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Sociologia generale: temi, concetti, strumenti

Introduzione

La sociologia è lo studio sistematico del rapporto fra individuo e società, facente parte delle scienze sociali. Studio sistematico ossia scientifico, poiché vengono usate analisi di tipo oggettivo e scientifico. Questo studio viene definito anche "approccio sociologico" e può essere ritenuto una prospettiva, ossia un modo di osservare il mondo. Questa "prospettiva sociologica" può essere applicata a qualsiasi aspetto della vita o a qualsiasi problema sociale e ci permette di comprendere i collegamenti fra gli individui e il contesto sociale nel quale essi vivono; capire infatti in quale determinato contesto sociale, storico o culturale un individuo viva, ci permetterà di capire meglio le caratteristiche della sua società e viceversa (non si può comprendere la vita dei singoli se prima non si comprende quella della società, e viceversa).

Successivamente il sociologo americano Mills fornì un’altra nozione di "prospettiva sociologica", o come egli meglio definì "immaginazione sociologica". Secondo Mills, la nostra condizione di individui dipende da forze più ampie all’interno della società, come ad esempio la storia o le origini sociali. Viviamo in un’epoca pacifica e senza guerre o in un regime dittatoriale? Godiamo di diritti o le nostre libertà sono limitate? Siamo eterosessuali o omosessuali? Siamo cristiani, ebrei, musulmani o atei? Tutti questi fattori contribuiscono a delineare una società determinata nella quale noi siamo nati e dalla quale siamo fortemente influenzati. Ed è per questo infatti che Mills affermò che, con il mutare delle condizioni sociali cambia anche la nostra vita, siamo influenzati da forze più ampie di noi già radicalizzate nella società in cui nasciamo; se si analizzerà la società in cui si vive, con tutte le sue caratteristiche, sarà così possibile capire meglio l’individuo.

Contesto storico della sociologia

Il contesto storico della nascita delle origini della sociologia corrisponde più o meno al XVIII secolo, anche se si dovrà aspettare almeno un secolo prima di parlare di vera e propria sociologia; proprio durante il settecento infatti nacque quella fase storica definita "modernità", caratterizzata dalla crescita della democrazia e delle libertà personali, da una gran fiducia nella ragione e nella scienza tipica di un’età illuministica per spiegare sia il mondo naturale che il mondo sociale e da uno spostamento da un’economia rurale e agricola ad un’economia industriale. Con la nascita di queste novità, i primi sociologi cercano di comprendere i cambiamenti a cui si stava assistendo e di suggerire soluzioni per affrontare tutti quei nuovi problemi sociali.

L’inizio vero e proprio della sociologia però, risale a tempi molto più remoti, ossia da quando esiste un’aggregazione sociale, da quando l’uomo ha sentito la necessità di vivere in comunità e quindi nasce con egli e non ha nessuna patria. Perciò si parla di "due sociologie", quella che si configura come disciplina scientifica e quella che si configura con un senso comune.

Rivoluzioni e sviluppo sociologico

Vi furono in più delle condizioni che contribuirono a costituire l’identikit della sociologia e determinare quella che fu la cosiddetta età moderna, che furono la rivoluzione scientifica o culturale che dona il metodo di studio sociologico, la rivoluzione politica da un soggetto di studio e la rivoluzione industriale o economico-sociale che invece ne dà un oggetto.

Rivoluzione scientifica culturale

Nel corso del medioevo il clero dominava la vita intellettuale controllando e censurando i libri dell’epoca considerati eretici solamente perché contrari alla dottrina della Chiesa, e come tali anche coloro che li scrivevano. Un clima del genere non era di certo adatto allo sviluppo della scienza; ma poco a poco il dominio clericale declinò, mentre la ricerca scientifica rivelava sempre più i limiti delle spiegazioni del mondo naturale fornite dalla chiesa, mostrandone l’inveridicità. Nasce così quell’epoca detta Illuminismo, cui alla base vi era la fede assoluta nella scienza e nella ragione. Questa vera e propria rivoluzione permise ai sociologi di applicare lo stesso metodo scientifico precedentemente utilizzato per lo studio delle scienze naturali anche allo studio dell’individuo e della società e dei rapporti sistematici tra essi.

Rivoluzione politica

I filosofi illuministi suggerirono che, applicando ragione e scienza ai problemi sociali sorti nella società moderna, si sarebbe favorito il progresso delle libertà e dei diritti individuali. Tali idee infatti furono promotrici di vere e proprie rivoluzioni politiche come quella americana o francese, che permisero di dare un soggetto di studio ai sociologi, ossia i rapporti tra individui e società e in questo caso, le cause della rivoluzione nata dal popolo carico di novità.

Rivoluzione industriale o economico sociale

La "Rivoluzione industriale" (processo che ebbe inizio in Gran Bretagna nel XIX secolo) trasformò la società radicalmente. Il progresso scientifico fece sì che nascessero sempre più novità e ciò comportò la nascita dell’industrializzazione, ossia l’uso di macchinari per la produzione in serie di beni di consumo. L’industrializzazione, che comportò in più l’impiego continuo di cospicue somme di denaro, ebbe come conseguenza l’ascesa dei capitalisti, grandi economi che miravano al profitto attraverso acquisizioni di grandi aziende. Tutto ciò ebbe un’ulteriore conseguenza, ossia la nascita del consumismo, un sistema di vita che dipende dall’acquisto di beni messi in commercio, e di un’economia basata esclusivamente su di esso.

Tali mutamenti economici implicarono importanti mutamenti nella vita sociale: i contadini iniziarono a spostarsi in grandi masse verso le metropoli sempre più fiorenti, da un ambiente rurale ad un ambiente urbano, contribuendo all’urbanizzazione e ad una crescita demografica delle città. Al contempo però nacquero diseguaglianze sociali poiché quei pochi imprenditori che accumulavano grandi profitti, sfruttarono sempre più la bassa mano d’opera dei loro operai sottopagati (proletariato). Fu proprio in questo periodo che la nuova e importante classe sociale della borghesia andò ad affermarsi.

Precursori della sociologia

I precursori della sociologia furono il francese Auguste Comte e l’inglese Herbert Spencer. Comte coniò per la prima volta il termine "sociologia" (terminologia derivante da un termine latino, "socios", ed un termine greco, "logos", ossia "rude parlare") e cercò di fondare le basi della sociologia intesa come scienza della società modellata sulle scienze naturali e volta ad individuare le leggi che governano il comportamento umano. L’interesse di Comte si focalizzò soprattutto su come la nostra società, da rudimentale qual era, si è trasformata fino ai suoi tempi.

Secondo la sua teoria, le società si erano sviluppate attraverso diversi stadi: quello teologico retto dalla religione, quello metafisico retto dalla filosofia e quello positivista, retto dalla scienza. Si sviluppò infatti nella prima metà dell’ottocento quel pensiero filosofico per certi aspetti simile all'Illuminismo, di cui condivide la fiducia nella scienza e nel progresso scientifico-tecnologico, e che vede nella progressiva affermazione della ragione la base del progresso o evoluzione sociale, detto positivismo. Spencer invece affermò che la società è un "organismo sociale" simile all’organismo umano; la società è costituita da parti separate, ognuna avente propria funzione vitale. Egli riteneva che l’evoluzione spontanea della società realizzasse sempre un più alto grado di successo e a fronte di una forte diseguaglianza frutto del capitalismo, credeva nella sopravvivenza del più forte, ossia quella che oggi noi chiamiamo teoria del darwinismo sociale.

Padri fondatori della sociologia

Karl Marx e gli effetti del capitalismo

Opera fondamentale per comprendere il pensiero marxista è "Il capitale", dove viene eseguita un’analisi della storia e del capitalismo. Marx riconobbe la produttività del capitalismo industriale, però lo criticava aspramente poiché veniva utilizzato esclusivamente per ammassare fortune nelle mani di pochi, lasciando gli operai in condizioni precarie e di povertà, sfruttandoli e pagandoli con salari i più bassi possibile. Secondo egli, la risposta andava cercata nel rapporto fra i capitalisti e proletariato, poiché il conflitto tra imprenditori e lavoratori era una caratteristica inevitabile del capitalismo, nella quale non poteva esistere alcun tipo di coesione sociale (come si vedrà più avanti con Durkheim). Teorizzò in più, che lo sfruttamento dei lavoratori avrebbe condotto alla fine ad un’insurrezione cui conseguenza sarebbe stata l’affermarsi del socialismo, una società nel quale non sarebbero esistite disuguaglianze tipiche del capitalismo ed un sistema nel quale la proprietà dei più importanti mezzi produttivi sarebbe stata in mani pubbliche e non private, ossia nelle mani dello Stato.

Sottolineò quindi l’importanza del potere economico nella produzione di tutte le diseguaglianze sociali. Marx in più, all’interno de "Il capitale", analizzò l’interazione tra struttura e azione, secondo cui l’individuo può sì scegliere le proprie azioni, ma esse saranno sempre influenzate da determinati fattori storico-sociali e dalle tradizioni che lo hanno preceduto, ossia dal suo contesto sociale, che a sua volta influenzerà l’economia. Poiché in questa lotta incessante, i diversi gruppi si avvalgono dei valori culturali come armi per promuovere le proprie posizioni e le culture dominanti spesso sostengono e giustificano le disuguaglianze esistenti. Un esempio può essere il caso delle donne musulmane, che vivono in una società maschilista, in cui il ruolo della donna è relegato e sottovalutato. Esse non avranno la possibilità di lavorare e di svolgere tutte quelle mansioni che può svolgere un uomo, un po' come le donne nella società degli anni cinquanta. Ma se queste donne dovessero andare in un paese liberale, con una diversa cultura e in un diverso contesto sociale, esse potrebbero trovare lavoro e svolgere una vita normale. Perciò Marx afferma che le nostre scelte e le nostre azioni sono determinate dalla nostra cultura e tradizione, che a sua volta può caratterizzare l’economia o viceversa.

Emile Durkheim, la solidarietà sociale e "Il suicidio"

Anche Durkheim si occupò di comprendere i cambiamenti sociali del mondo moderno. Visse in un’epoca travagliata, ossia quella della Terza Repubblica francese, e si interessò soprattutto del problema della solidarietà o integrazione sociale degli individui (o anche coesione sociale), ovvero dei legami che uniscono le persone, diversamente da Marx che focalizzò la sua attenzione esclusivamente sul rapporto conflittuale tra padroni e proletariato. Secondo Durkheim, la società è retta da valori culturali condivisi; questi valori, che derivano dalla cultura e dai costumi di una determinata società, si sono trasformati poi in vere e proprie norme sociali, ossia comportamenti condivisi dal collettivo ormai tramandati di generazione in generazione. Queste norme infine sono diventate vere e proprie leggi, perché sono ormai entrate nella quotidianità di quella determinata società; ed è proprio ciò che, secondo Durkheim, fa sì che nasca la solidarietà meccanica, ossia un’unione sociale basata sull’esperienza comune e su una coscienza collettiva (insieme delle credenze e dei sentimenti comuni, che sono come "stampi uniformi nei quali coliamo tutti uniformemente le nostre idee e le nostre azioni; il consenso raggiunge quindi il massimo della perfezione), tipica delle società primitive.

Tutti questi valori, principi e norme sociali tramandate di generazione in generazione, iniziarono però a scomparire contemporaneamente con lo sviluppo dell’industrializzazione, poiché esso richiedeva una sempre più maggiore divisione del lavoro. Venivano infatti richieste abilità specifiche e ciò comportò di conseguenza una perdita di quei valori dalla società condivisi, e una sempre più ampia diseguaglianza sociale. Secondo Durkheim così, l’unico modo per mantenere una solidarietà sociale in una società ormai così industrializzata fu il passaggio alla solidarietà organica e alla coscienza individuale (essa ci introduce alle società moderne ed è figlia della divisione del lavoro). Quanto più diviso è il lavoro, tanto più strettamente l’individuo dipende dalla società e, quanto più specializzata è l’attività dell’individuo tanto più essa è personale.

Guardando ai due tipi di solidarietà la società assume un significato diverso: nel primo caso, la società meccanica sarà un insieme più o meno organizzato di credenze e di sentimenti comuni a tutti i membri del gruppo (si tratta cioè del tipo collettivo) nel secondo invece la società organica sarà un sistema solidale di funzioni differenti e specifiche, unite da rapporti di solidarietà. Rifacendosi infatti alle teorie di Spencer dell’"organicismo sociale", Durkheim afferma che il collante sociale che può tenere unite le nuove società è infatti la collaborazione tra i suoi diversi organi, che dipendono l’uno dall’altro, e che operano all’unisono. Tali teorie furono esposte all’interno di una delle opere più importanti di Durkheim, ossia "La divisione del lavoro sociale", pubblicato nel 1893.

La divisione del lavoro varia secondo Durkheim, in rapporto diretto al volume e alla densità, e se progredisce in modo continuo nel corso dello sviluppo, ciò dipende dal fatto che la società diventano regolarmente più dense. Esistono in più, tre forme anormali della divisione del lavoro: la forma anomica, ossia una forma di lavoro dove vi è assenza di norme, indica uno stato sociale in cui "le relazioni degli organi non sono regolari perché si trovano in uno stato di anomia" (mancanza di norme). Lo stato di anomia è impossibile dovunque gli organi solidali sono sufficientemente ed abbastanza a lungo in contatto. Infatti essendo strettamente correlati tra loro, essi sono facilmente avvertiti in ogni circostanza del bisogno che hanno gli uni degli altri, ed hanno perciò la consapevolezza della loro dipendenza". La forma coercitiva, è una forma di lavoro in cui prevalgono atti coercitivi/imposti senza pensare alla volontà soggettiva di un altro individuo, e la forma disfunzionale ossia una forma dove vi è una cattiva di divisione del lavoro e dei suoi equilibri in modo da non dar la massima efficienza alla società.

La soluzione da Durkheim trovata è la seguente: poiché la divisione del lavoro anormale è la conseguenza della società, solo le corporazioni o i gruppi professionali possono costituire le norme che regolano le norme della divisione del lavoro, ossia un gruppo formato da tutti i lavoratori dello stesso ordine e da tutti i cooperatori della stessa funzione. Gli individui non amano lo stato di anarchia e quando si associano lo fanno anche per non sentirsi più perduti in mezzo a gente ostile, per avere il piacere di comunicare, di essere tutt’uno con molti altri, e cioè in definitiva per condurre insieme una medesima vita morale.

Opera durkheimiana di fondamentale importanza in cui venne ritrattato l’argomento dei legami sociali e della loro coesione fu "Il suicidio". All’interno di esso, Durkheim mostrò come il tasso dei suicidi poteva essere spiegato attraverso la solidarietà sociale che le persone creano con i propri gruppi di riferimento e che alcuni gruppi di popolazione possono essere meno inclini a suicidarsi a causa del loro rapporto con la società. Per esempio, la sua ricerca rivelò che il tasso di suicidi era più elevato tra gli adulti non sposati che tra quelli sposati, e tra i protestanti piuttosto che tra i cattolici o gli ebrei. Spiegò che tali analisi attraverso l’analisi della solidarietà sociale, ossia della forza dei legami sociali che permettono alle persone di sentirsi parte di un gruppo.

Max Weber, l’etica protestante e la razionalizzazione del mondo

Altro massimo esponente della sociologia moderna che cercò di dare un significato al passaggio dalla società tradizionale a quella moderna fu il tedesco Max Weber. Attraverso i suoi più importanti scritti ("L’etica protestante" e "Lo spirito del capitalismo") Weber affermò che la cultura, in particolare quella calvinista, aveva aiutato a promuovere il primo sviluppo del capitalismo in Europa poiché a differenza di quella cattolica, che incoraggiava al rifiuto di ricchezze e di proprietà, essa riteneva che le ricchezze accumulate grazie ad un lavoro rigoroso fossero un segno del favore divino di Dio e rifiutarono l’approccio della chiesa cattolica per la salvezza, affermando che il destino di un uomo fosse già prestabilito ancor prima della nascita. Questo convincimento culturale incoraggiò il duro lavoro e l’accumulazione di ricchezze.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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