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Polisemia dello sviluppo

All'origine dell'idea di sviluppo

Il termine sviluppo era già in uso dal XV secolo con il significato di sciogliere un viluppo, svolgere. Con una maggiore diffusione, il termine acquisì il significato di progresso. L'idea attuale di sviluppo ha dunque le sue radici sul piano filosofico, nel concetto di progresso prodotto dall'Illuminismo e sul piano sociologico, nel concetto di estrazione positivista, di evoluzione socio-culturale. Per quanto riguarda il primato attribuito alla ragione bisogna riferirsi al pensiero greco, mentre la concezione del tempo come cumulativo deriva dalla cultura giudaico-cristiana. Le idee di progresso e poi di sviluppo sono un'eredità europea. È difficile persino trovare nelle culture non europee termini comparabili a quelli di sviluppo. Questa considerazione si rispecchia nel modo stesso con cui i popoli europei finiscono per definirsi, sviluppati, contrapponendosi agli altri paesi sottosviluppati. Nemmeno lo sforzo delle Nazioni Unite per creare un'espressione più neutrale come quella di paesi in via di sviluppo, è riuscito a censurare la matrice evoluzionistica e a mutare la percezione stigmatizzante di tale locuzione presso l'opinione pubblica internazionale.

Storicamente avvenne che il progresso nell'epoca dei lumi cessa di essere visto come una possibilità di cambiamento (nel bene o nel male) per assumere il significato di processo storico di per sé positivo. Per Condorcet questi progressi potranno percorrere un cammino più o meno rapido, ma mai a ritroso. La storia è letta come un avanzamento costante, l'uomo accresce la subordinazione delle forze della natura mentre la società e la cultura progrediscono in direzione della civiltà. Malthus si oppone a questa visione ottimista, osservando che mentre la popolazione cresce in progressione geometrica i mezzi per la sua sussistenza aumentano solo con una progressione aritmetica.

Di grande rilievo risulta l'influsso di Darwin sull'origine e il mutamento della specie attraverso la selezione naturale. Adottare il paradigma darwiniano per l'analisi dei fenomeni socio-culturali comporta che lo scienziato sociale ragioni in termini di popolazioni di differenti specie, ciascuna delle quali è per le altre risorsa ed ambiente.

Nel pensiero di Saint-Simon e Comte il progresso non è concepito semplicemente come un mezzo attraverso il quale l'umanità può giungere alla sua civilizzazione ma come un fine in sé. La razionalità nell'opera di Weber è indicata come lo strumento principe attraverso cui l'uomo può instaurare il suo dominio sul mondo. La prospettiva weberiana limita l'idea di progresso al mero svilupparsi dei processi di differenziazione e di progressione della razionalità tecnica dei mezzi, escludendo la possibilità di trasferire l'idea di progresso ad altri ambiti della condizione umana quali la crescita di valori o lo sviluppo dell'umanità.

Nella matrice europea della concezione di progresso si mescolano tre orientamenti diversi:

  • La concezione di storia come marcia ininterrotta verso la supremazia della ragione.
  • Futuro come portatore di un crescente benessere materiale da conseguire attraverso la continua accumulazione di ricchezze.
  • L'espansione geografica della civiltà europea negli altri continenti, ritenuti arretrati, costituisce una missione civilizzatrice e la via più breve d'accesso a forme di vita superiori.

Alla scienza moderna, tecnologia e capitalismo si delega il compito della realizzazione storica del programma di liberazione dell'uomo. Essa assume caratteri e forme diverse al mutare del contesto storico-culturale nel quale è stata realizzata, lasseir-faire, welfare state e globalizzazione. Col tempo gli scienziati sociali che volevano il progresso come portatore di pace internazionale, di armonia sociale, di fine dei conflitti etnici e religiosi, hanno dovuto ricredersi vedendo smentite le loro previsioni. Si generarono orientamenti sempre più frequenti di disagio, ansia e incertezza sul proprio futuro.

L'idea della liberazione dell'uomo tramite il suo dominio sulla natura, improntato alla concezione del progresso come motore generale del processo in atto, conosce tuttavia solamente rari casi di discontinuità.

I primi attrezzi del lavoro sociologico

Il primo periodo di studi sociologici sul progresso arriva alla formulazione di un orientamento universalista ed evoluzionista secondo cui il progresso è ritenuto il destino di ogni società umana, il fine verso cui ogni collettività sociale evolve. I padri della sociologia hanno sviluppato tale ideale leggendo il cambiamento sociale tramite dicotomie. L'esempio più rappresentativo è la distinzione fra società tradizionali e società moderne. Le prime di dimensioni limitate, un'organizzazione sociale poco differenziata, scarsa partecipazione politica, debole strutturazione del potere, analfabetismo diffuso, ruoli sociali determinati, comportamenti dettati dalle credenze religiose e dalle consuetudini, economia orientata alla sussistenza. Al contrario le società moderne sono caratterizzate da ampie dimensioni, crescente divisione del lavoro, differenziazione dell'organizzazione sociale, alta partecipazione politica, complessa strutturazione del potere, scolarizzazione di massa, ruoli sociali acquisiti, individualismo e fiducia nella scienza.

Morgan si dedicò all'individuazione delle prime tappe del progresso comuni a tutta la famiglia umana.

  • Stadio inferiore primitivo.
  • Stadio intermedio primitivo. Da un sistema basato sulla pesca e sulla conoscenza dell'uso del fuoco.
  • Stadio superiore primitivo. Dall'invenzione dell'arco e della freccia.
  • Stadio inferiore della Barbarie. Dall'invenzione dell'arte della ceramica.
  • Stadio intermedio della Barbarie. Dall'addomesticare gli animali, dalla coltivazione del mais e uso di mattoni di fango.
  • Stadio superiore della Barbarie. Dall'invenzione del processo di fusione del minerale di ferro e dall'uso di utensili di ferro.
  • Stadio della Civiltà. Dall'invenzione di un alfabeto fonetico e uso della scrittura.

Ci troviamo di fronte ad una visione decisamente evoluzionista dell'umanità che vede una tendenziale convergenza fra tutti i gruppi umani prescindendo dalla diversità dell'ambiente in cui sono insediati, dalle loro dimensioni, dalle diverse culture e religioni. Maine sottolinea l'evoluzione avvenuta nei rapporti giuridici fondati su legami tradizionali costituiti su posizioni ascritte, ereditate, a rapporti moderni fondati sul libero contratto fra individui. Tale transizione costituisce una dei più tipici sintomi di cambiamento della relazioni sociali.

Tonnies distingue tra Gemeinschaft (comunità) fondata su legami di sangue, di vicinato, di amicizia, limitata nel numero di relazioni nella dimensione spaziale ma estremamente intense, e gesellschaft (società) nella quale la quantità delle relazioni e l'ampiezza del perimetro sono illimitate, ma l'intensità è minore, la convivenza è determinata da convenzioni e contratti, in funzione di un fine esterno. Gran parte degli schemi polari o a stadi non spiegano il cambiamento e mancano di ogni capacità predittiva.

Il modello più emblematico di interpretazione per stadi è rappresentato dalla visione dello sviluppo economico come procedere necessario, una volta poste determinate condizioni, di Rostow. Tutte le società umane sono destinate ad attraversare cinque stadi fondamentali: la società tradizionale, le precondizioni per il decollo, il decollo, il passaggio alla maturità, l'era del consumo di massa. Non sono mancate numerose critiche alla scarsa capacità di rendere ragione dei meccanismi che innescano il decollo ma d'altra parte non si può sostenere che gli stadi manchino completamente di capacità predittiva per lo meno in riferimento all'evoluzione dei paesi occidentali. Le impostazioni dicotomiche e le loro varianti hanno avuto un'enorme influenza sul lavoro dei sociologi contemporanei e successivi.

Parsons costruisce un complesso schema articolato in cinque coppie, cercando di cogliere in modo più specifico e puntuale le variabili dell'azione in una società sempre più differenziata e complessa, non più comprimibile entro un semplice schema dicotomico. Negli anni successivi è rilevabile un progressivo allontanamento dall'evoluzionismo lineare che caratterizzava il suo tempo. La sociologia inizia a leggere le trasformazioni sociali dal concetto di differenziazione e complessità sociale, messo a fuoco alla fine dell'Ottocento.

Spencer definisce la legge dell'evoluzione articolandola in due sub-processi necessari e complementari: l'integrazione e la differenziazione, ovvero crescita e moltiplicazione delle parti di una collettività sociale. È proprio in base al grado di differenziazione conseguito dalle diverse società che queste possono essere collocate in uno stadio. Se nella visione di Spencer, le società evolvono dall'omogeneità incoerente alla eterogeneità coerente, meno ottimistica è la visione di Simmel, che rileva come il processo di differenziazione sociale presenti anche elementi di disgregazione, e di Durkheim, che condivide il timore che la differenziazione possa trasformarsi in anomia. Gli organismi sociali si evolvono passando da una solidarietà meccanica a una solidarietà organica, consentendo l'affermarsi della divisione del lavoro sociale, la distinzione e la specificazione funzionale delle parti e quindi l'integrazione sociale.

Parsons inquadra la differenziazione sociale nel sistema del mutamento strutturale a fianco del processo di adattamento, inclusione, generalizzazione del valore. Il mutamento evolutivo ha luogo quando le parti generatesi con la differenziazione si sono adattate funzionalmente agli specifici compiti nel nuovo e più complesso ambiente. La conseguente necessità di garantire un controllo flessibile e indipendente sulla crescente complessità sociale si traduce nella diffusione e nel consolidamento di organizzazione burocratiche e impersonali. Si è tentato di tratteggiare il percorso compito dalla sociologia per edificare la concezione dello sviluppo. Nella lettura sociologica di tale dinamica è prevalso il paradigma olistico secondo cui sono i meccanismi sociali a determinare direzioni e conseguenze del mutamento sociale, della modernizzazione e dello sviluppo. Minore è stato il seguito del paradigma azionista o individualista secondo il quale sono le azioni individuali a indurre processi innovativi di cambiamento.

Lo sviluppo come mezzo o come fine?

Nel secondo dopoguerra sono gli organismi internazionali a farsi carico di misurare con sistematicità i progressi e i ritardi delle nazioni del mondo. Riguardo al termine sviluppo coesistono due concezioni diverse:

  • Concezione meccanicistica e cumulativa. Sviluppo come evoluzione del sistema sociale attraverso l'accumulazione e il progresso delle tecnologie messe a frutto in un ambiente dove prevale il libero mercato. Questa concezione esclude un ordine permanente. La crescita è data dalla sommatoria dei valori di mercato le cui finalità sono dunque di ordine materiale e quantitativo. Lo sviluppo economico conseguito da un Paese si misura essenzialmente con il livello del reddito nazionale raggiunto.
  • Concezione organica. Sviluppo come un complesso di elementi derivanti dalla promozione della popolazione in termini di salute, cultura, convivenza civile, diritti sociali, le cui finalità sono dunque di ordine qualitativo.

Emerge una radicale differenza fra crescita e sviluppo. Lo sviluppo presuppone una crescita della produzione come condizione necessaria ma non sufficiente; la crescita è un fenomeno puramente quantitativo al contrario dello sviluppo in cui l'elemento qualitativo va considerato predominante. Lo sviluppo suppone l'apparizione di un nuovo mondo e non l'accrescimento quantitativo di quello già esistente. Un tale accrescimento è il prodotto dell'espansione e non dello sviluppo. Lo sviluppo è in definitiva un progresso economico che si inscrive nel quadro generale del progresso della società. Non può essere appreso semplicemente attraverso la scienza economica, presuppone invece un'azione concentrata tra tutte le scienza umane. La sociologia fin dal dopoguerra studia le condizioni, valuta i progetti e i loro costi sociali, misura i risultati conseguiti dai processi di modernizzazione. Tuttavia il suo contributo era scarsamente capace di influire sulle scelte, gli orientamenti e le strategie di sviluppo dei governi dei Paesi interessati.

Secondo Marshall lo sviluppo consiste in processi di crescita e di cambiamento in sistematico rapporto fra loro, in società delimitate dai confini nazionali ma altamente interdipendenti su scala mondiale. Tali processi manifestano molti elementi di uniformità e sequenze prevedibili, ma anche caratteristiche uniche per ciascuna società, derivanti dalla storia, dalla cultura, dalle dimensioni del territorio, dalle risorse, dai rapporti di potere, dalla posizione nel sistema internazionale. Riferendosi alla seconda concezione, non ci si può riferire che ad uno sviluppo umano inteso in modo integrale e nella soddisfazione dei bisogni fondamentali. Lo scopo del vero sviluppo sono gli uomini. La crescita economica ma anche la salvaguardia ambientale o la partecipazione popolare non definiscono mai il fine ma indicano semplici strumenti necessari ma non sufficienti a conseguire l'unico fine, lo sviluppo umano.

In una direzione convergente si esprimeva un gruppo di scienziati sociali, aderenti a matrici culturali lontane da quella della Chiesa cattolica, nella Cocoyoc Declaration (1980) adottata come documento conclusivo della conferenza internazionale Pattern of Resources Use, Environment and Development Strategies (Messico 1974). Si affermava che la nostra prima preoccupazione è di definire lo scopo dello sviluppo; Esso non deve consistere nello sviluppare le cose, bensì l'uomo; l'essere umano ha dei bisogni fondamentali: cibo, riparo, vestiario, salute e istruzione. Qualsiasi processo di sviluppo che non porti alla realizzazione di ciò lo aggravi, è un travisamento dello sviluppo stesso.

Questa concezione dello sviluppo è fatta propria da una corrente di studiosi che intorno agli anni '70 si va raccogliendo intorno all'approccio dei basic needs. La risposta non si esaurisce nella soddisfazione dei bisogni materiali ma comprende una serie di bisogni di altro ordine come il bisogno sociale di parlare, sapere, appropriarsi del significato del proprio lavoro, partecipare agli affari pubblici o difendere le proprie fedi. Sul piano pratico ben pochi sono stati i governi impegnatisi in politiche volte ad una risposta ai bisogni fondamentali. Nella concezione imperniata sullo sviluppo umano, il ruolo dell'economia, benché ridimensionato, non manca di rilevantissimi compiti, a patto che accetti di concentrare il proprio impegno prioritario in funzione della transizione di una determinata popolazione da una condizione meno umana ad una più umana nella quale cioè è data a tutti la possibilità di vivere pienamente. La concezione di sviluppo pur riferendosi a qualche tipo ideale come i due presentati, spesso si presenta secondo concezioni assai più complesse.

Le scienze sociali e lo sviluppo dei PVS

Indagando la crescita della popolazione mondiale a partire dal 1800, si assiste ad una notevole accelerazione della crescita demografica secondo ritmi che, secondo alcuni, porteranno al tracollo del pianeta, mentre per altri si aggiusteranno in modo quasi naturale. In ogni caso la questione delle interrelazioni tra popolazione, risorse, ambiente e sviluppo resta molto complessa, dal momento che in essa sono coinvolte moltissime variabili. Le conseguenze della crescita demografica sullo sviluppo economico hanno costituito un argomento di grande importanza già a partire dal XIX secolo, anche se nel corso del tempo le posizioni sono rimaste polarizzate fra coloro che ritengono che un rapido aumento della popolazione costituisca il maggior ostacolo alla crescita economica e coloro che vedono invece la crescita demografica come portatrice di opportunità importanti per l'espansione economica. Il dibattito dunque ricalca quello sorto a inizio Ottocento tra Malthus e Condorcet: il primo, infatti, riteneva necessaria una flessione della crescita della popolazione, che si sarebbe realizzata a causa di "costrizioni esterne" (scelte obbligate dettate dall'insufficienza di risorse alimentari disponibili); il secondo, invece, optava per una crescita della popolazione, puntando contemporaneamente sullo sviluppo sociale e sui mutamenti ad esso connessi, soprattutto in riferimento alle donne. Le conseguenze della crescita demografica sullo sviluppo economico hanno costituito un argomento che non ha mai cessato di riscuotere interesse in particolar modo dal dopoguerra quando i Paesi in via di sviluppo sono gradualmente entrati a far parte dell'arena internazionale. Le opinioni restavano sostanzialmente polarizzate fra coloro che ritengono un rapido aumento della popolazione un'autentica iattura, costituendo il maggior ostacolo alla crescita economica, e coloro che vedono la crescita demografica come un'opportunità per l'espansione economica. La crescita della dimensione della popolazione non va vista come il semplice esito della maggiore propensione degli esseri umani a crescere e moltiplicarsi ma anche alla flessione del ritmo dei decessi. Un'altra spiegazione è legata al progresso tecnologico, non solo nel campo della medicina ma anche a quello dell'edilizia pubblica.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara.tresoldi01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Rovati Giancarlo.
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