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la forza-lavoro). Il rapporto tra questi 2 soggetti è un rapporto mediato dal denaro per-

ché l’operaio vende forza-lavoro (in concreto tempo) che è acquistata da un capitalista.

Il prezzo a cui è venduta la forza lavoro si chiama salario, che all’operaio serve per cam-

pare.

La merce è qualcosa che ha da sempre storicamente un valore d’uso (il pane serve a

farmi mangiare). Il capitalismo invece attribuisce alla merce anche il valore di scambio,

che non corrisponde al valore d’uso. In base al valore di scambio io un prodotto posso

venderlo ad una quantità di denaro incredibile. Il mercato esiste da sempre, inizialmente

l’attività mercantile si basava su una formula: M (merce) D (denaro) M’, un meccanismo

che si fonda sul valore d’uso (Scambio una mela attraverso il denaro in cambio di una

pera perché per me è indispensabile in questo momento). Il capitalismo secondo Marx

opera con un’altra formula: D (denaro) M (merce) D’. Io ho del denaro con cui acquisto

delle merci con il quale compro altro denaro e così via. Il fine è l’accumulazione infinita

di denaro, il profitto. La differenza tra d e d1 viene creata da una parte di lavoro non pa-

gato. (Prendiamo una giornata lavorativa di un operaio dell’800 che lavora dalle 8 alle

15. In queste ore deve produrre, prende un salario, il capitalista prende i soldi per paga-

re il salario dalle merci vendute, quelle che Franco ha prodotto dalle 8 alle 11 di mattina.

Tutto il tempo che fa dalle 11 alle 15 si chiama pluslavoro, è un lavoro in più, non serve

all’operaio per pagarsi il salario, lì si annida il plusvalore). Quindi l’obiettivo del capitali-

sta è pagare sempre meno gli operai, il centro sta nello sfruttamento, che significa

l’appropriazione del plus-lavoro e la sua trasformazione in profitto, capitale. Un altro

importante concetto di Marx che la sociologia muta è quello di classe. Per Marx le classi

alludono alla collocazione degli individui all’interno della struttura economica, differenza

di interessi. Esistono fondamentalmente 2 classi: dominante e dominato, che prima di

essere un rapporto di potere è un rapporto economico che si trasforma in un rapporto di

potere. L’interesse del capitalista è il profitto, l’interesse del proletario è la sopravviven-

za (Capitalismo: proletari e borghesi - antica Roma: patrizi e plebei – feudalesimo: feuda-

tari e vassalli). Tra queste coppie di 2 soggetti la differenza è la proprietà di mezzi di pro-

duzione che possono essere la terra, l’industria e il capitale. Weber amplierà il concetto

di Marx dicendo che oltre alle classi ci sono i ceti. Il motore della storia, è dunque il con-

flitto, la lotta tra le classi, in cui gli interessi di una classe dominante vengono attaccati

da una forza antagonista e questo scontro produce la trasformazione della società in una

nuova forma.

Per lui esistono anche i sottoproletari, figure fuori dal sistema che non prendeva mini-

mamente in considerazione. Per spiegare il conflitto di classe Marx parla di due condi-

zioni di classe, una è la condizione della classe in sé, l’altra è la condizione della classe

per sé. Quando l’operaio condivide con altri operai solo la medesima collocazione

all’interno del sistema dei rapporti di produzione, quella è solo una classe in sé. Quando

gli operai acquistano coscienza della loro condizione di classe, cioè di sfruttamento, a

quel punto diventa una classe per sé quindi può produrre la lotta di classe. Inoltre, più si

producono lotte di classe, maggiore diventa la coscienza di classe. Inoltre, le forme di

organizzazione del proletariato servono ad aumentare il livello di coscienza di tutti gli

operai (lega dei lavoratori, sindacati).

Ultimo aspetto di Marx è il mutamento. Egli sostiene che noi supereremo il capitalismo

perché la storia si muove in senso dialettico, il capitalismo ha prodotto contraddizioni e

quindi verrà superato. Secondo lui dopo questa fase ci sarà il comunismo, non ci sarà più

proprietà privata, niente più sfruttamento, ecc. Il capitalismo, però, a differenza di tutte

la altre forme societarie, è un sistema in grado di produrre costantemente mutamento

perché il capitalista non è mai appagato nella sua fame, ha come primo obiettivo quello

di continuare ad aumentare il proprio profitto e per farlo cerca di aumentare il pluslavo-

ro. Di conseguenza, aumentano la produttività e introducono nuovi macchinari. Questo

causa l’aumento delle merci da produrre per l’operaio e la diminuzione delle ore di lavo-

ro necessarie per ripagarsi il suo stipendio.

Altra cosa sulla quale competono le forze dominate e dominanti è il potere. Man mano

che la classe operaia acquisterà coscienza del proprio sfruttamento potrà arrivare alla

rivoluzione del proletariato, che porterà ad una società senza classi, senza proprietà

privata fondata sull’uguaglianza e sulla giustizia (Gli operai daranno così vita non alla dit-

tatura del proletariato che non è assolutamente una visione marxiana ma una genera-

zione del marxismo).

Max Weber

Weber è la personalità più importante della sociologia tedesca, fornisce elementi con-

cettuali importantissimi almeno in 3 ambiti sociologici: metodologico perché va a defini-

re e precisare l’oggetto della sociologia, storico-comparativo perché nelle sue opere si

preoccupa di comprendere la genesi, lo sviluppo e il destino della società moderna e dal

punto di vista della sistematizzazione concettuale della sociologia. L’opera più impor-

tante è Economia e società, composta da 5 tomi ognuno dei quali dedicati ad un aspetto

della società. Per Durkheim la società era una realtà su generis, un fatto morale. Per

Weber, invece, la società è il risultato dell’agire degli individui che può assumere diver-

se forme, tra cui quella sociale. Weber è legato allo stoicismo tedesco, in particolare

all’elaborazione di un filosofo tedesco, Wilhelm Diltey, che fu il primo ad individuare una

differenza tra le scienze storico sociali e le scienze naturali.

La sociologia con Weber diventa una scienza comprendente. Egli sostiene che la socio-

logia non possa rapportarsi alla realtà come si rapporterebbe uno scienziato naturale

perché la realtà sociale ha delle caratteristiche intrinsecamente diverse: gli individui agi-

scono intenzionando le loro azioni, cioè dotandole di un senso. Esempio: se io faccio ca-

dere una pietra questa viene spinta a terra da una legge e lo studioso di questo fenome-

no può farne una legge. La pietra non ha una coscienza e non è un soggetto che inten-

ziona la sua azione. Se invece guardo un individuo che prende una pietra e la lancia,

questo individuo, soggetto, intenziona la sua azione. Per Weber la sociologia deve prima

interpretare l’agire sociale e poi spiegarlo nel suo corso e nei suoi effetti; per far ciò bi-

sogna prendere un agire individuale o di gruppo e portarlo sul piano della generalità so-

ciale. In questo la sociologia si differenzia dalla storia: mentre la storia si sofferma

sull’unicità di alcuni eventi, la sociologia deve partire da alcuni eventi individuali o di

gruppo e portarli sul piano della generalità. Questa generalizzazione è possibile attraver-

so l’idealtipo (è un concetto limite, Weber utilizzerà sempre l’idealtipo). Spiegare

un’azione o un fenomeno significa ricostruire quelli che sono gli elementi precedenti e

gli effetti che successivamente vengono prodotti. Egli dice che la realtà sociale, il caos

della realtà sociale è tale per cui non è possibile spiegare in maniera esaustiva i fenome-

ni umani perché è difficile che dipendano da una sola causa. Inoltre, i nessi causali con

cui leghiamo i fenomeni sociali vengono stabiliti dall’osservatore e dunque risentono di

quello che è il punto di vista dell’individuo. Weber dice che, se il sociologo orienta la sua

investigazione a partire dalla propria sensibilità, subito dopo deve operare in maniera

avalutativa, deve astenersi dal dare una critica morale ai fenomeni.

La sociologia, per Weber, studia l’agire sociale orientato agli altri. Esempio: se io esco di

qua, sta piovendo e apro l’ombrello, non è un agire weberianamente sociale, perché non

è orientata agli altri ma solo a me. Egli crea un elenco di 4 idealtipi di agire sociale, i pri-

mi 2 razionali e gli altri 2 meno razionali: l’agire razionale orientato allo scopo, cioè di

un fine rispetto al quale l’attore sceglie in maniera strumentalmente adeguata i mezzi

per raggiungerlo; segue la logica dell’efficacia. Per Weber, una forma tipica di agire ra-

zionale allo scopo è il capitalismo. L’agire razionale rispetto al valore, in cui gli attori non

perseguono un fine strumentale ma si adeguano coerentemente ad un loro valore; in

questo caso segue una logica di coerenza. L’agire orientato affettivamente, che è

quell’agire che ci fa compiere anche una serie di cazzate. L’agire orientato alla tradizio-

ne, che non ha un contenuto razionale perché segue la consuetudine (es.: scambiarsi sa-

luti). Weber dirà che il passaggio dalla società moderna alla società premoderna si può

spiegare anche come una prevalenza di un agire rispetto ad un altro. Se le società pre-

moderne erano società in cui l’agire prevalente era quello razionalmente orientato al va-

lore, la forma di agire razionale prevalente nella modernità sarà quella strumentale in

cui gli individui intenzionano il loro agire prevalentemente seguendo la strumentalità dei

fini sociali che si sono posti.

Quando gli individui sono in relazione costante, possono dare vita a 2 forme più ampie

di relazione sociale che si chiamano comunità (Gemenschaft) o società (Gesellschaft). La

comunità è quando la relazione stabile tra più individui nel tempo e nello spazio si stabi-

lisce su base affettiva; la società, invece, non basa la relazione stabile su legame affetti-

vo, ma sull’interesse dei soggetti a prendervi parte (sto in una relazione sociale perché

posso perseguire il mio interesse mentre gli altri perseguono il loro). Anche queste 2

forme di relazione sociale sono idealtipiche, servono solo a Weber per capire cosa tiene

insieme gli individui in una relazione sociale stabile. Weber è il primo a comprendere che

nella società non c’è solo la spinta all’equilibrio, ma agiscono anche conflitto e lotta,

questo aprirà la strada a tutte le cosiddette teorie conflittualistiche. Inoltre, secondo lui,

le relazioni sociali possono essere aperte o chiuse: aperte se l’agire reciproco interno ad

esse è possibile per tutti; chiuse quando quando ci sono ordinamenti, regole che limita-

no l’accesso ad alcuni soggetti.

Weber, ancora una volta attraverso una generalizzazione, andrà a vedere in che modo il

potere diventa legittimo e arriverà a definire tre forme di potere legittimo. Prima però

definisce il potere: in generale con la parola potere alludiamo alla capacità del soggetto

di intervenire efficacemente sulla realtà. Egli afferma che il potere sociale è diverso dal

potere in generale perché è una capacità di un soggetto di produrre effetti sugli altri. Il

potere politico, invece, è un sottoinsieme del potere sociale ed equivale come espres-

sione al potere di governo, cioè il potere di governare all’interno di un dato raggruppa-

mento sociale. Questo potere politico può governare in 2 modi: attraverso la forza oppu-

re basandosi su qualche principio di legittimità. Questa idea porta Weber a compiere

una distinzione concettuale: quella tra potenza e potere. Potenza significa far valere en-

tro una relazione sociale, anche dinanzi ad una opposizione, la propria volontà, si basa

sulla costrizione. Il potere, invece, è la possibilità che un comando trovi obbedienza per-

ché si ritiene legittimo il potere da cui arriva il comando stesso, si basa sull’obbedienza.

Quindi il potere: può essere legittimo in virtù della tradizione, del carisma e di proce-

dimenti razionali legali. Un esempio di potere la cui legittimità affonda nella tradizione è

la Chiesa. Altro esempio sono i sovrani. Nessuno li ha eletti, stanno lì e governano in vir-

tù della tradizione. Esempio che affonda il potere della legittimità sul carisma è Gandhi,

Nelson Mandela, uomini che hanno cambiato la storia dei loro paesi e hanno esercitato

un potere carismatico. Potere carismatico è un potere particolarissimo per Weber per-

ché fonda la sua legittimità su delle qualità ascritte al soggetto, è un’aura che circonda

determinate persone, c’è chi ce l’ha e chi no. Il potere che affonda la sua legittimità su

procedure razionali legali è quello che contraddistingue tutti, cioè il potere moderno per

eccellenza, su cui si basano le democrazie. Basa la sua legittimità sul ritenere razionali le

norme e le regole definite da persone che sono anch’esse deputate alla produzione di

leggi in virtù di processi razionali legali, cioè le elezioni.

Per quanto riguarda la burocrazia Weber dice che si fonda su alcuni principi (è il primo

che crea questa analisi concettuale). Il primo principio è che i servizi e le competenze

sono rigorosamente definiti da leggi e regolamenti (vuol dire che io devo andare

all’ufficio specifico). Il secondo dice che la burocrazia dello stato modero si fonda sulla

gerarchia di funzioni e l’organizzazione gerarchica all’interno di istituzioni. Il terzo prin-

cipio afferma la non proprietà personale della carica. Il funzionario non ha una proprie-

tà personale della sua carica. Quarto principio dice che il reclutamento avviene in base

alla formazione quindi al grado di istruzione e ad esami, concorsi. L’ultimo principio di-

ce che la burocrazia dello stato moderno si fonda su una retribuzione. Ci sono, però,

degli svantaggi perché chiama in causa la spersonalizzazione, cioè la deresponsabilizza-

zione (chi svolge una data mansione rispondendo soltanto a regolamenti e leggi può al-

zare le mani e dire non è colpa mia, la legge dice così); infine, i corpi amministrativi pos-

sono sviluppare anche interessi particolari.

Ultimo concetto Weberiano è quello di stratificazione sociale con il quale Weber indica

il modo in cui in una società, gli individui o i raggruppamenti di individui sono differen-

ziati e organizzati gerarchicamente. La stratificazione sociale chiama in causa il concetto

di classe. Per Marx la classe allude ad una collocazione all’interno dei rapporti di produ-

zione. Weber dice che la società, e quindi la stratificazione sociale, dipende dal punto di

osservazione dei fenomeni: se io guardo all’ordinamento economico allora c’è la classe,

ma se guardo all’ordinamento culturale o politico il concetto di classe marxiano comin-

cia ad essere un po’ più scarso dal punto di vista analitico. Egli, comunque, sostiene che

la classe sia un insieme di individui che condivide analoghe possibilità di procurarsi be-

ni economici. Se invece io guardo all’ordinamento culturale, la stratificazione non si

esprime più con il concetto di classe ma con la nozione di ceto, che allude a una data po-

sizione all’interno della società in maniera più vasta. E’ un privilegio positivo o negativo

nella considerazione sociale, dipende dalla condotta di vita.

Weber, nelle osservazioni preliminari al volume l’Etica protestante e Lo spirito del capi-

talismo(domanda sicura), definisce il capitalismo e lo fa in maniera diversa rispetto a

Marx. Non si occupa tanto di definire il capitale che era invece il punto di partenza di

Marx, si occupa invece di capire qual è l’agire economico di tipo capitalistico e dice che

innanzitutto non è la semplice accumulazione di denaro ma si basa invece

sull’aspettativa di guadagno, sfruttando abilmente le congetture dello scambio. Tutto

ciò avviene in una condizione pacifica, disciplinata razionalmente in cui gli individui sono

liberi. Il soggetto tipico del capitalismo per Weber è il proprietario dell’impresa capitali-

stica che è colui il quale dispone di un capitale e vuole accrescerlo tramite un profitto

che viene investito per procurare nuovo profitto. Ciò che rende il capitalismo in questa

forma specifico della fase moderna è il fatto di essere un’organizzazione razionale del la-

voro formalmente libero (il lavoro formalmente libero è la possibilità di utilizzare lavora-

tori, salariati, giuridicamente liberi, non schiavi, per il lavoro d’impresa). Quindi una so-

cietà è capitalistica quando i bisogni vengono soddisfatti prevalentemente attraverso

l’attività di tali imprese e consumo di merci che producono.

Affinché il capitalismo moderno occidentale si potesse sviluppare sono stati necessari

alcuni fattori storici: la disponibilità di lavoro formalmente libero, cioè la fine della

schiavitù e del selvaggio; lo sviluppo di mercati aperti, cioè l’interconnessione globale e

la separazione tra famiglia e impresa, che dovevano rispondere a logiche diverse. Que-

sta combinazione di fattori ha prodotto innanzitutto quella che Weber chiama mentalità,

cioè spirito del capitalismo, un’attitudine, un modo di pensare. Questa mentalità ha

fondamentalmente 3 aspetti: l’enfasi sull’importanza del lavoro, l’enfasi sul reinvesti-

mento, il rifiuto del consumo improduttivo e del lusso.

Secondo Weber, ciò che ha fatto sì che questo spirito del capitalismo si sviluppasse solo

in Occidente va indagato nella religione: quando nel 1517 Lutero affligge le 95 tesi con

cui tenta di riformare la santa romana chiesa in realtà per Weber quel fatto produce una

seria di conseguenze importantissime, è un processo di razionalizzazione delle religioni.

Anche il calvinismo, attraverso l’adesione al mondo, Beruf (professione, vocazione) e

l’ascesi dal mondo, si rivelerà assolutamente assonante con la nascita dello spirito del

capitalismo. Gli uomini lavoravano, ottenevano successo e non spendevano questi soldi,

li rinvestivano, quindi abbiamo la produzione del capitale. Weber dice che c’è

un’assonanza tra questi 2 fenomeni: l’ethos lavorativo calvinista e la mentalità capitali-

sta. Inoltre, intravede le degenerazioni che nel capitalismo si stavano manifestando e di-

ce che rappresentano il carattere tragico della modernità. Egli dice: se il capitalismo na-

sce dalla congiunzione di queste 2 forme di agire (razionale al valore e razionale allo

scopo), poi una avrà il sopravvento e abbandonerà l’altra. Il capitalismo abbandonerà

l’ethos calvinista e diventerà esclusivamente razionalità strumentale, perderà i valori che

lo avevano contraddistinto nella sua genesi.

La scuola di Chicago – Thomas e Park

Nel 900 la sociologia si sviluppa principalmente negli Stati Uniti perché lì era fortemente

finanziata. Ha fondamentalmente 2 grossi poli che corrispondono a 2 grandi città: il pri-

mo Chicago e il secondo Harward. Il primo direttore del dipartimento di sociologia della

scuola di Chicago fu William Samner, che pubblicò un libro chiamato Costumi di gruppo,

in cui conia l’espressione etnocentrismo (una popolazione, un gruppo, ritiene i propri

costumi di vita e i propri valori superiori a quelli degli altri). All’interno della scuola di

Chicago troviamo autori come Veblen, che individua un meccanismo che vale ancora,

oggi, quello del consumo vistoso: l’idea che gli individui, soprattutto quelli appartenenti

alla classe agiata, non consumano per l’utilità che ne deriverebbe dai loro acquisti ma

acquistano merci solo per riprodurre simbolicamente la disuguaglianza. Cooley (altro au-

tore scuola di Chicago) sostiene che l’individuo struttura la propria identità personale at-

traverso il sé specchio.

Chicago come gli Stati Uniti, all’inizio del 900 si trova davanti al problema

dell’immigrazione e l’industrializzazione. Le figure più rappresentative della scuola di

Chicago sono Small, Thomas e Park. In particolare, Thomas insieme ad un altro collega

che si chiamava Znaniesky, scrivono un’opera: Il contadino polacco in Europa e in Ameri-

ca, per studiare le condizioni dell’immigrato polacco a Chicago. Per farlo mettono in

campo strumenti diversi da quelli utilizzati in Europa: i metodi qualitativi (Durkheim per

studiare il suicidio aveva usato le statistiche, gli strumenti quantitativi), che poi divente-

ranno essenziali per la ricerca sociale; utilizzano la corrispondenza, (le lettere) e rico-

struivano le varie storie di vita. Conducono questa ricerca perché ritenevano, con spirito

ottimistico, che questi dati fossero utilissimi per le istituzioni pubbliche al fine di pro-

muovere processi integrativi.

Thomas sostiene che la realtà in qualche modo sia il risultato di un atto interpretativo

che gli attori fanno, lo porterà ad elaborare il cosiddetto Teorema di Thomas, che dice:

se gli uomini definiscono reale una situazione, essa lo è nelle sue conseguenze. Es: se

viene messa in giro una voce nei confronti di una persona e tutti la reputano reale, essa

produrrà delle conseguenze, in quel caso negative.

Dopo Thomas prenderà Robert Park la direzione del dipartimento. Con lui Chicago di-

venterà una vera e propria scuola (significa che un insieme di ricercatori lavoreranno in

maniera comune su temi analoghi). Le caratteristiche di questa scuola sono: una fortis-

sima propensione per la ricerca empirica, cioè la sociologia non sarà più una disciplina

da far lavorare a tavolino ma deve camminare per le strade. L’oggetto che li unifica è la

città, che diviene il laboratorio, tant’è che la scuola di Chicago viene anche detta scuola

di ecologia urbana. Robert Park pubblicherà proprio un volume chiamato La città. La so-

ciologia, per Park, lavora per frammenti, dal piccolo verso il grande (concezione Simme-

liana). Egli sviluppa in questo libro soprattutto il concetto della mobilità, che allude a

come si muovono le persone nello spazio, nel caso di Park anche ai flussi migratori. La

mobilità sociale è un concetto in base al quale l’individuo può ambire a modificare la

propria condizione di nascita migliorandola. Oltre alla mobilità sociale c’è anche la mobi-

lità spirituale, dovuta a l’esposizione agli stimoli della città. Essa produce delle conse-

guenze ambivalenti perché da una parte produce sviluppo delle facoltà individuali ma

contemporaneamente produce processi di disgregazione sociale. Secondo Park questo

ha anche aspetti positivi perché contribuisce a sviluppare nell’individuo la necessità di

aprire il proprio modo di vedere le cose e confrontarlo con nuovi quadri interpretativi,

nuovi valori. All’interno di questo libro, Park arriva a definire il concetto di distanza so-

ciale, cioè il fatto che i gruppi si differenzino tra di loro sviluppando un sentimento di

estraneità e di distinzione dagli altri. Questa differenziazione dei gruppi, inoltre, si

esprime anche in termini territoriali, cioè ciascun gruppo si colloca in aree distinte della

città. Quindi nelle città americane si vanno a costruire le aree naturali, zone geografiche

interne alla città nelle quali la popolazione tende a distribuirsi in ragione delle differenze

tra gruppi. Egli individua la composizione tipica della città americana come fatta da 5

aree naturali, 5 zone che sono socialmente e funzionalmente distinte tra di loro: al cen-

tro abbiamo l’attività economica, la zona 2 è una zona di transizione fatta prevalente-

mente da commerci e scambi di questo tipo, la zona 3 è la zona operaia presidenziale,

cioè abitata da quelle persone che vanno a lavorare, la zona 4 è zona residenziale abitata

dalla famosa classe agiata nella quale si trova un’altra conformazione architettonica del-

le case, l’ultima è la zona dei lavoratori pendolari.

La scuola di Francoforte

La scuola di Francoforte viene fondata da Horkheimer, Adorno, Marcuse, Fromm e Ben-

jamin. Questi autori erano tutti di origine ebrea, per questo motivo furono costretti ad

abbandonare l’Europa e trasferirsi negli Stati Uniti. Le opere più importanti sono: Dialet-

tica dell’illuminismo di Horkeimer e Adorno, Minima et moralia di Adorno, L’eclissi della

ragione di Horkheimer ed Avere o essere di Fromm. I francofortesi furono tra i principali

studiosi dell’industria culturale, cioè della trasformazione della cultura in merce e delle

conseguenze sociali che questa trasformazione ha avuto soprattutto nel rapporto tra

classe operaia e capitalisti.

Essi dicono che la società capitalistica ha complessivamente rovesciato il senso

dell’esistenza e ha trasformato ciò che era un mezzo, la produzione, in un fine. La vita,

dunque, si è trasformata complessivamente in un’erogazione di forza lavoro volta alla

produzione di merce e un consumo di beni prodotti al fine di produrne ancora. Inoltre,

prendono il concetto di alienazione di Marx con le tonalità Hegeliane e il concetto di ra-

zionalizzazione crescente di Weber; su questo innesto sociologico introducono elementi

della psicanalisi di Freud (La razionalizzazione di Weber è quell’agire orientato razional-

mente allo scopo che Weber aveva spiegato). Quasi tutti i sociologi convergono sul defi-

nire la modernità come una fase storica caratterizzata da un orientamento strumentale

(c’è chi come Durkheim individuerà in questa razionalità strumentale crescente della vita

moderna una patologia che ne deriva: l’anomia, chi come Marx dirà che è intimamente

connessa con il capitalismo, chi come Weber dirà che siamo imprigionati in una gabbia

d’acciaio). I francofortesi si pongono un problema di carattere storico. Si chiedono per-

ché il capitalismo pur manifestandosi in tutta la sua durezza non attiva nessun meccani-

smo di coscienza di classe e nessuna rivoluzione. Inoltre, guardando l’Europa, si doman-

dano perché contemporaneamente buona parte della popolazione europea sta aderen-

do alle dittature. Essi, inoltre, a differenza di Marx (proletariato), non individuano il

soggetto storico della rivoluzione. Quindi loro cercano nei processi psichici le risposte a

tutte quelle domande. Queste indagini dei processi psichici sono contenute in un’opera

dal titolo Studi sull’autorità e la famiglia. Loro dicono che per spiegare i processi di inte-

grazione dell’individuo non possiamo guardare soltanto all’attività coercitiva degli stati,

ma anche i processi di interiorizzazione del principio di autorità. Il principale veicolo

che consente questa interiorizzazione del principio di autorità è la famiglia e in particola-

re la figura del padre. L’individuo, all’interno della famiglia, attraverso un lungo processo

che parte dai primissimi giorni di vita, impara ad adattarsi progressivamente interioriz-

zando l’autorità e in particolar modo l’autorità della figura paterna.

Critica della razionalità, altro grandissimo tema dei francofortesi. Da un punto di vista

linguistico, nella lingua tedesca c’è una differenza tra ragione e intelletto: la ragione è

un principio che dà ordine alle conoscenze empiriche e in base a delle domande di senso

che noi poniamo sulle cose; l’intelletto, invece, è una facoltà logico combinatoria orien-

tata alla calcolabilità. Quindi dire razionalizzazione significare dire intellettualizzazione,

dunque un atteggiamento che si basa esclusivamente sulla necessità di calcolare il rap-

porto tra mezzi e fini. Questi temi sono sviluppati da Horkheimer e Adorno in Dialettica

dell’illuminismo e nell’Eclissi della ragione. In Dialettica dell’illuminismo mettono sotto

attacco diretto l’illuminismo dicendo che oltre ad essere stato un progetto di rischiara-

mento (le parole di Kant, fuoriuscita dello stato di minorità da parte dell’uomo, illumina-

re attraverso la chiave della ragione il mondo, ecc.), in realtà ha negato cittadinanza a

tutto ciò che non può essere spiegato razionalmente. Complessivamente questo pro-

getto illuminista si è espresso soprattutto, dicono i francofortesi, come un atteggiamen-

to di dominazione nei confronti della natura, di assorbimento, di manipolazione che noi

stiamo ancora pagando. Nella Dialettica dell’illuminismo loro dicono che bisogna opera-

re secondo una dialettica negativa, cioè utilizzare la ragione contro la ragione stessa.

L’industria culturale è un tema contenuto anch’esso nella Dialettica dell’illuminismo. La

cultura prima dell’industrializzazione era un fatto di élite perché non riproducibile.

L’opera d’arte era unica, aveva un’aura; successivamente subisce un processo di seria-

lizzazione. Inoltre, essi dicono che consumare diviene la forma di gratificazione collettiva

su cui si fonda e regge l’ordine sociale americano, il consumo di qualunque merce evoca

un’idea di felicità. Vivere inizia a coincidere sempre di più con acquistare. Se nel passato

il problema era quello di trovare delle fonti di sostentamento con cui sfamare i propri fi-

gli, nella famiglia di operai americana diventa quello di acquistare merci perché il nuovo

prodotto tecnologico è segno di modernità, progresso.

La sociologia dei francofortesi è uno strumento sociale, non un’analisi sociale; uno stru-

mento volto a ricordare il valore della coscienza critica, cioè un’idea che la società prima

ancora di essere convalidata debba essere negata.

I sociologi della vita quotidiana

Ad un certo punto del Novecento emerge la necessità di mettere al centro della ricerca

sociologica la vita quotidiana. Se con Durkheim abbiamo visto che per lui la società è

una realtà sui generis, non la semplice somma degli individui bensì una realtà di ordine

superiore che trascendeva gli individui stessi perché dotata di un carattere di oggettività;

essi, invece, dicono che la società è il risultato dell’interazione tra le persone. Molti di

questi sociologi (in opposizione con Weber) si rendono conto che la stragrande maggio-


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia Generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Cremonesini: Il mondo in questione, Paolo Jedlowski.
Gli autori trattati sono i seguenti: Comte, Alexis De Tocqueville, Durkheim, Karl Marx, Max Weber, La scuola di Chicago, Thomas e Park, La scuola di Francoforte, i sociologi della vita quotidiana, Schutz, Berger e Luckmann, Garfinkel, Goffman, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Saxbrina97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Cremonesini Valentina.

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