Sociologia e antropologia dei media
Libro: la comunicazione interculturale
Capitolo 2 – La comunicazione non verbale
Per comunicazione interpersonale si intende: interazione comunicativa tra due o più soggetti, tendenzialmente in una situazione face-to-face, che permette per questo la possibilità di feedback e di interscambiabilità dei ruoli di emittente e destinatario del messaggio.
2.1 La comunicazione interpersonale: verbale e non verbale
Nella comunicazione interpersonale sono in gioco due livelli:
- Livello della comunicazione verbale (digitale): richiede la presenza di un codice nel quale tradurre i messaggi da scambiare e l’intenzione consapevole di voler scambiare quel particolare messaggio in quel codice. La lingua rappresenta un codice che deve esser condiviso dagli interlocutori affinché la comunicazione possa aver luogo (eventuale problema della traduzione o dell’asimmetria linguistica se uno degli interlocutori deve parlar una lingua diversa da quella madre).
- Livello della comunicazione non verbale (analogica): tale perché presenta “analogie” con il contenuto che comunica (es. intensità di un grido è proporzionale al dolore); è analogica ogni comunicazione che prescinda dall’uso di parole. Comprende la postura e i movimenti del corpo, i gesti, le espressioni del viso e i movimenti oculari, l’aspetto fisico, l’uso e l’organizzazione del tempo e il modo di strutturare il tempo, ma anche l’immagine di sé che si vuole dare, la definizione della situazione e le relazioni tra i partecipanti. Ha un ruolo cruciale nelle comunicazioni tra persone appartenenti a diverse culture ma anche nella comunicazione interpersonale in quanto, come dice Hall, “spesso quanto le persone fanno è più importante di ciò che dicono”. Secondo Hall (1959 - influenzato dal pensiero di Freud secondo cui esiste un inconscio personale che ci spinge ad agire senza esserne consapevoli), la comunicazione non verbale è il luogo in cui si manifesta l’inconscio culturale che dà forma alle nostre azioni. Poiché è impossibile non avere un comportamento, è impossibile non comunicare. Hall ha definito la comunicazione non verbale la “dimensione nascosta” della comunicazione; essa comprende i tratti paralinguistici (ritmo, tono di voce, uso delle pause, ecc.), la cinesica (mimica e gestualità del soggetto), l’organizzazione delle distanze tra i soggetti (aptica, territorialità) e degli elementi spaziali (prossemica) e temporali (cronemica).
Il rapporto tra i due livelli
Questi due canali non sono totalmente separati ma si integrano dando luogo a un flusso di informazioni che si avvale di più codici e di più canali. Entrambi i livelli sono fondamentali per l’interazione (la cultura occidentale tende ad attribuire maggior peso al piano verbale). La relazione tra i due livelli può assumere diverse forme:
- Si realizza una convergenza quando tra le due modalità c’è sintonia e reciproco sostegno (es. i gesti sottolineano il discorso);
- Si è in presenza di una divergenza quando una delle due forme contraddice l’altra, dando luogo a effetti di menzogna o spiazzamento (es. si arrossisce affermando qualcosa, trasmettendo che non si stia dicendo il vero);
- Si realizza una funzione di regolazione quando la comunicazione non verbale serve a disciplinare quella verbale (es. distribuzione con i gesti dei turni di parola);
- Si ha metacomunicazione quando una delle due forme svolge la funzione di consentire l’interpretazione dell’altra (es. strizzare l’occhio mentre si afferma qualcosa, fornendo l’implicita istruzione di non prender alla lettera quanto detto).
2.2 La comunicazione non verbale
Le dimensioni della comunicazione non verbale rappresentano quell’elemento implicito della cultura senza la cui comprensione anche la componente esplicita risulta difficile da interpretare. La prospettiva culturalista (comunicazione non verbale è espressione della cultura) è condivisa, oltre che da Hall, da Birdwhistell (1970) e pone l’accento sulle differenze culturali, a differenza delle prospettive contemporanee (Anolli, 2002) che enfatizzano l’interdipendenza tra natura e cultura.
L’importanza della comunicazione non verbale
Samovar e Porter scrivono: “la cultura è principalmente un fenomeno implicito e non verbale, in quanto la maggior parte degli aspetti della propria cultura sono appresi attraverso l’osservazione e l’imitazione più che attraverso l’istruzione”.
L’ambito della comunicazione non verbale è estremamente ampio e diversificato e ci sono situazioni nelle quali il piano non verbale acquista un’importanza molto superiore a quella verbale. Rogers e Steinfatt hanno identificato diverse ragioni dell’importanza della comunicazione non verbale:
- La comunicazione verbale non può essere evitata (Watzlawick: “anche la decisione di rimanere muti significa qualcosa”).
- La comunicazione non verbale di solito precede quella verbale: prima di parlare abbiamo già comunicato una serie di messaggi attraverso abbigliamento, postura, posizione, distanza dagli altri presenti e così via.
- La comunicazione non verbale è generalmente ritenuta particolarmente affidabile, a causa della difficoltà di controllar pienamente i messaggi non verbali (se vi è un contrasto si dà maggior credito al piano non verbale).
- La comunicazione non verbale può essere fonte di profonde incomprensioni, specie quando il messaggio verbale è insufficiente: ciò è particolarmente vero in una visione interculturale, dal momento che gesti, colori, atteggiamenti che hanno un significato entro un sistema culturale possono averne addirittura uno opposto in un altro.
- La comunicazione non verbale è particolarmente importante nelle situazioni di comunicazione interculturale, quando le difficoltà linguistiche impediscono una comunicazione fluida.
Universalità delle espressioni?
Nella cinesica un problema da studiare è il confine esatto tra movimenti, espressioni e atti istintivi, rispetto ai numerosi codici cinesici. Se dal punto di vista della gamma delle espressioni facciali e della loro correlazione con gli stati d’animo è riconosciuta la presenza di “universalità transculturali”, dal punto di vista dell’ampiezza delle espressioni e della loro pertinenza nelle diverse situazioni le variazioni tra culture sono notevoli. La cultura stabilisce gli standard del comportamento non verbale; l’influenza della cultura sulla comunicazione non verbale può esser considerata attraverso due prospettive:
- La cultura tende a determinare il comportamento non verbale che esprime specifici pensieri, sentimenti o stati di chi comunica (es. quello che è un gesto di saluto in una cultura può rivelarsi un gesto osceno in un’altra!).
- La cultura determina quando è appropriato mostrare o comunicare diversi pensieri, sentimenti o stati d’animo.
2.3 I canali della comunicazione non verbale: la cinesica
La cinesica studia la comunicazione attraverso le posture e i movimenti del corpo e del volto, definisce il linguaggio del corpo e i suoi vocaboli (cinémi). I pionieri di questo filone sono stati: Darwin (1872), Mauss (studi sulle tecniche del corpo), Andrea de Jorio (1832).
Le ricerche di Boas e Mead furono i contributi più significativi sulla comprensione del significato comunicativo del linguaggio del corpo; uno studio influente è stato anche quello di Efron sulla gestualità degli immigrati ebrei e italiani negli USA (1941).
Il potenziale comunicativo del volto: la fisiognomica
Il volto è il luogo in cui concentriamo maggiormente la nostra attenzione nell’interazione comunicativa. La nascita della fisiognomica come scienza si collega alla criminologia; in Italia è fondamentale lo studio di Lombroso, secondo cui il comportamento criminale non è né irrazionale né razionale, né dipende dalle condizioni sociali ma da fattori biologici di tipo ereditario: Lombroso attraverso l’analisi di caratteristiche fisiologiche (forma del cranio, lunghezza degli arti, conformazione del viso), pensa sia possibile costruire un indice di patologia individuale.
La fisiognomica si collega anche ai tentativi (numerosi nel 1700), di fondare il razzismo su basi scientifiche: Camper (1791) crede di poter classificare le razze umane in base a misure anatomiche, che dimostrerebbero la superiorità degli europei bianchi.
La mimica facciale
Sebbene il determinismo fisiognomico non abbia alcun fondamento scientifico, non si può invece negare che la fisionomia abbia una sua capacità comunicativa (utilizzata ad esempio in modo marcato nei fumetti). Il volto possiede un doppio registro comunicativo: la fisionomia, che dipende anche dalla sedimentazione delle espressioni e dei vissuti, e le espressioni, vincolate alla fisionomia e alle abitudini espressive.
Simel (1908) si è espresso sul rapporto tra fisionomia ed espressioni asserendo che “il viso fa sì che l’uomo venga compreso già al suo apparire, senza aspettare il suo agire; contemporaneamente però il viso cede alle mutevoli situazioni del momento”.
Il volto può esser considerato scomponibile in tre aree dalla diversa capacità espressiva:
- Area frontale (superiore): dalla fronte fino alle sopracciglia, sede del pensiero ma scarsamente mobile; ha una gamma limitata di possibilità espressive (contrazione/rilassamento).
- Area mediana: comprende occhi e naso, è estremamente espressiva soprattutto per gli occhi. Per Simmel “il guardarsi l’un l’altro esprime la relazione più immediata e più pura che esista; non si può prender con l’occhio senza dare contemporaneamente: questo ci fa capire perché la vergogna ci fa guardar in terra;” la reciprocità dello sguardo è inquietante. Il contatto oculare rappresenta un indicatore fedele dell’intensità relazionale: persone con uno stretto legame tendono a guardarsi più tra loro e a scambiarsi messaggi di approvazione e disapprovazione.
- Area inferiore: comprende bocca e mento ed esprime una vasta gamma di emozioni; dallo stupore all’ira, dalla felicità alla tristezza (vedi linguaggio degli SMS dove le emoticons rappresentano le espressioni precluse tramite telefono).
Il sorriso
Nelle scimmie il sorriso (“mostrare i denti in silenzio”), il mostrare i denti, è segnale di non voler usare la dentatura per aggredire. In ambito umano, il sorriso non è un segnale uniforme e univoco ma copre una vasta gamma di fenomeni assai diversi tra loro. Ekman e Friesen hanno individuato 19 configurazioni diverse di sorriso fra cui il sorriso spontaneo (o sorriso di Duchenne), il sorriso simulato e il sorriso miserabile.
Gli studi di Darwin, Frank, Ekman e Friesen hanno inteso il sorriso come l’espressione universale di un’emozione più o meno intensa di gioia e felicità, strettamente connessa con l’interazione sociale; il sorriso va inteso come promotore dell’affinità relazionale.
Gestualità
I gesti sono azioni motorie coordinate e circoscritte, volte a generare un significato e indirizzate a un interlocutore. Lo studio della gestualità si concentra sui movimenti del capo, del busto, degli arti superiori e inferiori ed è legato alla definizione della situazione e al ruolo che in essa si gioca (elementi situazionali), oltre che al carattere della persona (fattori individuali) e alla sua appartenenza culturale. I gesti possono essere classificati in una o più delle seguenti categorie:
- Emblemi: segni con significato verbale traducibile (es. i segni di saluto);
- Illustratori: segni che sottolineano il discorso verbale e possono essere:
- Bacchette: movimento con cui si enfatizza una determinata parola
- Ideografi: movimenti che indicano una direzione di pensiero
- Deittici: tesi a presentare un oggetto/direzione/evento a distanza
- Mimetici: imitano un’azione
- Regolatori: gesti di mantenimento del flusso della conversazione e di sincronizzazione degli scambi;
- Ostentatori di affetti: vari movimenti facciali che mostrano gioia, dolore, paura, disgusto, ecc.;
- Adattatori: movimenti di autoregolazione della posizione corporale o di regolazione del rapporto tra due corpi o tra corpo e oggetto.
I linguaggi dei gesti
La gestualità può assumere forme più o meno codificate, dove i codici variano a seconda della cultura o subcultura. Tra le forme particolari si possono riconoscere i gesti idiolettali, tipici di una persona o significativi entro un ristretto contesto (familiare o scolastico ad esempio). Alcuni esempi sono i gerghi sportivi, quelli dei banditori di aste, quelli teatrali (il mimo); un altro esempio di gestualità subculturale è quella dei rapper. A un livello superiore di codificazione si trova invece la lingue dei segni dei sordomuti che non è universale ma varia da paese a paese.
Postura
La postura è il modo in cui gli individui dispongono e controllano il proprio corpo nello spazio. Sull’atteggiamento posturale influiscono fattori quali il patrimonio genetico (esser bassi o alti, imponenti o esili), lo stato di salute (alcune malattie comportano la difficoltà di una posizione corretta) e le norme culturali che regolano l’atteggiamento corporeo. L'analisi della postura consente di comprendere meglio il contesto comunicativo e le dinamiche relazionali tra gli individui.
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