Ideazioni del corpo
A cosa serve la teoria?
Nella tradizione filosofica greca la teoria viene descritta riconducendola alla dimensione visiva: theà indica la visione o lo spettacolo, horan il contemplare. Quindi significa: “vedere (e osservare) con una certa intensità” o “essere spettatori di una festa religiosa”. Aristotele mette in relazione la teoria con il sacro, che viene fatta coincidere con il nous (intelletto) e che costituisce nell'interiorità la sostanza dell'essere. Per Aristotele nell'essere umano è presente un'organizzazione astratta (o intelligenza astratta) che costituisce il tratto distintivo o nucleo teorico della corporeità del singolo. Possiamo quindi parlare di anima che, secondo Aristotele, non è separabile dal corpo.
Per Aristotele l’anima non è separabile dal corpo; egli la descrive come qualcosa del corpo vivente, smentendo decisamente ciò che aveva detto Platone, ovvero che fra i due ci fosse una differenza sostanziale. Quindi l'anima, la psiche, le idee non vanno cercate in una dimensione sovrasensibile ma nella vita singolare e nel nucleo teorico. La teoria va immaginata come una struttura di ordine che nel bios, nel corpo, riconosce le radici dell'esperienza simbolica umana.
Teoria e prassi
Fin dagli albori della filosofia greca le scienze teoriche sono quelle che si sono occupate delle cose immutabili del mondo, poiché di esse c'è unicamente teoria. Al contrario le scienze pratiche rappresentano forme di conoscenza intorno a ciò che è mutabile; queste ultime non nascono dalla teoria o dalla ragione speculativa ma dall’esperienza. Originariamente teoria e prassi venivano separati distintamente, rapportandosi nei termini di un reciproco coordinamento. Per esempio, rispetto alle arti, la teoria doveva assumere il compito di guidarle, che non consisteva nell'ideazione di metodi o di promuoverle concettualmente, ma di istruirne correttamente l'impiego secondo gradi o finalità.
L'attività teorico ideativa di cosa si nutre? Di passione. Solo chi ha il coraggio di vivere appassionatamente le proprie creazioni sarà in grado di uscire dal contesto angusto nel quale è stato inquadrato. L’ideazione teorica assume su di sé la legittima aspirazione al cambiamento.
Il potere costituito tende a spegnere le passioni a esso divergenti, a soffocare ogni attitudine o inclinazione che non rientri negli schemi prestabiliti ed è proprio per questo che l'ordine sociale esistente vede l'ideazione teorica come una minaccia da reprimere. Oggi l'intolleranza nei confronti dell'ideazione teorica si fa particolarmente evidente nella sociologia accademica dove ormai domina pressoché incontrastata l'indagine sul campo.
Dicotomia teoria/prassi
La dicotomia teoria/prassi è praticamente priva di radici storiche. Fu elaborata solo in tempi recenti, intorno al 19º secolo, venendo incontro e rispondendo alla scienza di quel periodo. Per la scienza del 19º secolo a fissare i termini della relazione non è la pratica ma la teoria. Allora, come oggi, la teoria esercita la sua influenza sempre su ambedue i versanti, tanto sul proprio quanto su quello della prassi. Per la teoria la prassi costituisce l’irrinunciabile presupposto speculare; la base su cui poggia la sua stessa esistenza. Esse si specificano reciprocamente come parte di una relazione che resiste a ogni possibile tentativo ideologico di eliminazione o di annientamento. Attraverso l'urto costante con la prassi, la teoria riesce a comprendere sempre meglio sé stessa ed è solo così che può migliorarsi.
Bios / Logos
Logos deriva dal greco légein che vuol dire “stendere” e al contempo “raccogliere”, ma anche “scegliere” e “raccontare”. Il logos è quindi quella raccolta originaria in cui le cose sono adagiate ed esposte per poi procedere convenientemente a un confronto e a una selezione. Il principale significato derivato da légein è quello di “dire”.
Nel logos le cose sono mantenute per quello che sono, preservate da manipolazioni e oggettivate nel quadro di reciproche relazioni quantitative fra loro. Di conseguenza il rapporto è il logos di una cosa, vale a dire quello che la rende proporzionalmente quello che è. Comprendere il logos significa coglierne la definizione reale o la distinzione di fondo; è l’enunciazione della differenza o separazione che individua qualcosa rispetto a qualcos’altro.
Il logos è effetto di una distinzione in cui un termine si afferma in forza dell'esclusione dell'altro, in una relazione contrappositiva. Nel Logos dell’occidente si crea la divisione tra la psyche, ovvero l'autocoscienza, e il bios, cioè la corporeità. Questa separazione va rintracciata nella cultura greca, in particolare in Platone che descriverà le idee come un fatto psichico e il corpo come un ingombro di cui liberarsi. Platone pensava che l'uomo potesse accedere alle cose immutabili ed eterne ma, per fare ciò, si doveva identificare l'umano con quella qualità intangibile (l’anima) che, essendo affine alla verità, vedeva il corpo come una tomba.
Questa separazione resiste fino oggi con due entità (psiche e soma) che significheranno per il pensiero greco e poi per l'intero Occidente, anima e corpo. Secondo questa concezione il corpo è di per sé la tomba dell'anima e la morte carnale viene fatta coincidere con la resurrezione di quest'ultimo. Anima che deriva del greco anemos che significa vento, soffio, respiro (cioè la psyche). Storicamente proprio intorno alla figura dell'anima che a partire dal quarto secolo a.C. il pensiero greco concepisce la ragione. La ragione costituisce l'atto stesso della distinzione secondo un principio di non contraddizione: una cosa non è il suo opposto. Ed è così che metafisicamente l'universo si divide tra terra e cielo, corpo e anima, materia e spirito; il senso è interamente da una parte mentre il non senso dell’altra.
Rifiuto del dualismo platonico
A divergere da Platone e dalla distinzione corpo/psyche è la tradizione biblica e la concezione del Vecchio Testamento che individua con certa frequenza la sede della razionalità non nella mente (psyche) ma nel cuore. È una forma di conoscenza che si basa su ciò che viene concesso in dono ai puri di cuore e quando quest'ultimo è in ascolto l'uomo può essere saggio e intelligente. È il cuore fatto di carne e di sangue a rappresentare nei numerosi passi del Vecchio testamento il nucleo essenziale dello spirito e anche di ogni aspetto della vita umana.
Tuttavia l'occidente continuerà a procedere lungo la traiettoria tracciata da Platone consolidando il dualismo fra anima e corpo, in cui Cartesio istituirà la celebre distinzione fra res cogitas (riferito alla coscienza) e res extensa (riferito a una cosa). È attraverso tale distinzione che l'anima si affranca definitivamente dai condizionamenti del corpo diventando un'entità puramente intellettuale capace di esprimere nella propria coscienza ogni possibile senso del mondo. Cartesio però riduce a mere rappresentazioni dell'anima il corpo e il mondo e infatti l'anima non è più in grado di vedere quest'ultimi ma può solo rappresentarli e includerli nel proprio orizzonte di senso.
La cartesiana res extensa non è più da considerare la tomba dell'anima e nemmeno la sua sede poiché tutto viene trasposto sul piano intellettuale della res cogitas. Quindi, recuperando la distinzione fra anima e corpo della tradizione greca, Cartesio sottrae al corpo il senso del proprio mondo collocandolo nella dimensione della res extensa. Il cogito ergo sum di Cartesio vuole esprimere il senso del mondo e dei corpi che lo abitano unicamente nelle funzioni razionali del pensiero e della coscienza. Il mondo diventa una costruzione puramente autoreferenziale e astratta della mente umana. In Occidente si consoliderà una concezione del corpo così come l'intelletto lo rappresenterà nel logos, come organismo, e non invece come il corpo stesso si percepisce, ovvero come bios o corpo vivente.
Superamento del dualismo cartesiano
Cartesio finì con l’infrangere l’unità (quella tra corpo e mente) originaria in uno squarcio lacerante, senza concedere una possibilità di ricomposizione. La mente umana e l'anima che essa rappresenta sono del tutto svincolate dal corpo e dal mondo circostante. Operazione ancora più significativa di Cartesio è quella di esonerare il corpo da ogni possibile relazione con lo spirito. Lo spirito di cui si parla è quello dell'ego cogito. Dal punto di vista delle scienze naturali esse spiegano il proprio oggetto di studio (res extensa) in termini puramente matematici; così facendo però riducono la natura a una dimensione puramente quantitativa. L’errore di Cartesio è stato proprio quello di non capire che la natura ha creato l'apparato della razionalità non soltanto al di sopra rispetto a quello della regolazione biologica ma anche a partire da esso e soprattutto al suo stesso interno.
Il primo studioso a superare il dualismo cartesiano fu Spinoza. Egli afferma che l’uomo va concepito sia sotto il profilo dell’estensione (res extensa) sia sotto quello del pensiero (res cogitans). Il corpo e la mente per Spinoza formano un unico, solo e medesimo individuo. Dal momento che la mente umana viene determinata dal corpo, questa non può essere mai assoluta, sciolta da ogni condizionamento rispetto ad esso. Mente e corpo non sono due differenti sostanze, per cui nulla può accadere nel corpo senza che sia percepito dalla mente e viceversa. Se nell’uomo corpo e mente costituiscono i due volti di una realtà, allora tra i due deve esserci necessariamente una corrispondenza perfetta ed armonica. Tanto più il corpo si dispone a compiere svariate attività, tanto più la mente è vivace e funziona meglio.
Spinoza afferma che l’idea che nega o esclude il nostro corpo è dannosa per la mente poiché verrebbe meno l’esistenza presente in quest’ultima e la sua capacità di immaginare. La causa che potrebbe portare a ciò è da individuare all’esterno, nel contesto socio-culturale.
Per Spinoza tutta la conoscenza umana si colloca all’interno della dimensione dell’affettività e delle sue dinamiche. Ciò che permette all’uomo di superare le difficoltà di stati dolorosi e tristi è il conatus (sforzo). Spinoza lo definisce come quello sforzo a mantenersi vivo, la stessa essenza dell’uomo (pur essendo una caratteristica di tutta la vita organica). Per Spinoza non esiste un’etica puramente razionale che disconosca la dimensione passionale e le altre tonalità affettive. Nell’Etica, Spinoza definisce gioia e tristezza, considerandole come espressioni dinamiche del sentimento e dei processi mentali (la gioia porta la mente a una perfezione maggiore, la tristezza il contrario). Ciò che rende dinamica la mente è il desiderio che, da un lato, porta alla gioia se interno a un quadro dove avviene un accrescimento delle proprie facoltà e, dall’altro, porta alla tristezza se questo desiderio viene frustrato o depotenziato. Considerando che una passione può essere vinta da una passione più forte e quella maggiore è la gioia allora essa va perseguita con tutte le forze. Spinoza intende quindi prefigurare una strada che renda l’uomo libero e che lo faccia ascendere alla gioia. L’uomo può liberarsi di queste passioni negative soltanto comprendendo le cause.
Neuroscienze
Il presente capitolo si propone di rispondere al crescente bisogno di una nuova agenda di lavoro per la teoria sociale alla luce delle recenti scoperte in campo neuroscientifico, in particolar modo del contributo della neurobiologia delle emozioni. Sono sempre più numerose, infatti, le discipline impegnate in un dialogo serrato con la prospettiva neuroscientifica. Da una parte la neurobiologia fa avvicinare a forme di terapia di prevenzione adeguate, anche in considerazione dell'interazione con fattori sociali elaborati dal cervello che possono condizionare la malattia. Dall'altra parte si guarda alla crescente aspettativa sociale per quanto riguarda i più recenti studi sul cervello umano.
Il cambiamento che alla luce delle nuove scoperte neuroscientifiche sta avvenendo si potrebbe rivelare un'occasione preziosa per ripensare correttamente il rapporto tra cervello, mente e vita spirituale. L’avversione nei confronti di una smodata medicalizzazione dei processi vitali più intimi è da tempo nell'aria: la gente sta finalmente iniziando a capire che il dualismo corpo/mente non è più appropriato, non soltanto per descrivere l'orientamento attuale della ricerca scientifica più avanzata, ma anche per ricondurre l'esperienza concretamente vissuta, alla nostra autentica comprensione.
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