La comunicazione interculturale
Capitolo 1
1.
La comunicazione interculturale è il tema cruciale delle riflessioni del nuovo millennio, perché le
trasformazioni sociali più rilevanti riguardano la mobilità sociale e fisica e le questioni legate alle
moltiplicate occasioni di contatto tra cultura. Il traffico delle culture è un dato, ma questa pluralità
culturale tende al conflitto più che all’armonia. La comunicazione è un fenomeno molto più complesso
della semplice trasmissione di messaggi. Nel 1967 Watzlawick formula un “assioma
metacomunicazionale”: “non si può non comunicare”. Quando non comunichiamo verbalmente,
teniamo comunque un comportamento anche se cerchiamo di assumere una postura neutra. Anche la
nostra immobilità (“silenzio posturale”) comunica qualcosa, senza contare gli altri elementi come
l’abbigliamento, l’acconciatura etc.
Ogni personsa costruisce un proprio particolare punto di vista sul mondo, che non corrisponde mai del
tutto a quello di qualcun altro. Resta un irriducibile scarto tra le diverse prospettive, perciò Singer dice
che ogni comunicazione è in un certo senso interculturale. Simmel riconosceva che ogni relazione si
caratterizza per un miscuglio di vicinanza e lontananza, che poi in una particolare combinazione
producono il rapporto con lo straniero. Culture diverse quindi sono una questione non totalmente
nuova, ma radicalizzano piuttosto le difficoltà legate alla comunicazione interpersonale in quanto tale:
l’altro sfugge sempre ai nostri sforzi di comprensione e di categorizzazione. In realtà anche una parte
di noi ci sfugge e ci rende stranieri a noi stessi.
2.
oggi non è possibile non prendere una posizione davanti alla comunicazione interculturale, perché lo
sganciamento tra culture e territori ha prodotto una contiguità fisica e mediata tra culture diverse.
Ignorare la questione è già una presa di posizione, sia al livello individuale sia al livello di stampa e
televisione. La comunicazione interculturale è l’unica alternativa al conflitto o alla chiusura difensiva.
La comunicazione interculturale può funzionare a due livelli:
1. Livello delle situazioni e delle pratiche situate: riguarda le modalità di interazione nei singoli
contesti della vita quotidiana. È necessario dotarsi di strumenti per rendere fluida l’interazione,
evitare incidenti diplomatici e malintesi per realizzare nel modo più efficiente per tutte le parti
coinvolte gli obiettivi delle singole situazioni. A questo livello mira a definire una competenza
interculturale, cioè capacità di comprendere e valorizzare le diverse identità culturali. Tale
competenza ha due dimensioni: l’efficacia (capacità di raggiungere lo scopo in una situazione:
identificare i propri obiettivi, disporre delle risorse necessarie per ottenerli, prevedere le
risposte dell’interlocutore, scegliere le strategie comunicative più funzionali e valutare i
risultati dell’interazione) e l’appropriatezza (capacità di riconoscere ciò che è adatto all’interno
di una determinata prospettiva culturale, corrispondenza alle aspettative e alle esigenze di una
situazione sul comportamento ritenuto accettabile, evitare di violare le norme). Questo primo
livello riguarda il piano manifesto delle pratiche comunicative.
2. Livello dei presupposti e delle cornici: è un livello più profondo, riguarda i presupposti culturali
che ispirano le pratiche, le cornici di riferimento dell’agire comunicativo e la capacità di
mettere a tema tali presupposti, riconoscendoli e lasciandoli “interpellare” dalle cornici di
riferimento degli altri interlocutori. Così la comunicazione interculturale è un’occasione per
approfondire la consapevolezza dei propri presupposti. (NB Remotti “il giro lungo è spesso la
via più breve per tornare a casa”, cioè l’incontro con l’altro consente di tornare a sé stessi con
una comprensione più consapevole di chi si è). Il processo implicito nel concetto di
“esperienza” è uscire dal proprio mondo dato per scontato per tornare trasformati e capaci di
vedere la realtà con occhi diversi.
Non si può non comunicare interculturalmente perché l’altro non è più altrove → è impossibile evitare
il contatto e si impone un ripensamento del rapporto tra culture, oltre dell’idea stessa di cultura: non è
più lo spazio a delimitare territori culturalmente omogenei e non assicura una separazione tra sistemi
differenti → rimettere in discussione le certezze.
3.
“comunicazione”< “communis”, che ha la stessa radice di “communio”(unione, partecipazione) e che si
può scomporre in cum e munus, un termine che denota il dono e l’obbligazione. Alcuni dizionari
rimandano anche al termine “moenia”, mura, quindi indica chi sta dentro le stesse mura, chi condivide
una situazione. La comunicazione è dunque una compartecipazione con obblighi e doni, oneri e onori.
È un processo attraverso il quale si creano e condividono informazioni, ma è anche un cammino
faticoso con cui si cerca di condividere un mondo comune, riducendo le distanze e gli spazi di opacità.
È un processo di costruzione collettiva e condivisa di significato, dotato di formalizzazione,
consapevolezza e intenzionalità. Perciò non si può accettare la riduzione della comunicazione a
semplice trasmissione di informazione. Il modello per analizzare la comunicazione di massa prevede
che il messaggio passi : A(emittente) → M → B (ricevente). Quindi la comunicazione è efficace quando
riesce a sovrastare il “rumore”, cioè gli elementi di disturbo che possono ostacolarla. Ma questo
modello presenta dei limiti: unidirezionalità, ricevente passivo, il contesto non è messo a tema e pare
ininfluente per la comprensione del messaggio, il messaggio viene passato attraverso un canale senza
risultarne modificato, come se i significati contenuti fossero indipendenti dal contributo interpretativo.
Questo paradigma oggi non è sostenibile, nell’era caratterizzata da interattività, partecipazione,
costruzione condivisa del sapere.Se ne possono oggi ipotizzare almeno due alternativi:
Dia-logo: deriva dal greco dialeghein (dia indica separazione ma anche reciprocità, leghein
• significa parlare, raccogliere, legare). Attraverso il dialogo si lega ciò che è separato. Esso
presuppone l’incontro di alterità e uno sforzo di relazione che passa per l’ascolto e il
riconoscimento dell’altro come interlocutore (l’elemento della reciprocità). Senza questo
riconoscimento non c’è dialogo. Attraverso di esso è possibile lo scambio di informazioni e la
costruzione cooperativa di un mondo comune attraverso lo scambio di simboli →
comprensione reciproca. Le caratteristiche della comunicazione come dialogo: è un processo
bidirezionale e negoziale, che implica un feedback e si aggiusta progressivamente in base a
esso, con esiti non prevedibili. È un incontro tra soggetti concreti, individui intesi come tali e
non stereotipi. Presuppone un rapporto paritetico tra interlocutori a pieno e pari titolo e la
condivisione di uno stesso tempo, che implica anche il “riconoscimento di coevità”. Johannes
Fabian scriveva che il tempo è una forma con cui definiamo il contenuto delle relazioni. La sua
negazione può essere un modo per negare all’altro la sua dignità di interlocutore. Fabian parla
di allocronismo come strategia retorica di messa a distanza dell’altro con la negazione di
coevità: se all’altro viene attirbuita una temporalità diversa, spesso arretrata, in un certo senso
viene anche negata la sua corresponsabilità sul presente. Fabian descrive questa strategia come
tipica dell’atteggiamento dell’antropologo, che tende a fare astrazione dalla contemporaneità
della relazione con la realtà osservata e a proiettarla in una dimensione atemporale. Perché il
dialogo sia possibile e tutti siano riconosciuti come interlocutori, si deve convenire sul fatto che
tutti abitano lo steso presente. Il tempo intersoggetivo condiviso è necessario alla
comunicazione (vedi p 19). Il dialogo implica una disponibilità a partecipare e lasciarsi
modificare dal processo dialogico, un’apertura a riconoscere e a mettere in gioco le cornici di
riferimento.
Con-senso: il termine non ha più l’accezione attribuita da Habermas, che nella teoria dell’agire
• comunicativo intendeva un accordo raggiunto attraverso l’argomentazione razionale, entro una
relazione libera da dominio (→ esclusione ogni coazione ..). è dunque l’uso del logos che
consente di pensare le condizioni per un consenso senza coazioni. Oggi invece nell’era “tattile”
della sinestesia l’intesa si realizza attraverso una sintonia emotiva, il vibrare all’unisono,
l’empatia, il “sentire insieme”. “ è vero ciò che mi tocca” → il consenso non è una convergenza
verso qualcosa di esterno la cui validità viene riconosciuta in modo intersoggettivo, ma è una
risonanza interna al soggetto che ne sintonizza la tonalità emozionale rispetto ad altri che
partecipano alla stessa esperienza. Una via di integrazione non richiede quindi il possesso di un
codice comune, ma la possibilità di immergersi nello stesso tipo di esperienza sensoriale. Il
consentire, riferito all’intensità percepita individualmente, non comporta di per sé un
avvicinamento all’altro tale da mettere di per sé in discussione le cornici, tuttavia l’empatia
(che coinvolge tutta la ricchezza percettiva e simbolica della comunicazione non verbale) può
costituire il primo passo di una riduzione della distanza che consenta l’incontro.
Lo schema della comunicazione dialogica prevede un processo bidirezionale con A e B come soggetti
dialoganti, che coinvolgono i loro frames nella situazione comunicativa che possono essere ridefiniti
nel procedere della comunicazione. (F)A ← → B (F). La riuscita della comunicazione dipende anche
dalla reciprocità e dalla capacità dei soggetti coinvolti di mettere in gioco e riconoscere anche i
presupposti a partire da cui si entra in comunicazione con l’altro (presupposti non unicamente di
natura razionale e argomentabile, ma coinvolgono la dimensione simbolica e gli aspetti che rientrano
nell’”inconscio culturale”).
4.
le discipline che studiano la comunicazione sono molte:
Semiotica: analizza le strategie di costruzione del discorso, i meccanismi di costruzione e
• scambio dei significati attraverso testi di varia natura (verbali, iconici, sonori, audiovisivi),
distinguendo tra una manifestazione superficiale e una struttura profonda del testo, dove
operano i dispositivi di significazione. In essa emerge sempre più l’attenzione ai processi di
interpretazione e allo scambio non solo di sapere ma anche di punti di vista e ruoli, che nel
testo avvengono tra l’autore modello e il destinatario modello. In anni più recenti si è aperta
agli studi sulla percezione.
Sociolinguistica: studia le relazioni tra le variazioni dell’uso della lingua e le situazioni e il
• contesto sociale. Studia i fenomeni linguistici per il loro significato sociale e intende il parlare
come pratica culturale. Cruciale è il concetto di “comunità linguistica”, un gruppo di parlanti che
condivide la stessa lingua e la stessa prospettiva culturale.
Psicologia: considera la comunicazione in riferimento al singolo, ai gruppi, alle istituzioni. Si
• focalizza non tanto sui processi di significazione ma sull’importanza della comunicazione per
costruire le reti di relazione e per la formazione dell’identità personale.
Sociologia: considera il comunicare un modo per riprodurre, trasmettere e trasformare i
• significati sociali attorno a cui il gruppo si riconosce. La comunicazione è indicativa della
cultura e dei rapporti tra gli interlocutori (gerarchie, ruoli, ecc). negli anni 50 la disciplina ha
una “svolta comunicativa” con l’affermarsi di correnti che riconoscono il reciproco costituirsi di
cultura e società attraverso le interazioni comunicative tra gli attori sociali. A partire da
riflessioni sui cambiamenti sociali legati alla migrazione e alla globalizzazione, la sociologia
riflette sullo sganciamento tra cultura, luogo e identità, sulla centralità delle relazioni per la
riproduzione della cultura → crucialità della comunicazione.
Antropologia: stretto legame tra comunicazione e cultura, intesa come l’insieme degli elementi
• materiali e immateriali che caratterizzano la vita quotidiana di un gruppo. Tutta la
comunicazione è culturale e tutto comunica. Mary Douglas ha rilevato ad esempio come il
mondo dei beni sia un codice di comunicazione che esprime le gerarchie dei valori e le forme
della relazione di un gruppo sociale. Geertz ha messo l’accento sull’importanza
dell’interpretazione. “l’uomo è impigliato nelle reti di significati che egli stesso ha tessuto;
credo che la cultura consista in queste reti e che la loro analisi sia una scienza interpretativa in
cerca di significato”.
5.
etimologicamente cultura rimanda a colere, coltivare, sia la terrra sia metaforicamente lo spirito e
processo di formazione dell’individuo nella concezione classica o umanistica del concetto di cultura.
Fino al Settecento la cultura è intesa come “quanto di meglio sia stato pensato e conosciuto nei diversi
ambiti dell’espressione umana” (Arnold) → valore universale, potenziale formativo per l’individuo,
eccezionalità. Dall’Ottocento questa concezione viene messa in discussione, specie per il suo
universalismo astratto cui si contrappone la varietà e la concretezza delle manifestazioni culturali. Con
l’antropologia si ha un concetto “scientifico” di cultura di cui si rileva il carattere condiviso, particolare
e ordinario. La sociologia (che deve molto all’antropologia) ha una metodologia specifica verso la
cultura che si ritrova nella separabilità (almeno al livello analitico) tra cultura e società (che
l’antropologia nega), nell’accento sulla differenziazione culturale (mentre l’antropologia sottolinea
l’omogeneità culturale dei gruppo), sull’innovazione e sul cambiamento (e non sulla tradizione e la
stabilità) e sull0importanza dell’interazione per la trasmissione della cultura. Hofstede ha definito la
cultura come il software della mente umana che fornisce un ambiente operativo per il comportamento.
La cultura consente di operare un’elaborazione tra stimolo e risposta (a differenza degli animali),
costituisce il prerequisito per essere membri di un gruppo, fornisce stabilità e coesione, è soggetta a
mutamento e consiste in idee, pratiche, esperienze trasmesse in forma simbolica attraverso processi di
apprendimenti (include anche valori, norme per risolvere i problemi). È l’insieme delle cornici
condivise. Ognuno è parte di una cultura e la cultura è parte di noi. La cultura ha quindi una
prospettiva performativa (fornisce criteri per l’azione, definisce le modalità della pratica) e una
interpretativa (fa associare significati ai comportamenti. Hostede ha definito la cultura come il
software della mente che fornisce un ambiente operativo per il comportamento. Si può dire che la
cultura consente di operare un'elaborazione tra stimolo e risposta (diversamente dagli animali),
costituisce il prerequisito per essere membri di un gruppo, fornisce stabilità ma è soggetta a
mutamento, consiste in idee, pratiche trasmesse in forma simbolica con processi di apprendimento.
Include anche valori,norme, atteggiamenti usati come guida per i comportamenti e per risolvere i
problemi. (vedi citazione p 24). la cultura ha quindi una prospettiva:
performativa: criteri per l'azione, modalità delle pratiche
• interpretativa: consente di associare significati ai comportamenti
•
l'insieme degli elementi che costituiscono la cultura non è un tutto uniforme e omogeneo ma un
terreno variegato su cui si scontrano anche punti di vista contrastanti, un terreno di processi negoziali
continui.
Alcune definizioni antropologiche di cultura (vedi p 25):
Boas: totalità delle reazioni e delle attività intellettuali e fisiche che caratterizzano il
• comportamento degli individui che compongono un gruppo sociale.
Kluckhohn: composta di modi strutturati manifesti di comportarsi, sentire e reagire.
• Comprende anche una serie caratteristica di premesse o di ipotesi non dichiarate che variano
da società a società.
Kroeber: è superorganica e superindividuale, perché nonostante prodotta e riprodotta da
• individui organici che ne partecipano, è però acquisita per apprendimento. Ciò che viene
appreso è la cultura esistente. Non è un patrimonio innato.
Kroeber-Kluckhohn: è composta di modelli, espliciti e impliciti per il comportamento, acquisiti
• e trasmessi mediante simboli, costituenti il risultato distintivo di gruppi umani. Le culture sono
sia prodotti dell'azione sia elementi condizionanti l'azione futura.
Geertz: insieme di significati trasmessi storicamente e incarnati in forme simboliche, incluse
• azioni, discorsi e oggetti, attraverso cui gli individui comunicano e condividono le loro
esperienze, concezioni e credenze.
Benhabib:costruzione narrativa condivisa, contestata e negoziata. Cultura è diventato sinonimo
• di identità, un marcatore e un differenziatore di identità. I gruppi che si formano ora intorno a
questi marcatori chiedono
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