Diventare ciò che si è
Umana specificità
Trovare i sentieri che conducono alla ricerca dello specifico posto dell’uomo nel mondo, con la sua singolarità e specificità, è un'impresa ardua. Le risposte risultano sempre in bilico tra scienza e sensibile, seguendo percorsi che prendono strade diverse in base al punto dal quale si parte.
L'antropologia moderna, sulla scorta del "progetto antropologico elementare" del filosofo, sociologo e antropologo tedesco Arnold Gehler, mette in risalto la non specializzazione dell'uomo (manca uno specifico e determinato ambiente per l'uomo). Gehler considera l'uomo un "essere manchevole" con notevoli carenze organiche, privo della capacità di istinto ed adattamento ambientale e quindi costantemente in balia di una natura matrigna e selvaggia. In sostanza, si tratta di un animale che ha necessità di creare un suo mondo, un suo spazio vitale nel quale, al pari degli altri animali, sopravvivere.
Per Gehler, infatti, dal punto di vista morfologico, l’uomo ha in sé una serie di carenze (è inadatto, non specializzato) (per esempio non ha peli che lo proteggono dalle intemperie, non ha una struttura adatta alla fuga, non ha sensi acuti). Secondo Gehler, l'uomo è costretto a fare della sua manchevolezza la sua forza andando al di là, superando, astraendo dal rapporto immediato con le cose e giungendo percorsi soggettivi.
Attraverso i processi esonerati (prende le distanze dall’immediato, riduce e concentra il mondo in simboli, "astrae"), l’uomo abbatte i confini tra natura e artificiale, tra natura e cultura e trova il suo posto nel mondo. Il risultato definitivo di questo processo è la cultura, la seconda natura, ovvero la sua propria natura in cui l’uomo può trovare una propria identità, una collocazione e quella disciplina di cui necessita: l’autodisciplina, l’educazione, la disciplina (acquisizione e mantenimento di una forma) che sono le condizioni di esistenza di un essere non definito qual è l’uomo gehleriano.
È attraverso la produzione tecnologica ed il suo ruolo che Gehler individua gli elementi che permettono all’uomo di proiettarsi concretamente al di là dell’ordine naturale delle cose. Sempre secondo Gehler, senza la produzione tecnica la storia dell’umanità non avrebbe riscosso alcun successo, anzi: senza la tecnica non ci sarebbe stata neppure storia umana.
Progresso della vita e cultura
Nello stesso periodo in cui Gehler arriva a queste conclusioni, il filosofo francese Raymond Ruyer ritiene sia "il progresso della vita ad essere essenzialmente tecnico". Secondo il filosofo, alla base del comportamento dell’uomo vi sono i comportamenti molecolari nelle reti protoplasmatiche (ossia delle cellule). Secondo Ruyer, la corteccia cerebrale improvvisa dei pattern (schema ricorrente/modello) comportamentali che si realizzano tanto nell’organismo quanto al di fuori di lui, poiché è essa stessa una rete cellulare in grado di improvvisare, formare senza sosta dei collegamenti.
Secondo Ruyer, la coscienza non sarebbe una caratteristica prettamente umana perché collegata al protoplasma (sostanza vivente che costituisce la cellula) e comune a tutti gli animali superiori. Per Ruyer, la cultura si può intendere come un prolungamento dell'istinto (la cultura non dipende però dall'istinto). Sia cultura che istinto sono "cose mentali" invisibili e non spaziali. La cultura è però collegata all'attualità in maniera piena grazie alle opere già realizzate e al sistema simbolico, l'istinto è collegato all'attuale solo attraverso evocatori di ordine biologico quali geni, ormoni...
Il ruolo dell'istinto è meno appariscente nell'uomo, poiché è stato sovrastato dalla cultura, ma è solo grazie al fatto di essere per prima cosa dotato di istinto che l'uomo può realizzare la sua "seconda natura": la cultura. Secondo Ruyer, l'umanità con le sue opere in qualche modo continua l'ordine delle produzioni organiche. Opere d'arte, monumenti, macchine, codici, lingue... sotto un certo aspetto sono delle produzioni organiche naturali creando una rassomiglianza fra storia naturale e storia umana.
Cultura e omeostasi
Più recentemente anche il neurologo, neuroscienziato e psicologo Damasio ritiene che la cultura affondi le sue radici nella biologia non umana, constatando che già nei batteri e in altri organismi unicellulari sia presente la capacità di selezionare se il comportamento di altri individui è favorevole o meno alla sopravvivenza della specie o di altri individui. È come se questi organismi unicellulari si facessero un'opinione sul comportamento altrui e per Damasio questa è una forma primordiale di cultura, una manifestazione di quel genere di soluzioni che menti pienamente formate usano per riflettere su analoghi problemi.
Damasio ritiene che la cultura nasca sul terreno fertile dell'omeostasi (in biologia l'attitudine propria degli organismi a conservare le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne dell'ambiente tramite meccanismi di autoregolazione). L'omeostasi è presente in tutte le creature viventi per risolvere i problemi fondamentali della vita in modo commisurato alla complessità del loro organismo. Esistono azioni regolatrici che rispondono a situazioni presenti nell'ambiente esterno, altre a situazioni interne all'organismo (sentimenti). La presenza nell'uomo dei sentimenti (come condizione "interna" all'organismo) ha dato via alla nascita delle culture umane. La presenza dei sentimenti ha consentito all'omeostasi di compiere un balzo spettacolare.
L'uomo non è il solo essere cosciente ad agire secondo modalità sensate ma è l'unico ad utilizzare modalità inedite. In questo appare fondamentale la competenza simbolica propria dell'uomo.
Il significato simbolico
Le forme simboliche non sorgono come d’incanto ma sono fornite dal contenuto stesso della percezione. Come dicono Rizzolatti e Sinigaglia (entrambi neuroscienziati) non può esserci un rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori, ma il cervello che agisce innanzitutto è un cervello che comprende. Storicamente il livello percettivo è comparso molto prima della mente e, nella maggior parte delle situazioni, la mente genera immagini in risposta a ciò che percepisce attraverso gli organi di senso. La mente riesce ad utilizzare un senso espressivo che le permette di cogliere il complesso, la vita in generale, il carattere universale della realtà.
Esiste quindi un forte collegamento fra l’astratto e il concreto, un forte influsso del corpo sulla mente e della mente sul corpo. La coscienza è struttura autonoma in grado di produrre senso "dall'interno" e l’ideazione simbolica non è un atto secondario od accidentale e contribuisce a determinare di volta in volta la visione del mondo.
Per Cassirer è la libera attività di espressione a consentire all’uomo di trasformare il contenuto della percezione in un contenuto simbolico, in modo che l’interno (IO) e l’esterno (LA REALTÀ) siano determinati e si delimitino reciprocamente. La funzione espressiva è un fenomeno primitivo, originale e peculiare. Se pensassimo soppressa questa funzione fondamentale ci sarebbe sbarrato tutto l’accesso al mondo dell’esperienza interiore. Impossibile sostituire completamente questa funzione primaria con altre funzioni "superiori" a meno che non contengano già al proprio interno lo strato primitivo dell’esperienza espressiva.
Il noto antropologo Franz Boas ci ricorda che, con il pensiero scientifico, le associazioni emotive determinate dalle impressioni sensoriali vengono gradatamente sostituite da associazioni intellettuali. Nonostante questo anche il linguaggio, che ha da tempo imparato a usare la parola come puro veicolo del pensiero, anche quando si tratta di ricavare un determinato senso logico, non può mai fare completamente a meno delle molteplici possibilità che gli offrono, ad esempio, i mezzi melodico-ritmici di espressione. Essi, infatti, contribuiscono a determinare anche la struttura, la comprensione logica della frase. L’elaborazione intuitiva, la percezione, l’intuizione traduce in parole e frasi ciò che già esiste in forma non verbale.
Le più alte astrazioni umane
Le più alte astrazioni umane hanno alla loro base il senso dinamico della vita. Mito, arte, linguaggio e scienza hanno alla base un qualcosa di pre-mitico, pre-logico, pre-estetico da cui tutte le altre forme sono in qualche modo generate e a cui rimangono legate. Così come la distinzione corpo/mente appare inadeguata per comprendere la specificità dell’uomo, così anche la contrapposizione tra pensiero mitico (prelogico) e scientifico (ritenuto, invece, logico) non è coerente con l’uso specifico delle forme simboliche. È proprio nella continuità dei due pensieri che possiamo comprendere la particolare modalità conoscitiva umana (così come riteneva il noto antropologo Claude Lévy-Strauss).
L’evoluzione della capacità conoscitiva umana non può essere intesa come un processo lineare che porta a una possibilità conoscitiva-attrattiva sempre maggiore e che per svilupparsi ha bisogno di abbandonare le potenzialità espressive delle forme che l’hanno preceduta. Le forme simboliche si sovrappongono le une alle altre, si incorporano in una sorta di processo omeostatico (tendenza naturale che tende alla stabilità).
Ad esempio, il pensiero scientifico è tenuto ad utilizzare il suo metodo generale (classificazione e sistematizzazione) mentre la mente mitica (prelogica) adotta una visione sintetica, non analitica, ignora e nega il metodo scientifico non essendo caratterizzata da una logica astratta.
Tuttavia, è solo grazie al pensiero metaforico da cui si è originata la forma mitica che il linguaggio ha potuto intraprendere il suo viaggio verso un’astrazione sempre maggiore generando parole e significati sempre nuovi e sempre più astratti. Grazie alla comprensione metaforica (per metafore) l’uomo può utilizzare ciò che ha acquisito dall’esperienza fisica per arrivare alla più astratta comprensione.
Spesso un nuovo concetto può fare la sua prima comparsa grazie ad intuizioni. Alla base di queste intuizioni vi sono sì delle conoscenze profonde ma il modo in cui esse portano a galla il concetto spesso non sono legate ad un ricercare, calcolare e progettare (dopo l’intuizione inizierà il lavoro che consiste nel mettere in luce e mostrare l’esattezza con la più severa delle dimostrazioni).
Non è un caso, peraltro, che quel che facciamo nella scienza e nell’arte sia esattamente quel che facciamo per quasi tutto il giorno quando siamo bambini: giocare. Non esiste un percorso di conoscenza che comincia dai neonati semplici e stupidi e progredisce gradualmente verso il mondo adulto. Come ci ricordano la psicologa e filosofa Alison Gopnik, lo psicologo cognitivo Andrew Nicholas Meltzoff e la neuroscienziata Patricia Katherine Kuhl "la mente di un infante è ricca, astratta, complessa e potente tanto quanto la nostra".
Pertanto, così come la distinzione corpo/mente e mito/scienza sono prive di fondamento scientifico, aggiungiamo anche che la distinzione mente infantile/mente adulta è del tutto inadeguata per comprendere il processo conoscitivo umano.
Il ruolo del sentimento nell'umano
Per Piazzi (sociologo), il sentimento rappresenta la forma intermedia tra vita organica vera e propria e simbolico. Rappresenta la natura specifica dell’umano. Natura che non è solo materia ma neppure così tanto sofisticata da rischiare una caduta nell’artificiale. Il sentimento cela in sé la possibilità di generare forme espressive nel momento in cui il corpo è attraversato dall’emozione. I sentimenti, come abbiamo visto, stabiliscono un collegamento tra il mondo della regolazione automatica (tende all’equilibrio omeostasi) e il mondo dell’immaginazione.
Per Damasio, la coscienza stessa è sentimento che porta il mondo dell’immaginazione a vertere innanzitutto sull’individuo, basandosi sul senso di sé. In altre parole, il potere della coscienza deriva dal legame effettivo tra vita biologica e pensiero. In sostanza, l’"infinito" (cioè la parte astratta/pensiero, sentimento) serve al finito (ossia al concreto al particolare) perché questo possa essere davvero individuo. Quando il simbolico riesce a trovare la forma espressiva coerente col sentimento che ne sta alla base, questo crea dei simboli primi in cui il contenuto e forma coincidono. Il simbolo diventa espressione del sentimento umano liberato dai suoi usi comuni.
Esperienza estetica e forma espressiva
Nell’esperienza estetica (ad es. nell’arte) la forma espressiva e quella spirituale formano un tutt’uno. La fama espressiva nell’esperienza estetica non è mai una forma di rappresentazione fine a se stessa. Interpreta la realtà mediante intuizioni, opera per metafore e non per mezzo di un concetto fine a se stesso. L’estetica si colloca in equilibrio tra espressione e significato. Per Cassirer, la poesia è il risultato più indicativo, più caratteristico della possibilità attrattiva umana.
Nell’esperienza estetica appare chiaramente come ogni tentativo di separare l’intuizione dalla rappresentazione sia destinato a fallire poiché l’intuire è già di per sé parte del formare. Nell’esperienza estetica la libertà da ogni finalità pratica fa sì che l’animo possa essere libero. La forma espressiva non si allontana troppo dalla sua fonte, la forma rimane molto vicina al contenuto, dando la possibilità all’uomo di esprimersi in maniera coerente. Il gioco e l’arte sono la manifestazione più completa di ciò (forma = contenuto). Si dà forma, si traducono sensazioni, ricordi, intuizioni in un linguaggio diverso. Attraverso il processo creativo si arriva alla costruzione di un’opera che sia simbolica del sentimento.
Closlieu e la formulazione
Closlieu è un luogo per il disegno ideato da Arno Stern a Parigi alla fine della II Guerra Mondiale. Qui i bambini sono liberi di trovare le proprie forme espressive senza interferenze di alcun genere. In questo spazio Stern ha fatto una scoperta straordinaria: la formulazione. La Formulazione si origina da una necessità interiore e non serve a produrre un’opera d’arte. È una manifestazione spontanea che basta a se stessa, da un piacere sconosciuto. È un sistema complesso, originale ed universale alla base della facoltà umana. Questa idea è molto lontana da quella, tutt’ora in voga, che vede il disegno infantile come frutto di una fervida fantasia, pensando al risultato solamente quando questo disegno arriva ad ottenere una copia "comprensibile" della realtà, senza dare valore a tutto il processo creativo che lo precede e ne è fondamento.
(Tutti i bambini iniziano tracciando delle forme solo per il piacere di vederle apparire, non con la volontà di rappresentare qualcosa). Con la libertà concessa dalla Formulazione, il bambino sviluppa le sue attitudini senza essere indirizzato, senza finalità comunicative. Le condizioni necessarie alla Formulazione sono:
- Un luogo che metta la persona al riparo da pressioni ed influenze
- La presenza di altri compagni di gioco che accettino questa espressione, riconoscendole il suo carattere di non-comunicazione e di normalità
- La presenza di un soggetto praticien (tradotto dal francese operatore, professionista), un soggetto che non insegni, non giudichi, non faccia commenti in quanto conoscendo appieno le regole della Formulazione ha acquisito un atteggiamento rispettoso verso le persone e le loro espressioni
Praticando la Formulazione non ci si attiene a modelli socio-culturali ma viene stimolata la capacità di realizzarsi e sviluppare attitudini altrimenti soffocate. Si viene messi nelle condizioni di sviluppare autonomia perché non vi è la necessità di rappresentare qualcosa per qualcuno ma la traccia prodotta arreca piacere a chi la produce. Viene così dato spazio all’umana capacità e specificità di comprendere il mondo liberando l’arte, la pittura dai limiti della comunicazione fine a se stessa.
Il ruolo dell'educazione
L’educazione non può esimersi dal mettere al centro del suo operato il "tirare fuori", aiutare la ricerca di una adeguata traduzione e sostenere il soggetto nel trovare una forma espressiva il più fedele possibile al sentimento che, tramite tale forma espressiva, vuole manifestarsi. L’educazione deve aiutare il discente a trovare una sua lingua. L’educazione deve essere in sintonia con le molteplici possibilità con le quali la vita si esprime, considerando che la conoscenza si forma nella connessione tra sentimento e forma espressiva.
L’educazione deve rendere consapevoli i processi mentali utilizzati, spostando l'attenzione dai "contenuti" dell’apprendimento alle "modalità" attraverso le quali questo avviene, passare dal cosa al come, dal prodotto al processo (mettendo al centro la capacità metacognitiva = attività che permettono di guidare e regolare l’apprendimento e il funzionamento cognitivo nelle situazioni di risoluzione dei problemi).
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