I.Food poverty, food bank
Aiuti alimentari e inclusione sociale
1.Expo 2015 e Millennium Development Goals
L’anno 2015 sarà ricordato dagli storici per due eventi cruciali legati alla riflessione e
all’azione per sconfiggere la fame nel mondo promuovendo una maggior sicurezza
alimentare per tutti:
Expo 2015
La conclusione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio : deliberati nel 2000 dalla
GA nell’ambito del Human Development Program.
Il problema della nutrizione non riguarda solamente la popolazione che vive in povertà
nei paesi più poveri, ma anche la popolazione che vive in povertà nei paesi più ricchi.
La scarsità alimentare ha caratteristiche e cause molto diverse in questi due contesti e
dunque non è direttamente confrontabile:
Nel primo caso coincide con il problema della povertà estrema pari al reddito
equivalente di 1,25$ per persona al giorno;
Nel secondo caso si parla di povertà relativa, misurata in rapporto a standard di
vita elevati.
Ciò che contraddistingue i paesi ricchi è però il paradosso della scarsità
nell’abbondanza, resa ancor più stridente dal fatto che l’insicurezza alimentare di una
parte minoritaria della popolazione va di pari passo con lo spreco alimentare della
parte maggioritaria ed anche con il fenomeno dell’eccedenza alimentare che si crea
nel corso del processo produttivo e distributivo della filiera agroalimentare.
Alcuni innovatori sociali hanno trasformato questa contraddizione in un’opportunità
positiva per le persone in stato di bisogno e per l’intero sistema sociale ed economico,
dando vita alle food bank, organizzazioni no profit specializzate nel recupero delle
eccedenze alimentari che si generano nella filiera agroalimentare e nella loro
redistribuzione, con valore di mercato pari a zero, a favore delle persone e delle
famiglie in difficoltà. In Italia vi sono oltre 16.000 organizzazioni che nel corso degli
ultimi anni hanno operato per ampliare l’accesso alla sicurezza alimentare.
2. Food poverty nei Paesi in via di sviluppo e in quelli sviluppati
Il primo obiettivo fissato dal MDG è l’eliminazione della povertà estrema e della fame
fissando due traguardi intermedi :
1. Dimezzare tra il 1990 e il 2015 la percentuale delle persone che vive con meno
di 1,25 $ equivalenti al giorno; 1
2. Dimezzare, nello stesso periodo, la percentuale di persone che soffrono la fame
.
Dal punto di vista statistico questi obiettivi sono stati raggiunti e l’incidenza della
popolazione denutrita nei paesi in via di sviluppo è scesa al 14% circa. La maggioranza
di chi soffre la fame vive nelle zone rurali, ma il fenomeno tuttavia è esteso anche
nelle periferie delle megalopoli dei Paesi in via di sviluppo. Un effettivo miglioramento
1 Per fame si intende uno stato di malessere associato alla mancanza di cibo. Con il termine
‘denutrizione’ la FAO indica il consumo alimentare al di sotto delle 1.800 calorie al giorno
ovvero un’alimentazione insufficiente sotto il profilo quantitativo e qualitativo. 1
si è registrato in alcune regioni dell’Est e Sud-Est asiatico, mentre gli sforzi compiuti
nelle regioni dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia del Sud sono stati ampiamenti
insufficienti. La fame dipende da cause complesse riconducibili ai conflitti bellici, alle
discriminazioni verso interi gruppi etnici e sociali, al reddito insufficiente, alla bassa
istruzione, alla mancanza di cure adeguate, ai cambiamenti climatici e alle calamità
naturali.
Il recente Rapporto sull’Infanzia nei Paesi ricchi presenta un profilo allarmante della
povertà minorile nei 41 Paesi economicamente più avanzati, dove dal 2008 al 2012 la
percentuale di minori che sono caduti in stato di povertà in Italia è aumentata del
5,7%. La causa della ‘situazione molto difficile’ in cui dichiarano di vivere le famiglie
risale principalmente alla perdita del posto di lavoro, alla sottoccupazione e ai tagli nei
servizi pubblici. In 28 dei 31 paesi europei il tasso di povertà è aumentato più
rapidamente per i giovani rispetto gli anziani – ciò evidenzia come i meccanismi di
tutela degli anziani siano più efficaci rispetto a quelli nei confronti dei giovani.
3.Food bank : lo sviluppo internazionale e il caso italiano
La prima food bank è stata fondata nel 1967 a Phoenix in Arizona da John van Hengel.
L’idea era quella di organizzare il recupero delle eccedenze alimentare, distribuendole
gratuitamente a persone bisognose di cibo. Lo spreco di alcuni si trasformava in una
risorsa per altri. Le food bank hanno assunto la forma di organizzazioni no profit dedite
al recupero e alla distribuzione di cibo sotto forma di materie prime o parti già
cucinate. Si sono sviluppati due metodi di distribuzione del cibo:
Front-line model, donare il cibo direttamente;
Warehouse model, donare il cibo attraverso altre organizzazioni caritative, base
delle food bank cittadine, regionali o nazionali che funzionano come enti di
secondo livello al servizio di enti di primo livello.
L’approvvigionamento del cibo avviene principalmente attraverso il sistema delle
donazioni da privati cittadini, da aziende o da istituzioni. Nel 1984 la formula delle
food bank approda in Europa; in Italia nasce nel 1989 con il nome di Banco Alimentare.
Le food bank sono caratterizzate dall’utilizzo di modalità di recupero e redistribuzione
di alimenti più informali rispetto agli interventi pubblici, esse si integrano con i
programmi di intervento istituzionali.
3.2 Una food bank per l’Italia: la Fondazione Banco Alimentare onlus
Il Banco Alimentare in Italia nasce e si mobilita per rispondere a due problemi che
formano due facce della stessa medaglia : lo spreco degli alimenti nella società dei
consumi e la povertà di chi, all’interno della stessa società, si ritrova in stato di
bisogno. Gli alimenti distribuiti arrivano alle persone in stato di bisogno secondo due
modalità : la distribuzione di pacchi alimentari, oppure attraverso pasti erogati dalle
mense per i poveri e senza fissa dimora. Oltre al recupero delle eccedenze, la
Fondazione svolge un lavoro di sensibilizzazione verso l’opinione pubblica sul
drammatico problema della povertà che affligge molti italiani e stranieri residenti nel
Giornata Nazionale della Colletta Alimentare
nostro Paese attraverso la , per creare un
rapporto diretto, faccia a faccia, con i singoli donatori. Nel corso degli anni la
Fondazione Banco Alimentare ha costantemente aumentato la quantità degli alimenti
recuperati e distribuiti ma allo stesso tempo è aumentata la domanda di aiuti, in
particolare quella per gli alimenti per l’infanzia. 2
Un ulteriore sviluppo della rete creatasi tra il Banco Alimentare e le istituzioni
pubbliche è l’entrata in vigore della legge n. 155 del 2003 denominata del Buon
Samaritano che ha permesso l’avvio del Programma Siticibo, con lo scopo di
recuperare e redistribuire gratuitamente il surplus alimentare che ogni giorno si
genera nella ristorazione organizzata (hotel, mense) e nella grande distribuzione
,
organizzata dove grosse quantità di alimenti freschi e cotti risultano invendute e
sprecate a fronte del moltiplicarsi della domanda di aiuti alimentari da parte di
persone bisognose. Grazie a volontari e una rete logistica di furgoni attrezzati, le
eccedenze vengono trasferite laddove il bisogno è più urgente.
In Italia si stima che vengono generate annualmente 6 milioni di tonnellate di
eccedenze con un valore stimabile in circa 13 miliardi di euro a cui corrisponde un
valore pro capite pari a 101kg e 220 euro. Circa il 55% è generato da attori economici,
il restante nelle famiglie.
4.Aiuti alimentari comunitari e inclusione sociale : la transizione dal PEAD al
FEAD Nell’ambito delle misure di
contrasto alla povertà presenti
in Italia un posto di rilievo va
riconosciuto all’erogazione
degli aiuti alimentari
provenienti dal programma
comunitario PEAD
(Programma europeo per gli
aiuti alimentari ai poveri)
gestito dal 1992 al 2013 in
modo sussidiario, attraverso
un’efficace alleanza tra l’AGEA
(Agenzia per le Erogazioni dell’Agricoltura) e sette organizzazioni no profit che
redistribuiscono le risorse comunitarie a 15.000 organizzazioni no profit di primo
livello. Il programma comunitario ha cessato la sua attività all’inizio del 2014 quando è
(Fondo di aiuti europei agli
stato sostituito dal nuovo programma comunitario FEAD
indigenti) che ha richiesto un piano d’azione e un finanziamento integrativo da parte
dei singoli Stati, causando una situazione di vera e propria emergenza alimentare.
L’azione delle organizzazioni caritative italiane direttamente impegnate sul versante
degli aiuti è diventata nel corso del 2014 particolarmente problematica per l’effetto
cumulativo di due fenomeni :
Crescita della popolazione in povertà assoluta (nel 2013, circa 9,9%);
Riduzione delle risorse alimentari : per via della complessa transizione dal PEAD
al FEAD.
Questa congiuntura ha impedito agli enti no profit di secondo e primo livello di
mantenere gli stelli livelli di aiuti e di estendere gli aiuti ai nuovi indigenti. Nell’ambito
della Politica Agricola Comune (PAC) la Commissione europea ha finanziato fin dal
1987 la distribuzione di prodotti alimentari eccedenti alle popolazioni indigenti degli
Stati membri, con l’obiettivo di ridurre il livello della loro insicurezza alimentare.
Gli alimenti provenienti da AGEA (e dunque dai finanziamenti europei) rappresentano
solo il 58% degli alimenti raccolti e distribuiti dalle organizzazioni no profit, mentre la
3
parte rimanente è stata coperta con le eccedenze alimentari prodotte dalle industrie
agroalimentari, dalla grande distribuzione, il contributo della ristorazione organizzata,
e in parte tramite la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare.
Il FEAD è stato approvato definitivamente dal Parlamento europeo il 10 marzo 2014
con risorse europee sensibilmente ridotte rispetto al precedente programma e gli Stati
membri dell’Unione sono tenuti a contribuire per almeno il 15%. Si è trattato di un
risultato importante dato che il tema della povertà era totalmente delegato alla
competenza dei singoli Stati membri. La transizione dal PEAD al FEAD e il passaggio di
competenza al ministero delle politiche agricole ha avuto effetti problematici per via
della riduzione delle donazione agli indigenti da parte di molte organizzazioni
caritative specialmente quelle che dipendevano quasi totalmente dagli aiuti AGEA e
che hanno avuto difficoltà a trovare fonti di approvvigionamento sostitutive. Il
problema è stato particolarmente drammatico nelle regioni con il più alto tasso di
povertà assoluta. La transizione, nonostante le criticità, ha avuto il merito di
decision makers
richiamare all’attenzione dei pubblici e privati sull’importanza degli
aiuti alimentari comunitari erogati nel corso degli ultimi due decenni nel nostro paese.
La sola erogazione di aiuti alimentari non è in grado di contrastare la diffusione e
l’aggravamento della povertà assoluta nel nostro Paese ma riveste un ruolo
insostituibile quantomeno a livello di pronto intervento.
5. Prime considerazioni sull’attuazione del FEAD
Un primo tratto qualificante della nuova regolamentazione è un primo passaggio
richiesto agli enti caritativi che erogano materialmente gli aiuti agli indigenti, da
interventi di tipo assistenziale a interventi finalizzati all’inclusione soci
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