Comunicazione interculturale
Incontro interculturale e linguaggio
Linguaggio
- Competenza comunicativa: conoscere la lingua per compiere un atto linguistico.
- Pragmatica del discorso: scienza che esplicita il non detto in un atto linguistico. Essa contestualizza una frase arricchendola in base al contesto o ai gesti. Quindi è tutto ciò che non rientra a livello fonetico, fonologico, morfosintattico o lessicale.
Cultura
- Competenza interculturale: fondamentale per essere capaci di comunicare in modo efficace con persone di altre culture.
Le 8 competenze di base che un cittadino europeo dovrebbe avere
- Competenza alfabetica funzionale
- Competenza multilinguistica
- Competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria
- Competenza digitale
- Competenza personale, sociale e capacità di imparare ad imparare
- Competenza in materia di cittadinanza
- Competenza imprenditoriale
- Competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali
Programma del corso: costruire intercultura
- La competenza comunicativa (Hymes)
- La pragmatica interculturale
- Eventi comunicativi e atti linguistici
- Principio di cooperazione
- Analisi conversazionale contrastiva
- Principio di cortesia
- Intercultura
- Modelli descrittivi (Hofstede, Hall)
- Parametri per la comunicazione interculturale (modello di Balboni)
- Principali sistemi di significazione - verbale e non verbale - e relativi livelli di consapevolezza
- Il modello di sensibilità interculturale di M. Bennet
- Le abilità relazionali interculturali
Conoscenza, abilità, competenza
- Conoscenze: informazioni, fatti, principi, teorie e pratiche, relative ad un ambito disciplinare
- Abilità: capacità di applicare le conoscenze per portare a termine compiti e risolvere problemi
- Competenza: capacità di usare in un determinato contesto conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale. Il complesso delle competenze dà la padronanza in termini di autonomia e responsabilità.
Rich point
Si tratta di un'espressione verbale o non verbale di un gruppo o di una cultura in fase di studio che, al momento della scoperta iniziale, non ha senso per il ricercatore e richiede traduzione per gli estranei. Sviluppato da Michael Agar, il concetto descrive ciò che accade a una persona che entra in un nuovo contesto linguistico e/o culturale e incontra un qualcosa o un qualche momento che è sconcertante. Può essere un termine, un'azione, uno stile di discorso o conversazione che differisce dalla cornice che una persona, di solito il ricercatore, porta alla situazione. Un rich point viene quindi analizzato con l'obiettivo di sviluppare una traduzione tra le culture e le lingue del ricercatore e del pubblico.
La comunicazione interculturale (Paolo E. Balboni, Fabio Caon)
La competenza comunicativa interculturale (capitolo 1)
Cosa significa saper comunicare in un ambiente dove sono compresenti più culture, più software mentali. Comunicazione significa scambiare messaggi efficaci (cioè che raggiungono il nostro scopo).
- Comunicare = l’atto volontario e consapevole di scambio di messaggi per perseguire il proprio fine. La comunicazione non deve essere confusa con l’informazione che è involontaria ed è un fatto costituito da sintomi (rossore, tremito, ecc.) che informano l’interlocutore del nostro stato d’animo.
- Scambiare = la comunicazione è uno scambio, infatti la maggior parte della comunicazione è dialogica, ma, anche quando è monologica (come in una conferenza), il conferenziere che sa comunicare tiene molto in considerazione il feedback (sorriso, postura o sguardo degli ascoltatori per esempio).
- Messaggi = insiemi di lingua verbale e di linguaggi non verbali (gesti, oggetti, ecc.). Tranne che in una conferenza, il messaggio orale viene creato in maniera cooperativa, cioè gli interlocutori collaborano alla sua creazione per giungere ad un messaggio conclusivo accettato da tutti. Nel messaggio scritto ciò non è possibile quindi lo sforzo è duplice: l’autore deve essere chiaro per il lettore che ha in mente e il lettore deve sforzarsi di entrare nella mente dell’autore.
- Efficaci nel raggiungere lo scopo = la comunicazione è perfetta quando lo scambio fa in modo che ciascuno raggiunga il proprio scopo. Anche nella comunicazione apparentemente monodirezionale ci deve essere una condivisione di scopi perché l’evento comunicativo funzioni: il conferenziere ha come scopo evitare la noia e le distrazioni degli ascoltatori, oltre che convincerli sulla sua visione; gli spettatori hanno lo scopo di non annoiarsi, di imparare qualcosa e di informarsi. Se entrambi realizzano i loro scopi l’evento comunicativo ha funzionato.
Gli eventi comunicativi
Gli eventi comunicativi hanno luogo in un contesto situazionale. Esso si definisce sulla base di alcuni elementi:
- Setting fisico (bar, strada, scuola ecc.) – persone che vengono da culture diverse interpretano il setting secondo le regole e i valori della propria cultura, quindi in questi luoghi si agisce e si comunica in maniera diversa.
- Tempo – esso è una variabile culturale e può creare problemi di comunicazione interculturale e organizzativa, basti pensare al tema della puntualità.
- Argomento – esso è un fattore di rischio perché gli interlocutori possono ignorare che alcuni argomenti sono tabù in culture diverse dalla propria, oppure affrontare un tema di discussione senza tenere in considerazione che i valori, i software mentali sottostanti all’argomento trattato non sono sempre condivisi nelle varie culture (es. ruolo della donna nella società). Questi fattori possono provocare incidenti involontari ma comunque gravi.
- Ruolo dei partecipanti – per quanto riguarda la gerarchia e i relativi segni di rispetto (forme di saluto e di rispetto verbali e non verbali come l’inchino).
- Scopi dei partecipanti – ci sono scopi dichiarati e non dichiarati perché sono impliciti in una data comunità. Ci sono anche scopi dichiarati ma non veri perché fanno parte solo di convenzioni sociali, di sistemi di buona educazione (es. “come sta?” che non ha come scopo informarsi sulla salute dell’interlocutore, ma semplicemente salutare, entrare in contatto).
- Atteggiamenti psicologici che i partecipanti hanno nei confronti degli interlocutori, della loro cultura, della loro azienda, ecc. Il sarcasmo, l’ammirazione o la diffidenza per esempio emergono anche se non vogliamo, soprattutto nei linguaggi non verbali (essi informano l’interlocutore su atteggiamenti che non si vorrebbero comunicare).
- Atti comunicativi – costituiscono la dimensione tattica e immediata della comunicazione (salutare, ringraziare, chiedere, ecc.), mentre le mosse comunicative sono di livello strategico superiore (attaccare, difendersi, interrompere, ecc.). Ogni mossa e ogni atto hanno dei parametri valutativi propri delle singole culture (per esempio “scusarsi” è generalmente una mossa gentile in Europa, mentre può risultare una drammatica perdita della faccia nel mondo arabo e in parte del Sud America).
- Testo linguistico – diventa significativo esaminarlo solo dopo aver considerato tutti gli altri elementi. Corrisponde a quello che diciamo, scriviamo o trasmettiamo.
- Messaggi extralinguistici – nella comunicazione interculturale l’attenzione di chi parla si focalizza sulla lingua verbale per cercare il lessico appropriato e per evitare errori, mentre le norme dei linguaggi non verbali vengono spesso trascurate, come se i gesti, la mimica facciale o la distanza interpersonale fossero dei concetti universali. In realtà ciò può spesso portare a delle gaffe o a degli incidenti comunicativi.
- Generi comunicativi e norme sociali – ci sono degli eventi (come cene formali o conferenze) che ogni cultura gestisce secondo le proprie regole, la cui mancata conoscenza può portare a situazioni spiacevoli.
Modello di competenza comunicativa interculturale
Il concetto di competenza comunicativa nasce nel 1967 ad opera di Hymes e viene subito ripreso nel "approccio comunicativo" all’insegnamento delle lingue. La competenza comunicativa è una realtà mentale che si realizza come esecuzione nel mondo.
Si tratta di uno schema diviso in due parti. Nella mente ci sono tre nuclei di competenza che costituiscono il sapere la lingua:
- La competenza linguistica: cioè la capacità di comprendere e di produrre enunciati ben formati dal punto di vista fonologico, morfosintattico, testuale e lessicale-semantico.
- Le competenze extra-linguistiche: cioè la capacità di comprendere e produrre espressioni e gesti del corpo (competenza cinesica), di valutare l’impatto comunicativo della distanza interpersonale (competenza prossemica) e di usare e riconoscere il valore comunicativo degli oggetti e del vestiario.
- Le competenze socio-pragmatica e (inter)culturale: saper fare lingua.
Le competenze mentali si traducono in azione comunicativa, cioè nel sapere fare con la lingua, quando vengono utilizzate per comprendere, produrre e manipolare testi. Queste sono le abilità linguistiche e questo meccanismo costituisce la padronanza della lingua. La freccia centrale è duplice perché, da un lato, le competenze mentali sono attuate nel mondo, dall’altro, dal mondo arrivano testi e altri input che integrano, perfezionano e correggono le nostre “grammatiche” mentali. Quando si parla di competenza comunicativa interculturale, non bastano le abilità linguistiche, ma servono anche quelle relazionali. Quindi tra mente e mondo troviamo il ponte costituito dalle abilità relazionali, che vanno sviluppate modificando la propria forma mentis in ordine alla reazione emozionale di fronte ad azioni, cose o parole di altre culture che riteniamo spiacevoli e sociale di fronte a quelle che percepiamo come offese.
Abilità relazionali
- Saper osservare
- Saper relativizzare
- Saper sospendere il giudizio (perché questo è spesso gestito dall’emozione più che dalla ragione)
- Saper ascoltare attivamente
- Saper comunicare emotivamente
- Saper negoziare i significati (nel caso un atteggiamento ci paia offensivo)
Nel mondo troviamo la capacità di agire in eventi comunicativi interculturali (cene, lavori di gruppo, ecc. – ognuno di questi governati da ferree regole sociali). I testi orali e scritti prodotti attraverso il meccanismo di padronanza contribuiscono a eventi comunicativi, governati da regole sociali, pragmatiche e culturali. Ciò corrisponde al sapere fare con la lingua.
Costruire una competenza comunicativa per agire in una prospettiva interculturale non significa abbandonare i propri valori e far propri quelli del luogo in cui si “espatria”, ma significa accettare il fatto che i modelli culturali sono diversi; sapere che esistono gli stereotipi e i pregiudizi e che essi hanno una loro funzione di economia mentale; conoscere gli altri raccogliendo informazioni sia tramite esperienza diretta che indiretta; rispettare le differenze; accettare il fatto che alcuni modelli culturali degli altri possono essere migliori dei nostri e, in questo caso, mettere in discussione i modelli culturali con cui siamo cresciuti.
Parametri per la comunicazione interculturale
Essi servono per valutare i problemi comunicativi interculturali, la qualità di una mossa o di uno strumento di comunicazione. I più produttivi e più utili per valutare se uno scambio culturale è stato efficace o meno sono sette:
- Formale vs. informale – ogni cultura ha il suo modo particolare di identificare formalità ed informalità, sia nel linguaggio che nel modo di comportarsi, di scegliere un regalo e così via. Quindi ci sono culture che privilegiano l’informalità (come quella americana) e altre in cui la formalità è più richiesta. Un errore sul piano della formalità richiesta in una data situazione può compromettere lo scambio.
- Polite vs. unpolite (cortese vs. scortese) – ciò riguarda non solo la gentilezza e il rispetto sociale, ma indica anche il concetto di adeguatezza alla situazione. Per esempio, la sequenza “io e te”, comune in Italia, è reputata unpolite in Germania, Inghilterra e America dove “du und ich” e “you and I” sono richiesti.
- Forza mascherata vs. esplicita (diretto vs. implicito) – come esprimo la mia forza all’interno della comunicazione? In modo diretto e palese oppure in modo mascherato (come nella cultura inglese)? Nella comunicazione la forza non va sempre evidenziata perché l’interlocutore potrebbe offendersi e interrompere lo scambio. Spesso in una situazione formale la forza delle frasi e degli atti comunicativi non può essere esplicita. In questo campo la complessità interculturale è notevole. Per esempio, in inglese un divieto viene raramente espresso con un esplicito no, ma la sua forza viene mascherata aggiungendo per esempio I’m afraid o I’m sorry. Al contrario, ci sono culture come quella ebraica che privilegiano l’espressione diretta del proprio pensiero.
- Politicamente corretto vs. scorretto – si tratta di un parametro puramente culturale in base al quale la scelta lessicale ha valore “politico”. Rientrano in questa sfera il rispetto etnico (es. persona di colore), il concetto di parità tra uomo e donna, i riferimenti all’orientamento sessuale, ad alcune professioni o a situazioni di salute.
- Uso libero vs. tabù – solo la consuetudine e l’attenzione precisa consentono a persone che frequentano ambiti internazionali di cogliere il continuo variare degli argomenti di uso libero e di quelli tabuizzati. Per esempio, in Italia un tabù riguarda le cure psicologiche. Quindi ogni cultura ha dei tabù noti, come il nazismo in Germania. Altre volte ci sono tabù incomprensibili per alcuni, come la riservatezza degli europei sulla propria famiglia per i giapponesi. Ci sono anche dei tabù universali (anche se ci possono essere delle eccezioni) e riguardano il sesso, la malattia/morte e le secrezioni del corpo. I discorsi sulla digestione e sui sentimenti personali vanno considerati tabù nelle culture di origine inglese.
- Cooperativo vs. arroccato – l’atteggiamento delle persone che sono impegnate in uno scambio comunicativo può essere di due tipi: arroccato, cioè quando una persona parla essa non ammette di essere interrotta (culture nordiche per esempio) oppure cooperativo, cioè quando una persona parla essa ammette interventi da parte di altri per integrare o correggere quello che si dice e tendenzialmente gli italiani appartengono a questo gruppo. Le culture asiatiche, soprattutto quella giapponese, sono molto arroccate di fronte ad uno straniero.
- Cattivo vs. brutto (giudizio estetico vs. giudizio etico) – esso riguarda soprattutto il campo semantico. La cultura anglosassone tende a proporre giudizi sul parametro buono/cattivo, invece la cultura italiana tende ad essere più estetica: “brutta figura”, “una brutta parola”, “un brutto momento” (che in inglese sarebbe invece “a bad moment”).
Si può insegnare e misurare la comunicazione interculturale?
La comunicazione interculturale non si può insegnare, ma si può insegnare ad osservarla, documentarla e descriverla. Essa non si può insegnare per ragioni qualitative, perché è un oggetto in continua evoluzione e per ragioni quantitative, perché è impossibile studiare tutti i problemi interculturali tra tutte le culture. Quindi non si può insegnare la competenza, ma si può proporre un modello di competenza comunicativa interculturale in modo che ciascuno possa costruire la propria competenza attraverso esperienze interculturali dirette o indirette.
La competenza comunicativa interculturale non si può nemmeno misurare. Infatti, quello che va costruito è una cultura della comunicazione interculturale, che richiede lo sviluppo di abilità relazionali, di un atteggiamento interculturale, di una disponibilità alla differenza e queste sono dimensioni non misurabili con precisione, ma sono intuibili e soprattutto educabili attraverso una sensibilizzazione razionale ed emotiva al fenomeno.
Modelli comunicativi di riferimento, importanti per la comunicazione interculturale
- Competenza comunicativa (Hymes): Egli dà una svolta agli studi di comunicazione affermando che essere competenti in una lingua non significa solo saper costruire bene grammaticalmente delle frasi, ma anche saperle usare nel giusto contesto, cioè sapere quando parlare, quando tacere, di che cosa parlare, a chi, quando, dove e in che modo. Il focus di Hymes è quindi l’azione comunicativa: essere capaci di compiere azioni con la lingua. Perciò, non riguarda solo la competenza verbale, ma anche tutte le altre competenze come la socioculturale, per esempio.
- Linguaggio come attività umana (rientra nella loro Teoria degli atti linguistici) (Austin-Searle): Austin ha coniato l’espressione “atto linguistico”, ovvero la concezione del linguaggio come azione, perché quando si parla si compie un’azione. Quindi parlare è agire (linguaggio come attività umana). Poi Searle ha ripreso questo concetto di Austin, affermando che non importa solamente che la frase sia grammaticalmente corretta, ma che essa abbia senso nel contesto. Allo stesso tempo, se la frase ha senso nel contesto ma non è grammaticalmente corretta non si capisce.
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