L'implosione delle élite
Introduzione
Élite: una minoranza della popolazione che sta in alto, al vertice della piramide sociale, dove c'è ricchezza e politica. L'élite in quanto minoranze possono essere oggetto di misurazione. Sono dunque misurabili e la loro morfologia si articola in cerchi concentrici, con quelli più piccoli a “contare” paradossalmente di più, fino ad arrivare ai leader. Ad esempio per reddito le élite appaiono come matrioske.
Oggi il fantasma che si aggira nei Paesi europei sono le classi dirigenti, pressoché sparite, mentre le élite si democratizzano e si moltiplicano, ma sono sempre più risucchiate dai propri interessi autoreferenziali. Esse si crogiolano nel loro stato splendido di very important person e fanno orecchie da mercante alle obbligazioni proprie di una classe dirigente.
La più recente novità, esplosa negli ultimi trent’anni, è la crescita delle net élite che hanno reso le loro reti relazionali la nuova moneta del potere. Questa dimensione del capitalismo ha il lato solare dei network di relazioni di competenza e di quelle sociali, ma anche il lato oscuro innervato del crony capitalism, che si sostanzia in tutte le storture clientelari e corruttive di cui soffrono oggi legame sociale e potere.
Come abbiamo detto durante la seconda metà del Novecento, le élite verticali sono progressivamente scomparse, diluite nelle élite democratiche, l’ossimoro prodotto dall’incontro di democrazia e rappresentanza. Sono state inoltre surclassate dalle nuove élite sociali, vale a dire i vertici del sottobosco sterminato di organizzazioni e gruppi di interesse di cui sono disseminate le moderne società pluraliste e democratiche.
Le élite aristocratiche e borghesi come le abbiamo conosciute nel Novecento avanguardistico, autodirette, decisioniste e visionarie, coese e competenti, oggi muoiono. In Italia oggi, ciò che preoccupa gli italiani è proprio la mancanza di competenza tra l’esercito degli eletti per eccellenza, i nostri parlamentari, pizzicati a più riprese dai media in interlocuzioni illetterate e disinformate.
Non esiste più un'élite di potere compatta. La frammentazione del potere politico, causata dalla pressione esercitata dalla pletora dei gruppi di veto (lobbycrazia) rende il decision making un campo amorfo, senza stabili coalizioni in cui è meno rischioso non decidere piuttosto che scegliere e riformare. L’Italia bloccata da qualche anno è il classico esempio di quanto detto.
Si estinguono poi le vecchie élite oligarchiche, compresa quella dei grandi imprenditori industriali. In sintesi, il novecentesco braccio di ferro tra masse e potere delle minoranze finisce con la scomparsa dei due contendenti: le élite intese come classe dominante e la società di massa classista.
Gli ultimi epigoni delle vecchie élite sono scomparsi delegando il timone di guida alle net élite. Tuttavia queste nuove élite non “oligarchiche”, cioè non fondate sulla ricchezza sono in forte crisi nella società post-moderna e post-ideologica di oggi a causa della loro autoreferenzialità e dello scadimento della loro relazionalità, troppo vulnerabile alla corruzione.
Le élite politiche sono le più bersagliate, questo perché l’indebolimento delle appartenenze di destra e sinistra, ha reso sempre più i governanti tutti uguali agli occhi del cittadino, che oggi si interroga sulle qualità del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Questi giudizi fortemente negativi sono dovuti alla mentalità di oggi, per cui ognuno, in democrazia, si sente in diritto di giudicare tutto e tutti.
In Europa la politica ha cercato di compensare la scomparsa delle vecchie élite verticali e la crisi delle nuove in due modi:
- Delegando agli esperti il compito di risolvere i problemi di governabilità, affidando loro le leve del governo. Tuttavia la tecnocrazia, al pari della lobbycrazia è estranea alla democrazia, perché considera i cittadini non competenti nelle scelte, per lo più presi da accidia cognitiva, in grado al massimo di prestare una distratta attenzione alle semplificazioni concettuali che piovono dai media. L’Unione Europea a trazione intergovernativa è il caso più lampante di una crescente egemonia tecnocratica.
- Mettendo in campo i capi populisti. Questi sono gli eredi dei leader di partito. I capi populisti hanno trasformato i partiti in organizzazioni personali e la politica in oggetto di consumo. La grande personalità di questi leader finisce per trascendere anche il contenuto del messaggio politico. I leader cercano di compensare il discredito delle nomenclature di partito e la sfiducia verso le élite democratiche, andando direttamente al popolo per via plebiscitaria. Da qui sono nati personaggi come Zapatero in Spagna, Sarkozy in Francia e Berlusconi in Italia.
Tuttavia con la crisi e con la diffusione tra i cittadini di questi tre paesi di una rassegnazione pessimista, i leader persuasori e populisti citati hanno conosciuto una pesante sconfitta e tutti e tre sono stati emarginati.
In sintesi le vecchie élite di partito, ormai scomparse oggi, hanno lasciato spazio alle nuove élite democratiche, che però, in difficoltà anche a causa della mediocrazia che mal le digerisce, sembrano implose in gruppi accoliti dei nuovi capi dotati di carisma mediale. Ma la partita appare tutt’altro che semplice anche per questi “capi democratici” perché comandare non equivale a governare.
Ultimamente Renzi con la “rottamazione” non si è proposto solo come leader persuasore, ma anche come leader di un partito che ha saputo risvegliare. Renzi ha raccolto nel 2014 il 40% dei consensi per due motivi. Il primo è che a differenza di una leadership populista, ha praticato e non promesso un cambio di classe dirigente nel Pd. Un secondo motivo è che Renzi non si è proposto come un persuasore, al pari di Grillo e Berlusconi, pur avendone le doti, ma come un politico, senza dubbio più politico dei suoi avversari.
Élite democratiche e net élite
Crisi della rappresentanza e implosione delle élite democratiche. I temi di scenario per una riflessione sulle élite sono la crisi di rappresentanza e la crisi del capitalismo demografico.
La presenza della crisi di rappresentanza tra governanti e governati, condiziona fortemente tutti gli altri cerchi del potere. Segna la crisi prematura delle élite democratiche. Il futuro non ci riserverà un altro assaggio a trazione globale, tecnologica e finanziaria, ma la strutturazione di un nuovo mondo con regole in grado di neutralizzare gli eccessi ai quali si lasciano spesso andare gli animal spirits.
Anche le élite economico-finanziarie al pari dei politici, appaiono autoreferenziali e incapaci di creare un tessuto e un disegno collettivo contro la minaccia d’impoverimento di una parte consistente della comunità su cui insistono.
Al giorno d’oggi anche il welfare finanziario è fallito e assieme ad esso è naufragata l’idea che il perfetto consumatore possa compensare la continua erosione delle retribuzioni. È in atto quindi una grande redistribuzione della ricchezza e del potere a scala planetaria, per cui il vecchio Occidente sta perdendo un po’ del proprio levigato benessere. Sta avvenendo la ri-orientalizzazione del mondo o sulla nuova divisione del lavoro produttivo a livello globale o sulla prospettiva welfaristica cinese.
Il capitalismo democratico uscito dal Novecento è in crisi, non solo economica, ma anche sociale e istituzionale. Ci riferiamo alle democrazie rappresentative che si avvalgono di suffragio universale. Funziona appena da una manciata di decenni, ma è già oggetto di defezione sociale e anche di radicali contestazioni sollevate.
Il voto espresso è diventato più raro perché in media riguarda meno della metà dei votanti e più fluido, perché l’instabilità politica e le trasformazioni in corso producono preferenze mobili, flessibili, imprevedibili.
Le forme di rappresentanza politica e sociale, sono in crisi un po’ ovunque nel vecchio Continente, in Italia in particolare. I cittadini percepiscono le loro istituzioni democratiche occupate e gestite in modi meno democratici che in passato. La democrazia si riduce ad una selezione democratica delle élite. Quanto al voto non sono i cittadini che votano i politici, ma i politici che si fanno votare. La crisi economica ha aggravato i dubbi dei cittadini sulla gestione democratica delle nostre istituzioni.
A testimoniare questo, in Italia il piccolo esercito di un milione di politici ha raggranellato voti da meno della metà dell’elettorato. Oltre la metà degli italiani ha voltato le spalle alle vecchie élite politiche che avevano dominato imperterrite la Seconda Repubblica. Gli iscritti ai partiti politici sono calati quasi della metà dagli anni Ottanta a oggi.
La sostanza non sembrerebbe cambiare anche negli altri paesi europei. La politica è in crisi dappertutto in Occidente.
Come afferma Vilfredo Pareto: “senza selezione democratica, le oligarchie alla fine muoiono per asfissia degenerativa, dando luogo a fratture sociali.” Il mutamento sociale stesso dipende dall’esistenza o meno di circolazione delle élite. La diminuzione di risorse pubbliche da poter allocare in forma discrezionale a causa del debito pubblico indebolisce il voto di scambio, mentre la destra e la sinistra mediatizzate e personalizzate si distinguono meno l’una dall’altra e questo fa indebolire il voto d’appartenenza. Inoltre su scala europea le élite nazionali hanno performance deludenti e l’Europa assegna tediose obbligazioni austere ai singoli stati, e questo porta a marcati cali di consensi registrati dai partiti governativi nei diversi paesi come cartina al tornasole di una forte e diffusa crisi di rappresentanza.
Quest’ultima va intesa come crisi della rappresentatività e come crisi della rappresentazione:
- Rappresentatività: lo scollamento tra élite e masse avviene anche perché le prime non sono sufficientemente rappresentative dei mutamenti sociali intervenuti, in particolare, nella stratificazione sociale. La politica non ha ancora afferrato che il problema della rappresentatività è in buona parte dovuto ai rapidi mutamenti di contesto sociale a cui ci ha condotto il capitalismo democratico. Oggi il sistema in Italia, può contare su cittadini istruiti e informati, più competenti in senso civico e in molti casi formati sui valori postmoderni di autorealizzazione, ma che non sanno ciò di cui hanno bisogno. A differenza, la cittadinanza implica che il cittadino s’intende di politica e che si lascia coinvolgere nella competentesfera discorsiva e partecipativa pubblica.
- Rappresentazione: essere rappresentativi nella società degli individui è un esercizio molto complesso. Soprattutto se non si ha una rappresentazione sulla quale mobilitare i followers. La politica non sembra in grado di superare la crisi di rappresentanza settoriale con un nuovo progetto e la rappresentanza settoriale e categoriale appare troppo vecchia e demotivata per tentare di sollecitarlo. L’immaginario collettivo appare pigro e fagocitato. Il cuore del contendere è ora tra governanti e governati.
L’offerta politica mette in risalto le carenze di legittimazione tanto dei vertici nazionali quanto della stessa nomenclatura che guida l’Europa. La crisi di rappresentanza ha avuto un’accelerazione con l’avvento di quella finanziaria ed economica perché i cittadini rimproverano alle loro élite di non aver previsto la seconda. Il rimprovero è inoltre esteso alle élite finanziarie e bancarie che hanno introdotto politiche di austerità e indotto un graduale smantellamento del welfare. La battuta di arresto della convergenza economica, monetaria e politica ha evidenziato le divaricazioni europee tra Nord e Sud e tra Ovest e Est.
I risultati sono due:
- Gran parte dell’Europa annaspa sul filo del rasoio della deflazione tra grandi risentimenti che sono alla base della crescita dei partiti antieuropei;
- È cresciuta la sfiducia verso una nomenclatura tecnocratica e soprattutto intergovernativa, percepita come intrusiva.
L’Ue non ha futuro, perché nell’assetto attuale riporta a livello europeo la crisi di rappresentanza delle élite politiche nazionali. Tuttavia, le cause e le motivazioni della crisi di rappresentanza sono di medio-lungo periodo. Oggi essa è più evidente perché né destra né sinistra offrono una nuova visione. Essa si è anche intrecciata con la forte espansione della democrazia comunicativa e con il crescente peso del discorso pubblico.
Élite e opinione pubblica
Siamo in presenza di una vera e propria doppia legittimazione e di un doppio canale di rappresentanza. L’opinione pubblica è oggi molto critica nei confronti dell’autoreferenzialità e del piglio patrimonialista con cui le élite politiche gestiscono le istituzioni democratiche. I cittadini sono trattati dai media informativi come audience, ai quali si concedono “quindici minuti di gloria”. La politica tradizionale è portata a trattare i cittadini come una audience di consumatori, confidando in una affascinante ipnosi collettiva.
L’informazione mediale supplisce quasi totalmente la partecipazione diretta dei cittadini, che è calata in quanto a numero di iscritti ai partiti politici. La rappresentazione politica veicolata dai media deve ora sottoporsi ai cambiamenti in corso nelle tecnologie comunicative. La “rete delle reti” bussa trasversalmente alle porte di ogni tipo di media tradizionale. Partiti e movimenti sociali già tengono conto in parte dell’esistenza della “rete delle reti”, ma non come piattaforma di discussione e organizzazione. Solo attraverso lo scambio argomentativo e la ricerca di soluzioni condivise si può far crescere un discorso pubblico solido a doppia legittimazione. I media hanno sottratto qualcosa alla politica, ma possono fare molto per ammortizzare la crisi di rappresentanza. Sono infatti infrastrutture decisive per veicolare messaggi politici in tutto l’organismo.
Le net élite
La crisi di rappresentanza segna la chiusura di un’epoca, quella della seconda metà del Novecento. La destrutturazione dei poteri dominanti delle vecchie élite aristocratiche e borghesi avrebbe richiesto una grande attenzione che le élite democratiche e sociali hanno progressivamente smarrito. In questo contesto è avvenuto l’avvento delle net élite, di gruppi di vertice con capacità di creare reti relazionali (networking) e con elevato capitale sociale individuale.
Nel mondo globale, proprietà privata e ricchezza restano punti di riferimento per le attività di mercato, ma in quanto a controllo e decisione, prevale la capacità di networking. Il networking riguarda specialmente professioni come: i manager, che sono intenti a tessere reti di interlocking directorates, per non parlare dei politici, che vivono di pubblico e audience, i giornalisti, che hanno un grande potere persuasivo e i professori universitari, che fondano l’esercizio del potere accademico sulle discrezionalità delle “baronie”, come porte girevoli per pratiche nepotiste.
Le net élite riguardano quindi in special modo questi 4 segmenti professionali, che, negli ultimi trent’anni, hanno usato non il duro potere coercitivo, bensì i soft powers, il potere di persuasione, di dolce controllo e assoggettamento automatico dei cittadini.
Le nostre indagini confermano la centralità assunta dalle net élite, che mostrano una spiccata vocazione alla concentrazione di potere di cui sono il tramite, l’infrastruttura, il network relazionale. Hanno perciò crescente peso. Sono quindi cruciali per la gestione e la legittimazione del potere in tempi di democrazia rappresentativa.
Le affinità elettive
Le net élite hanno cavalcato la nuova ondata di modernizzazione che ha accompagnato l’emergere del turbocapitalismo globale a trazione tecnologica e finanziaria. Hanno perciò caratteri comuni:
- Alta vocazione alla leadership. Cioè elevata traenza o spirito di guida. Nel passato gli antenati delle net élite erano considerate le “volpi” che legittimano e danno manforte ai “leoni”.
- Delega di potere. In passato come consiglieri del re hanno ricevuto sempre maggiori deleghe e a poco a poco sono diventati protagonisti.
- Relazionalità e sapere metodologico. La loro moneta non è la proprietà privata, ma la capacità relazionale elevata. In quanto tali dispongono di un concentrato capitale sociale. Le loro reti relazionali, offrono risorse d’informazione e competenze preziose per prendere decisioni.
Le élite delle quattro professioni esaminate, grazie al networking, possono riuscire a eludere le regole o a surrogarne la mancanza con decisioni al di là dei limiti della discrezionalità legittima. Le caratteristiche citate sopra unificano le net élite, che invece appaiono diversificate al loro interno sul piano delle caratteristiche curriculari, su quello reputazionale e in termini di networking. C’è dunque un pesante velo negativo sull’azione di questi 4 segmenti, malgrado ciò, sono importanti soggetti traenti del capitalismo globale.
Le due facce del capitalismo relazionale
Le net élite hanno però una doppia identità. La prima positiva, meno esplorata, ha il profilo della relazionalità di elevato livello cognitivo che è indispensabile...
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