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Dalla partecipazione all’informazione

L’opinione pubblica è diventata la nuova moneta dei soft powers. Con l’avvento di

tecnologie mediali d’informazione e comunicazione, i processi d’integrazione e di controllo

sociale si riposizionano sugli individui e non più su processi mediatizzati di differenziazione

individuale.

Nei labirinti controversi dei media e nei sistemi d’istruzione passa la formazione del paese,

la quale ha rilasciato, nel corso degli anni più recenti, una massa a maggioranza acculturata.

I cittadini fanno poco però per occupare gli spazi che la democrazia offre, e negli ultimi anni

la partecipazione diretta alla vita politica si è fortemente ridotta; la tradizionale

dai “legislatori” mediatici dell’informazione

rappresentanza è stata sempre più surrogata

politica che processano, selezionano e metabolizzano dati notizie, opinioni, idee.

Da ciò è possibile distinguere la società civile in tre aree.

La prima, è l’area del distacco e rappresenta chi non s’informa di politica: incide poco più

del 30% della nostra popolazione, in questa area prevale l’exit sulla voice.

La seconda area sociale partecipa alla formazione dell’opinione pubblica in forma

diretta/reticolare e/o indiretta/virtuale. È la maggioranza del paese, i due terzi: è in crescita,

ma solo una parte di essa discute e s’informa con una certa competenza.

Vi è poi una terza area, la cittadinanza attiva in politica, che al tempo dei pre-media

incarnava la vera partecipazione.

Questa metamorfosi dell’adesione e della partecipazione è piena di conseguenze per la

politica odierna. La maggioranza della popolazione ha un’opinione che non ha più intense

relazioni dirette con i tradizionali mezzi, ma si forma attraverso la televisione e i media.

La soluzione va ricercata nella realizzazione di una moderna democrazia di mercato, nello

scambio efficiente tra partecipazione è politico-elettorale e la performance pubblica,

piuttosto che in nuove improbabili nomenclature di partecipazione democratica.

Ci vorrebbe un ceto politico responsabile del proprio ruolo.

La post-democrazia italiana

Si può distinguere l’élite (ciò che si è), da classe dirigente, (ciò che si fa), con visione e

competenza. L’avvento della democrazia ha reso le élite più numerose e plurali, ma le classi

dirigenti sono diventate più rare. In tal modo l’Italia sembra aver virato verso una post-

democrazia, in cui la necessità di gestire eccezione ed emergenze, oltre a svalorizzare il

voto, danneggia anche i più elementari processi di selezione democratica delle élite.

3. Le élite politiche locali e regionali

La forza crescente delle autorità locali e regionali è uno dei fenomeni più interessanti del

“laboratorio” Italia. A cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo c’è stato un

e funzioni istituzionali, spinto anche dall’affermazione di potenti

decentramento di sovranità

élite locali. L’infelice traiettoria tracciata dal nostro paese negli ultimi anni va addebitata

proprio alla persistenza di forze centripete territoriali che frammentano il sistema,

schiacciandolo sulla tradizione del policentrismo locale e rendendolo chiuso, tutt’altro che

un sistema aperto. Fino alla seconda metà del novecento, le élite politiche locali e regionali

sono state considerate dalla letteratura sociopolitica italiana espressione di una politica

“bassa”, non erano viste come élite, essendo prive di un’autonomia reale.

Il localismo economico e politico è quindi apparso a lungo sinonimo d’arretratezza,

con quella mentalità sociale e culturale “provinciale” che denota

strettamente imparentato

chiusura rispetto alle trasformazioni e alle pressioni esterne.

Nell’ultimo quarto dello scorso secolo il geograficamente piccolo ha fatto apprezzare i suoi

vantaggi di sviluppo e benessere “provinciale”. Nel frattempo, i limiti evidenziati delle élite

politiche nazionali, ritenute incapaci di svolgere le proprie funzioni di classe dirigente,

hanno indotto alcuni studiosi a riconsiderare il ruolo a volte innovativo svolto dalle élite

modernizzazione dell’Italia.

politiche e dai poteri economici e culturali locali nella

Dal 2001 a oggi, le élite regionali e locali hanno comunque seguito una traiettoria che

ricalca “in piccolo” l’autoreferenzialità delle élite centrali; tale traiettoria porta inoltre alla

all’invecchiamento di élite “ a sesso unico” maschile per le

rinascita del notabilato politico e

cariche locali che contano. Anche le élite locali e regionali si sono mediatizzate e

personalizzate, professionalizzate e finanziarizzate.

Le radici policentriche delle élite politiche

Il policentrismo territoriale da secoli spadroneggia nella penisola: il risultato è un sistema

territoriale a scala nazionale a urbanizzazione elevata e diffusa, con limitata egemonia delle

grandi città. Il policentrismo ha fortemente condizionato le culture amministrative

territoriali e perciò la costruzione dello stato. Esso infatti sarebbe causa delle ampie lacune

civiche e di senso dello stato.

Dalla scelta repubblicana, il rapporto tra centro e periferia, distorto dall’assetto policentrico

dell’Italia, attraversato tre ”stadi”. Il primo è caratterizzato dal centralismo degli anni

ha

della Ricostruzione e del primo boom economico; il rapporto è top-down tra centro e

periferia. È la fase di riorganizzazione di un ordine sociale a partire dalla ricostruzione

concreta delle comunità locali. Vengono istituite le regioni a statuto speciale.

Il secondo stadio è il centralismo mitigato dall’avvio dei processi di regionalizzazione degli

anni settanta. Il rapporto centro-periferia inizia a cambiare. È il periodo in cui si stringono i

grandi patti sociali e un’élite nazionale negoziale riconosce nuovamente l’importanza delle

autonomie.

Federalismo e governo multilivello

Il terzo stadio del rapporto tra centro e periferia è caratterizzato dal decentramento e l

governo multilivello, che maturano nella Seconda repubblica sotto il cartello federalista, che

taglia trasversalmente la destra e la sinistra, il rapporto centro-periferia si complica per il

forte potere intrusivo della globalizzazione e riemergono le forze policentriche.

Il mezzogiorno fa modello a sé, in quanto il centralismo debole ha fatto correre un

neonotabilato professionale locale mobilitato attorno alla gestione del consenso; ne è

risultata una depressione della qualità politico amministrativa e civica.

Identikit della casta politica diffusa

da alcuni dati è emerso che la stagione del rinnovamento (primo quinquennio degli anni

Novanta) ha avuto breve durata e gradualmente ha subito il ritorno della politica che, con i

suoi apparati professionalizzati e personalizzati, ha riproposto una selezione dei candidati e

degli eletti basata sulle fedeltà e le appartenenze più che sul genere, l’età e la competenza. Il

barrage (barriere) generazionale è dunque tuttora operante ed è correlato con il ruolo

degli incarichi elettivi e con la dimensione demografica dell’ente locale o

gerarchico

regionale: tanto più il ruolo sarà apicale e l’ente demograficamente importante tanto più il

barrage nei confronti dei giovani e delle donne sarà attivo.

Il 40,2 % degli eletti nelle regioni proviene da professioni liberali, tecniche e scientifiche,

con una marcata presenza di docenti universitari, avvocati, commercialisti, ingegneri e

medici. Resta rilevante anche il gruppo di professioni amministrative, quindi la provenienza

dalla burocrazia amministrativa, che è la componente più consistente tra gli eletti nelle

amministrazioni municipali di dimensioni inferiori. Tra le élite locali è inoltre presente una

all’aumentare dei

discreta schiera di persone in condizioni non professionali che diminuisce

livelli di governo.

La composizione sociale degli eletti regionali in più di trent’anni di storia delle regioni, è

cambiata e si è differenziata tra aree regionali in base a tre fattori di mutamento: delle

professioni, dei contesti territoriali, della trasformazione dei modelli politici di

reclutamento.

A partire dagli anni Settanta si è notata una quota ascendente di classi medie e una presenza

rilevante dei “professionisti della politica” (funzionari di partito, dirigenti sindacali).

Oltre questi due modelli preponderanti, ce n’è un terzo dei notabili, proprio non solo dei

partiti minori, ma anche del Mezzogiorno.

Con Tangentopoli inoltre, irrompe tra gli eletti regionali, una quota sempre maggiore

d’imprenditori, di dirigenti e di professioni liberali e si verifica una contemporanea

riduzione di insegnati e impiegati.

Tuttavia, dal 1990, aumentano le differenze territoriali nella composizione sociale degli

eletti. Là dove il modello e il radicamento del partito rimangono forti e strutturati i partiti

continuano a selezionare, tra gli eletti regionali, attingendo in prevalenza dalla componente

di classe media e quella dei politici di professione ,compensando il suo calo nelle altre zone

del paese. nel mezzogiorno, con la ripresa del neonotabilato clientelare,i professionisti

assumono un ruolo di primo piano spegnendo la timida crescita dei professionisti della

politica.

Questi dati compongono uno scenario in cui al declino dei professionisti della politica tra gli

eletti, corrisponde un po' ovunque, ma soprattutto nel Mezzogiorno, una ripresa del

notabilato che costringe i partiti a un ruolo di “certificazione del personale politico” che

proviene da carriere “esterne”. La ripresa del notabilato attesta la crescente attenzione

politica verso quelle personalità che dispongono di un notevole capitale sociale individuale:

le capacità relazionali infatti divengono essenziali per la formazione delle net-élite che al

omento esercitano una notevole egemonia sulle élite nazionali e internazionali.

Le élite cerniera

La forza e le carriere delle élite politiche locali e regionali, da alcuni anni, hanno consentito

una relativa maggiore autonomia da parte della politica locale e della sua classe dirigente

elettorale e composizione dell’élite candidata

nel determinare struttura della competizione

ed eletta, smarcandosi da una stretta dipendenza dalle logiche nazionali. Questa relativa

autonomia di “centro”, unita ai processi di riforma degli enti locali/regionali che

attribuiscono loro ambiti poteri, ha favorito una certa bi-direzionalità delle tappe della

carriera politica instaurando un plastico flusso tra incarichi nazional e quelli apicali negli

enti municipali e regionali. Alla classica scalata ai vertici nazionali patendo da incarichi di

“periferia”, si associa un’attenzione da parte dei leader nazionali per i principali incarichi in

periferia.

I casi recenti di Vendola e Renzi, dimostrano che ormai l’importanza di alcuni

“palcoscenici” provinciali consente di esercitare un peso politico notevole anche sulla

politica nazionale tanto da essere assimilati a élite politiche nazionali con capacità traente o

addirittura a leader. In breve, come risultato di questa fluidità bi-direzionale delle carriere

politiche, si è formata un’élite che svolge il delicato ruolo di cerniera tra incarichi periferici

e nazionali.

Costi e performance: la disfatta delle autonomie regionali

La crescita d’autonomia dei poteri locali e regionali ha consentito alle proprie élite politiche

nazionali dimostrando di curare soprattutto gruppi d’interesse,

di assimilare i vizi delle élite

stabilendo una sorta di neocorporativismo locale, in cui il ceto politico, mediante governo

del consenso, appare sempre più impegnato a riprodurre se stesso, senza dare priorità alle

strategie funzionali allo sviluppo socioeconomico territoriale.

La reputazione delle élite locali è precipitata agli occhi di una popolazione preoccupata per i

loro ingenti costi e sprechi, tanto da procurare numerose campagne di protesta, grazie alle

quali le élite politiche nazionali approfittandone, hanno imposto pesanti tagli alle élite

politiche regionali nei trasferimenti di risorse da parte dello stato. Si tratta di misure di

austerity che hanno l’effetto di creare problemi concreti nell’offerta di servizi ai cittadini,

intaccando ulteriormente la reputazione e la fiducia verso le istituzioni e le élite politiche

locali e regionali.

Ad alta disoccupazione e basso Pil pro capite nei territori corrispondono maggiori indennità

dei consiglieri regionali. Non c’è relazione tra grado di benessere di un territorio e

remunerazioni del suo ceto politico regionale.

Le recenti contrazioni di risorse trasferite dello stato a regioni ed enti locali hanno

incrementato le disparità territoriali nell’offerta di servizi di welfare perché solo le

amministrazioni delle regioni con Pil più elevato riescono a compensare i tagli con risorse

proprie, garantendo un buon standard di servizi.

Policentrismo caotico

Le élite politiche locali e in particolare regionali, appaiono invecchiate e a sesso unico

maschile; la loro composizione sociale sta subendo tuttavia una profonda metamorfosi

anche in virtù della crescente attrattività delle principali cariche sociali.

Quest’attrazione per alcune poltrone apicali do grandi città e d’importanti regioni, ha

rimodellato i processi di carriera politica, spezzando l’unidirezionalità dei percorsi della

periferia al centro: di conseguenza tra le principali cariche politiche locali e regionali cresce

il peso dei leader on profilo politico nazionale.

aumentata l’importanza della componente personalità e appare avvantaggiato il

È

professionista ricco di risorse reazionali, di notorietà e di prestigio personale spendibile sul

mercato politico locale. È in declino, di conseguenza, la componente popolare del ceto

politico locale, che un tempo era puntellata dai partiti di massa. è invece aumentata,

l’incidenza degli imprenditori prestati alla politica, in specie nazionale e regionale.

Sono da considerare i gravi aspetti che hanno accompagnato la crescita quantitativa delle

élite locali. In primo luogo, la politica ha ampliato il suo raggio d’azione e u suo mercato a

livello locale e regionale, si è rafforzata come potere politico locale, ma solo raramente ha

risvegliato il pubblico interesse tra i cittadini. in secondo luogo, questa sfiducia ha preso

campo per la bassa capacità performativa dei ceti politici locali e regionali. In altri termini,

essi non si occupano a sufficienza dei problemi di fondo che intrecciano le vicende dei

territori ai desini nazionale ed europeo. In terzo luogo, i ceti politici locali hanno assimilato

dai loro fratelli maggiori nazionali la vocazione all’autoreferenzialità.

L’evanescenza del federalismo

Le élite politiche ormai da anni attraversano un profonda metamorfosi. L’espansione del

cariche elettive e l’importanza

numero delle resiliente del mercato politico sottolineano che

oggi le élite politiche sono strutturate con un potere organizzato a più livelli. La crisi

politica riguarda la qualità del rapporto rappresentanti-rappresentati, ma certo non i numeri

profonda con un’espansione dell’offerta

che al contrario attestano la metamorfosi

multilivello di classi dirigenti europee e regionali postnazionali. Mai in precedenza le élite

politiche italiane avevano potuto contare su un esercito così ampio di professionisti tra

cariche elettive, enti pubblici locali, assistenti, consulenti, funzionari dipartito…

In realtà, questo cerchio elitario, ne include uno più piccolo, pari a un suo decimo circa: si

tratta della cosiddetta élite politica traente, in grado di intercettare e partecipare alle

principali decisioni d’importanza sovraregionale riguardanti il proprio territorio, esercitando

un significativo potere di proposta o di veto. C’è anche un cerchio più piccolo, superiore,

più ristretto di leader locali-regionali che hanno visibilità non solo sullo scenario politico

regionale, ma anche nazionale ed europeo.

C’è stata una transizione verso una nuova forma di offerta istituzionale, fondata su una

nuova e diversa architettura politica che prevede un ceto politico multilivello: europeo,

nazionale e locale-regionale.

Quest’ultimo stava vincendo la sua battaglia sul ceto politico nazionale sfruttando

l’esplosione delle problematiche territoriali, la crisi ha poi provocato una pesante battuta

d’arresto dell’ascesa delle élite politiche locali e del federalismo.

Stenta a formarsi quindi una classe dirigente multilivello postnazionale perché, i nuovi

poteri regionali ed europei si sono rafforzati, ma non abbastanza rispetto a quelli nazionali,

tutt’ora dominanti sullo scacchiere europeo.

L’Europa

4.

La caduta della visione strategica delle élite nazionali europee

L’attuale unione intergovernativa europea non riesce a trasformarsi in unione politica perché

la politica è riluttante a trasferirsi sullo scenario europeo.

In Italia come in Europa, il federalismo è in crisi di credibilità fino a offuscare

quell’”Europa delle regioni” possibile alternativa alla supremazia intergovernativa delle

élite politiche nazionali.

Debito, corruzione e sprechi fluiscono al centro come nelle periferie. Il rischio è che faccia

sistema il lato oscuro dell’istituzione italiana, piegata, prima che dai tagli dello stato,

dall’insieme delle clientele che caratterizzano i nostri mercati politici locali e regionali. La

prospettiva federalista appare un’occasione persa. Quest’idea ha marciato in parte, sia in

Italia che in Europa su binari elitari, creando cerchie autoreferenziali tanto a livello

regionale che europeo. Quest’idea di un federalismo d’élite è fallita al pari della

convinzione che essa possa rappresentare la soluzione a tutti i mali nazionali. La crisi ha

evidenziato che invece le soluzioni vanno ricercate con riforme economiche, istituzionali,

elettorali nazionali da decidere con l’urgenza dell’emergenza.

Il federalismo oggi è l’ultimo pensiero delle famiglie italiane (28%), molto lontano dalla

prima preoccupazione, la disoccupazione (80%).c’è dunque ripensare all’idea

da federalista

e c’è da capire se espressioni come unione politica, stato federale non siano da archiviare

come utopie. Finora le idee federaliste on hanno dimostrato di essere così forti da

determinare un nuovo scenario di circolazione delle élite nazionali, che anzi sono tornate al

comando dei rispettivi stati e della UE.

Europa ed Europe

L’Ue non può essere vista come un’unione politica democratica, ma un’area economica e

monetaria co-governata da leader ed élite nazionali che prevalgono sulla Commissione e

sull’Europarlamento. Da un lato, il Consiglio prende le decisioni, dall’altro la Commissione

elabora analisi e raccomandazioni e il Parlamento esercita un ruolo all’incirca notarile.

questa centralità assunta dal

Quando perciò si parla di Ue intergovernativa s’intende

Consiglio che prende le decisioni strategiche e sceglie di fatto i membri e il presidente della

Commissione, che dovrebbe essere indipendente dalle autorità nazionali.

La diffusione dell’idea che siano organismi europei nominati, e non democraticamente

legittimati, a sovraordinare la vita economica dei singoli paesi della Uem, ha alimentato

scetticismo sulla Uem, che si riversa fortemente sulla fiducia e sulla partecipazione

elettorale dei cittadini.

politica europea è di aver creato un’area pacificata di benessere; dopo la

Il miracolo della

guerra, l’economia sociale di mercato era riuscita a distinguersi dal modello americano per

almeno tre caratteri: un welfare strumento per allargare e sostenere un vasto ceto medio, una

regolazione del mercato del lavoro e delle relazioni industriali istituzionalizzate con pratiche

negoziali.

Tuttavia, le diversità interne all’Europa permangono e fin dagli anni Novanta, i sociologi

hanno distinto in Europa un modello socialdemocratico di welfare, uno corporativo e

conservatore, uno liberale e uno mediterraneo. Mentre il primo (nordista) ha alta efficienza e

gode di elevata equità, quello corporativo continentale ha bassa efficienza ma alta equità. Il

modello liberale anglosassone ha alta efficienza, ma bassa equità, mentre quello

mediterraneo appare negativo per competitività e debole per protezione sociale.

Un’altra ricerca ha evidenziato sei “raggruppamenti”(clusters) di paesi che configurano sei

diversi modelli sociali presenti e prevalenti nella Ue. Un primo gruppo è costituito dal

blocco continentale (Austria, Belgio, Francia, Germania e Olanda) e dall’Inghilterra,

rappresenta il blocco dell’Europa che c’è, contraddistinto da performance medio-alte. i paesi

Scandinavi con i più elevati livelli di sviluppo socio-economico e politico-istituzionale

rappresentano il blocco nordico, il più evoluto. Il terzo gruppo è composto dai paesi

mediterranei (Italia, Grecia, Portogallo e Spagna) e dall’Irlanda, accomunati da una cultura

di matrice cattolica. Presentano una performance sociale nella media, ma questi paesi

“ritardatari” sono contraddistinti da rischi di instabilità di sistema.

Gli altri tre clusters individuano tre gruppi di paesi affini per collocazione geografica: l’Est

mitteleuropeo, (Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) e il Baltico continentale

(Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia) e i paesi del Far-east euroasiatico (Bulgaria e

Romania). Nel complesso, si tratta delle nazioni che solo da qualche anno fanno parte della

Ue, caratterizzate da performance medio-basse.

Questi tre gruppi di paesi condividono sia un gap riguardante il profilo democratico di

governo sia un deficit di competitività di sistema con l’eccezione di gran parte della

Mitteleuropa. modelli sociali ci consegna l’immagine di un’Europa che c’è, trainata dal

La geografia dei

blocco continentale e dal modello eccellente nordico: si ottiene così un’Europa in gran parte

omogenea per standard economici, sociali e istituzionali.

tre osservazioni; la prima riguarda l’Italia “media”, un paese

La ricerca porta ad ulteriori

europeo in difficoltà e ritardo. Gli unici indicatori a collocarci nella media europea sono

proprio quelli economici seguiti da altri due sensibili all’incidenza del welfare, il tasso di

infantile e la spesa sociale. Per il resto l’Italia ha tre tristi primati: del tasso di

mortalità

disuguaglianza, del debito pubblico sul Pil; dei tassi di dipendenza e di incidenza degli

anziani sulla popolazione; inoltre l’Italia è fanalino di coda per tasso di occupazione,

soprattutto quella femminile e per istruzione della popolazione.

Una seconda osservazione riguarda cosa differenzia oggi il blocco socioeconomico

dell’Europa continentale e nordica, dal modello mercatista dell’altra sponda atlantica. I

di differenza appaiono un’incidenza maggiore della spesa sociale sul Pil, un indice di

fattori

democrazia molto elevato, disuguaglianze più contenute al mondo. L’Europa propone un

modello di capitalismo meno aggressivo, finanziarizzato e mercatista di quello statunitense:

un modello di capitalismo sociale che cerca di tenere in equilibrio la funzione del consenso

e della legittimazione statale con la competizione e la crescita economica: lo stato e il

mercato.

In breve: nei valori europei non c’è solo il Pil, ma una più spiccata attenzione all’ordine e

all’integrazione sociale.

Infine, la terza osservazione riguarda il fatto che le convergenze della dimensione

socioeconomica tra paesi del centro e del Nord Europa non equivalgono ad una vera

omogeneità dei modelli sociali perché questi nei diversi paesi sono comunque guidati da

politiche nazionali differenziate.

Radiografia delle leadership nazionali

Alcuni vizi e caratteristiche delle élite italiane sono comuni anche a quelli di altri paesi

europei. Le incidenze maggiori di over 65 anni sul totale delle élite si osservano nel cluster

nordico, nel gruppo di paesi continentali e nei paesi ritardatari. La componente

gerontocratica è invece contenuta nell’area polacco-baltica e nella Mitteleuropa.

Quanto al potere rosa, nelle élite nazionali europee è ancora scarsamente rappresentato: nel

complesso circa tre top leader su quattro sono uomini. La maggiore presenza femminile tra

le classi dirigente è riscontrabile nel modello sociale continentale-britannico, in quello

scandinavo e in particolare nel blocco sud-orientale. Invece la vocazione maschilista della

leadership è particolarmente pronunciata nel modello mediterraneo e in Irlanda, paesi in cui

i comuni retaggi culturali cattolici e carenze di servizi sociali influenzano negativamente la

rappresentanza delle donne nei circoli del potere.

Al di là delle differenze tra modelli sociali, tuttavia in nessun blocco di paesi si riscontra

una presenza di leadership femminile superiore ad un terzo del totale.

Il profilo dei top leader nazionali europei si distingue per possesso di elevati livelli

d’istruzione: quasi la metà delle élite del blocco scandinavo e all’opposto poco meno di un

quarto di quelle dei paesi ritardatari hanno un titolo post-laurea.

I settori professionali di appartenenza delle leadership nazionali europee conoscono marcate

differenze tra modelli sociali. In particolare, nei blocchi scandinavo, anglo-continentale e

mediterraneo prevalgono nettamente i top leaders che operano nel campo della culturale

delle professioni. Nel modello nordico e in quello anglo-continentale si ha inoltre una

c’è prevalenza

maggiore incidenza delle élite economiche. Nel Far-east delle élite politiche

che appaiono le più rilevanti per la leadership della MItteleuropa.

In breve la morfologia professionale dei top leader europei con la visibilità internazionale

consente di notare una polarizzazione tra due blocchi: da un lato, i contesti centro- orientali

una più

in cui il peso delle élite politico-istituzionali risulta più consistente, dall’altro,

elevata vocazione culturale e professionale delle élite nordiche, anglo-continentali e

mediterranee.

Nell’ultimo quindicennio, anche a livello europeo sta avvenendo un rimescolamento nella

d’incidenza quantitativa dei personaggi

composizione interna delle élite, con una perdita

appartenenti al mondo dell’economia e un parallelo aumento di coloro che sono impegnati

nelle professioni, nella cultura, e nella politica. Si osserva una crescente importanza di

nuove risorse, quali la notorietà, la competenza, la tecnologia e la relazionalità, le quali

divengono cruciali per l’affermazione dei soft powers. élite democratiche e le net-élite

assumono una maggior rilevanza. nazionali continentali ha maturato esperienze all’estero; le

Una larga maggioranza delle élite

leadership con maggiore vocazione internazionale sono quelle del gruppo sud-orientale,

della Mitteleuropa e del blocco scandinavo.

Per riassumere, le leadership scandinavo e anglo-continentali mostrano nel complesso, tratti

di dinamismo e vitalità: maggiore incidenza di potere rosa, elevati livelli di istruzione e

internazionalizzazione, forte incidenza delle élite culturali, professionali ed economiche,

seppur con un alta presenza di over 65.

I top leader dei cluster centro-orientali sono caratterizzati da una composizione per fasce

d’età relativamente più giovani ed equilibrate, da maggiori tassi d’internazionalizzazione,

alti livelli di istruzione, minore presenza di donne nei cerchi alti del potere.

Il modello di leadership de paesi mediterranei è caratterizzato dalla più consistente tendenza

al “provincialismo”, per una minore presenza di top leader economici e per la più bassa

incidenza di donne al potere.

Euroburocrazia ed Europarlamento

intergovernativa porta a due conseguenze: alla colonizzazione dell’euroburocrazia

L’Europa

valorizzata come braccio tecnico-esecutivo del potere intergovernativo e alla svalutazione

dell’Europarlamento, della strategia politica europea.

Gli europarlamentari italiani sono risultati i più assenteisti nel tempo sommato delle ultime

legislature. Non va inoltre trascurato che i nostri eurodeputati sono stati anche i più pagati

d’Europa, con un’indennità mensile pari a 11700 euro. è inoltre possibile notare una

diversificazione delle élite politiche elette presso il Parlamento europeo tra rappresentanti di

paesi con una maggiore propensione “europeista” e altri più ancorati agli interessi nazionali.

troviamo i tedeschi

Tra i deputati che nella VI legislatura hanno votato a favore dell’Europa

e i britannici, mentre spagnoli, francesi e italiani hanno votato piuttosto nell’interesse dei

singoli paesi.

Comunque le istituzioni europee rispetto a quelle nazionali mantengono uno spread

fiduciario positivo, in particolare nei paesi mediterranei, maggiormente sottoposti ai diktat

dell’austerità europea e più rancorosi verso le élite e le istituzioni politiche nazionali dalle

quali si sentono traditi. In questi paesi si verifica una crisi politica generalizzata che crea

instabilità istituzionale. Ne centro-nord Europa, al contrario, i livelli di fiducia pre-crisi sono

solo leggermente ridotti verso le istituzioni nazionali e quelli verso le istituzioni europee

sono, sotto i primi.

La soluzione è sempre la stessa: lo spostamento strategico del baricentro del confronto

politico dai livelli nazionali a quelli europarlamentari, dando legittimità democratica alla

nomenclatura esecutiva.

Crisi economico-finanziaria, opinione pubblica e agenda europea

Secondo Eurobarometro, i temi nazionali ed europei più rilevanti per i cittadini sono

soprattutto la disoccupazione e la situazione economica. seguono a distanza l’inflazione, il

debito pubblico, e un sistema sanitario di qualità.

La crisi ha differenziato gli orientamenti sulle grandi emergenze, soprattutto tra Centro-

Nordeuropa e la parte più esposta alla crisi finanziaria, le isole britanniche e i paesi

mediterranei. Del resto, secondo i tedeschi, a livello europeo il problema principale è la

situazione finanziaria degli stati membri. Per italiani, greci, spagnoli, francesi e inglesi sono

la situazione economica e la disoccupazione i temi principali che la Ue dovrebbe affrontare.

Le differenze nella Uem appaiono marcate soprattutto nella percezione dei cittadini. Sempre

secondo l’Eurobarometro 2013, circa il 70% degli europei percepisce molto negativa la

situazione del proprio paese: tra le nazioni con oltre il 90% di scontenti troviamo, francesi,

italiani, spagnole e greci. Dall’altra parte tra quel 30% che considera la situazione

economica del proprio paese buona ci sono svedesi, tedeschi, danesi e austriaci.

Secondo i suoi cittadini la Ue dovrebbe impegnarsi nel sostegno delle fasce deboli e povere

della sua popolazione, modernizzare il mercato del lavoro, spingere la green economy,

più competitiva l’industria e investire sull’educazione e la formazione.

rendere

Tuttavia, il senso d’appartenenza alla cittadinanza europea è molto basso in alcuni paesi, trai

quali l’Italia, la Grecia e il Regno Unito.

La crisi ha peggiorato le aspettative, differenziato la condizione europea, fomentato

l’antieuropeismo, ma la maggior parte dei cittadini è saggia a tal punto da considerare con

attenzione i risultati portati nel lungo periodo dall’Ue: ad esempio la libertà di circolazione

di uomini e merci e ancor più importante, la pace nel continente delle guerre sanguinose e

continue. un quarto degli europei ritiene che la stessa introduzione della moneta unica sia un

grande risultato.

Le british elites

La crisi della classi dirigenti non è tanto un portato della crisi finanziaria, quanto, come già

sostenuto, di un declino di lungo periodo, prodotto dal rescaling (ridimensionamento) dei

paesi innescato dalla globalizzazione. In Europa, solo le élite inglesi, con il loro

nei trent’anni pre-crisi, l’eccezione alla relativa

distinguishing style, erano apparse,

decadenza europea, per il modello di capitalismo maggiormente “mercatista” e

finanziarizzato che esse avevano tematizzato e realizzato.

A una leadership politica di prim’ordine, si è accoppiata un’emergente élite finanziaria di

prestigio internazionale, che ha richiamato giovani talenti da tutta Europa.

Le élite inglesi appaiono innanzitutto più internazionalizzate negli studi e nelle esperienze di

lavoro. In secondo luogo, per più del 40% sono composte da donne e sono mediamente più

giovani delle élite delle altre nazioni europee.

Questo profilo di rilievo internazionale delle sue élites ha consentito al Regno Unito di

svolgere un ruolo di cerniera tra l’Europa e il Nord-america, cioè tra le due principali varietà

di capitalismo conosciute nel mondo, prima dell’accelerazione globale.

Dopo la crisi, molte cose cono cambiate in Inghilterra, se prima si riconosceva un profilo

distintivo e strategico alle élite finanziarie e bancarie inglesi, dopo anni di crisi si nutre

ancora sfiducia verso chi ha tradito le aspettative. Anche tra gli inglesi è diffusa l’idea

antipolitica che ormai i politici sono attenti solo quando a parlare è il denaro.

Nonostante ciò, non c’è la sensazione che il Regno Unito possa perdere la leadership

finanziaria europea. Le élite politiche e finanziarie inglesi, da un lato sono criticate dai

cittadini per gli eccessi di speculazione e di arbitrio, ma dall’altro, il loro software culturale,

negli anni, è stato metabolizzato da gran parte della società inglese. Il loro ambiguo

decadimento rispecchia la mente divisa dell’individuo che la cultura finanziaria ha prodotto:

in quanto cittadino, reclama i suoi diritti di fronte a scelte finanziarie e controlli politici

rivelatisi arbitrari di natura relazionale, da crony capitalism; in quanto turbo consumatore, è

stato ipnotizzato dalle opportunità offerte dall’economia del desiderio a credito e da

investimenti finanziari con piccoli grandi guadagni fulminanti.

Il consolato tedesco e l’unione intergovernativa

Il “consolato tedesco” che guida l’unione intergovernativa europea non sollecita

nell’immaginario sociale gli Stati Uniti d’Europa. I mercati finanziari hanno preso nota

della mancanza d’integrazione politica e hanno punito gli stati europei più deboli. Le

difficoltà europee sono imputabili in larga parte all’assenza di una vera e propria classe

dirigente di governo a livello dell’Unione. Eccezion fatta per la Bce, le élite europee non

sono apparse politicamente all’altezza del nuovo scenario globale né sembra abbiano

assorbito il meglio della cultura sociale europeista: tutto a vantaggio della persistente

importanza del potere intergovernativo dei leader nazionali.

La dimensione comunitaria è divenuta uno spazio intergovernativo che rischia di essere

concepito soltanto in funzione di un interesse nazionale. Manca la politica a livello europeo,

manca perché la destra, con la crisi, ha perso smalto pragmatico la sinistra non è stata

capace di far crescere un progetto dopo i fallimenti dei mercati nè ha dimostrato di essere in

grado di scrivere una pagina nuova sul welfare, un regolatore caratterizzante il capitalismo

coordinato europeo.

Oggi le élite politiche nazionali sono in crisi di rappresentatività per manifesta incapacità di

dare risposte alla crisi e di difendere i cittadini dalle turbolenze speculative dei mercati

finanziari.

Il vecchio continente deve dimostrare di essere ancora capace di stupire il mondo con una

storica unione politica guidata da una superclass politica europea, post-nazionale e

trasformativa, in grado d’illuminare un percorso unitario, un comune destino delle nazioni.

Anche la Germania è costretta a soffrire sul piano politico per l’accusa che è mossa

soprattutto dai paesi latini e mediterranei di curare troppo i propri interessi nazionali. Il

problema della Germania è come riuscire a impostare una leadership politica condivisa,

dopo aver imposto una chiara egemonia economica.

Il problema è che il consolato tedesco non garantisce quella stabilità monetaria, finanziaria e

politica che occorre alla Uem, soprattutto perché la leadership tedesca nasce con l’intento

nazionale di proseguire l’unificazione delle due ex-Germanie piuttosto che mirare

all’integrazione con i paesi membri della Ue. In altri termini, il problema tedesco resta come

liberarsi dell’idea che gli altri paesi debbano assomigliare alla Germania.

Le élite europee nella crisi

La delusione per le false promesse dei politici hanno eroso in modo significativo

l’autorevolezza dei ceti politici nazionali. I capi di stato sono riusciti tuttavia a evitare la

formazione di una super class europea in grado di competere a loro pari. Infatti, nonostante

l’Uem abbia fatto passi in avanti in questi anni, gli interessi che contano continuano a

identificarsi e a relazionarsi con i leader nazionali, che traggono vantaggio posizionale dalla

segmentazione linguistica delle opinioni pubbliche nazionali europee.

C’è quindi necessità di un vero e proprio salto di qualità delle classi dirigenti continentali

comune e di lungo respiro, orientata dalle stelle polari dell’interesse

per creare una vision

generale del merito, delle competenze e della capacità decisionale. Dalla nostra analisi,

appaiono inoltre condizioni prioritarie la promozione di una maggiore presenza di giovani e

di donne tra i top leader, nei vari settori ricalibrare sistemi formativi capaci di valorizzare

merito e favorire la mobilità sociale in Europa. Soprattutto occorre aiutare la Germania a

diventare europea e a saper tradurre correttamente in politica democratica la sua attuale

egemonia economica.

Al punto in cui siamo occorre un progetto politico in grado di proporre un concreto passo

avanti anche alla cittadinanza europea, attraverso una nuova idea di welfare, guardando a un

umane e di tecnologia applicata: un’idea di

suo potenziamento in termini di competenze

welfare di nuova generazione che rilanci la democrazia europea e le sue prerogative di

libertà e di sicurezza sociale.

C’è bisogno di un’integrazione politica e di una nuova leadership legittima a livello

europeo: altrimenti, c’è il rischio di una crescita ulteriore di cittadini che considerano le

elezioni come un vuoto rituale che li induce a ragionare pessimisticamente

sull’insignificanza del proprio voto.

Creare un’Europa politica, dotata di una propria classe politica di governo espressa da

mezzo miliardo circa di cittadini non sarà semplice, ma al di fuori dell’unione politica, non

c’è salvezza.

Non può resistere un’unione economica e monetaria senza istituzione confederate o

federate. politica e l’economia, le élite politiche e quelle economico-finanziarie

Come sempre, la

devono procedere assieme. Bisogna infatti evitare sia che le prime conservino i propri

privilegi nazionali provinciali, sia le fughe in vanti delle seconde, sempre propense a

mettere il turbo a politiche di integrazione economica che parlano solo la lingua dei mercati.

È dunque assai probabile che nel prossimo futuro la governance della Ue si risolverà

facendo una scelta più netta tra Consiglio e Commissione, tra confederazione e federazione.

[…]

R1. Élite e classi dirigenti

Un excursus sull’elitismo classico italiano

Il termine classe dirigente si distingue da quello di élite, ma non è sempre chiara la

differenza. Mills vedeva le élite, per lo più formate da politici o militari, come una frazione

ristretta (inner circles) che spesso riusciva a raggiungere una certa compattezza. Secondo

Mills non contavano tanto gli individui ma i ruoli che essi rivestivano. Lasswell invece

sulla base del successo e dell’effettiva partecipazione al decision

identificava le élite

making. Per Pareto invece ciò che identifica le élite sono le capacità distintive degli

individui.

È sulla base delle nostre ricerche che possiamo sostenere che le élite e le classi dirigenti

siano due concetti diversi. Infatti, non tutte le élite sono classi dirigenti, esse decidono di

non esserlo o mancano l’occasione di esserlo. Le classi dirigenti al contrario occupano

sempre posizioni di élite. Sono tuttavia relativamente scarsa le classi dirigenti dotate di

poteri positivi di decisione e di poteri di veto. Le classi dirigenti sono una sorta di élite

traente dotate di coesione interna e in grado di seguire una direzione verso cui guidare il

proprio Paese sul piano politico, economico e morale.

Per Mosca le élite sono minoranze organizzate che prendono decisioni nel loro interesse.

Marx invece sostiene che il loro protagonismo è positivo, naturale, quasi inevitabile dato

che esse sono in effetti “migliori degli altri”. Mosca ridimensiona la grande paura della

democrazia che aveva scosso i liberali di fine Ottocento, preoccupati per la possibile

tirannia della maggioranza insita nel concetto di democrazia. Criteri democratici ammettono

protagonisti di ogni classe sociale e in genere si associano a forme di organizzazione

liberale del potere. I criteri aristocratici hanno al contrario come alveo principale forme di

autocrazia, di autorità esercitata dall’alto verso il basso senza alcuna delega di maggioranza.

Criteri aristocratici vengono adottati anche in democrazia quando essa contempla una

marcata gerarchia del potere. Dunque il realismo di Mosca torna utile per comprendere lo

scollamento tra governanti e governati. Questo scollamento è infatti connesso con la

persistenza di forme aristocratiche, cetuali e gerarchiche di selezione della classe politica,

oltre che con il degrado etico del potere.

Pareto sviluppa la teoria di Mosca con la teoria dei due strati sempre esistiti: i governanti e i

governati. Per Pareto le élite sono le classi superiori dove vi sono governanti e ricchezza. I

loro campi fondamentali sono politica, governo, economia e mondo intellettuale. Per lui le

élite possono essere propense al cambiamento oppure appartenere alla persistenza dei grandi

aggregati, alla conservazione. È perciò essenziale che vi sia circolazione delle élite per un

ricambio di esse che assicuri un ingresso graduale dei meritevoli tra i governanti e

l’esclusione di chi non ha adeguate qualità. La staticità delle élite provoca clientelismo e

corruzione. Pareto vede perciò nelle difficoltà di ricambio tra classe eletta e non le origini

del mutamento sociale. Un élite per imporsi deve avere una sua forza alimentata da valori,

fedeltà istituzionale e visione.

La ciliegina sulla torta dell’élitismo la mette ferrea legge dell’oligarchia.

Michels con la

Michels fu sostenitore del fascismo, in esso vedeva infatti la realizzazione della personalità

carismatica che mette fine all’intermediazione burocratica tipica delle oligarchie. Secondo

Michels le élite sono minoranze capaci di organizzazione al contrario delle masse che sono

frammentate. Per Michels inoltre la democrazia è una tigre di carta perché non sono i

cittadini a scegliere i parlamentari, ma i parlamentari a farsi scegliere.

L’élitismo declinato nella società di massa si trova nella teoria di Gramsci del partito, come

nuovo Principe, per citare Machiavelli. Per Gramsci solo una piccola parte del partito

costituisce l’élite in senso proprio. Questa parte è l’elemento coesivo principale, che

centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze

che lasciate a sé conterebbero zero o poco più. Se questa élite punta all’egemonia secondo

Gramsci diventa forza trasformativa, un nucleo propulsore, una classe dirigente

nell’interesse nazionale.

L’Italia è l’unico paese in cui la cultura nazionale di élite che va da Machiavelli agli élitisti,

precede la formazione dello Stato nazionale.

Definizioni e strategie d’indagine

La storia contemporanea comunque l’hanno fatta le élite, le minoranze organizzate. Su

questo punto il pensiero elitista italiano concorda. Tuttavia le élite le fa la storia,

cambiandone connotati e logiche. C’è quindi un asse tra storia ed élite che va seguito nel

doppio senso. Sono state le élite risorgimentali, quelle legate alla Resistenze e quelle legate

alla Ricostruzione ad aver fatto la storia dell’Italia. Tuttavia è la storia che fa le élite: infatti,

quelle del Risorgimento e quelle della Resistenza sono tra loro molto diverse, perché la

storia ne ha prevista una composizione sociale diversa, con differenti culture politiche. Le

élite italiane tuttavia sono apparse dedite ai proprio interessi particolari, l’Italia infatti fino

ad oggi è stata priva di élite che potessero essere considerate una vera e propria classe

dirigente.

Dunque l’élite non è sempre classe dirigente, ma classe dirigente è sempre élite. In breve,

élite è ciò che si è, e sono costituite da coloro che sono ai vertici di istituzioni, imprese,

organizzazioni ecc. Classe dirigente è ciò che si fa. Rinvia alla qualità del dirigere e a una

responsabilità di guida, non solo politico-istituzionale ed economica, ma anche culturale e

morale. Le élite sono ceti ristretti e tanto più sono esclusivi, tanto può essere maggiore il

loro potere. Le élite si possono identificare nei tre mondi istituzionali che giornalmente ci

regolano: locale, nazionale ed europeo. Tuttavia oggi le élite manifestano un declino a tutti e

tre i livelli citati. Le élite appartengono a diverse dimensioni funzionali e attingono risorse

da differenti miniere. Oggi l’avvento delle élite sociali è stato massiccio. Questo

cambiamento ha provocato frammentazione del potere. Le élite sono specchio della società

e di conseguenza essa ha le élite che merita. Per simmetria, le élite hanno la società che

meritano. La società è sempre complice delle sue élite, nel bene e nel male. La società

complice necessità di un esempio e di una guida. Certo è molto più facile per le élite godersi

il proprio stato di vip con celebrità e denaro, piuttosto che essere classe dirigente. Oggi

società ed élite si guardano con reciproca sfiducia e scetticismo. Per lo studio delle élite

sono necessarie almeno tre metodologie di indagine.

Chi sono e quanti sono? (metodologie posizionali)

Le metodologie posizionali ci consentono una prima fotografia delle élite rispondendo a

domande quantitative. Tra le metodologie posizionali la prima è il censimento. Nel caso

italiano sulla base di tre inner circles si vede che: i leader (i leoni) sono circa 2000, le élite

traenti (le volpi) sono circa 6000, mentre le élite funzionali (gli elefanti, per via della

presenza ingombrante dell’alta burocrazia) sono poco più di 17000. Per élite traenti

intendiamo quelle che nei momenti decisionali importanti intervengono determinando la

creazione o lo scioglimento di patti nazionali. Le élite funzionali o di policy, svolgono

invece un ruolo settoriale delimitato territorialmente e funzionale al sistema collettivo. Il

mondo economico, specie degli imprenditori, presenta una elevata presenza nella cerchia dei

leader. Le metodologie posizionale possono avvalersi di survey sui curricula delle élite. Su

uno studio totale di 18000 curricula si è visto che: le nostre élite sono tra le più anziane di

Europa, sono a sesso unico maschile, caratterizzate da un basso tasso di ricambio

nell’intervallo osservato. Si è notato che solo in tarda età si diventa élite traente. Dall’analisi

dei curricula si evincono anche le risorse classiche delle élite come ricchezza, potere

La notorietà è divenuta l’hub esclusivo delle élite.

legittimo, autorità e organizzazione.

Come dovrebbero essere e come sono, chi merita (metodologia reputazionale)

Le metodologie reputazionali esprimono elementi qualitativi di percezione di pubblici

e l’altro

diversi. La popolazione italiana ha due differenti concetti di élite, uno ideale reale.

Con il metodo reputazionale, la ricerca sulle élite sale di qualità e riguarda direttamente il

capitale sociale individuale che un leader possiede. Con questo metodo inoltre si notano

valori come la fiducia e il merito. Il merito ha avuto un impatto limitato fino ad oggi nella

nostra cultura, probabilmente in passato ha avuto un certo peso nella selezione del ceto

politico e amministrativo. L’aspetto selettivo del merito si è andato disperdendo nella

discrezionalità della selezione dei seguaci. In sintesi, gli italiani sembrano convinti che il

merito aiuti ad emergere negli studi e nella professione i soggetti socialmente più deboli e


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher spinax di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico delle Marche - Univpm o del prof Carboni Carlo.

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