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12,9 %, mentre al centro è pari al 6% e al Nord al 5,7%. A causa della crisi dal 2005 ad

oggi i livelli di diffusione della povertà assoluta sono quasi raddoppiati, dal 4% all’8%.

Rispetto al pre-crisi si è osservato un aumento delle difficoltà di mantenimento di

adeguati livelli di spesa tanto al Nord quando al Sud, tuttavia nel caso del Meridione

l’inasprimento delle condizioni economiche delle famiglie ha dato origine ad un

ampliamento del divario territoriale già presente.

Se passiamo ad osservare le condizioni individuali, l’incidenza della povertà alimentare

sale dal 6.8% al 9%. Per quanto riguarda minorenni e maggiorenni con meno di 24

anni si registra oltre l’11% di questi individui facente parte di famiglie che non

riescono a mantenere adeguati standard di consumo alimentare.

4.L’Italia nel contesto europeo

In Italia, al 2013, il 14,2% delle famiglie sostiene di non potersi permettere un pasto

con carne, pollo, pesce o legumi almeno ogni due giorni. Il dato italiano rileva la

presenza di maggiori difficoltà nel nostro paese rispetto la media europea (10,5 % a 27

paesi), sulla quale incide peraltro l’elevata diffusione del problema nei nuovi paesi

membri (in questa area una famiglia ogni cinque non è in grado di permettersi una

dieta equilibrata). L’Italia nel periodo pre-crisi era in linea con la media dei paesi

europei, mentre a partire dal 2012 si è fortemente discostata facendo registrare una

crescita significativa dell’incidenza del fenomeno.

In generale è evidente una netta divisione del territorio europeo, i paesi scandinavi e

della penisola iberica presentano indicatori inferiori al 10%, l’area centro meridionale-

orientale presenta indicatori superiori al 10%, i Paesi con maggiori difficoltà sono la

Bulgaria (51,1%) e l’Ungheria (33%), mentre quelli con minori difficoltà sono Svezia

(1,5%) e Svizzera (1,6%).

Si è visto che nelle famiglie italiane con minorenni si registri generalmente una

maggiore diffusione di povertà alimentare; va tuttavia detto che, da un punto di vista

delle autodichiarazioni sulla capacità di fare almeno un pasto adeguato ogni due

giorni, nel caso italiano, così come nella media dei paesi europei, non vi siano

sostanziali differenze fra le famiglie con figli a carico e il totale delle famiglie. Emerge

come le famiglie mono-genitoriali abbiano mediamente maggiori difficoltà nel

permettersi una dieta equilibrata. In Italia sono esposte a maggior rischio le famiglie

con tre o più figli a carico.

III. Geografia della solidarietà in Italia

Al 1° gennaio 2014 il numero di centri rilevati sul territorio accreditati presso AGEA è

risultato pari a 16.948 unità. I tassi di incidenza più elevati si osservano in

corrispondenza dell’Italia meridionale e insulare con circa il doppio rispetto alle aree

del nord per ogni 100.000 residenti. Più di due terzi dei centri svolge attività di

distribuzione di pacchi alimentari, la fornitura di servizi di natura residenziale copre il

13%, meno frequente è il servizio mensa pari al 9%. Al centro-nord prevale la presenza

di enti che forniscono servizi di residenza, al sud la gestione delle mense mentre nelle

Isole prevale la distribuzione di pacchi alimentari. Nel complesso degli assistiti a livello

nazionale circa il 10% sono soggetti che appartengono alla prima infanzia e quasi il

15% del totale sono ultra 65enni. Si tratta di due fasce di utenti particolarmente fragili

e meritevoli di attenzione: i primi risultano leggermente più presenti al Nord, mentre i

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secondo ricorrono più frequentemente nel Centro-Sud. Il tipo di prestazioni rivolte ai

bambini sono soprattutto pacchi alimentari, mentre per gli anziani le tre alternative si

distribuiscono in modo simile.

La maggiore densità di comuni sedi di centri di assistenza, si ha in corrispondenza

delle ripartizioni meridionale e insulare con circa il 67% dei casi mentre risulta meno

frequente la loro presenza al Nord-Ovest (33%). I centri di assistenza risultano

concentrati soprattutto nei comuni piccoli (48%) e nei comuni medio-piccoli (39%).

Solo il 13% dei comuni appartiene a classi dimensionali più grandi, ma è proprio in

queste classi che si ha la copertura totale rispetto al complesso dei corrispondenti

comuni italiani.

Due terzi dei comuni sedi di centri sono localizzati in pianura e in collina interna,

anche se il maggior grado di copertura si rileva per la montagna litoranea, mentre la

montagna interna appare scarsamente presentata. Quando consideriamo la

distribuzione dei centri rispetto alla configurazione politico-amministrativa regionale si

osserva come circa il 26% dei comuni che li ospitano sia localizzato in due sole aree, la

Lombardia e la Campania. La maggiore presenza di centri si trova nelle regioni più

grandi che sono caratterizzate da una più fitta rete delle infrastrutture urbanistiche ed

economiche, lasciando intravedere un profilo della povertà possibilmente connesso al

disagio di chi, benché inserito in un contesto produttivo, non trova o ha perso benefici

economici che ne derivano. La Campania con il 14% dei centri e il 20% degli assistiti

esprime i valori più elevati.

Le geografia della solidarietà in Italia accredita una realtà che vede il Mezzogiorno

distinguersi sia per una maggiore presenza di centri di assistenza, sia per tassi

d’incidenza del fenomeno. Il resoconto offerto dalla banca dati AGEA mette in luce un

universo di circa 4 milioni di utenti che dipendono dalle reti di solidarietà per

soddisfare un bisogno primario come è quello alimentare.

IV. Curarsi di chi aiuta

Lo stato di salute delle opere di carità

1.I servizi erogati dagli enti

Nell’ambito delle organizzazioni caritative qui considerate l’intervento più diffuso

coincide con la distribuzione di pacchi alimentari (83%) e di indumenti (60%), insieme

all’attività di ascolto e orientamento (59%) utili per fornire assistenza alla ricerca di un

lavoro o al perfezionamento delle pratiche necessarie per svolgerlo. Chi possiede

strutture più robuste è in grado di fornire anche pasti caldi in mense attrezzate (27%),

e posti letto (15%). Da rimarcare sono i servizi sanitari per chi non ha la possibilità di

accedervi gratuitamente, basati sulla distribuzione di farmaci (22%) e vere e proprie

forme di assistenza medico-infermieristica (11%).

Tutti gli enti svolgono attività multifunzionali, anche se il loro imprinting resta

evidente. La distribuzione dei pacchi alimentari è, ad esempio, di competenza

prioritaria degli enti specializzati in questa attività (129 casi su 185), tuttavia anche i

gestori di mense e di residenze svolgono in parte lo stesso servizio. La fornitura di

pasti erogata da 60 enti vede il concorso di tutti i tre tipi funzionali, con un ruolo

maggioritario di chi è funzionalmente specializzato nella fornitura di pacchi alimentari.

Oltre 87 enti su 100 erogano più di un servizio. La concentrazione di più interventi

riduce sia il nomadismo da un ente all’altro da parte di chi cerca aiuto, sia l’eventuale

utilizzo opportunistico del cosiddetto circuito assistenziale. Se assumiamo il numero di

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servizi erogati dai singoli enti come un indicatore di complessità organizzativa, si

constatano risultati senz’altro positivi. Gli enti che distribuiscono pacchi alimentari

svolgono mediamente un minor numero di attività rispetto gli altri enti, mentre chi

gestisce una mensa eroga un maggior numero di servizi; decisamente elevata è la

capacità di intervento degli enti che gestiscono servizi per l’igiene personale,

l’assistenza sanitaria, l’assistenza itinerante agli indigenti mediante unità di strada,

l’accoglienza in dormitori e alloggi protetti che sono attività tipiche di chi gestisce

strutture residenziali.

2.L’accesso ai servizi: giorni di apertura e criteri di ammissione

Un quarto degli enti può essere considerato permanentemente attivo in quanto aperto

per 7 giorni alla settimana, sabato e domenica compresi. Se a questo gruppo

aggiungiamo gli enti aperti 5 giorni alla settimana, possiamo dire che nel 40% dei casi

l’accessibilità è di grado elevato.

La stagione estiva e specificamente i mesi di luglio e agosto non costituiscono, per

gran parte degli enti intervistati, un momento di chiusura al pubblico : è ancora il 40%

degli enti a garantire un’apertura regolare anche in questo periodo, mentre il 55%

mantiene ritmi meno intensi ancorché regolari.

Il 30% degli enti adotta modalità itineranti ad integrazione a quelle stanziali con

evidenti vantaggi in termini di flessibilità e personalizzazione dei servizi.

La regolare distribuzione degli alimenti per più giorni settimanali è una caratteristica

distintiva delle mense, che nel 48% dei casi sono aperte sette giorni su sette, mentre

un altro 28% è accessibile per cinque giorni settimanali. Chi invece distribuisce pacchi

alimentari concentra la sua attività principalmente in due giorni alla settimana. Alle

mense spetta anche il primato dell’apertura estiva (68%).

La quasi totalità degli enti prevede accessi filtrati da norme di controllo esterne o

interne. Nella maggior parte dei casi conta la prova dei mezzi basata sulla verifica dei

requisiti economici degli utenti (57%), a cui si accompagna anche la verifica della

regolarità dei documenti di identità (51%). Molto frequente è la segnalazione degli

indigenti da parte dei servizi territoriali, mentre di natura più informale sono le

segnalazioni provenienti dai collaboratori professionali o da volontari che lavorano per

l’ente. Direttamente funzionale al controllo selettivo degli accessi ai servizi è la

registrazione degli utenti, dati utili non solo a fini amministrativi.

3.Le risorse umane

Lo svolgimento delle multiformi attività indicate dagli enti intervistati è strettamente

correlato all’insieme delle risorse disponibili a cominciare dalle risorse umane. In linea

con le dimensioni medio-grandi degli enti caritativi, si constata che il numero medio

dei collaboratori risulta abbastanza elevato. La componente più numerosa è

rappresentata dai volontari, ma non è trascurabile la presenza media di 15

collaboratori con rapporti di lavoro retribuito di tipo dipendente o autonomo. La media

complessiva dei collaboratori è particolarmente elevati negli enti che gestiscono

mense, mentre è più ridotta nelle strutture residenziali e nelle organizzazioni

specializzate nella distribuzione di pacchi alimentari. I collaboratori non retribuiti

trovano nelle mense la loro massima concentrazione. L’assunzione di personale

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retribuito ha un evidente impatto economico perché implica maggiori spese, ma anche

un impatto sulle capacità imprenditoriali-manageriali.

4.Le fonti di finanziamento

Le risorse finanziarie che permettono agli enti di adempiere alla loro missione

provengono per il 50% da contributi e donazioni private, per il 13% da quote

associative, per l’11% dai ricavi per beni e servizi e per il 25% da finanziamenti

pubblici.

5. Il rapporto con le istituzioni

La collaborazione tra gli enti e i servizi sociali territoriali è una pratica diffusa nell’87%

dei casi, con modalità che variano dal punto di vista della regolarità e del grado di

formalizzazione.

Il 53% degli enti intrattiene rapporti costanti, per lo più sulla base di accordi

 formali (33%);

Il 20 % mediante consuetudine e accordi di fatto;

 Un terzo degli enti collabora in forma saltuaria (34%), ovvero ogni qual volta se

 ne presenta la necessità.

La propensione e la capacità ad intrattenere questo tipo di rapporti è direttamente

proporzionale al numero di servizi erogati dagli enti e dunque allo loro complessità

organizzativa.

6. Gli enti caritativi tra vulnerabilità e sostenibilità alimentare

L’intensa attività svolta dagli enti qui considerati deve misurarsi costantemente con

una popolazione vulnerabile sotto molti profili, a cui vengono forniti aiuti efficaci ma

parziali e solo raramente risolutivi. Nel corso del 2014 il 37% degli enti ha incontrato

spesso difficoltà per soddisfare le richieste di aiuto alimentare, mentre solo l’11%

dichiara di non aver incontrato problemi di questo tipo. Le difficoltà sono state

avvertite in modo più frequente ed esteso da chi distribuisce pacchi alimentari a causa

della riduzione drastica degli aiuti comunitari distribuiti da AGEA. Le difficoltà

proiettano una certa ipoteca anche sul futuro, specialmente nell’eventualità che vi sia

un incremento della domanda di aiuto da parte degli assistiti già in carico o di un

numero aggiuntivo; messi di fronte a questa ipotesi, il 66% degli enti ha dichiarato , in

effetti, di non poter reggere alcun sovraccarico. Gli enti più vulnerabili sono quelli che

distribuiscono pacchi alimentari, mentre chi gestisce servizi di mensa avverte in

misura minore l’impatto di queste avversità.

L’80% degli intervistati concorda nel dichiarare che ne 2014 gli aiuti alimentari ricevuti

sono stati inferiori a quelli del 2013, a causa principalmente della transizione dal

programma PEAD al FEAD, con evidenti effetti di scarsità e di razionamento a

svantaggio degli indigenti. Questa situazione è stata avvertita in misura superiore alla

media da chi eroga pacchi alimentari , che ha una dipendenza totale delle donazioni di

alimenti.

7. Propensioni innovative e autovalutazione degli enti 11

Le sfide provenienti dall’aumento generalizzato della richiesta di aiuti da parte di un

numero crescente di indigenti hanno spinto molte organizzazioni caritative a rivedere

nel corso dell’ultimo biennio il loro modo di operare, introducendo talora cambiamenti

puramente difensivo-adattivi e talora vere e proprie innovazioni propositive anche per

rispondere all’incontro con nuovi interlocutori. Ad essere coinvolti in questo tipo di

scelte sono stati 47 enti su 100, e tra questi 15 che hanno adottato due o più

cambiamenti di rilievo rispetto alle routine. Alla strategia difensivo-adattiva

corrisponde la scelta di chiudere alcuni servizi, mentre alla strategia propriamente

innovativa corrisponde la scelta di avviare nuovi servizi (40 enti su 100). In questo

ultimo caso siamo in presenta di strutture caritative con un numero di attività superiori

alla media e una forte presenza di personale non retribuito che garantisce la

sostenibilità economica e relazionale delle nuove attività. I cambiamenti intervenuti

sulla tipologia degli utenti ha coinvolto il 19% degli enti.

In conclusione possiamo documentare l’esistenza di standard operativi e organizzativi

particolarmente elevati degli enti convenzionati con la Rete Banco Alimentare e la

capacità di questi enti di partecipare al meglio agli obiettivi di inclusione sociale

previsti dall’applicazione del programma FEAD soddisfando i requisiti richiesti

dall'amministrazione nazionale tra cui la capacità di verificare le condizioni socio-

economiche dei beneficiari e la facilitazione degli accessi attraverso orari ampi e

regolari, anche duranti i mesi estivi. Tuttavia si deve constatare che questi enti hanno

incontrato una serie di difficoltà a fornire agli indigenti gli aiuti alimentari richiesti, sia

a causa delle diminuzione dei prodotti provenienti dalla Comunità europea, sia dal

contemporaneo aumento del numero degli indigenti.

V. Fotografia della povertà alimentare

Gli utenti della Rete Banco alimentare

Sappiamo che esistono elementi predittivi relativamente stabili per spiegare il motivo

della caduta in povertà, come la numerosità del nucleo familiare, la mancanza di

reddito sufficiente, la malattia o morte di un coniuge. Tuttavia gli ultimi anni,

profondamente segnati dalla Grande crisi recessiva, hanno prodotto una discontinuità

sociologica abbastanza marcata: accanto ai profili classici di povertà, dobbiamo oggi

fare i conti con nuove concause e dunque con nuovi volti, i cui tratti risultano spesso

ancora poco noti a molti, ma certamente non alle realtà caritative che

quotidianamente fronteggiano i nuovi drammi dell’indigenza. Si tratta di una povertà

assistita. La povertà alimentare risulta essere sempre più rappresentativa della più

generale povertà assoluta descritta annualmente dalle fonti ufficiali ISTAT. La

pressione crescente sul lato della domanda sperimentata dagli enti è al tempo stesso

il segnale di una crescita di bisogno nella popolazione ma anche la conseguenza di

una decrescente capacità di contrasto da parte degli enti pubblici, che hanno dovuto

fronteggiare una continua diminuzione di risorse trasferite dallo Stato.

1. Le cause della povertà

La prima evidenza e la più rilevante in termini quantitativi rispetto al periodo pre-crisi

è quella di una crescente povertà determinata dall’espulsione dal mercato del lavoro.

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In passato era emersa in modo rilevante la categorie dei working poors, per i quali il

reddito da lavoro risultava insufficiente a far fronte alle esigenze minime. Oggi questa

categoria rappresentano la seconda causa più diffusa di povertà. Questi due elementi

contano oltre l’83% dei casi, mentre altre cause minori sono la perdita della casa, una

separazione, problemi di salute o di disabilità di almeno un componente della famiglia.

Chi sperimenta l’esperienza della disoccupazione si rivolge in via prioritaria alle mense

o ai servizi di distribuzione di pacchi alimentari, mentre la tipologia si inverte invece in

caso di reddito insufficiente. Invece la cause che portano una persona a rivolgersi ad

una struttura residenziali oltre alle due già osservate, presenti in percentuali assai più

ridotte rispetto alle altre due tipologie, sono di tipo relazionali, di dipendenza e di

separazione.

2. Il profilo degli utenti assistiti

Complessivamente le informazioni aggregate riguardano in prevalenza la componente

femminile (52%) e quella straniera (51%). L’elemento relativo alla cittadinanza merita

di essere osservato con maggior attenzione. È un elemento sociologicamente di

grande rilievo: l’immagine corrente che ci siamo costruiti prevede infatti una

prevalenza significativa di popolazione straniera all’interno dell’universo della povertà,

cosa che invece trova una controtendenza in questa indagine. La spiegazione va

cercata tra le cause di povertà, ovvero la perdita di lavoro. L’andamento del tasso di

disoccupazione è infatti abbastanza simile per gli italiani e gli stranieri nel corso degli

ultimi anni. Vi è dunque da attendersi che la componente largamente maggioritaria di

lavoratori, ovvero gli italiani, tenda a subire in modo proporzionale la perdita di posti di

lavoro, producendo un quantitativo di disoccupati superiore in termini assoluti rispetto

a quelli stranieri. Un secondo motivo è il fatto che nel 2014 mentre il numero degli

italiani occupati diminuiva dello 0,7%, quello degli stranieri è aumentato del 3,7% a

causa di una maggiore reattività, disponibilità e flessibilità di questi ultimi nello

sfruttare le opportunità che il mercato del lavoro offre. La popolazione immigrato è

notoriamente più giovane e questo dato si ripercuote sull’utenza. Il gruppo degli

stranieri assistiti presenta una componente anziana limitata a poco più del 6%, mentre

gli italiani over 65 arrivano a sfiorare il 18% dell’intera popolazione assistita. Gli

stranieri sono in netta maggioranza nella classe di persone in età lavorativa (18-64

anni) e di conseguenza vi è una notevole prevalenza di popolazione straniera nella

fascia 0-5 anni. Le tipologia familiare prevalente tra gli assistiti sono una coppia con

almeno un figlio minorenne (55%), con un’impennata del disagio nei nuclei con tre o

più figli. Famiglie con figli sono gli utenti principali della distribuzione di derrate

alimentari (86%), mentre gli adulti soli si rivolgono alle residenze e ai servizi mensa.

Nel caso delle residenze il 60% dell’utenza sono anziani soli, spiccano poi famiglie

mono-genitoriali con figli (24%). Le donne separate sono in crescita nelle residenze,

mentre gli uomini separati si rivolgono principalmente alle mense. Secondo una

ricerca ISTAT del 2011 si stima la presenza di 48.000 persone senza fissa dimora,

utilizzando i luoghi di accoglienza (mense e dormitori) come punti di contatto in cui

intercettare questa particolare tipologia di utenza. La stima rileva una nettissima

maggioranza di cittadini stranieri. La parte preponderante dei senza fissa dimora

riceve aiuti attraverso derrate alimentari, mentre solo una parte minore beneficia di

mense o aiuti residenziali. 13


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara.tresoldi01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Rovati Giancarlo.

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