occidentale, dal momento che vi era comunque una forma di conoscenza strutturata metodologicamente sulla convivenza umana (es. Platone, Aristotele...).

Come giustamente si potrebbe pensare, i confini tra la sociologia e certe altre discipline (es. antropologia culturale, psicologia sociale, storia...) sono inevitabilmente sfumati e mutevoli nel tempo. L’esigenza di una disciplina scientifica che studi sistematicamente i fatti sociali nasce in questo periodo per via di tre importanti rivoluzioni che hanno dato vita alla moderna società industriale: la rivoluzione scientifica (i princìpi del metodo scientifico si estendono, dallo studio dei fenomeni naturali, allo studio dell’uomo, della cultura e della società), la rivoluzione industriale (le trasformazioni sociali, il processo economico, il meccanismo della concorrenza, le diverse relazioni che si vengono a creare... hanno prodotto le scienze sociali) e la rivoluzione francese, insieme a quella inglese e americana (la fine dell’assolutismo che cambia il modo di concepire il potere in Europa e nel mondo segna un cambiamento decisivo nelle società).

Anticipatori dell’approccio sociologico sono, nell’epoca dell’illuminismo, Voltaire (il primo a parlare della "filosofia della storia"), Rousseau e Montesquieu. Decisivi per la nascita e l’affermazione della sociologia sono, invece, i decenni a cavallo del XIX e XX secolo, gli anni in cui i "padri fondatori" della sociologia (Spencer in Inghilterra, Durkheim in Francia, Tönnies, Weber e Simmel in Germania, Pareto in Italia) scrivono le loro opere principali.

Convenzionalmente, la nascita della sociologia viene fatta coincidere con la coniazione di questo termine da parte di Auguste Comte nel 1824, da societas (società) + logos (studio), dal momento che necessitava di un nuovo termine per delineare una disciplina sociale basata sul metodo scientifico. Comte, infatti, era un filosofo francese figlio dell’illuminismo, quindi il suo pensiero si fondava sulla razionalità e sull’obiettività (la diffusione del metodo scientifico influenzava anche l’approccio alla filosofia). Viene considerato il padre del Positivismo, una corrente di pensiero che esalta il progresso scientifico-tecnologico basato sulla ragione, sull’osservazione e sui dati dimostrabili delle scienze sperimentali con il fine di scoprire le leggi della natura.

Con riferimento al pensiero di Saint-Simon, secondo Comte la storia dell’uomo è progresso, segnato da un’alternanza tra epoche organiche ed epoche critiche, le prime caratterizzate da valori condivisi e coesione sociale (es. il Medioevo), mentre le seconde dal rifiuto e messa in discussione dei princìpi vigenti (es. Rivoluzione francese). Comte apparteneva a un’epoca di transizione da un modello di società di tipo medievale, ancora fondata sull’alleanza tra i poteri dominanti, a quella industriale, basata sulla produzione, per cui c’era necessità di passare dall’epoca critica della rivoluzione ad una organica (= progresso). Bisognava, dunque, riorganizzare e ricostruire su nuove fondamenta, grazie alla scienza, una società unita e coesa: come esito si ottenne la razionalizzazione della condotta individuale e sociale.

Forme elementari di interazione

  • Azione sociale

Weber definisce l’azione sociale come un agire individuale riferito al comportamento degli altri, secondo il significato intenzionale (il senso) che l’attore dà al proprio comportamento. Con riferimento al senso, si possono distinguere:

  1. Azioni razionali rispetto allo scopo (agire razionale, si fa riferimento alle conseguenze prevedibili);
  2. Azioni razionali rispetto al valore (agire razionale, ma hanno senso per se stesse);
  3. Azioni determinate affettivamente (hanno senso per se stesse, sono espressione di un “bisogno” interno, es. manifestazione di gioia);
  4. Azioni tradizionali (semplici espressioni di abitudini acquisite).

Le ultime due sono sul confine tra le vere e proprie azioni sociali, consapevolmente orientate da un senso dato dagli attori, e i comportamenti puramente reattivi, ossia risposte automatiche e inconsapevoli a stimoli esterni. Per descrivere un’azione in genere bisogna considerare la combinazione di tipi diversi di azioni sociali. Ad ogni modo, la tipologia non spiega i comportamenti delle persone. È, però, uno strumento utile per impostare problemi di analisi, tenendo però conto che: 1) fino a prova contraria, l’uomo si comporta in modo razionale; 2) la razionalità dell’azione è relativa alla situazione nella quale gli individui si trovano; 3) la situazione alla quale fare riferimento per classificare l’azione è quella che gli attori definiscono (e non quella che oggettivamente è). Secondo il teorema di Thomas, “una situazione definita dagli attori come reale, diventa reale nelle sue conseguenze” (da cui si sviluppa la profezia che si auto-avvera).

  • Relazione sociale

Una relazione sociale è stabilita quando due o più individui orientano reciprocamente le loro azioni. Essa può essere stabile e profonda o transitoria e superficiale. Le relazioni sociali sono spesso cooperative, orientate a raggiungere fini comuni o compatibili. Anche il conflitto, tuttavia, può costituire una relazione sociale.

  • Interazione sociale

L’interazione sociale è il processo mediante il quale due o più persone in relazione tra loro agiscono reagendo alle azioni degli altri. Con l’interazione si realizza, si riproduce e si cambia nel tempo il contenuto di una relazione. Tuttavia, ci può essere interazione anche tra due persone che si incontrano casualmente per strada senza conoscersi e che non si vedranno mai più. I processi di interazione sono gli elementi di base per la definizione dei gruppi.

Secondo la definizione di Merton, un gruppo sociale è un insieme di individui che interagiscono fra loro con continuità sulla base di aspettative di ruolo stabilizzate, i quali si definiscono membri del gruppo e sono definiti come tali dagli altri. L’interazione deve svolgersi sulla base di relazioni cooperative, infatti una relazione puramente conflittuale non può dare luogo ad un gruppo. Non sono gruppi le categorie sociali né le classi sociali, anche se l’appartenenza a una delle due può essere la base per la formazione di gruppi.

Proprietà dei gruppi

  • Proprietà relative alla dimensione

A seconda della dimensione del gruppo cambiano le caratteristiche del gruppo stesso. Alla base di queste differenze vi è la differente interazione: l’interazione all’interno del gruppo può essere diretta, faccia a faccia (famiglia) oppure in parte diretta e in parte indiretta (es. azienda). Per il diverso modo in cui nei due casi le persone comunicano tra loro, la differenza fra interazione diretta e indiretta è sociologicamente rilevante. Con la crescita del gruppo diminuisce la possibilità di comunicare direttamente ed aumenta la comunicazione indiretta.

Vi sono gruppi che hanno dimensioni determinate e che, pertanto, hanno proprie caratteristiche, come le diadi e le triadi studiate da Simmel. Solo in una diade, infatti, se un membro decide di uscire dalla relazione il gruppo scompare. La fragilità strutturale e la forte personalizzazione all’interno di una diade hanno come conseguenza un forte coinvolgimento psicologico e affettivo nella relazione e norme culturali rigide. La triade, invece, produce le seguenti forme di interazione, impossibili in una relazione a due:

  1. Configurazione del mediatore (non direttamente coinvolto in una disputa, convince gli altri a un accordo);
  2. Tertius gaudens (il terzo approfitta per i propri scopi di una divergenza tra gli altri, secondo due schemi principali: due in conflitto cercano l’alleanza del terzo, oppure due cercano di ottenere il favore del terzo entrando in competizione tra loro);
  3. Divide et impera (un terzo fa sorgere o alimenta intenzionalmente una discordia a proprio vantaggio).

I piccoli gruppi di dimensione superiore a tre hanno altre proprietà. In generale, gruppi con numero pari di componenti mostrano maggiori tassi di disaccordo e antagonismo rispetto ai gruppi con componenti dispari, probabilmente perché nei primi si possono formare dei sottogruppi di uguali dimensioni.

  • Proprietà relative ai confini

Gruppi diversi presentano confini diversi: i gruppi formali hanno regole precise, mentre i gruppi informali hanno spesso confini non ben definiti (spesso fondamentali per la stabilità del gruppo). La definizione dei confini di un gruppo, comunque, è sempre relativa alla situazione (alcuni individui possono essere considerati membri di uno stesso gruppo sotto un certo punto di vista, ma membri di gruppi diversi sotto altri). Un carattere importante del gruppo è il suo grado di completezza, ossia il rapporto fra i membri che fanno effettivamente parte del gruppo e le persone che hanno i requisiti necessari per entrarne a far parte. Vi è correlazione positiva fra il grado di completezza di un gruppo e la sua capacità di influenza sociale.

Nella definizione dei confini, Merton propone la categoria dei non membri, costituita da 6 sottotipi che si distinguono in base all’atteggiamento nei confronti della non appartenenza ad un gruppo e al fatto di avere o no i requisiti richiesti per appartenere al gruppo. Per i candidati all’appartenenza il gruppo costituisce un gruppo di riferimento. I membri potenziali sono coloro ai quali il gruppo deve rivolgere attenzione e propaganda se desidera aumentare la propria completezza. I non membri autonomi segnalano la debolezza del gruppo, pertanto ne costituiscono un pericolo. Gli uomini marginali sono coloro che non fanno più parte di un gruppo e che vorrebbero entrare in un nuovo gruppo, che costituisce un gruppo di riferimento, ma non ne hanno i requisiti. I non membri neutrali sono coloro che rimangono sullo sfondo sociale del gruppo. I non membri antagonisti esprimono norme e valori contrari e, quindi, rifiutano il gruppo.

  • Proprietà strutturali

I gruppi hanno strutture osservabili grazie alla presenza di ruoli. Il termine ruolo indica l’insieme dei comportamenti che in gruppo tipicamente ci si aspetta da una persona che del gruppo fa parte. Il ruolo è uno schema di comportamento per l’interazione, che si impara e poi si tende a seguire. Ad ogni modo, il contenuto di un’interazione non può mai essere completamente compreso nella definizione dei ruoli, dato che un ruolo è sempre "interpretato" da chi agisce. I ruoli possono essere considerati dei comportamenti attesi grazie anche all’esistenza di norme di comportamento che valgono per i membri del gruppo e che regolano i loro rapporti. All’interno di un gruppo i ruoli sono (più o meno) differenziati, relativamente stabili e fra loro collegati. La differenziazione può dipendere dalla dimensione del gruppo (spesso, > dimensione > differenziazione), ma anche dalla densità sociale, cioè dalla concentrazione spaziale delle persone e dal volume delle loro interazioni: quanto più aumentano le dimensioni e la densità sociale tanto più è probabile riscontrare una differenziazione dei ruoli.

Vi sono due tipi di ruoli formali importanti:

  • Ruolo specifico, in cui i comportamenti attesi sono limitati e precisati (es. operaio);
  • Ruolo diffuso, in cui i comportamenti attesi sono più numerosi e meno definiti (es: madre).

Dal momento che ogni individuo ricopre più ruoli, possiamo distinguere i gruppi in:

  • Gruppi totalitari, che riguardano tutti i ruoli di un individuo (es. il carcere, dove quasi tutti i ruoli di un carcerato sono interni al carcere, o la famiglia contadina tradizionale, più totalitaria di quella moderna);
  • Gruppi segmentali, che riguardano alcuni o solo uno dei ruoli di un individuo (es: scuola, dove l’alunno ha anche dei ruoli nella famiglia, nelle associazioni, in gruppi di amici non compagni di classe...).

Con riferimento ai diversi tipi di ruolo, si possono distinguere:

  • Gruppi primari, più piccoli, a ruoli diffusi, con contenuti affettivi e molto personalizzati (es. famiglia);
  • Gruppi secondari, più grandi, con ruoli specifici e relazioni più fredde e spersonalizzate (es. azienda).

Infine, si può distinguere tra:

  • Gruppi formali, basati su un regolamento esplicito in vista di certi scopi;
  • Gruppi informali, formati in modo spontaneo, senza che siano state fissate regole specifiche per il loro funzionamento.

Potere e conflitto

Il potere è una sorta di energia sociale di cui un attore dispone nel condizionare l’azione di un altro. Il potere, quindi, implica una relazione: si ha potere nei confronti di un altro al quale si è legati da una relazione. Secondo Weber, il potere è la possibilità di trovare obbedienza ad un comando. Paradossalmente, ad ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza da parte del soggetto meno potente, dal momento che comportarsi in modo diverso sarebbe troppo costoso. Weber distingue il potere dalla potenza, intesa come la possibilità di condizionare il comportamento altrui anche senza azioni dirette o comandi (ma comunemente si usa il termine potere anche a questo proposito).

Un tipo di potere particolare è quello che Weber chiama potere legittimo o autorità, la quale riguarda le relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori. Se gli attori di una relazione, però, vanno al di là degli ambiti della legittimazione, stanno esercitando potere, non più autorità (es: un capoufficio che pretende favori personali da un impiegato). Ad ogni modo, non è mai possibile che una relazione sia completamente regolata e controllata in termini di autorità e, di conseguenza, si osservano conflitti, adattamenti e contrattazioni tra soggetti, che sono parte normale dell’interazione all’interno di ogni gruppo.

Il conflitto riguarda azioni orientate dal proposito di affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri. Nel caso specifico dei gruppi, non solo il conflitto all’interno di questi è normale, ma un certo grado di conflitto interno e con altri gruppi può essere considerato essenziale per la loro formazione e persistenza. Alcune proprietà formali del conflitto sono:

  • Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo (in-group vs. out-groups);
  • Il conflitto di particolare intensità può distruggere le relazioni di gruppo in quei gruppi che richiedono un impegno totale della personalità, anche se in genere proprio questi gruppi sono capaci di limitare i conflitti (tipicamente nelle diadi e in generale in gruppi primari come la famiglia; bisogna comunque distinguere tra conflitti che mettono in questione il patto fondamentale alla base del rapporto e conflitti che non riguardano questi aspetti);
  • Il conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna, anche in quei casi in cui, per ottenere coesione, il nemico sia inventato, cioè nel caso del capro espiatorio (ma se nel gruppo esisteva inizialmente una scarsa solidarietà sociale, la spinta all’unità può non essere sufficiente e determinarsi invece la sua disgregazione);
  • Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione tra gli antagonisti (spesso un conflitto è il modo in cui due gruppi o persone entrano in contatto, conoscendosi e mettendosi alla prova).

Il comportamento collettivo

Il gruppo si distingue dal comportamento collettivo, il quale si riferisce ad un insieme di individui sottoposti ad uno stesso stimolo, che reagiscono e interagiscono tra loro in situazioni senza fare riferimento a ruoli definiti e stabilizzati (es. le mode, il clima del Natale...). È un campo eterogeneo, ma si possono distinguere tre tipi principali di comportamento collettivo:

  1. Il panico: reazione collettiva spontanea di fronte al pericolo in corso o percepito come immediato (reale o immaginato) di subire gravi danni, che si manifesta solitamente con la fuga o con l’immobilità. È caratterizzato dalla percezione che vi siano poche vie d’uscita e che queste si stiano chiudendo, che innesca a sua volta comportamenti irrazionali e asociali dove l’individuo reagisce pensando solo a se stesso, vedendo gli altri come avversari piuttosto che come possibili amici.
  2. La folla: insieme di persone riunite in un luogo, che reagiscono ad uno stimolo sviluppando umori e atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire forme di azione collettiva. La folla può manifestare comportamenti violenti, ma anche pacifici e gioiosi. A differenza del panico che esprime orientamenti individualistici, essendo in un certo senso la negazione di relazioni sociali, la folla esprime orientamenti e comportamenti solidaristici. Nella folla le persone si rafforzano in un atteggiamento ricevendo in risposta dagli altri lo stesso stimolo che loro avevano manifestato: processo chiamato reazione circolare.
  3. Il pubblico: insieme di persone che si confrontano con uno stesso problema, hanno opinioni diverse su come affrontarlo e discutono tra loro a questo riguardo. La differenza fondamentale con la folla è, dunque, che il pubblico esprime più opinioni e atteggiamenti, mentre la folla ne esprime uno solo.
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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Angela.M.R. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Boccato Angelo.
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