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Kroeber-Kluckhohn: è composta di modelli, espliciti e impliciti per il comportamento, acquisiti

• e trasmessi mediante simboli, costituenti il risultato distintivo di gruppi umani. Le culture sono

sia prodotti dell'azione sia elementi condizionanti l'azione futura.

Geertz: insieme di significati trasmessi storicamente e incarnati in forme simboliche, incluse

• azioni, discorsi e oggetti, attraverso cui gli individui comunicano e condividono le loro

esperienze, concezioni e credenze.

Benhabib:costruzione narrativa condivisa, contestata e negoziata. Cultura è diventato sinonimo

• di identità, un marcatore e un differenziatore di identità. I gruppi che si formano ora intorno a

questi marcatori chiedono allo stato e alle sue agenzie riconoscimento legalee assegnazione di

risorse per preservare e proteggere le loro specificità culturali.

Gli aspetti messi in evidenzia sono quello interpretativo-ermeneutico, relazionale e negoziale in

relazione alla questione dell'identità. Kluckhohn e Kroeber hanno raccolto oltre 150 definizioni di

cultura e le hanno raggruppate in sottocategorie:

il modo di vivere di un popolo (tutte le usaze relative alla vita quotidiana)

• l'eredità sociale che un individuo acquisisce nel suo grupo di appartenenza (es i valori di

• riferimento)

il modo di pensare, di sentire e di credere (es. Le emozioni accettabili, l'autopercezione, la

• fiducia in qualcosa di trascendente ecc)

la generalizzazione derivata dall'osservazione dei comportamenti (ciò che viene riportato a

• partire dall'osservazione dei comportamenti di un gruppo e definito come caratteristico. Es i

rituali di saluto).

Il deposito di sapere posseduto collettivamente (es proverbi)

• l'insieme di comportamenti standardizzati verso i problemi ricorrenti (es monogamia etc)

• le tecniche per adeguarsi all'ambiente (abitazioni, utensili etc)

le diverse definizioni sottolineano cinque dimensioni della cultura, cinque estremi di un continuum

rispetto a cui la cultura può essere analizzata:

1. oggettiva-soggettiva: forme culturali collettivamente condivise vengono poi interiorizzate e

declinate in modo soggettivo. Questa dimensione si collega alla dicotomia pubblico-privato: la

cultura è pubblica perché oggettivamente accessibile ma anche privata perché interiorizzata e

caricata di significati personali

2. concreta-astratta: componenti materialmente osservabili (abbigliamento etc), il secondo

aspetto richiede delle inferenze o interpretazioni da parte di un osservatore esterno (es

significato del velo islamico)

3. descrittiva-cognitiva/prescrittiva:fornisce immagini del mondo, interpretazioni della realtà,

e in forza di queste immagini prescrive o proscrive specifiche modalità di comportamento sia

individuali che collettivi

4. esplicita-implicita: c'è una culutra manifesta appresa ttraverso la parola e la socializzazione,

riconosciuta da un osservatore esterno, e una cultura tacita, non verbale che opera con regole

non consapevoli, che non vengono insegnante ma acquisite nelle diverse circostanze e ambienti

dell'esperienza nella vita quotidiana.

5. Coerente-incoerente: ogni cultura presenta un certo grado di coerenza tra le sue componenti,

ma anche un grado di pluralità, complessità e conflittualità interna che ne garantisce la varietà

e il dinamismo.

Accanto alle dimensioni, cioè i criteri sulla base di cui orientare l'analisi delle culture, sono state

definite anche delle componenti della cultura:

valori: ideali a cui un certo gruppo aspira e acui fa riferimento quando deve formulare giudizi,

• prendere decisioni, orientare l'azione. I valori presentano una dimensione normativa (ci dicono

cosa dovremmo volere e come dovremmo comportarci), cognitiva (ci consentono di formulare

e argomentare giudizi), affettiva ( i valori stanno a cuore, non sono solo oggettivamente ritenuti

importanti ma anche soggettivamente vissuti come significativi per la definizione di sé),

selettiva(funzionano come criteri per scegliere come agire)

norme: derivano dai valori, li specificano attraverso precise indicazioni di comportamento →

• prescrizioni e proscrizioni. Per rendere vincolanti le norme i gruppi sociali stabiliscono

sanzioni, sia negative (punizioni o limitazioni per chi non le rispetta) sia positive (rinforzi

psotivi rispetto a comportamenti ritenuti conformi alle norme). Nel mondo occidentale è

tollerata la non conformità alla norma nella dimensione privata (poco normata). Alcuni gruppi

tendono a sanzionare in modo rigido la trasgressione delle norme, altri sono più flessibili e

distinguono caso per caso.

Concetti: strumenti per organizzare l'esperienza dal punto di vista cognitivo. Possono

• coincidere con forme di cateorizzazione della realtà di un certo gruppo o articolarsi in

proposizioni descrittive della realtà e modelli di visione del mondo

simboli: deriva dal greco sunballein, "mettere insieme": in Grecia era diffusa l'usanza di

• tagliare in due un anello o un qualsiasi altro oggetto e di darne metà a un amico o a un ospite.

Essa veniva conservata e consentiva a distanza di tempo ai discendenti di riconoscersi grazie a

questo segno, cioè il simbolo. Platone nel Convivio afferma che Zeus voleva punire l'uomo

senza però distruggerlo → lo tagliò in due. Perciò da allora ognuno è il "simbolo" di un altro (→

"cercare l'anima gemella", "trovare la propria metà"). Il simbolo dunque è caratterizzato dal

rinvio, sta per qualcos'altro, rimanda a un'unità assente. È l'indicazione di un oggetto mediante

un'associazione di idee. I simboli hanno significato pubblico, condiviso e possono essere

impiegati in assenza delle cose che significano. Osservando il loro impatto sulla vita si osserva

che essi espandono l'ampiezza sia spaziale sia temporale dell'ambiente. Possono essere

invocati a distanza perché non sono legati alla presenza effettiva delle cose che rappresentano

→ comunicazione oppure magia (ottenere un effetto su qualcuno assente agendo su un oggetto

che gli appartiene). I simboli rendono accessibile ciò che non è più e consentono di prefigurare

ciò che non è ancora. Trasformano poi l'ambiente perché ne fanno un ambiente denominato.

Gran parte del nostro pensare al mondo esterno passa attraverso la manipolazione di parole o

di immagini. I nomi trasformano la realtà concreta in un mondo relativamente astratto e

generale. Nominare → classificare, astrarre. Attraverso la denominazione le cose possono

essere inventate. L'ambiente è in buona parte un prodotto dei nomi che gli diamo. I simboli poi

riproducono in un individuo le disposizioni e gli atteggiamenti di un'altra persona. I simboli

sono pubblici e hanno significato condiviso da una comunità → consentono di condividere una

risposta comune al simbolo, di ricreare l'atteggiamento mentale del parlante in chi ascolta. I

simboli poi permettono all'individuo e ai gruppi di autodesignarsi dentro un ambiente. Il

potere di autodefinizione è una delle poste in gioco nella lotta per il riconoscimento.

Comunicazione e cultura

stretta interconnessione tra esse. Hall sostiene che la comunicazione costituisce il cuore della vita e

della cultura stessa. Durante la comunicazione le persone non solo si rilanciano la palla della

conversazione. Ci sono una serie di servomeccanismi delicatamente controllati e condizionati

dall'ambiente culturale, che consentono alla vita una regolare navigazione. es. La giusta distanza a cui

mantenersi dagli altri. La cultura è un insieme di segni dotati di significati che si esprime in pratiche

comunicative. Le manifestazioni culturali sono atti di comunicazione: facendo, dicono → la

comunicazione dà visibilità alla cultura e contribuisce a definirla. Inoltre la cultura sopravvive se è

comunicata, si trasmette attraverso pratiche comunicative. Con l'apprendimento della lingua, con le

modalità verbali e non verbali di esprimere approvazione o meno, di categorizzare le percezioi e

definire le situazioni sociali e i comportamenti appropriati, e più in generale attraverso la trasmissione

di modelli condivisi. Hall dice che la maggior parte della trasmissione della cultura avviene per

imitazione e per immersione in un ambiente in cui sono iscritti i significati del gruppo. I principali

canali di trasmissione culturale, oltre alla comunicazione interpersonale, la comunicazione pubblica, la

comunicazione attraverso i media tradizionali e i nuovi medi, in particolare smartphones e social

networks. Gli ambiti entro i quali opera sono legati alla socilaizzazione, primaria (in famiglia) e

secondaria e alle istituzioni. In questo processo la cultura subisce interpretazioni e contaminazioni →

si trasforma.

Breve storia della comunicazione interculturale come disciplina

comincia propriamente dopo la seconda guerra mondiale. A quel tempo gli USA erano la potenza

mondiale leader ma i suoi diplomatici erano inefficienti: raramente conoscevano la lingua dei paesi

presso le quali erano assegnati e non avevano alcuna comprensione delle diverse culture → fondazione

del Foreign Service Institute (Fsi) per preparare i diplomatici → natura inizialemnte strumentale della

disciplina; uno degli obiettivi era il potenziamento dell'efficacia comunicativa. Quando competenze e

comportamenti tra due interlocutori non condividono una base comune, l'efficacia comunicativa viene

ridotta. La comunicazione interculturale analizza queste difficoltà e cerca di facilitare la

comunicazione. Innanzitutto la nozione di interculturalità è già essa stessa culturale (perché non è

separabile dalle culture nelle quali è apparsa e nelle quali è usata) e strategica (ciascuno accoglie la

cultura dll'altro solo a partire dalla base della propria, cercando di farla prevalere. La comunicazione

interculturale fa parte di culture che hanno più spesso scelto procedure di unificazione culturale.

Secondo Demorgon la questione dell'interculturalità riguarda culture che per certi versi si pensano

superiori e pensano che le altre debbano trovare degli accomodamenti, usando a questo scopo sia

costrizione che seduzione → accompagna le culture che si vogliono egualitarie ma non lo sono). Segno

della possibile natura strategica è la tematizzazione quasi esclusivamente dell'intercultura nell'area

economica e politca. La cornice in cui la disciplina si è formulata è occidentale, postbellica, strategica è

diversa da quella delle riflessioni attuali, collocate in contesto globale e diversificate per provenienza

(anche grazie agli studi postcoloniali). Conoscere l'altro vuol dire poterlo dominare, usare o sapere

come umiliarlo in modo efficace. I tempi sono maturi per un ripensamento e un riorientamento in

chiave più epistemologica, riflessiva e metacomunicativa. "riflessività significa implicare nei testi

etnografici un resoconto consapevole delle condizioni di produzione della conoscenza" (Borofski).

La riflessione sulla comunicazione interculturale nasce in Occidente con la modernità: le innovazioni

tecnologiche, i processi di urbanizzazione legati all'avvento della società industriale → fattori di

intensificazione di contatti interculturali. I mezzi di trasporto veloci hanno permessi di spostarsi verso

paesi lontani e di venire a contatto con culture altre. Queste nuove possibilità sono state sfruttate dal

colonialismo e dall'antropologia: l'antropologia si è sviluppata all'ombra del colonialismo, benché si

sforzasse di preservare e non annientare le culture con cui veniva a contatto. Inoltre c'è stato l'arrivo di

"altri" a rompere l'omogeneità della composizione culturale autoctona: le industrie richiamano nelle

città risorse umane, sollecitando migrazioni dalle zone rurali e dalle zone economicamente depresse. A

riguardo un importante filone viene dalla "scuola di Chicago". L'università di Chicago è la sede del

primo dipartimento di sociologia degli USA (1892), che si è interessato soprattutto dagli anni Venti allo

studio della diversità culturale e della devianza sociale nella metropoli. Testo inaugurale di Thomas e

Znaniecki è "il contadino polacco in Europa e in America": ricerca sugli immigrati polacchi condotta

con un metodo etnogrrafico → la cultura di provenienza faceva da filtro e da mediazione rispetto alla

comprensione e interpretazione del contesto di arrivo → anticipazione della teoria dell'uomo

marginale, ripresa poi da Park. ("l'uomo marginale è colui che sperimenta un'incongruenza tra il

sistema culturale della comunità da cui proviene e quello della società di arrivo, vivendola come una

duplice perdita: di status (di riconoscimento del gruppo) e di senso del proprio sé (riconoscimento del

suo ruolo nel gruppo). Riecheggiando gli studi di Simmel sullo "straniero" e anticipando la analisi che

ne farà Schutz, Thomas descrive ciò che accade quando il modello culturale con cui l'immigrato

interpretava il mondo non funziona più come sistema indiscusso di orientamento ma nel nuovo

contesto egli deve mettere in discussione tutto ciò che per gli altri è dato per scontato).

Dalla Scuola di Chicago viene Robert Park, che aveva studiato con Simmel. Fu importante per lui il

periodo di collaborazione col leader afroamericano Boker Washington presso il Tukseegee Institute in

Alabama. Quando entra nella Scuola di Chicago, la città aveva un alto tasso di immigrazione europea →

aree periferiche urbane con precarie condizioni di vita. La metropoli era un'area culutralmente

diversificata, dove la diversità culturale creava conflitti e forme di segregazione. Saggio del 1915 "The

city":" non solo i trasporti e le comunicazioni, ma la separazione della popolazione urbana tendono ad

agevolare la mobilità dell'individuo. I processi di separazione creano distanze morali → la città è un

mosaico di piccoli mondi che si toccano senza compenetrarsi, vivere in mondi diversi contigui ma

separati → vita cittadina carattere superficiale e casuale, complicate le relazioni sociali, prodotti nuovi

tipi di individui". Vivere tra due mondi→ non riuscire mai ad appartenere pienamente a nessuno dei

due, essere stranieri rispetto a entrambi. Così Park svilupa la teoria dell'uomo marginale di Thomas:

trovarsi ai margini di due culture, senza riuscire a riconoscersi pienamente in alcuna, è una condizione

favorevole alla devianza sociale. Park elabora anche la nozione simmeliana di distanza sociale, che

definisce il grado di vicinanza/lontananza, il senso di familiarità/estraneità tra soggetti sociali

appartenenti a culture diverse. Importanti anche gli studi di Sumner sull'etnocentrismo e quelli di

Allport sul pregiudizio. Hall "The silent language" → definisce come centrali nella disciplina

l'attenzione al comportamento non verbale e lo studio della comunicazione tra persone appartenenti a

culture diverse.

Il migrante, in quanto distacco da ogni punto spaziale dato, è l'antitesi concettuale alla fissazione in

tale punto. La sociologia rivela che il rapporto con lo spazio è la condizione e il simbolo dei rapporti

umani. Qui dunque si intende lo straniero come colui che oggi viene e domani rimane. Egli è fissato in

un certo ambito spaziale ma la sua posizione in esso è determinata dal fatto che egli non vi appartiene

fin dall'inizio, che egli immette in esso qualità che non ne derivano. La distanza nel rapporto significa

che il soggetto vicino è lontano, mentre l'essere straniero significa che il soggetto lontano è vicino.

L'essere straniero è una particolare forma di azione reciproca. Lo straniero p un elemento del gruppo

stessi, la cui posizione immanente e di membro implica allo stesso tempo un di fuori e un di fronte. Lo

straniero non è radicato nelle singole parti costitutive né nelle tendenze unilaterlai del gruppo → si

contrappone con l'atteggiamento particolare dell'"oggettivo", che significa una formazione particolare

costituita di lontananza e vicinanza, di indifferenza e di impegno. L'oggettività può essere definita

come libertà: l'uomo oggettivo non è vincolato da fissazioni di nessun genere che possano pregiudicare

la sua recezione, la sua comprensione, la sua ponderazione del dato. Questa libertà contiene certo ogni

specie di possibilità pericolosa. Lo straniero è il più libero, abbraccia le situazioni con meno pregiudizi,

le commisura a ideali più generali e oggettivi, non è vincolato dall'abitudine, dalla pietà, dai precetti.

Essenza più astratta del rapporto con lo straniero, cioè con lui si hanno in comune soltanto certe

qualità più generali. Un'estraneazione comincia di solito (non si sa se come causa o effetto) quando alla

relazione manca il suo senso di unicità.

Come abbiamo detto, la comunicazione interculturale si costituisce dopo la seconda guerra mondiale, e

questo influisce profondamente sulla fisionomia della disciplina stessa. Gli Usa si erano assunti il

compito di mantenere la pace e favorire lo svilupo e la rinascita economica europea. Il piano marshall

agiva in Europa, mentre il generale McArthur gestiva una fase di transizione in Giappone per stabilire

una forma di governo democratico.Poi gli Usa promossero un piano di sostegno economico e alleanze

strategiche con paesi del Sudamerica, Asia e Africa (→ poi sfociato nell'Agency for International

Development), che prevedeva l'invio di finanziamenti, tecnologie, professionisti per l'alfabetizzazione,

il miglioramento delle condizioni di salute, l'incremento della produttività agricola, la costruzione di

centrali idroelettriche. Si credeva che questo avanzamento socioeconomico avrebbe favorito

l'affermarsi di governi partecipativi e democratici. Molti di questi programmi fallirono e una riflessione

suggerì l'opportunità di una pianificazione preliminare più accurata, che considerasse anche gli

elementi di natura culturale. Grande impatto sulla consapevolezza dei problemi legati alla

comunicazione tra culture venne dal romanzo The Ugly American (1958), che evidenziò come il

comportamento degli americani in contesti diversi dal loro cambiasse drammaticamente, diventando

arrogante, irrispettoso. I fallimenti delle missioni erano dovuti all'inettitudine e all'incapacità di

comprendere la cultura dei paesi dove venivano attuate. Proprio per questi fallimenti la comunicazione

interculturale divenne elemento molto importante dei programmi di formazione. La riflessione

sull'inefficacia e scarsa preparazione del corpo diplomatico sollecità maggiore sensibilità agli aspetti

culturali. La formazione dei diplomatici incluse come qualificante l'apprendimento della lingua e della

cultura dei paesi di destinazione. Un ruolo decisivo fu svolto dal Foreigne Service Institute (1946 con il

Foreigne Service Act).

Incaricati alla preparazione del personale erano linguisti e antropologi. Molti linguisti erano

madrelingua→ conoscevano lingua e contesto culturale, sfumature comunicative degli elementi non

verbali. Gli antropologi seguivano un programma più tradizionale orientato alla dimensione

macroculturale (strutture di parentela, organizzazione sociale, forme di scambio) ma sembrava poco

funzionale agli obiettivi formativi del FSI → Hall, sensibile alla psicanalisi, rovesciò la prospettiva,

mettendo in rilievo gli aspetti microculturali, spesso usati in modo inconsapevole, come gestualità,

postura, voce, uso dello spazio. Hall fa parte del Fsi fino al 1959. la sua opera The silent language è un

cardine della nuova disciplina, e in essa Hall riconosce il proprio debito rispetto al linguista Worf, per

aver messo in luce in modo chiaro il legame tra cultura ed esperienza. Worf fu uno dei primi a parlare

delle implicazioni delle differenze che influenzano il modo in cui le persone fanno esperienza

dell'universo. Prima si pensava che le persone condividessero l'esperienza a prescindere dalla cultura,

ma ora è piuttosto discutibile tale posizione. L'uomo non ha diretto contatto con l'esperienza di per sé,

ma esiste un insieme di modelli che operano incanalando i sensi e i pensieri, determinando una

reazione di un certo tipo. Ipotesi di Sapir e Worf sulla relatività linguistica: essa sostiene che il pensiero

venga formulato in base alla lingua e che, parlando lingue diverse, ognuno si crea un'immagine del

mondo personale e diversa da quella degli altri. Le immagini non combaciano → grissi sforzo e

paziente tolleranza e desiderio di capirsi nella comunicazione. Si deve comprendere che parlare con un

altro significa avere a che fare con qualcuno che vede e capisce il mondo in modo molto diverso. Hall ha

applicato questo modello alla comunicazione non verbale → attenzione all'uso comunicativo dello

spazio e del tempo (prossemica e cronemica) e distinzione tra culture ad alto/basso contesto. Schema

del contributo di Hall alla disciplina:

approccio comparativo su interazione di persone di culture diverse

• prospettiva "micro" attenta alle interazioni di soggetti di diversa provenienza culturale in

• situazioni specifiche, agli obiettivi degli interlocutori rispetto a tali situazioni

interdisciplinarietà di analisi → intreccio antropologia e comunicazione di pertinenza

• soprattutto sociologica e psicologica.

Idea di comunicazione come comportamento governato da regole, che consente all'osservatore

• di rilevare modelli e operare generalizzazioni.

Riconoscimento importanza degli elementi non verbali della comunicazione

• riconoscimento dell'importanza dell'esperienza e della pratica per la formazione interculturale

• lessico specialistico

una disciplina si istituzionalizza quando si aprono corsi universitari, si scrivono libri, si finanziano

ricerche a partire da essa → primo corso 1966 a Pittsburg (vedi p42 per importanti studi), poi

all'Indiana University. Nel 1976 Hall pubblica Beyond Culture, dove traccia la famosa distinzione alto

basso contesto. Negli anni ottanta escono Culture's Consequences di Hofstede e altri studi che

sottolineano il rapporto tra linguaggio,cultura e comunicazione. Sforzo di precisazione delle

metodologie e di autodefinizione disciplinare con numerosi convegni alll'università della Virginia.

1986 a Portland Istitute for Intercultura Communication. Fondati poi Iica (international and

intercultural communication annual), sca (Speech communication association) e Ica (international

communication association). Poi si aggiunge il Sietar (society for intercultural training and research)

fondato nel 1971 e diventato poi Sietar International, con sedi autonome in tutto il mondo. Negli anni

novanta la disciplina diventa mantura, allarga gli interessi oltre alla comunicazione non verbale anche

alla retorica nella comunicazione e all'importanza dei media. A partire da un importante volume

Theories in Intercultural Communication si evidenziano due principali filoni teorici:

1. il primo adotta una metodologia prevalentemente quantitativa e domina fino agli anni novanta

2. il secondo è più interpretativo e focalizzato sul livello della comunicazione interpersonale,

privilegia i metodi qualitativi e si afferma dopo.

3. A questi due approcci si aggiunge quello critico di analisi storica e culturale dei rapporti di

disuguaglianza e dominanza nato specie con la riflessione post-coloniale.

I passaggi che segnano l'affermazione della comunicazione interculturale come disciplina possono

sintetizzarsi in:

inizia come un tipo di formazione applicata, per migliorare il comportamento dei diplomatici

• americani all'estero. Ancora oggi ha un obiettivo applicativo, ma le applicazioni sono molto

diverse e comunque la disciplina ha conquistato piena dignità.

Originata dallo sforzo di migliorare la comunicazione internazionale dei diplomatici. Più tardi è

• emersa una concezione che affrontava qualunque tipo di comunicazione interculturale. Sia

quella che coinvolgeva culture nazionali, sia quella legata ad altri tipi di differenze

interpersonali.

Radici antropologiche e linguistiche, poi divenuta disciplina autonoma e specifica (passaggio

• con l'opera di Hall)

comunicazione non verbale oggetto cruciale, meno intenzionale e consapevole → conoscenza

• per evitare incomprensioni tra culture diverse

apprendimento attraverso l'esperienza è una componente chiave della comunicazione

• interculturale. È necessario fare di più che parlare sull'argomento. Per avere reale

comprensione necessario fare esperienza.

Nel 2002 l'Handbook of International and Intercultural Communication individua cinque filoni attorno

a cui è attualmente articolata la disciplina:

1. teorie sull'efficacia comunicativa: teorie sulla convergenza culturale secondo cui, attraverso

l'interazione tra individui o gruppi, i partecipanti possono avvicinarsi a una comprensione

reciproca, senza mai però raggiungerla completamente.; le teorie sulla gestione dell'ansietà e

dell'incertezza, dove quest'ultima deriva dalla difficoltà a prevedere e interpretare i significati

altrui, mentre l'ansietà riguarda i sentimenti di disagio che si provano nelle situazioni a

contatto con membri di altre culture; le teorie sull'efficacia dei processi decisionali nei gruppi

interculturali, dove diventano rilevanti variabili quali il carattere individualista o collettivista

delle culture.

2. Le teorie su accomodamento e adattamento reciproco tra culture diverse. In questo ambito si

riconoscono tre filoni principali:

1. teoria sulla comunicazione-accomodamento che mostra come i parlanti utilizzino strategie

linguistiche per ottenere approvazione o per distinguersi nelle interazioni

2. teoria dell'adattamento interculturale, che mostra che l'adattamento reciproco dei

comunicanti favorisce un cambiamento delle prospettive culturali

3. teoria co-culturale, focalizzata sulle interazioni tra membri sottorappresentati e membri

dominanti in un certo contesto sociale e sugli stili comunicativi delle minoranze, che si

esprimono soprattutto in sforzi di assimilazione, accomodamento o separazione

4. teorie sulla negoziazione o il management dell'identità, che si concentrano sui processi di

adattamento delle identità. A questo ambito appartengono la teoria del managemente

dell'identità (basata sul lavoro di Goffman, sulla presentaztazione del sé e i giochi di faccia).

La teoria della negoziazione dell'identità, per cui più è sicura l'autodefinizione di un

individuo e più sarà disponibile a interagire con membri di altre culture. La teroia

dell'identità culturale, basata sull'interpretazione di come le identità culturali entrano in

gioco nelle interazioni interculturali.

5. Teorie sui networks comunicativi, basate sul presupposto che il comportamento sia

influenzato dalle relazioni tra individui e non tanto da norme interiorizzate. Ci sono in

quest'ambito

le teorie sulla competenza comunicativa outgroup (secondo cui possedere la

• conoscenza di membri outgroup nel proprio network di relazioni facilita la competenza

comunicativa rispetto a membri di altre culture),

la teoria dei networks interculturali versus intraculturali (nota maggiore varietà nei

• comportamenti tra membri di culture diverse che entro una stessa cultura);

teoria dei networks e dell'acculturazione (concentrata sul rapporto

• network/immigrazione e osserva che i migranti tendono a legarsi agli individui che

sono rilevanti per le loro identità e che quando diventono integrati i loro network

sociali cambiano)

6. teorie su acculturazione e aggiustamento, che affrontano le dinamiche culturali legate a

immigrazione e mobilità sociale. Si articolano in:

teoria della comunicazione-acculturazione: acculturazione e deculturazione come parte

• di un processo di adattamento cross-culturale, in cui sia lo straniero sia l'ambiente si

impegnano in uno sforzo congiunto

teoria del managemente ansietà/incertezza, dalla prospettiva dello straniero che entra

• in un nuovo contesto e si sforza di ridurre l'incertezza

teoria di assimilazione, devianza e stati di alienazione, per cui il contesto di ricezione

• risponde con l'assimilazione, l'isolamento o il feedback negativo all'atteggiamento degli

immigrati a seconda che esso sia di assimlazione, devianza o separazione

gli sviluppi più recenti evidenziano aspetti come la reciprocità, il mettersi nella prospettiva dell'altro, il

tema del potere e delle asimmetrie, l'attenzione ai nuovi contesti culturali → legati alla comunicazione

interculturale di secondo livello. La disciplina si è sviluppata in USA e la ricerca è ancora condotta

soprattutto qui, ma si sta rafforzando in altri paesi come il Giappone. Questo spostamento a un punto

di vista più globale va a beneficio della disciplina.

La natura applicata della disciplina non ha sempre avuto lo stesso significato. Inizialmente indicava la

natura strumentale, orientata alle pratiche e basata su metodi di training per implementare la

competenza comunicativa valorizzando il lavoro sul campo, successivamente la dimensione

strumentale è solo un aspetto della disciplina e l'esperienza mantiene un ruolo centrale in senso meno

legato alla contingenza delle situazioni. Nel secondo livello della comunicazione interculturale

l'esperienza diventa luogo di apprendimento, per la rottura del senso di ovvietà: essa è un contesto che

sollecita tutte le parti coinvolte ad attivare risorse di comprensione non ancora strutturate in modelli

cognitivi. In questo senso essa sollecita quello che Bateson definisce deuteroapprendimento

("apprendere ad apprendere"), una maggiore capacità di risolvere non solo lo specifico problema, ma i

problemi in generale. Così le nuove esperienze non solo veicolano nuovi contenuti cognitivi, ma sono

occasioni per acquisire nuovi modi di guardare il mondo e prontezza a mettere in discussione le

proprie cornici di riferimento..

una sintesi

la comunicazione interculturale, seguendo la formulazione statunitense, è lo studio della

comunicazione interpersonale eterofila tra individui che appartengono e rappresentano differenti

culture, in relazione a un obiettivo. Perciò essa analizza le difficoltà e mira ad aumentare la mutua

comprensione e a ridurre i fraintendimenti (definizione di livello 1). successive riflessioni europee e

post-coloniali hanno definito come la disciplina sia un ambito più esteso e più profondo. Non può

limitarsi alla sola comunicazione interpersonale: parlare oggi di comunicazione interculturale nel

mondo globalizzato senza considerare il ruolo dei media pare riduttivo. Più profondo perché anche i

presupposti culturali che stanno alla base degli atti concreti di comunicazione in contesti specifici

vanno resi espliciti e lasciati interagire → comunicazione intercultura come interazione dialogica,

processo di negoziazione (→ bidirezionalità, patteggiamenti e parziali rinunce dei singoli punti di vista

a favore di una valorizzazione di tutte le istanze e del raggiungimento di punti di equilibrio) tra frames.

Il modello è diverso da quello di trasmissione (dove il ricevente è passivo) e non raggiunge mai una

conclusione, ma solo accordi su specifici punti. Svolta sensoriale-emozionale e modello di civiltà

empatica → modello della convergenza, dove l'uscità dall'ovvietà delle proprie cornici e dai

comportamenti semiautomatici è sollecitata non da un atto riflessivo volontario ma dall'identificazione

di un "bene comune", di un obiettivo il cui raggiungimento rechi beneficio a entrambe le parti,

innescando processi di cooperazione. Questa cooperazione scatta in presenza del riconoscimento di un

bene da raggiungere che trascende gli interessi individuali e di gruppo (vedi Associazione Genitori di

Donato p 49). secondo alcuni parlare di comunicazione interculturale è in sé privo di significato,

perché presuppone il modello del "mosaico delle culture" → presupposta omogeneità interna delle

culture e differenze solo tra una cultura e l'altra. Ogni cultura è internamente complessa e in parte

contraddittoria, presentando anche influenze e contaminazioni: non esiste una cultura"pura", specie

nell'era della permeabilità fisica e simbolica di tutti i confini. Ormai le seconde e terze generazioni

sviluppano una serie di sintonie col gruppo dei pari che genera piuttosto difficoltà intraculturali nelle

famiglie. La presunzione di omogeneità e l'esagerazione di identità sono tratti tipici della

contemporaneità, che risultano dal bisogno di rimarcare le differenze e difendere la propria

identità(specie se sentita minacciata).

La scelta del termine interculturale non è irrilevante e si differenzia da altre parole analoghe come:

multiculturale/multiculturalismo: (1)essa significa solo l'esistenza di molte culture co-

• presenti in uno stesso ambiente, ma relativamente separate. Essa implicamente legittima una

sorta di fatalismo(→accettazione) senza indicare un percorso per passare dalla situazione

"monoculturale" precedente (con identità tra luogo e cultura) a quella plurale attuale. La

pluralità ingovernata tende a generare conflitti oppure indifferenza. Multiculturale ha una

valenza più descrittiva (→ riconoscimento di uno stato di cose). (2) ha una valenza più

programmatica e politica: evidenzia la diversità culturale piuttosto che lo scambio tra culture.

Il movimento verso il multiculturalismo è diventato un'ondata per il flusso quotidiano di

immigrati e le crescenti aspettative di gruppi co-culturali per un trattamento paritario. Il

termine rischia di denotare "indifferenza alla differenza", riconoscimento della diversità senza

interesse a conoscere il diverso → ambiguità che oscilla tra acceettazione descrittiva e una

programmatica. Multi- non implica di per sé relazione, può fare da sfondo teorico a

relativismo culturale spinto che teorizza l'impossibilità del dialogo. Sia l'etnocentrismo sia il

relativismo sono risposte inadeguate alle sfide attuali→ erette barriere tra comunità diverse,

promossa una visione dell'appartenenza che mortifica l'iniziativa delle persone. Geertz ha una

visione della cultura come spazio di scambio → anche comunicazione

internazionale/transnazionale:la comunicazione internazionale/transnazionale all'inizio si

• riferiva solo allo studio dell'interazione tra rappresentanti di diverse nazioni, poi è stata

estesas allo studio della comunicazione eterofila mediata dagli strumenti di comunicazione di

massa tra due o più paesi di differenti background. Riguarda il livello societario, non

interpersonale. Si occupa dei temi della direzione dei flussi di informazione, rischi

dell'imperialismo culturale, conseguenze della diffusione dei satelliti e di internet, il digital

divide. Incremento migrazioni e sviluppo tecnologie della comunicazione → dimensione

transnazionale ha assunto un ruolo importante e obiettivi che sollecitano la ridefinizione delle

categorie di analisi come quella di "superdiversità". Importante settore della comunicazione

internazionale è il development communication: lo svilupo è un processo partecipativo sul

larga scala di cambiamento sociale di un certo contesto, per conseguire vantaggi sociali e

materiali per la maggioranza e attraverso la sua graduale acquisizione di sempre maggior

controllo sul proprio ambiente. Il settore si occupa dei programmi che usano la comunicazone

per promuovere lo sviluppo.

cross-culturale:cross-cultural communication implica un approcciò di tipo astratto ed etico(vs

• emico) alla cultura. Compara i sistemi di comunicazione dei diversi gruppi considerandoli

astrattamente. La comunicazione interculturale si concentra sulla comunicazione tra persone

di diverse culture, la comunicazione cross-culturale studia la comunicazione tra sistemi e

l'analisi delle differenze del comportamento comunicativo in quanto legate a differenze

culturali

interetnico: comunicazione tra gruppi etnici diversi all'interno di una stessa cultura. Non è

• propriamente un sinonimo di interculturale. Le culture sono più numerose delle etnie e non

necessariamente legate a territori. E una stessa etnia può esprimere più culture.

Interraziale: si concentra sull'interazione tra membri della cultura dominante e altre co-

• culture sullo stesso territorio.

La comunicazione interculturale dovrebbe oggi assumersi il compito di guidare

l'internazionalizzazione e la multiculturalizzazione del più ampio ambito degli studi sulla

comunicazione → comunicazione interculturale è dunque passata all'ambito degli studi sulla

comunicazione e non più linguistico-antropologico. In epoca di globalizzazione la comunicazione è

necessariamente interculturale. Si deve salvaguardare la ricchezza del retroterra antropologico,

sociologico e linguistico che ha caratterizzato la nascita della disciplina.

Comunicazione non verbale

1.

per comunicazione interpersonale si intende un'interazione comunicativa tra due o più soggetti, di

solito in situazione di compresenza (→ comunicazione face-to-face) ma può essere estesa alla

comunicazione mediata dastrumenti che consentano dialogicità e simultaneità della comunicazione

(telefono e social networks). Entrano in gioco una grande varietà di elementi oltre al linguaggio

verbale, la possibiltà di feedback (risposta reotrattiva in tempo reale) e dall'interscambiabilità dei ruoli

di emittente e destinatario del messaggio.

Nella comunicazione interpersonale giocano due livelli:

1. verbale: simbolico-convenzionale o digitale. Produzione, per mezzo di apparato vocale, di

suoni istituzionalizzati organizzati in modelli anch'essi istituzionali. Questo livello presuppone

la presenza di un codice in cui tradurre i messaggi da scambiare e una intenzionalità

comunicativa, cioè l'intenzione consapevole di voler scambiare un particolare messaggio. Il

codice deve essere condiviso → eventuale problema della traduzione e asimmetria nella

competenza linguistica se un interlocutore deve usare una lingua diversa dalla lingua madre →

difficoltà a padroneggiare sfumature linguistiche, maggiore insicurezza e asimmetria nella

situazione comunicativa. A questo livello sono mediati soprattutto i contenuti, anche se le

scelte dei termini, del modo di rivolgersi, delle formule di saluto e di presa di parola etc sono

indicative sia del tipo di situazione comunicativa sia delle relazioni tra interlocutori, oltre che

di eventuali differenze di status

non verbale: analogico, presenta delle analogie con il contenuto che comunica (grido

2. proporzionale alla paura o al dolore etc). Comprende un'ampia gamma di comportamenti

comunicativi in grado di trasmettere significati: postura e movimenti del corpo, gesti,

espressioni facciali e movimenti oculari, aspetto fisico, uso e organizzazione dello spazio, modo

di strutturare il tempo, sfumature del modo di parlare. " quello che le persone fanno è spesso

più importante di quello che dicono" (Hall). Secondo Hall i nostri comportamenti sono solo in

parte consapevoli→ nella comunicazione non verbale si manifesta l'"inconscio culturale"(che

diversamente da quello personale è appreso in modo informale attraverso l'imitazione) che dà

forma alle nostre azioni, perlopiù in modo inconsapevole. (vedi schema p 57). tuttavia la

comunicazione non verbale può anche veicolare contenuti intenzionali: es. Immagine di sé che

si vuole proiettare (abbigliamento etc), definizione della situazione (gestualità codificata nei

rituali), sulle relazioni tra i partecipanti (es saluto militare). È impossibile non avere un

comportamento → impossibile non comunicare. Sapir "comunicazione non verbale è come un

codice elaborato che non è scritto da nessuna parte, non conosciuto da nessuno, ma compreso

da tutti". Hall l'ha definita la "dimensione nascosta" o il "linguaggio silenzioso". Comprende i

tratti paralinguistici e gli elementi non verbali che non riguardano l'emissione vocale (mimica e

gestualità → cinesica; organizzazione delle distanze tra i soggetti → territorialità, aptica;

elementi spaziali → prossemica; elementi temporali → cronemica). In sintesi questo livello si

occupa dei fenomeni comunicativi extralinguistici e anche i fenomeni paralinguistici.

Nella comunicazione umana si hanno due possibilità di fare riferimento agli oggetti: rappresentarli con

un'immagine oppure dar loro un nome. Questi due modi di comunicare sono rispettivamente

equivalenti ai concetti di analogico e numerico. Ogni volta che si usa una parola per nominare qualcosa

il rapporto tra le due cose è stabilito arbitrariamente. Le parole sono segni arbitrari che vengono

manipolati secondo la sintassi logica della lingua. Nella comunicazione analogica c'è una somiglianza,

perciò si fa riferimento con maggiore facilità alla cosa che si rappresenta. Ogni comunicazione non

verbale è analogica.

Questi due livelli non rappresentano due canali di comunicazione separati ma si integrano→ flusso di

informazioni che si avvale di più codici e più canali. Entrambi sono fondamentali per l'interazione.

Birdwhistell:"è troppo facile suppore che in un evento di comunicazione sociale vi sia un significato

centrale, primario o reale che viene solo modificato da un contorno ridondante → elementi centrali e

altri come semplici modificatori. Questa tentazione deriva dal presupposto che la comunicazione sia

solo un passaggio di nuove informazioni. Stando però alle ricerche di Palo Alto, nel processo

comunicativo il passaggio di informazione non è più importante di quello interazionale ,che

comprende le operazioni per:

mantenere il sistema in funzione

• regolare il processo di interazione

• porre in relazione reciproca messagi particolare per la loro comprensibilità in un contesto

• particolare

collegare il contesto particolare a contesti più ampi, di cui la prima è solo una situazione

• speciale.

La relazione tra comunicazione verbale e non verbale assume diverse forme:

convergenza quando c'è sintonia e sostegno tra le due livelli

• divergenza quando uno dei due contraddice l'altro generando menzogna o spiazzamento(es.

• Arrossire → suggerire la falsità di ciò che si dice)

sostituzione quando, a fronte di un'inadeguata competenza linguistica o impossibilità all'uso

• della parola la comunicazione non verbale ha il ruolo di trasmissione di significati

regolazione quando la comunicazione non verbale serve a disciplinare quella verbale (es gesti

• per distribuire i turni di parola)

metacomunicazione quando uno dei due livelli svolge la funzione di consentire

• l'interpretazione dell'altra(es strizzare l'occhio → non interpretare alla lettera quanto viene

detto). Anche la metacomunicazione è in un certo senso una forma di divergenza ma la

divergenza è fondamentalmente non intenzionale, mentre la metacomunicazione è un uso

soprattutto consapevole dei canali comunicativi che mira a istruire su come interpretare il

livello verbale

2.

Soprattutto con Hall la comunicazione non verbale è stata oggetto della comunicazione interculturale.

La percezione dello spazio e del tempo etc sono quell'elemento implicito della cultura senza la

comprensione del quale anche la componente esplicito della comunicazione risulta difficile da

interpretare → equivoco sia intra che interculturale → prospettiva culturalista, che vede la

comunicazione non verbale come espressione della cultura. Questa prospettiva sottolinea le differenze

culturali, contrapponendo quella innatista(a partire da Darwin) che sostiene l'universalità delle

espressioni e la loro funzione di adattamento e risposta all'ambiente che è stata mantenuta in modo

automatico. Interdipendenza tra cultura e natura.

Samovar e Porter:"la cultura è principlamente un fenomeno implicito e non verbale, perché la maggior

parte di essa è appresa con l'osservazione e l'imitazione, più che con l'istruzione o l'espressione

verbale esplicita". Ci sono situazioni in cui la comunicazione non verbale acquista un'importanza molto

superiore a quella verbale (es. Nelle occasioni ufficiali e formali è indispensabile alla buona riuscita

dell'evento, prima ancora dei discorsi pronunciati per l'occasione. Invece nelle situazioni altamente

informali, gestualità, il contatto corporeo, intensità dello sguardo etc acquistano un ruolo

preponderante e fortemente indicativo della profondità relazionale). Rogers e Steinfatt identificano

diverse ragioni dell'importanza della comunicazione non verbale:

Non può essere evitata. Anche la decisione di rimanere muti e immobili significa qualcosa. Gran

• parte della comunicazione non verbale non è intenzionale → non siamo mai totalmente

consapevoli della pluralità di messaggi che trasmettiamo.

Di solito precede quella verbale: prima di parlare abbiamo giò comunicato una serie di

• messaggi con abbigliamento, postura etc. Gioca un ruolo molto importante nel determinare

l'impressione iniziale.

È generalmente ritenuta particolarmente affidabile: per via della difficoltà di controllare

• pienamente i messaggi non verbali, nei casi di divergenza si tende a dar maggior credito alla

comunicazione non verbale. Questa discrasia è l'oggetto degli studi di Ekman, concentrati sulle

espressionif acciali e sugli elementi indicativi della menzogna. La capacità di decodificare la

comunicazione non verbale è importante per orientarsi nelle situazioni e decidere quale

atteggiamento tenere. In certe occasioni (sedute psichiatriche, interrogatori etc) si presta

molta attenzione ai comportamenti non verbali, ritenuti in grado di tradire un eventuale

tentativo di mentire o bluffare.

Può essere fonte di profonde incomprensioni, specie quando il messaggio verbale è

• insufficiente: questo è ancora più vero nelle situazioni interculturali.

È particolarmente importante nelle situazioni di comunicazione interculturale. Quando le

• difficoltà linguistiche impediscono una comunicazione fluida, quella non verbale acquista un

ruolo decisivo → fondamentale conoscere le regole che valgono nei diversi contesti culturali.

Un problema fondamentale nella cinesica è quello dei confine esatto tra movimenti,espressioni e atti

istintivi, rispetto ai numerosi codici cinesici basati sulla cultura (→ appresi come qualunque sistema

simbolico arbitrario inventato). Molti aspetti sono risposte apprese culturalmente. Alcuni autori

rilevano l'esistenza di universali transculturali nella correlazione tra espressioni facciali e particolari

stati d'animo. Tuttavia considerando l'ampiezza delle espressioni e della loro pertinenza nelle diverse

situazioni , le variazioni culturali sono considerevoli → la cultura stabilisce gli standard, le condizioni,

le modalità di espressione delle emozioni. L'influenza culturale sulla comunicazione non verbale può

essere considerata secondo due prospettive:

1. la cultura tende a determinare il comportamento non verbale, che esprime specifici pensieri,

sentimenti o stati di chi comunica. Un segno può avere diversi significati a seconda della

cultura di riferimento.

2. La cultura determina quando è appropriato mostrare o comunicare diversi pensieri, sentimenti

o stati d'animo. Non sembrano esistere macroscopiche differenze interculturali nel

comportamento non verbale per stati emozionali, ma possono esistere significative differenze

culturali nella specificazione di quali differenze possono essere mostrate, chi può mostrarle e

come.

3.

la cinesica nasce come disciplina socio-antropologica che studia la comunicazione attraverso le

posture e i movimenti del corpo, identifica e definisce il suo linguaggio e i suoi vocaboli (cinèmi), intesi

come fatti culturali. I primi della disciplina sono Darwin, Maus, l'abate Andrea de Jorio (→ alla base

degli studi di Carpitella su Napoli e Barbagia). Un classico della disciplina è Introduction to Kinesics di

Birdwhistell, primo tentativo di elaborare in termini sistematici la comunicazione corporea. Sono

importanti anche gli studi di Boas, Margaret Mead, Efron (sulla gestualità degli immigrati ebrei e

italiani negli USA) etc. I movimenti del corpo sono una prima modalità di comunicare non verbalmente,

dal volto fino alla gamma di modalità di occupare lo spazio col corpo.

Fisiognomica

Il volto è il luogo su cui concentriamo di più la nostra attenzione e rappresenta la prima fonte di

informazioni sull'interlocutore. La fisiognomica nasce collegata alla criminologia. In italia è

fondamentale l'opera di Lombroso, fondatore della scuola criminologica italiana, influenzata da forme

di determinismo biologico. Per Lombroso il comportamento criminale dipende da fattori biologici di

tipo ereditario, perciò pensa sia possibile, analizzando le caratteristiche fisiologiche, costruire un

indice di patologia individuale → il criminale avrebbe marchiati nella propria conformazione i segni

inconfondibili della propria pericolosità sociale e la scienza potrebbe individuarli. La fisiognomica

anche ai tentativi di fondare il razzismo su basi scientifiche. Camper crede di poter classificare le

razze umane in base a misure anatomiche, che forniscono un criterio estetico sicuro e di dimostrare la

superiorità degli europei bianchi. Il determinismo fisiognomimco è risultato privo di ogni fondamento

scientifico, ma comunque la fisionomia ha una capacità comunicativa (sfruttata anche dai fumetti e

dall'animazioni). Il volto ha un doppio registro comunicativo, due livelli in relazione: la fisionomia (che

dipende anche dalla sedimentazione delle nostre espressioni e dalle tracce dei nostri vissuti, una sorta

di habitus corporeo) e le espressioni, vincolate alla fisionomia e alle abitudini espressive che

prefigurano una gamma non illimitata di possibilità. Simmel:"il volto è il simbolo di tutto ciò che

l'individuo ha portato con sé come presupposto della sua vita. In esso è depositato ciò che del suo

passato è disceso nel fondamento della sua vita → tratto permanente. Col viso l'uomo è compreso già al

suo apparire, senza aspettare il suo agire. Vedi fine citazione p 69". il volto si scompone in tre aree dalla

diversa capacità espressiva:

1. area frontale o superiore (fronte fino alle sopracciglia): è considerata nobile in occidente

perché sede del pensiero. È scarsamente mobile, ha una limitata gamma di possibilità

espressive, sostanzialmente contrazione e rilassamento. La ruga profonda che si forma tra le

sopracciglia diventa permanente col tempo e sedimenta un atteggiamento di preoccupazione e

tensione.

2. Area mediana (occhi e naso): estremamente espressiva, specie per gli occhi, espressivi in sé ma

anche dotati di un'ampia gamma di movimenti possibili e in grado di stabilire un primo,

preverbale livello di contatto, oltre che un prezioso canale di feedback comunicativo. Guardarsi

negli occhi è la relazione reciproca più immediata e pura. Non si può prendere con gli occhi

senza dare al contempo: qui si produce la reciprocità più perfetta in tutto l'ambito delle

relazioni umane. Abbassare lo sguardo toglie all'altro qualcosa della possibilità di osservarmi:

chi non guarda l'altro si sottrae alla possibilità di essere guardato. La reciprocità dello sguardo

può essere inquietante: lo sguardo rende oggetto ciò che vede → si preferisce guadare senza

essere visti e si teme l'effetto alienante dello sguardo altrui. Il contatto oculare rappresenta un

indicatore fedele dell'intensità relazionale. Per la sua dimensione di reciprocità, attraverso lo

sguardo sono attuate anche strategie di proposta relazionale e di sottrazione alla relazione

(evitare lo sguardo in ascensore etc). Nella conversazione quotidiana lo sguardo serve a inviare

e raccogliere informazioni e per acquisire il feedback del partner. Senza contatto oculare le

persone non hanno l'impressione di essere pienamente in comunicazione. La fissazione dello

sguardo è un caso particolare con una forte funzione comunicativa: può significare sfida,

minaccia, seduzione, intimità. La reciprocità dello sguardo è tendenzialmente apprezzabile ma

non sempre appropriata. In occidente è indice di schiettezza e affidabilità dell'interlocutore, in

un altro contesto può essere non rispettoso o offensivo.

3. Area inferiore (mento e bocca): è fortemente espressiva. La bocca esprime una vasta gamma di

emozioni (→ le emoticons sfruttano proprio i movimenti della bocca). Il sorriso è uno dei

segnali fondamentali umani e, a livello filogenetico, costituisce una omologia con l'espressione

facciale delle scimmie, consistente nel "mostrare i denti in silenzio"(silent bared-teeth face)

come atto di difesa e di sottomissione per acquietare e rassicurare il partner → segnala che non

vuole usare i denti per aggredire. In ambito umano il sorriso non è un segnale uniforme e

univoco. Ekman e Friesen hanno individuato 19 configurazioni diverse di sorriso tra cui

sorriso spontaneo: riguarda il volto intero e consiste nel sollevare gli angoli della bocca in

• alto, mostrare i denti e contrarre i muscoli orbicolari dell'occhio

sorriso simulato:attiva solo i muscoli zigomatici senza coinvolgere i muscoli orbicolari

• sorriso miserabile: manifesta accettazione di una condizione di necessità spiacevole,

• comporta un prolungamento dell'espressione nella zona inferiore del volto

numerosi studiosi (es Darwin, Frank,Ekman, Friesen) hanno inteso il sorriso come espressione

universale di gioia e felicità più o meno intense. Il sorriso è anche legato però all'interazione

sociale. Le persone non sempre sorridono in situazioni di intensa gioia in solitudine, lo fanno

molto di più quando interagiscono con altri. Il sorriso è promotore dell'affinità relazionale,

perché è impiegato in condizioni di simpatia ed empatia, di rassicurazione, per stabilire e

mantenere una relazione amichevole con gli altri. Di norma si sorride durante i saluti. In

situazioni di gaffe molti sorridono per scusarsi e farsi accettare dagli altri. Il sorriso è un

potente regolatore dei rapporti sociali: la sua frequenza e intensità sono governate dal potere

sociale e dal genere. In generale segnala sentimenti positivi e un atteggiamento di disponibilità

relazionale, di vicinanza interpersonale e volontà di affiliazione.

Gestualità

i gesti sono azioni motorie coordinate e circoscritte, volte a generare un significato e indirizzate a un

interlocutore, per raggiungere uno scopo. I movimenti del corpo sono legati a fattori individuali

(personalità, stato emotivo), a elementi situazionali (tipo di relazione, situazione formale o meno), a

caratteristiche culturali. Birdwhistell:"il movimento del corpo è un sistema tipicizzato che deve essere

appreso da ogni individuo che debba fare parte di una società. La sua interiorizzazione è parte

integrante dell'acculturazione. Appreso in gran parte inconsciamente, il suo modellamento è coercitivo

come lo è quello della lingua". Lo studio della gestualità si concentra sui movimenti del capo, busto e

degli arti. La gestualità è legata profondamente alla definizione della situazione, al ruolo che in essa si

gioca, oltre che al carattere personale e all'appartenenza culturale. I gesti possono essere descritti sulla

base della loro velocità e ampiezza. Sono stati codificati da Efron, Ekman e Friesen, definendo una

tassonomia di segni cinesici allo scopo di verificare la validità transculturale dei gesti:

emblemi

• illustratori: sottolineano il discorso verbale. Sono:

• bacchette: enfatizzano

◦ ideogràfi: movimenti che indicano una direzione di pensiero

◦ deittici: delimitano, indicazione di un oggetto

◦ mimetici: imitano un'azione

regolatori: con funzione fàtica, mirano a mantenere fluido il flusso della conversazione, a

• sincronizzare gli scambi comunicativi

ostentatori di affetti: i vari movimenti facciali che mostrano emozioni → meno culturalmente

• specifici

adattatori: movimenti di autoregolazione della posizione corporale o di regolazione del

• rapporto tra due corpi, o del rapporto tra sé e gli oggetti, con funzione di allentamento della

tensione → culturalmente più specifici

la gestualità può essere più o meno codificata a seconda della cultura. Tra le forme particolari si

riconoscono i gesti idiolettali, tipici di una persona o significativi entro un contesto ristretto, es

familiare o scolastico. Di portata più estesa, ma non universale, sono alcuni gesti come il pollice e

l'indice per "ok". Anche la gestualità ha i suoi "gerghi", sottocodici specialistici che sono condivisi e

comprensibili solo in determinati contesti (es. Linguaggio delle grida della Borsa di Milano, gerghi

sportivi, quelli teatrali, linguaggio dei rapper). A un livello superiore di codificazione c'è la lingua dei

segni, che non è universale ma varia da paese a paese→Lis, Asl, Bsl etc. I segni di una lingua gestuale

sono formati attraverso la combinazione di alcuni parametri specifici. La sintassi è veicolata dalle

espressioni facciali, dall'orientamento e dalla postura di parti del corpo oppure dall'ordine dei segni.

Le variazioni grammaticali sono espresse con alterazioni del luogo di esecuzione dei segni o di tratti

del movimento (es. Ampiezza durata etc). Secondo Goffman la cultura ha un repertorio di gesti

iperutilizzati, immediatamente riconoscibili dai membri del gruppo e indispensabili per cogliere la

definizione della situazione rispetto a cui allinearsi e organizzare le proprie azioni → strumenti per

semplificare la complessità della realtà sociale ed evitare di mostrarsi incompetenti a svantaggio del

mantenimento della propria immagine.

Postura

è il modo in cui gli individui dispongono e controllano il corpo nello spazio. Le principali sono tre:

eretta, sedutta/rannicchiata/inginocchiata, distesa. Su di essa influiscono vari fattori: il patrimonio

genetico, l'età e lo stato di salute(anziani faticano a stare in piedi), l'uso del corpo (gii sportivi hanno

una muscolatura più sviluppata), gli atteggiamenti psichici come riflesso del carattere o come legati

alla situazione (senso di inadeguatezza → postura chiusa). Ekman e Friesen suggeriscono una

correlazione tra postura ed emozioni: il volto esprime quelle specifiche, il corpo lo stato d'animo più

generale (es. Noia, tensione etc). La postura si correla anche a certi stati depressivi o a certe malattie

psichiche. La postura può essere il prodotto di criteri fissati culturalmente in relazione alla situazione,

al genere, all'età, al tipo di relazione etc. Argyile:"in una cultura ci sono posture approvate per ogni

situazione (mangiare, andare a cavallo etc). Chi non assume la postura giusta può essere oggetto di

violenta disapprovazione → considerato indolente, immorale, barbaro o eccentrico. Per i rituali ci sono

posture speciali". La postura può tradurre diverse dimensioni culturali: es immediatezza→ inclinazione

in avanti del corpo, prossimità, contatto.

Tratti paralinguistici

il termine è coniato da Trager. Comprendono tutte le componenti vocali non verbali del parlato (tono,

intensità, velocità del parlato, prosodia) e le emissioni vocali non verbali (es. Ehm uhm ah). Anolli:"la

voce va intesa come una sostanza fonica composta da fenomeni e processi vocali. Fra di essi:

riflessi: starnuto, tosse, russare etc

• caratterizzatori vocali: riso, pianto, singhiozzo

• vocalizzazioni: le "pause piene", cioè ehm ah uhm

• caratteristiche extralinguistiche: insieme delle caratteristiche anatomiche permanenti ed

• esclusive di un individuo. Si suddividono in caratteristiche organiche (es apparato fonatorio) e

caratteristiche fonetiche (modalità con cui apparato fonatorio è usato, es voce nasalizzata o

palatalizzata)

caratteristiche paralinguistiche: l'insieme delle proprietà acustiche transitorie che

• accompagnano la pronuncia di un enunciato e che variano da situazione a situazione.

I fenomeni paralinguistici hanno una funzione comunicativa culturalmente modellata. Svolgono una

doppia funzione: danno forma all'eloquio, contribuendo a specificarne il contenuto (dimensione

semantica) e costituiscono un atto comunicativo in sé che si rivela informativo di altri aspetti

(relazionali, culturali, subculturali) a prescindere dai contenuti verbali. Le variazioni dell'eloquio

possono dipende da fattori biologici (sesso, età, umore etc), da fattori sociali (provienienza, istruzione,

classe, professione).

Il silenzio non è solo assenza di comunicazione ma ha un significato come lo zero in matematica.

Costituisce un modo strategico di comunicare e può avere molti significati. Il silenzio è governato da un

insieme complesso di standard culturali (le regole del silenzio), che definisce dove, quando, come e per

cosa usarlo, va appreso nell'infanzia al pari del linguaggio. Il silenzio è associato a relazioni sociali

incerte, poco conosciute, vaghe. In tali situazioni è prudente non esporsi. Il silenzio è inoltre un atto

comunicativo connessi a situazioni sociali in cui vi è una distribuzione nota e asimmetrica di potere

sociale tra partecipanti: chi è subalterno si mantiene in silenzio e in ascolto.

Prossemica

Durante la comunicazione le persone non solo si rilanciano la palla della conversazione ma compiono

una serie di comportamenti automatici per un andamento fluido della vita quotidiana. Secondo Hall, il

linguaggio organizza il pensiero e lo spazio organizza le attività. La prossemica (<proximus, più vicino)

studia l'uso dello spazio inteso come una specifica elaborazione culturale e dunque con un potenziale

comunicativo, riguarda gli usi sociali e comunicativo dello spazio e della distanza interpersonale. È

questa la "dimensione nascosta" di Hall, che produce e riproduce una grande quantità di significati

dentro i quali sappiamo muoverci anche senza esserne consapevoli. Lo spazio è una coordinata

importante e una risorsa per dare all'esistenza un ordine e un'intellegibilità. Il nostro rapporto con lo

spazio può essere sia passivo (percezione dello spazio circostante) sia attivo (azione nello spazio →

forma e ordine con l'azione)→ condizione e prodotto dell'azione.

Simmel notava che i sensi ci offrono due tipi di percezione: una verso il soggetto che percepisce

(sottoforma di piacere/dispiacere ecc), l'altra rivolta verso l'oggetto percepito (che viene così

conosciuto). Ogni cultura valuta diversamente gli apporti dei sensi. McLuhan "cultura come ordine di

preferenze sensoriali". Cultura diversa→ lingua diversa e mondi sensoriali diversi: la percezione non è

una pura registrazione di stimoli ma filtrata da elementi disposti secondo condizionamenti culturali.

Selezione degli elementi percepiti e valorizzati. Percezione come forma di interpretazione che osserva

selezionando e attribuisce significato. Nei gruppi culturalmente omogenei il modello è condiviso e

rafforzato → definizione della realtà in cui essi si riconoscono e orientano i comportamenti. I sensi

sono usati in modi diversi nelle varie culture: gli arabi usano molto più olfatto e tatto rispetto agli

europei. Il punto di partenza è però comunque stimolo che dai sensi arriva al cervello, dove viene

riconosciuto ed elaborato. Alcuni degli organi di senso sono ricettori di distanza perché consentono di

percepire oggetti anche lontani (vista, udito e olfatto). Secondo alcuni il naso è ambivalente, a metà tra

i sensi della distanza e quelli del contatto → doppio registro sensoriale. Altri organi sono ricettori

immediati perché forniscono informazioni sull'ambiente prossimo (pelle e membrane del tatto e del

gusto). In diversi tempi e luoghi si fa un diverso affidamento sui diversi sensi →equilibri sensoriali

diversi. La cultura occidentale è soprattutto visiva → sacrifica la ricchezza dei diversi sensi per

un'esasperazione della vista (McLuhan sottolineava il fastidio occidentale per l'odore corporeo). Hall

distingue , a seconda della dimensione sensoriale che tende ad avere il sopravvento, spazio visivo,

acustico, olfattivo, termico, tattile.

Spazio visivo

è uno spazio esclusivo. l'occhio può raccogliere molte informazioni, precise fino a un 100m di distanza.

La sua registrazione non è passiva ma seleziona ed evidenzia alcune cose e non altre a seconda della

cultura. L'occhio coglie i tratti comuni, favorendo generalizzazioni e astrazioni, come dicono McLuhan,

Ong e Simmel. " in un uomo si vede chiaramente ciò che ha in comune con gli altri. La creazione

immediata di informazioni sociali molto astratte viene favorita dalla vicinanza della vista, in assenza di

vicinanza del discorso. Vedi concetto di "operaio" p 84. questo vale anche per lo straniero. La vista

rileva i tratti comuni, altri sensi si prestano meglio a una relazione individualizzante (es sentire la voce

di una persona), fanno procedere la relazione verso una maggiore individualità e verso un'uscita dalla

generalizzazione. L'udito include, la vista esclude → si preferisce scambiarsi sms a telefonarsi in

condizioni di non intimità.

McLuhan, assumendo che ogni nuovo medium riplasmi l'ambiente dell'esperienza e delle relazioni,

individua tre ere della storia umana:

1. era tribale-auditiva: era uditiva, concreta e coinvolgente

2. era tipografica-visiva: con l'invenzione della stampa, era visiva, astratta e neutra. La stampa è

l'ultima fase della cultura alfabetica, che tende a detribalizzare e decollettivizzare l'uomo. La

stampa è la tecnologia dell'indivudalismo. La traduzione visiva dell'esperienza comporta la

rimozione di tutta quella parte che non è riconducibile a categorie visive → favorita una

frattura tra ciò che è visibile (conscio) e ciò che non lo è (inconscio). Traduzione visiva

dell'esperienza→ ripetitività e omogeneità. La stampa è il primo esempio di produzione di

massa, perché fu anche la prima merce uniforme e ripetibile.

3. era elettrica-cinestetica: si apre con la televisione e ha carattere "tattile" (intendendo la

convergenza sensoriale e la sinestesia che il tatto sembra poter realizzare). Detronizza la vista

e restituisce la sinestesia e le strette implicazioni tra gli altri sensi. "svolta tattile"

La scrittura ha consentito all'uomo una seriei di attività altrimenti impensabili, e la stampa ne ha

potenziato le capacità, ma l'esperienza si è anche impoverita (ogni medium abilità ma anche

disabilita). Calvino: Homo sapiens → homo legens. L'homo sapiens sapeva vedere e udire tante cose

che l'homo legens non percepisce più.

spazio acustico

la precisione informativa delle percezioni uditive c'è fino a 60 m per suoni e rumori, mentre la

comunicazione verbale è comprensibile fino a 30m. È uno spazio inclusivo. L'orecchio non ha la

reciprocità istituita dallo sguardo. L'orecchio è un organo "egoistico", che prende senza dare.

Anatomicamente sembra il più immobile di tutti gli altri organi. Si può possedere solo ciò che si vede,

perché ciò che è soltanto udibile passa col momento della sua presenza e non garantisce alcuna

"proprietà". L'udire è sovra-individualistico: ciò che avviene in uno spazio deve essere udito da tutti i

presenti. Di solito è quasi impossibile che troppi abbiano la stessa impressione visiva, mentre

moltissimi possono avere la stessa impressione uditiva (pubblico di un museo vs pubblico di un

concerto). L'orecchio è un organo coinvolgente e socializzante. L'essere immersi in un unico ambiente

sonoro favorisce un senso di coinvolgimento e, anche se per poco, di collettività. Il mondo tribale è

prevalentemente "aurale", fatto di suoni e parole pronunciate. Oggi le culture giovanili sono

"audiotattili". La dimensione aurale ha avuto un ruolo cruciale nella sfera religiosa (vedi il muezzin

islamico, la voce che chiama alla preghiera, significa letteralmente "colui che spinge ad ascoltare", e la

campana cristiana, marcatore uditivo del villaggio, capace di creare una prossimità sonora e un senso

di appartenenza). Il suono ha una funzione topogenetica, crea il luogo. La campana svolge una funzione

informativa (avvisa di qualche evento speciale), ma grazie alla regolarità della sua presenza svolge

anche un ruolo di risacralizzazione dello spazio e dunque reiterazione di un significato condiviso. A

seconda della nostra attività, siamo immersi in un ambiente sonoro che crea uno sfondo sul quale si

stagliano i suoni che possono essere particolarmente significativi per noi. La vita quotidiana è fatta di

soundscapes, paesaggi sonori. I rumori "normali" (conformi alle nostre aspettative in un ambiente e

attività) non attirano la nostra attenzione (→ forse neanche li percepiamo), mentre un suono anomalo

viene subito captato anche se è meno intenso rispetto ad altri→ attenzione sonora selettiva. Finnegan:

" i nostri paesaggi sonori sono modellati dall'esperienza culturale e dalle circostanze particolari in

base a cui scartiamo alcuni suoni, mentre consideriamo altri". Il silenzio ha il suo significato, è sentito

come un "vuoto" angosciante che va riempito di rumori. Bachelard:"il silenzio ci suggerisce il

sentimento degli spazi illimitati. L'assenza sonora lascia completamente puro l'ambiente→ la

sensazione del vato, del profondo, dell'illimitato ci coglie".

Spazio olfattivo

Hall:"l'odore è uno de più primitivi e fondamentali mezzi comunicativi". La percezione olfattiva inizia

con l'ingresso nel naso di sostaze chimiche volatili, i recettori nervosi sulla mucosa captano le

particelle e inviano un segnale che raggiunge il bulbo olfattivo, poi il nervo olfattivo fino al cervello

nell'emisfero destro(diverso dall'elaborazione verbale → difficoltà a verbalizzare percezioni olfattive),

che elabora la sensazione che associamo all'odore. La funzionalità dell'olfatto dipende da fattori come

età e stato di saluto: alcune malattie (transitorie come il raffreddore, oppure degenerative come

sclerosi e parkinson) compromettono la capacità olfattiva. L'odore costituisce un codice comunicativo

fondamentale tra paziente e medico, che deve saper distinguere l'odore delle varie malattie. Il

comportamento animale evidenzia la funzione altamente informativa dell'olfatto. Negli anni sessanta

la scoperta dei feromoni ha consentito una più adeguata comprensione del ruolo dell'odore nella

comunicazione e nel comportamento animale. I feromoni sono sostanze emesse dal corpo che

determinano comportamenti sociali e sessuali. Il ruolo dell'odore è importante anche perl'uomo, che è

un essere "microsmatico"(dall'olfatto scarsamente sviluppato). La letteratura offre esempi del potere

degli odori nel definire situazione, contribuire alla costruzione di un ambiente emozionale, colorire gli

stati d'animo (vedi p 91). gli odori sono impregnati di soggetività e privi di vocabolario specifico, che

usa spesso lessici di altri registri sensoriali (es odore caldo). Nel linguaggio letterario si esprimono con

unità sinestetiche, spesso abbinando al gusto o alla vista (vedi esempio della madeleine di Proust

odore e memoria). La percezione olfattiva si caratterizza di immediatezza, intensità e coinvolgimento.

Schopenhauer considerava l'olfatto il senso della memoria, perché ci ricorda immediatamente, più di

qualunque altro senso, l'impressione specifica di una circostanza o di un ambiente. Baudelaire "il

profumo provoca il pensiero e il ricordo corrispondente. Bachelard: odore dà vita a immagini olfattive.

In occidente l'olfatto è il senso della soggettività → sorta di velo alla conoscenza oggettiva della realtà.

È un senso coinvolgente, perché crea un'intimità tra soggetti nella stessa atmosera olfattiva e perché

funge da catalizzatore degli altri stimoli sensoriali di natura non verbale. Può assolvere anche funzioni

sociali importanti → nei rituali uso di sostanze odorose (es incenso), per sottolineare la solennità

dell'occasione e avvolgere i partecipanti in una comune atmosfera sensoriale → sintonizzazione

emotiva, Durkheim. Gli aromi definiscono una situazione rituale, agiscono come segnali per

sincronizzare le attività dei partecipanti e convalidano pubblicamente la cerimonia e i suoi

partecipanti con convenzioni olfattive. Intensificare l'esperienza sensoriale è un modo per sottolineare

i passaggi cruciali della liturgia e scandirne il ritmo interno. In Understanding Media McLuhan

richiama il potere dell'olfatto di contribuire a definire in modo riconoscibile le sincronie e le forme di

organizzazione sociale nel tempo, specie nelle culture collettiviste:es in Cina e Giappone il tempo si

misurava con gradazioni di incenso → successione di profumi in un ordine prestabilito che indicava le

ore, i giorni, le stagioni e i segni zodiacali.

Il processo di civilizzazione è passato per la rimozione degli odori: Freud ipotizza una correlazione tra

rimozione degli odori e repressione sessuale.Hall sottolineava il sottosviluppo dell'apparato olfattivo

americano per via di un condizionamento culturale (uso di deodoranti ed eliminazione degli odori →

piattezza e uniformità olfattiva che impoverisce la varietà dell'esperienza). McLuhan rivela la profonda

trasformazione dovuta al passaggio da culture olfattive a culture visive. Nelle società alfabetizzate

l'odore del corpo, segno distintivo e affermazione insostituibile dell'individualità umana, è parola

ripugnante: coinvolge troppo, date le abitudini al distacco. Lo spazio olfattivo è meno denso e

diversficato di prima. Ma dagli anni ottanta con le retoriche di ritorno alla genuinità, alla natura si

registra un ritorno alla sensibilità anche per la dimensione olfattiva → nascita di aromaterapia, corsi di

enologia etc. 1990 Osmoteca di Versailles, 1996 Odorama a La Villete. Le aziende includono il

"marketing olfattivo": odore di vaniglia delle gelaterie per invogliare i clienti, massaggi alla menta e al

cioccolato di alcune imprese per migliorare il benessere e la creatività di alcuni dipendenti.

L'importanza olfattiva è sedimentata nel linguaggio→ modi di dire e metafore (es "la cosa mi puzza", "è

un fetente"). Ogni uomo profuma in modo caratteristico lo strato d'aria che lo circonda. L'olfatto non

forma di per sé un oggetto ma rimane rinchiuso nel soggetto. Le sensazioni olfattive si sottraggono alla

descrizione verbale, non sono proiettabili sul piano dell'astrazione. Col raffinarsi della civiltà,

l'acutezza di percezione di tutti i sensi decresce, mentre aumenta l'accentuazione del senso del piacere

e del dispiacere. Con il suo tipo di reazione l'uomo moderno non può più entrare in legami stretti in cui

non si tiene conto del suo gusto e della sua sensibilità personale → maggior isolamento, limitazione più

netta della sfera personale. Le aspirazioni all'igiene e alla pulizia non ne sono meno conseguenza che

causa. Annusare l'atmosfera di qualcuno ne costituisce la percezione più intima, egli penetra in forma

area nel nostro intimo sensibile. Anche il profumo artificiale ha un ruolo sociologico: aggiunge alla

personalità qualcosa del tutto impersonale, tratto dall'esterno, che va insieme ad essa in modo tale che

sembra emanarne. Amplia la sfera della persona, nasconde la personalità con qualcosa che deve però al

contempo agire come suo irradiamento. Gli occidentali sono imbarazzati dal rapporto di intimità

olfattiva con l'interlocutore specie in situazioni formali, ma fanno ampio uso di fragranze artificiali per

costruire piacevoli aloni olfattivi attorno alla propria persona. Nelle altre culture c'è una grande

ricchezza olfattiva, la cultura araba ha un vocabolario degli odori molto più ricco e articolato (250

termini ca). Le differenze tra odori svolgono una funzione informativa e una funzione sociale

(→rapporti di intimità/estraneità etc). Tra gli aspetti del "consumo vistoso",che mirano a un

avvicinamento alle classi agiate con l'emulazione, l'uso di profumi ha un ruolo notevole. Gli sforzi di

integrazione della popolazione nera negli USA sono stati anche nell'uso abbondante di profumi, spesso

strumento a doppio taglio. Perché lo straniero possa essere accettato, deve perdere o dissimulare ciò

che lo designa come tale e adattarsi alla norma olfattiva. In occidente si rifugge l'eccessiva intimità

olfattiva, mentre nel mondo arabo è segno di buona disposizione verso l'interlocutore lasciarsi

inglobare nel suo alone olfattivo. In occidente l'odore è un tabù, non ci sono prescrizioni e proscrizioni

esplicite a riguardo. Prima di entrare in moschea si raccomanda di non ingerire cibi dai sapori forti, che

potrebbero distogliere dalla preghiera→non si può fare astrazione dalle relazioni se si è immersi

nell'alone olfattivo del prossimo.

Olfatto e gusto

sono in strettissima relazione: contigui e collegati anche dal punto di vista anatomica, interferiscono

reciprocamente (es buon odore del cibo stimola il gusto). Entrambe le loro sensazioni sono difficili da

rendere verbalmente. Il gusto si colloca tra il soggettivo della persona e l'oggettivo della cultura. La

cultura definisce ciò che è commestibile o meno, ciò che è puro e ciò che è impuro: oltre alle

proscrizioni alimentari (es il maiale per gli ebrei) ci sono delle regole che disciplinano i comportamenti

alimentari e una gamma di usanze alimentari culturalmente specifiche (es. Mangiare cane, cavallo

diverso nelle varie culture). Nella stessa cultura il gusto è legato anche alle abitudini familiari, luogo di

socializzazione primaria alle regole alimentari e all'apprezzamento di certi sapori piuttosto che altri. Il

gusto presenta anche una correlazione con le classi sociali (Bourdieu notava come alcuni gruppi

prediligono quantità abbondanti, sapori forti, elevato apporto nutritivo, mentre altri le piccole

quantità, l'estetica della presentazione, la leggerezza → gusto come elemento di discriminazione

sociale). Anche il gruppo dei pari ha un ruolo rilevante nella socializzazione al gusto: ci si addestra ad

apprezzare certi elementi come elemento di iniziazione e appartenenza al gruppo (es prima sorsata di

birra molto amara). Il gusto è un elemento culturalmente rilevante anche nella delimitazione dei

confini tra culture, diventa una chiave di accesso agli universi culturali "altri", così come anche un

potenziale ambito di distanziazione e semplificazione che produce stereotipi e

pregiudizi(identificazione spregiativa dell'altro con habitus alimentari tipici della sua cultura).

Modalità "antropofagica" mira a divorare l'altro per cancellarne l'alterità e assimilarlo a sé(→ principio

del cannibalismo nelle società primitive).

Spazio termico

la pelle ha una grande capacità di emettere e avvertire calore. Ognuno tende a emettere e ricevere

segnali sulla propria condizione emotiva con sbalzi di temperatura e afflusso sanguigno alterato in

alcune zone del corpo. Aumento afflusso → aumento temperatura. La temperatura è connessa

all'esperienza personale dell'affollamento. Calore altrui → senso di maggior coinvolgimento. Le culture

del non-contatto manifestando fastidio, per esempio, per il calore corporeo lasciato da altri su un

sedile, oppure per l'innalzamento termico in un luogo sovraffollato. L'aumento della temperatura

rende gli odori più percepibili → intensificazione dell'interazione olfattiva. L'innalzamento termico è

legato a luoghi e relazioni di intimità. Si ritrova nei modi di dire e nelle metafore (una persona fredda).

Spazio tattile

il tatto è tra le principali fonti di conoscenza e relazione: interazione col tatto uno dei fondamenti della

socialità umana. Toccare fisicamente qualcuno ci assicura di essere in contatto col mondo esterno e

con la nostra interiorità. Il toccarsi è uno dei principali modi di interconnessione tra uomini. La pelle, il

"più grande organo umano", è la superficie con cui siamo coinvolti nell'intensa esperienza di

interconnessione corporea con gli altri. Tatto e vista sono inizialmente legati: i bambini toccano tutto

come modalità esplorativa e conoscitiva. Il tatto può giungere a un alto grado di sensibilità (es lettura

dell'alfabeto Braille). "prendere" è parte del "comprendere". In occidente vista e tatto si

autonomizzano, la vista è più riconosciuta. Il tatto è una sorta di strumento conoscitivo più primitivo,

usato da cui non ha ancora sviluppato un'adeguata competenza visiva. L'aptica (da aptomai, toccare)

studia il tatto come forma di conoscenza e di comunicazione. Il tatto è un senso reciproco (non si tocca

senza essere toccati), è sia attivo che passivo. Lo spazio tattile ha le sue convenzioni socialmente e

culturalmente variabili: tatto più frequente nelle società ad alto contatto e collettiviste, più normato

rigidamente in quelle individualiste. Le trasgressioni ai codici condivisi possono essere severamente

punite (es sexual harassment sui luoghi di lavoro). Parte dell'educazione e della coltivazione della

sensibilità estetica dei giapponesi è l'apprezzamento per la testura dei vari materiali (es carta o

ceramica raku) legato a esperienze tattili. In occidente di recente ci sono percorsi educativi che

prevedono la manipolazione di paste morbide, riconoscimento di oggetti al tatto etc. L'aptica svolge

anche una funzione rituale nelle culture: dalla stretta di mano, alle forme di saluto, al "bacio rituale"

dei testi sacri e allo sfioramento delle reliquie in ambito religioso. In alcune culture vige ancora il

divieto del contatto (es gli intoccabili). Il bacio nei matrimoni, l'apposizione di una corona etc sono

esempi di passaggi rituali basati sull'uso del tatto. La dimensione del contatto è culturalmente centrale

anche nelle culture a basso contatto (→ modi di dire come avere tatto, toccare la corda giusta etc).

Secondo McLuhan i media sono estensioni dei nostri sensi. Sentiamo l'odore, la temperatura, la

consistenza di ciò che tocchiamo. Il contatto restituisce una ricchezza e complessità di sollecitazioni

sensoriali, intensificando il coinvolgimento. Il tatto, poiché offre una specie di sistema nervoso o di

unità organica nell'opera d'arte, ha ossessionato gli artisti fin da Cezanne. Il senso del tatto è diventato

necessario a un'esistenza integrale.

7.

Col nostro movimento nello spazio esprimiamo le nostre intenzioni di affiliazione o distanza e più in

generale organizziamo i nostri territori. Ogni corpo occupa una porzione dello spazio e si mette in

relazione con l'ambiente circostante e con le persone che lo popolano. "luogo": porzione di spazio

significativa per noi, che costituisce il teatro della nostra azione, è il "corrispettivo fenomenologico"

dello spazio". In esso tendiamo a ritagliarci delle aree privilegiate, fondamentali per il senso di

sicurezza e per la comunicazione con gli altri, che chiamiamo territori. Il territorio è definito come

area della sicurezza e della sopravvivenza. La territorialità è la condotta caratteristica con cui un

organismo afferma i propri diritti su un'area, difendendola da altri. Secondo Hall è infraculturale,

perché si tratta di un comportamento che precede la cultura, ma che poi viene elaborato al suo interno.

Riguarda la presa di possesso e difesa del territorio. Ha funzioni personali e sociali e oggetto di

rivendicazione, come esplicitazione del diritto al possesso. Hall:"i confini dei territori restano costanti

come i luoghi demandati ad attività specifiche (dormire,mangiare etc). Il territorio è una vera e propria

estensione dell'organismo, delimitata da segnali visivi, vocali e olfattivi. Pensando ai nostri

comportamenti territoriali si osservano delle regolarità: tendiamo a sederci sempre nello stesso posto

a tavola, a occupare gli stessi posti etc. Percepiamo un ingresso non autorizzato nella nostra stanza

come una violazione del territorio, personalizziamo i nostri spazi con oggetti personali. Hall distingue:

spazio preordinato: alla base dell'organizzazione delle attività individuali e sociali. Il

• paesaggio urbano, la struttura degli edifici, la suddivisione interna sono esempi di questo tipo

di spazio che costituisce lo stampo in cui si riversa e si modella il nostro comportamento senza

poterlo alterare. Ha una funzione disciplinante

spazio semideterminato: può subire delle modifiche, che agiscono sul tipo di attività e di

• socialità che può esserci in quell'ambiente: es la sistemazione dei mobili in una stanza. NB ciò

che è preordinato in alcune culture può non esserlo in altre (pareti fisse vs pareti mobili

giapponesi). Luoghi di fuga e attrazione sociale, sale d'aspetto delle stazioni ferroviarie e

terrazze dei bar francesi.

spazio informale: organizzato intenzionalmente e con una certa libertà in funzione della

• relazione e della comunicazione. (vedi p 107).

La territorialità delimita sia lo spazio dell'esclusione, sia i parametri di aree relazionali. I territori

variano secondo la loro organizzazione. Alcuni sono fissi, geograficamente delimitati, attribuiti con una

rivendicazione spesso difesa dalla legge (es le case). Altri sono invece situazionali: fanno parte

dell'equipaggiamento fisso dell'ambiente ma sono resi accessibili alla gente come beni che si possono

rivendicare nel loro uso → proprietà temporanea. (es panchine, tavoli ristorante etc). Ci sono poi le

riserve egocentriche che si spostano col rivendicante, che ne è il centro. Sono rivendicate di solito per

lunghi periodi (es le borse). Questa suddivisione è valida fino a un certo punto: es una stanza d'albergo

è una rivendicazione situazionale, ma può funzionare in modo simile a un territorio fisso. I movimenti

dello spazio sono usati come "mosse" durante l'interazione sociale, che segnano inizio e fine

dell'interazione, il grado di formalità e la definizione della situazione.

Goffman identifica una serie di possibili articolazioni della territorialità del Sé, le intrusioni vengono

vissute come vere e proprie "offese territoriali".

Lo spazio personale è quello che riconda un individuo → l'ingresso din un altro provoca la sensazione

di essere usurpato. Si configura come un contorno, un "territorio mobile"(Hall), una bolla invisibile che

si dilata e si contrae a seconda delle situazioni e delle relazioni. Chi penetra in esso senza una qualche

autorizzazione produce una sensazione di disagio. La rivendicazione di questo spazio varia a seconda

delle situazioni (es mezzi pubblici, ascensore etc): il nostro comportamento è mosso da due opposte

tendenze, ottenere il massimo di distanza dagli altri e evitare di produrre un'impressione di fuga, che

può risultare offensiva. Le "protesi" tecnologiche (es cellulare) dilatano al di là dello spazio fisico lo

spazio personale. Il posto è uno spazio oggetto di rivendicazione temporanea, di solito legata all'uso.

Può essere fisso nell'ambiente oppure portatile (es asciugamani in spiaggia). Può essere

temporaneamente abbandonato, continuando a mantenere una rivendicazione su di esso, attraverso

l'eventuale uso di "contrassegni", ha limiti esterni facilmente visibili e difendibili. Lo spazio d'uso è il

territorio immediatamente intorno o davanti all'individuo, che può rivendicarlo per una necessità

strumentale (es spazio per guardare i quadri). Il turno è l'ordine in cui in una situazione un

rivendicante riceve rispetto ad altri un bene di qualche tipo. In occidente si segue l'ordine di arrivo. Il

turno può essere segnalato con contrassegni (es numeretti) oppure da dispositivi mnemonici (Es la

fila). Il rivestimento è la pelle che copre il corpo o i vestiti. Il corpo è segmentato culturalmente in

zone cui si presta più o meno attenzione → più o meno protette dal contatto con l'esterno. Il territorio

di possesso è l'area che l'individuo possiede, ha in uso esclusivo o controlla. È lo spazio della privacy e

dell'intimità sociale. Comprende gli oggetti che possono essere identificati come il sé (es casa, auto) e il

controllo sugli elementi che costituiscono l'ambiente prossimo del soggetto (luce, temperatura,

rumore). La riserva di informazioni è l'insieme dei fatti che riguardano un individuo e rispetto a cui

si cerca di controllare l'accesso (contenuto delle tasche, diario etc). La riserva di conversazione

riguarda il diritto di un individuo di proteggersi dagli inviti alla conversazione, così come il diritto di un

gruppo di proteggere la propria conversazione dall'ingresso o dall'ascolto di estranei.

L'invasione del territorio altrui può assumere diverse forme. Argyle:"si può invadere il territorio altrui

avvicinandosi fisicamente, guardando o ascoltando, facendo rumore etc."

Quando l'unità di osservazione è il gruppo, si possono identificare aree spaziali frequentate

abitualmente da gruppi particolari e rivendicate come territori di possesso in quanto fortemente legati

al senso di identità (es i posti nei bar o nei pub). Questo tipo di territorialità è simile a quello degli

animali. L'uso dello spazio per la definizione e l'ancoraggio dell'identità è sempre stato fondamentale

ma entra in crisi con la globalizzazione ele spinte di despazializzazione e rispazializzazione che

comporta, che decretano la fine della coincidenza tra spazio, cultura e identità e innesca nuovi tipi di

lotta per il possesso e per la determinazione del significato dei luoghi (es processi di

rinfuzionalizzazione di alcuni gruppi etnici che confliggono con quelli dei residenti). Un gruppo

organizza lo spazio per organizzare sé stesso → mezzo fondamentale di espressione e condivisione

dell'identità. La simbolizzazione dello spazio gioca su più ordini di grandezza. Se essa costituisce

un'identità relativa è sempre in opposizione a un'alterità esterna e in funzione di un'alterità interna.

Alcune aree sono rilevanti per la definizione della nostra identità e in esse è costitutiva la distinzione

dentro-fuori.

La territorialità fisica è delimitata da confini che coincidono con quelli nazionali. Su questi territori,

caratterizzati dalla coincidenza e condivisione di lingua, cultura, politica, economia, la sovranità

statuale si è via via indebolita. La permeabilità dei confini è evidente e produce sentimenti ambivalenti.

La territorialità pubblica è quell'insieme di aree accessibili ma regolate da norme di comportamento,

spesso espresse in forme simboliche (es segnali stradali) che comportano sanzioni se trasgredite. La

territorialità sociale, diversificata internamente in una varietà di formazioni di gruppi e di subculture,

con i propri luoghi di aggregazione e segni distintivi che costituiscono potenti strumenti di inclusione

ed esclusione. La territorialità domestica riguarda l'area percepita come luogo abituale dell'intimità e

del radicamento, in cui ci si sente a proprio agio e si percepisce come soggetta al proprio controllo,

almeno al livello cognitivo, al livello emotivo si presenta come estremamente coinvolgente (anche in

senso negativo). Agnes Heller:"essere a casa sembra essere una delle poche costanti della condizione

umana". La casa è per eccellenza il "luogo antropologico", cioè la porzione di spazio sociale densa di

storia, relazioni, identità, contrapposta ai non-luoghi del transito (aeroporti, stazioni etc). La casa ha

un valore "soggettivo" per i suoi occupanti e uno "oggettivo", condiviso dal gruppo, come ambito della

vita familiare e privata. Per la casa è fondamentale la distinzione dentro/fuori, in certe culture marcata

con dei riti di soglia che regolano il passaggio (baciare lo stipite per gli ebrei, togliersi le scarpe,

guardiani della soglia nel mondo arabo). La casa è un territorio suddiviso in aree funzionali e

relazionali: in occidente ci sono singole stanze con funzioni specifiche (aree pubbliche, salotto e cucina,

aree private, stanze da letto e studio), in altre culture lo spazio è polifunzionale (vedi giappone).

Tra gli animali si individuano quattro tipi di distanza:

1. di fuga: a cui ci si lascia avvicinare da un nemico potenziale, oltre la quale si fugge

2. critica: intervallo tra distanza di fuga e distanza di attacco (se non si può scappare si attacca)

3. personale: si tiene coi propri simili, è una sorta di bolla invisibile che circonda l'organismo.

Gli individui più forti o più potenti hanno distanze superiori

4. sociale: la distanza oltre la quale l'individuo perde il contatto col gruppo, stabilita da una

sorta di fascia invisibile che tiene insieme il gruppo. Gli uomini hanno esteso questa distanza

con la tv, il telefono, i social networks →integrazione del gruppo attraverso grandi distanze

Per gli uomini Hall ha definito 4 distanze diverse, i cui nomi rimandano alle attività e alle relazioni

correlate (vedi sugli appunti).

La distanza appropriata viene definita in funzione di:

attività: alcune richiedono per forza una riduzione della distanza

• relazione: più è stretta e più diminuisce la distanza

• cultura: legata a variabili culturali, come individualismo/collettivismo, alto/basso contesto etc

I media scardinano e ristrutturano i modelli della distanza sociale. Telefono e televisione rendono

accessibili alla relazione e alla conoscenza mondi separati nello spazio, e per la tv anche nel tempo.

Inizialmente il telefono aveva soprattutto un'utenza femminile, che lo usava per rompere lo stato di

isolamento domestico e rafforzare i legami amicali e familiari. I phone-centers nascono per stranieri e

immigrati, oggi c'è skyipe che consente di disconnettersi dall'ambiente fisico immediato e creare un

territorio di socialità a distanza. Gli strumenti della comunicazione costruiscono ambienti comunicativi

e possibilità relazionali che rendono più complesso il rapporto con lo spazio (→qui e altrove). La

territorialità personale non ha più come riferimento imprescindibile il corpo, la bolla comunicativa si

sgancia dall'individuo e si scompone in più direzioni. Le protesi tecnologiche sono a pieno titolo

prolungamenti del sé e strumenti di ridefinizione territoriale che costringono a ripensare gli strumenti

interpretativi della comunicazione non verbale (vedi esempio treno 116).

rispazializzazione e flussi

lo spazio non è solo un dato ma è anche qualcosa che noi produciamo, a cui diamo forma col nostro

movimento e le nostre relazioni. Il modo di descrivere e interpretare lo spazio è stato principalmente

quello della "mappa": una classificazione statica degli spazi funzionale all'orientamento. La prossemica

e gli studi sulla territorialità, per il loro tentativo di mappare una realtà mobile, si collocano tra i

sistemi spaziali (che definiscono un ordine) e operazioni spazializzanti (azioni che organizzano lo

spazio). De Certeau insiste sulla creatività dell'azione e sulla sua capacità di sottrarsi a una logica di

pura riproduzione. Lo spazio così non è un insieme ordinato e uniforme, ma un'unità polivalente di

programmi conflittuali e di prossimità contrattuali. Il movimento dei soggetti ristruttura lo spazio:

anche lo spazio preordinato può diventare semideterminato se trasformato da strategie di

microresistenza (De Certeau "tattiche", contrapposte alle "strategie", più efficaci nella trasformazione

delle regole e più potenti) che ridefiniscono, se non la struttura dello spazio, almeno i suoi significati e

la gamma di azioni possibili. I percorsi e le traiettorie degli attori sociali danno ordine e senso allo

spazio→nuove geografie di azioni. Lo spazio è animato dai movimenti che si verificano al suo interno. Il

movimento di ciascuno incontra e scontra quello degli altri→ conflitti, negoziazioni, nuovi regimi di

ordine. Spazio e tempo si intrecciano nella dimensione del flusso.

I territori di chi non appartiene

Lo spazio è un insieme di unità contornate da confini, che costituiscono i territori dei gruppi sociali.

Un'unità che esprime e sorregge l'unità del gruppo da cui è sorretta. Il confine ha due funzioni:

delimitare rispetto al mondo circostante e chiudere in sé stesso il territorio. Al suo interno c'è un

mondo soggetto solo a norme proprie, non inserito nei movimenti del mondo circostante. La

delimitazione territoriale svolge un ruolo fondamentale nel sostenere legami di appartenenza, e anche

uno strumento di messa a distanza e di esclusione sociale (es ghetto vedi p118). La segregazione come

il rifiuto della contaminazione sono logiche che si ripropongono anche ora, con la ridefinizione

continua dei luoghi. Un esempio è dato dai quei non-luoghi detti emergency temporary locations, are di

istituzionalizzazione di una precarietà disumanizzante. Sono zone di reclusione dell'umanità "in

eccesso" rispetto alle forme di appartenenza ritenute legittime. Centri provvisori per rifugiati a

termine da rimpatriare, zone di detenzione provvisoria per illegal aliens da espellere → "cronotopoi".

Sono nati riguardo alla rispazializzazione nuovi filoni come i Border Studies, che affrontano la

questione degli spazi geopoliticamente contesi in chiave interdisciplinare.

Cronemica

"Time talks. It can shout where words lie". L'organizzazione del tempo è legata alla nostra cultura e

condiziona la nostra esperienza. La cronemica studia il potenziale comunicativo di essa e il modo in cui

influisce sull'azione, le interazioni, la comunicazione. Si riconoscono due filoni di studio del signficato

del tempo:

studio dell'orientamento delle diverse culture verso le tre dimensioni del tempo: il tempo può

essere visto come una linea continua che connette passato, presente e futuro. Le culture si rapportano

e valutano diversamente queste tre dimensioni:

culture orientate al passato: privilegiano la storia e la tradizione → condizionano la

• valutazione e le attività del presente. Innovazione e cambiamento sono scoraggiati. Il

cambiamento si giustifica come uno sforzo di corrispondere meglio alle tradizioni, è legittimato

solo se tenta di restaurare il passato. Si basano sul "mito dell'età dell'oro". Il presente è una

degradazione dell'ordine, dell'armonia e della perfezione del passato. es. Cina e cultura

islamica, ma anche occidente rinascimentale.

c. orientate al presente: fondate sul carpe diem. Il futuro si presenta come incerto e fuori

• controllo→ concentrazione sul presente e sulle scadenze a breve termine. "presente assoluto",

sciolto da vincoli del passato e del futuro, e "miniaturizzazione del controllo" per contrastare il

senso di impotenza. L'istante è l'unità di misura, da riempire il più possibile di emozioni che lo

rendano intenso. Il tempo non è un flusso ma un accumulo di pozzanghere, una collezione di

istanti isolati e autosufficienti, privi di connessione. In occidente questa dimensione prevale dal

sessantotto→ indebolimento dei legami sociali. Anche per i Navajos spazio e tempo valgono in

quanto "qui e ora", mentre il futuro è evanescente → solo il dono fatto nel presente ha

significato. Atteggiamento fatalista, futuro qualcosa che sfugge totalmente dal controllo → non

ha senso lottare.

c. orientate al futuro: grande enfasi sulla pianificazione in vista del raggiungimento di

• obiettivi precisi. Incoraggiamento di innovazione e cambiamento, l'accelerazione è un mezzo

per raggiungere prima gli scopi e il senso di urgenza (→hurry sickness, ansia) è una delle

modalità più diffuse: scarto tra ciò che si è fatto e ciò che resta da fare, sensazione che gli eventi

scorrano troppo velocemente, sensazione di impossibilità di restare al passo → inadeguatezza e

valutazione negativa di tutto ciò che è lento. Rilievo all'azione. Il futuro è sempre migliore del

passato ed è letto con atteggiamento fiducioso, il cambiamento è positivo in quanto tale. Questo

atteggiamento caratterizza la fase della modernità. In occidente sono presenti tutti e tre gli

orientamenti: caratterizzante è l'orientamento verso il futuro con la "società del rischio", ma

prevale l'orientamento verso il presente.

studio dell'orientamento monocronico e policronico

Hall ha identificato due diversi atteggiamenti e modi di organizzare il tempo nelle società complesse,

che tendono a non mescolarsi, ciascuno con dei pregi e limiti. Il primo tende a prevalere nelle società

orientate al futuro, il secondo in quelle orientate al passato, mentre in quelle orientate al presente si

riscontrano entrambi:

tempo monocronico (M-time): si è affermato in occidente con la modernità, grazie

• all'invenzione della luce elettrica (→ sganciamento delle attività umane dal ritmo luce-buioi) e

dell'industria, che ha promosso i valori dell'efficienza e dello sfruttamento del tempo (es nelle

rivolte operaie distruzione degli orologi, emblemi di una disciplina delle attività e di

un'alienazione dai ritmi vitali). Anche l'urbanizzazione e le reti di trasporti hanno contribuito a

rafforzarlo. Questo modello sottende una concezione spazializzata del tempo.

[scheda: Mutamenti culturali quando il tempo fu visto come qualcosa che accade tra due punti

→ tempo come durata e senso di impazienza quando non sopportiamo l'intervallo tra un

avvenimento e l'altro. Questa impazienza non esiste nelle culture non alfabete. La durata del

tempo iniziò con la sua divisione, senso del tempo come successione uniforme. L'orologio è una

macchina che produce ore, minuti e secondi uniformi. Il tempo viene separato dai ritmi

dell'esperienza, viene misurato da unità astratte uniformi → diffusione in tutta la vita

sensoriale. Il mangiare e il dormire si sono adattati all'orologio e non a necessità organiche]. Il

tempo è una sorta di contenitore segmentato in unità standardizzate e omogenee in cui si

collocano le attività. Questa concezione astratta è tipicamente occidentale, sviluppata secondo

McLuhan dalla pagina stampata. Essa è impensabile fuori da una comunità ad alto livello di

alfabetismo. L'alfabetismo rafforzato dall'orologio ha creato un tempo astratto e ha fatto sì che

gli uomini mangiassero non quando avevano fame, ma quando era "ora di mangiare". Il tempo

è segmentato e reificato, come se le ore avessero una consistenza autonoma e fossero qualcosa

che si può possedere (→"guadagnare tempo", "avere tempo" etc). Da questa impostazione

deriva l'uso del tempo come pianificazione. La giornata è un succedersi di attività che vanno

eseguite una alla volta. L'approccio col tempo è orientato allo scopo → ogni segmento è

destinato a un'attività specifica, su cui si concentrano attenzione ed energia → selezione e

riduzione rispetto al contesto (di cui è rilevante solo ciò che è funzionale all'obiettivo),

un'insofferenza per l'incertezza e l'indeterminatezza e per l'interruzione (vista come

un'interferenza nella propria organizzazione del tempo), un'ossessione per la puntualità.

Questo atteggiamento comporta una subordinazione delle relazioni alle attività personali, e

una loro svalutazione o utilizzo strumentale. È orientato all'azione e alla realizzazione in modo

vettoriale. Il tempo monocronico si può dominare, comprimere, sfidare (→"corsa contro il

tempo"). L'orario può indicare l'importanza dell'occasione e la relazione tra persone. Chiamare

qualcuno molto presto o molto tardi suggerisce una questione della massima importanza e

urgenza. L'adeguato preavviso, il rispetto degli orari, il valore dell'efficienza sono elementi

caratterizzanti di una cultura dove la pianificazione è importante. Il tempo rischia di essere

alienante → nevrosi e ansia da prestazione

tempo policronico (P-time): prevede l'esecuzione simultanea di più attività, senza implicare

• una successione sequenziale delle azioni. È un modello sensibile al contesto, dove la relazione

ha la priorità rispetto alle attività programmate, dove la puntualità può sacrificarsi laddove ci

siano persone che richiedano tempo e attenzione. Si associa a una cultura della convivialità e

della socialità. Si tende a stare in gruppo e a privilegiare un'alta prossimità e contatto fisico. Gli

appuntamenti sono flessibili, il tempo è più fluido e meno tangente: più che un contenitore è

qualcosa in cui si è immersi. Il tempo non è organizzato dall'attività ma ha le sue logiche e va

rispettato nel suo svolgimento, va accolto con fatalità. È più ciclico che lineare (caratteristica

che si ritrova nella femminilità, dove è normale svolgere più azioni insieme). Il tempo rischia di

essere dispersivo e di rendere difficile l'azione. In queste culture c'è la tendenza ad appoggiarsi

a un leader a cui delegare il raggiungimento di obiettivi (→ favoriti i totalitarismi). Per un

migrante con questo modello può essere difficile adattarsi a quello opposto. Mernissi ha

sottolineato come la colonizzazionepassi non solo per la conquista dello spazio ma anche per

l'imposizione di un tempo estraneo. I calendari possono variare con la cultura→i musulmani

sono esiliati dal tempo per il campo di attività regolate dal nostro calendario. Gli arabi sono

stati espropriati del tempo. Essere musulmano significa dominare il tempo e le stelle, che Allah

ha creato per poter fissare un tarikh (calendario e storia). Il tarikh consente di situarsi nel

presente, ma anche di allineare saggiamente dietro di sé l'accumulo dei giorni che passano. Un

popolo senza tarikh non ha né presente né storia, semplicemente non esiste. L'idea di tarikh

intreccia il tempo e lo sforzo umano. La concezione islamica del calendario-storia è molto

diversa dal calendario-palinsesto occidentale che resetta continuamente il tempo anziché

accumularlo. La concezione del tempo contemporaneo come frammentato e istantaneo è

diversa dal tempo ciclico della natura e dal tempo lineare del progresso moderno.

Il tempo policronico dei nativi digitali

McLuhan negli anni sessanta aveva notato che la cultura giovanile digitale ha caratteristiche simili alle

culture collettiviste tribali → il tempo viene vissuto secondo modelli che privilegiano il "vibrare

all'unisono" secondo ritmi condivisi e la stratificazione di molte attività nello stesso istante

(multitasking). Il multitasking non traduce il bisogno di un'iper-efficienza del singolo ma ripropone

una simultaneità non gerarchizzata più caratteristica della vita tribale. Avere molte finestre del pc

aperte, essere in più luoghi nello stesso momento impegnati in più relazioni, tenere una soglia di

attenzione minima non focalizzata sui dispositivi pluriconnessi e multifunzionali mentre si svolgono

altre attività sono oggi le modalità "naturali". All'inizio questa capacità è stata vista come una sorta di

stadio evolutivo superiore dell'homo technologicus, una virtù preclusa agli immigrati digitali (adulti →

"vergogna prometeica"), poi la valutazione è cambiata. La performance dei multitasker non è poi così

buona. Il multitasking fa sentire bene perché il corpo dà una reazione neurochimica che induce un

senso di "picco" che inganna il multitasker che si sente molto produttivo. Il multitasking dà eccitazione

e i nuovi dispositivi danno un'idea di stratificazione del tempo: il multitasking sembra non consumare

tempo ma anzi produrlo. Ma ci sono dei rischi (es guidare col cellulare). Multitasking magico

potenziamento dell'istante a scapito della qualità delle attività. Ma la svolta del web 2.0 ha portato

anche ad altre consguenze: da un lato l'attaccamento al passato (→ Facebook per recuperare vecchi

amici) e una ricomposizione narrativa della frammentazione del tempo e una densità temporale. La

differenza tra nativi e immigrati digitali sta non nel diverso legame con lo spazio ma col tempo. Fare

esperienza di un'inadeguatezza linguistica, di un deficit di competenze per muoversi in modo

appropriato, di una dipendenza dall'aiuto di altri più skilled, essere trattati con condiscendenza o

sentirsi tagliati fuori, faticare a interagire coi giovani, che pur parlando la stessa lingua sullo stesso

suolo sono spesso più vicini ai loro coetanei immigrati, può aiutarci a metterci nei panni dell'altro.

Le dimensioni della variabilità culturale

l'analisi cross-culturale della comunicazione non verbale deve isolare alcune variabili significative che

consentano di operare confronti e di identificare le differenze. Le variazioni culturali derivano da

elementi diversi, stabili, transitori, sociali e individuali → contesto (permanenza culturale e

transitorietà situazionale) e situazione soggettiva (permanenti tratti della personalità e transitori stati

d'animo) influenzano il comportamento interpersonale. Se si considerano gli elementi permanenti, più

propriamente culturali, si identificano sei dimensioni con differenze culturali:

1. immediatezza ed espressività: capacità di comunicare calore, disponibilità alla

comunicazione, vicinanza specie con la comunicazione non verbale. Prevalenza di

comportamenti espressivi. Le culture con elevato grado di immediatezza sono dette culture ad

alto contatto (→persone stanno più insieme,non temono il sovraffollamento) VS le culture a

basso contatto (→ maggiori distanze e minor propensione al contatto). Alcuni credono in una

correlazione tra latitudine e atteggiamento culturale di contatto: i paesi più tiepidi propendono

per il primo tipo data anche la vita all'esterno(→più occasioni di socialità), nei paesi freddi è

favorito il secondo, date le difficili condizioni e la pianificazione necessaria per la sussistenza.

Ci sono anche differenze generazionali intraculturali: i giovani tendono più al contatto.

2. individualismo e collettivismo: si esprime nel modo in cui le persone vivono insieme,

comunicano,il tipo di valori prevalenti. Le culture collettiviste sono più orientate

all'interdipendenza, enfatizzano la collaborazione, l'armonia, la tradizione, il bene comune, il

coinvolgimento reciproco, la conformità ai modelli condivisi. Le culture individualiste

accentuano l'espressione del sé, le distanze sociali, l'idea di privacy, sono orientate verso il

presente e il futuro e a un atteggiamento monocronico. Valori: libertà, democrazia, sviluppo

economico. Ma c'è anche un indebolimento dei legami e una crescente "solitudine del cittadino

globale". Inoltre c'è una difficoltà a capire le culture dove il senso di identità è dato

dall'interdipendenza. Occidente più individualista, oriente più collettivista. Questa distinzione

influisce sulla com. Non verbale. Individualismo prevede gestualità meno conformista, mentre


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bacchae2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Combi Maria Domenica.

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