Il mondo dei media
Premessa
Per la sociologia, i media rappresentano da sempre un oggetto di studio complicato. Eppure, la società non esisterebbe senza media, a partire dall’uso comunicativo del corpo fino ad arrivare alla parola e il segno, costrutti artificiali senza cui la nostra specie non avrebbe potuto civilizzarsi e di conseguenza sopravvivere alle competizioni dell’evoluzione. I media quindi sono il mondo: quando parliamo di società ci riferiamo alle immagini e ai modelli che emergono dai processi di costruzione della realtà.
Introduzione
I media tra scambio e rappresentazione
Non si può non comunicare. Innanzitutto, perché la nostra specie non esiste fuori dallo spazio relazionale. L’essere umano è tale solo in una dimensione plurale e razionale, all’interno di un processo in cui la razionalità serve a comprendere e appropriarsi dei significati socialmente condivisi. Agiamo per esaudire il nostro costante desiderio di esternare e conviviamo, individuando norme e modalità, cercando di soddisfare la nostra propensione a condividere le risultanze della nostra espressività. I media quindi non sono solo veicoli meccanici utili alla propagazione di un messaggio, ma processi di intermediazione che comprendono tutti i modi in cui continuamente negoziamo e modifichiamo il senso di ciò che esiste. A questo proposito ricordiamo quanto affermato da Berger e Luckmann, ovvero che la realtà trova fondamento solo attraverso processi di negoziazione collettiva.
La mediologia quindi non si occupa solo di studiare i mezzi, ma anche i concetti di scambio e rappresentazione. Lo scambio rappresenta la componente primordiale della comunicazione. Rappresentare invece è creare l’opportunità di riaffermare una manifestazione già compiuta che si è memorizzata, con la possibilità di errare alla ricerca del senso. Una proprietà caratterizzante della rappresentazione è la sua necessità di sopravvivere al qui e ora. Se rappresentare significa presentare qualcosa più volte è ovvio che la sua funzionalità non può compiersi se non in presenza di un intervallo che separa il fenomeno dalle ripetizioni successive.
Questo concetto introduce la distinzione tra oralità e scrittura. Mentre la prima è scambio, la scrittura è concepita come attività di rappresentazione, destinata all’attraversamento delle distanze temporali e spaziali. Tuttavia, scambio e rappresentazione sono nella maggior parte dei casi complementari e coesistono nel panorama mediatico. Potremmo affermare, anzi, che comunichiamo tramite scambi di rappresentazioni. Ciò che cambia nel tempo è il grado di intensità.
Strumenti, processi, teorie
Tecnica, oralità, scrittura
Corpo e comunicazione
L’avvento del monolite: tecnica e specie umana
Tramite l’esempio di Kubrick con il suo “2001: Odissea nello spazio” introduciamo alcune questioni che tratteremo, cominciando dalle implicazioni sociologiche derivanti dal rapporto tra tecnica, uomo, linguaggio e tecnica. La da intendere secondo Platone come saper fare, rappresenta il punto di incontro fra la specie umana e il percorso di adattamento all’ambiente. L’ominazione ha origine nel e dal corpo, che è il primo medium con cui abbiamo dovuto confrontarci. Prima della comunicazione fondata sulla parola, la capacità relazionale dell’umano si avviene grazie all’artificializzazione del corpo per mezzo del corpo stesso, in un processo di continuo scambio tra i soggetti e il mondo, partendo dall’invenzione della mano.
Il mito, il rito e l’invenzione del segno
Il consolidarsi della forma umana della specie procede di pari passo con lo sviluppo di un sistema sempre più complesso di condivisione dell’esperienza. Per questo parliamo di invenzione del segno riferendoci al momento in cui durante il paleolitico alcuni uomini decorano le pareti delle caverne di Lascaux, intrecciando tecnica e comunicazione. L’uomo imprime per la prima volta la propria presenza nel mondo che lo circonda, la prova della sua esistenza. Le figure di animali ritratte sulle pareti di quelle caverne rappresentano l’impulso dell’essere umano a codificare le cose del mondo per controllarle, rappresentarle, narrarle. Il punto di incontro fra pensiero e immagine prende il nome di segno e precede sistemi comunicativi molto più elaborati.
Inoltre il congelamento temporale dell’esperienza vale intrecciarsi con la funzione del mito. Compito dei miti e dei riti è ripercorrere i passaggi cruciali della collettività e attribuire loro un sistema codificato di norme ed elementi riconoscibili al fine di delimitarne l’esperienza sia sul piano della conoscenza che su quello della temporalità. I miti e riti fanno parte dell’immaginario, sono racconti grazie ai quali va ripetutamente a verificarsi l’appropriazione dell’identità.
Innovatio e repetitio
Miti e riti si fondano sul meccanismo della repetitio, ovvero si ripetono riproponendo la storia delle cose. Le credenze vengono tramandate dando vita a tradizioni, percorsi culturali alla base delle identità dei popoli, i quali intervengono sul modello del racconto mitico sottoponendola a un processo di innovatio, una modificazione data dallo scambio fra il mito stesso e il contesto sociale che lo socializza, ricostruisce e ricondivide.
L’essere umano arriva alla religione partendo dalla necessità di dare ordine e significato alla sua esperienza del reale. Dall’invenzione della mano, fino alla creazione della parola mitica, la tecnica emerge come dimensione imprescindibile dall’uomo in quanto tale e rappresenta la dominazione del suo essere nello spazio-tempo. Possiamo definire miti e riti come un terzo momento sospeso tra il tempo sociale e il tempo della natura. Qualcosa che trascende la storia, qualcosa che fa dire all’uomo stesso la cruda verità di ciò che gli è: questa è la funzione del mito nonché l’essenza della Bibbia.
Potere e comunicazione dai templi alle ferrovie
Soltanto in un secondo momento i contenuti della tradizione orale diventano scritti consentendone la diffusione nel tempo e nello spazio. Come la parola, anche la scrittura attraversa una fase di elaborazione, partendo dalla pittografia ovvero una scrittura di segni. L’uomo elabora questo linguaggio alla ricerca di una convenzione, principalmente burocratica, capace di coinvolgere nel processo comunicativo oltre che gli elementi del mondo reale anche concetti immateriali e costruiti socialmente, quindi intesi diversamente da ciascuna popolazione. La necessità di riuscire in imprese commerciali dà vita a una rete comunicativa che prelude alle ferrovie, ovvero gli scambi via mare. Plasmata dagli scambi fra culture diverse e a quegli stessi scambi finalizzata, la tecnologia della parola scritta si configura come spazio di definizione delle relazioni fra corpi e poteri.
Sorvegliare e punire: la scrittura sul corpo
La scrittura viene definita da Catucci come un atto di esteriorizzazione che procede in due direzioni: iscrive il soggetto in un luogo fisico posto fuori di lui e porta all’interno del soggetto segnali di esteriorità non riducibili. La scrittura quindi diventa presto lo strumento principale per memorizzare organizzare recuperare la conoscenza. Ne deriva successivamente l’interrelazione tra sapere e potere. Partendo dall’investitura sacrale del ruolo degli scribi nell’antico Egitto, nasce un processo che avanza del tempo. Dopo il cristianesimo la parola scritta diventa fonte di rivelazione e documento imperituro, e anche se la comunicazione dei contenuti rimane veicolata dalla parola, la loro proprietà e gestione resta esclusiva di pochi.
Oralità e scrittura: una perenne convivenza dagli Accadi al web
Oralità e scrittura sono entrambe da intendersi come media, processi di scambio. A partire dalle prime forme di comunicazione si è constatato come la costruzione sociale della stessa si leghi intimamente all’ominazione della specie, ovvero come lo sviluppo delle protesi cognitive del corpo umano abbia modificato la sua capacità di pensiero influendo sulle strutture sociali. Ad oggi il nostro corpo è coinvolto in un’esperienza dei sensi e della mente inscindibile dalle sue terminazioni tecnologiche.
Capitolo 2
L'industria culturale
Questioni teoriche e prospettive storiche
L’ambigua nozione di industria culturale
Il concetto di industria culturale viene introdotto da Tocqueville nella sua opera sul sistema sociopolitico americano, ma si afferma il dibattito scientifico solo a partire dal 1947 con Adorno e Horkheimer. I due studiosi, rifugiati negli Stati Uniti durante l’epoca nazista, erano stati a stretto contatto con gli apparati delle comunicazioni di massa e per loro il processo di industrializzazione applicato alla cultura costituiva un sistema capace di fare interagire individualità, saperi teorici e professionali, dispositivi tecnologici e apparati produttivi al fine di governare i processi economici e sociali dell’epoca delle masse e metropolitane. Definirono questo sistema forma psichiatrica del dominio.
Al centro di queste dinamiche troviamo la massa, un’inedita identità storica che nasce con gli effetti della rivoluzione industriale, legata all’incremento esponenziale del numero di abitanti. Per i due intellettuali sopra citati la massa è un corpo polimorfo privo di spirito critico che insieme alla merce acquisiscono anche il sistema di valori che la produce, perdendo così il senso stesso della loro umanità. La conclusione da loro proposta è che la massa sia come un insieme di ricettori passivi di tutto ciò che viene propinato dal mercato dei media, destinati a soccombere alla dittatura della comunicazione massificata che nasce nell’industria culturale. Questo concetto accomuna sia progressisti che conservatori, concordi nel considerare il processo di massificazione come qualcosa di sostanzialmente negativo. Nasce quindi il dibattito tra apocalittici e integrati, tra chi si posiziona sul versante critico della società e che serve alle trasformazioni con l’atteggiamento ottimistico.
La definizione di industria culturale diventa molto ambigua e finisce per identificare diversi concetti: industria editoriale, industria discografica, quella cinematografica, ma un modo per trovarne il vero senso è considerare l’industria culturale come un “sistema” di relazioni, flussi di informazioni che supportano lo sviluppo della società industriale poiché capace di attrezzarsi continuamente nei confronti della complessa mutevolezza delle condizioni sociali di riferimento. Mentre Adorno e Horkheimer puntano la loro attenzione sulla definizione teorica generale e sulle dinamiche di controllo sociale, senza preoccuparsi di definizioni concrete o del pubblico che ne consuma i prodotti [dell’industria culturale], Morin adotta un approccio antropo-sociologico ponendosi una domanda fondamentale, chi e perché consuma i prodotti della cultura di massa? Queste due opinioni possono essere riassunte come i due poli del dibattito sull’industria culturale.
Tra ideologia del progresso e nostalgia del passato
L’affermarsi di un sistema produttivo basato sulla diffusione dell’industria e dei suoi nuovi criteri di organizzazione del lavoro rappresenta un fenomeno dagli effetti socio-antropologici rivoluzionari poiché cambia totalmente le strutture dell’organizzazione sociale. I processi che hanno luogo nel corso del 700 modificano profondamente l’idea di società e di conseguenza lo stato politico, consentendo la diffusione dei principi illuministi, essenziali per la modernizzazione del mondo.
Fulcro della rivoluzione industriale rimane la fabbrica, paradigma della contemporaneità industriale che riscrive i processi di socializzazione a partire dalla concentrazione dei lavoratori in un unico luogo. Nella fabbrica il lavoro si specializza e nasce l’alienazione: l’operaio viene espropriato (alienato) della capacità di realizzare il ciclo produttivo completo e si riduce a essere esecutore di funzioni basilari. Questa logica organizzativa, il taylorismo, introduce la differenza tra un lavoro concreto in cui l’artigiano conosceva il senso complessivo della sua attività e il lavoro astratto in cui è assente la possibilità di intervenire sul ciclo di produzione. Questa prospettiva rappresenta la base della critica degli apocalittici all’industria culturale.
Walter Benjamin sostiene che nell’ambito del moderno la quantità sia diventata un elemento di tipo qualitativo, ovvero che la presenza delle masse nella storia debba essere considerata come un fattore fondamentale per i processi culturali, poiché sulla cultura le masse esercitano il loro peso. La scelta degli intrecci narrativi che sono alla base dei racconti, dei fumetti, dei radio-drammi e del cinema rispondono all’esigenza di rappresentare le condizioni della massificazione in atto nella società, possibili coreografie immaginifiche dei nuovi processi di socializzazione che si identificano nelle pratiche di una cultura in cui si annodano i fili dell’esperienza quotidiana.
Il protagonismo storico delle masse si basa su alcuni meccanismi fondamentali. Il primo è la loro duplicità, agendo sia da produttori che da consumatori delle merci. Il secondo è legato alla trasformazione dell’idea del tempo: la fabbrica introduce la distinzione fra tempo lavorativo e tempo libero, dove quest’ultimo resta comunque funzionale alle strategie economiche poiché dedicato sia ai consumi sia a soddisfare esigenze di socializzazione. Il tempo libero appare subito destinato al reintegro nell’esperienza soggettiva degli aspetti della vita individuale e collettiva (il gioco, la festa). La metropoli diventa il nuovo paradigma urbano, la sede dei rapporti sociali nonché delle fabbriche e dei servizi. Questo processo non è soggetto a confini o nazionalismi, anticipando la globalizzazione.
Per comprendere la società moderna è quindi fondamentale comprendere lo sviluppo delle reti informative, laddove l’informazione acquisisce sempre più un valore che coincide con quello dei beni fisici. Nel passaggio tra 800 e 900 il processo di massificazione riscrive i termini di socializzazione, creando il conflitto tra tradizione e innovazione. Le istituzioni, alla ricerca di modelli politici stabili, individuano nella velocità della massificazione una minaccia verso i meccanismi di produzione e riconoscimento dei saperi, dei poteri e dei ruoli. La classe dei colti individua nelle masse la nascita di “classi pericolose”. Le stesse immagini delle masse proposte dall’industria culturale sono caratterizzate da un sentimento di incontrollabilità pericolosa.
L’uomo-massa riconosce se stesso come unico, autonomo e irripetibile, ma allo stesso tempo egli è se stesso solo nella relazione con l’aspetto collettivo dell’ambiente in cui vive. Le forme dell’industria culturale permettono un equilibrio, creando tra i soggetti nuovi canali di comunicazione che rendono possibile l’integrazione reciproca. La folla si trasforma in pubblico e il consumo si presta a conciliare i meccanismi di individualizzazione e conformità sociale, che si intrecciano nel corpo delle masse, fornendo risposte a un bisogno che coniuga il livello materiale e quello dell’immaginario. La pubblicità quindi non appare come una strategia di persuasione per il plagio collettivo (la tesi di Adorno e Horkheimer) ma piuttosto il punto il cui la società riduce la divisione tra consumo e merce e i beni acquisiscono un uso sociale. Il passaggio dai mercati rionali alle vetrine richiede dunque l’attivazione di meccanismi di comunicazione che accomunino le merci ai linguaggi espressivi.
Infine, ripercorrendo il pensiero di Edgar A. Poe, possiamo affermare che solo illustrando i conflitti in atto nel passaggio tra mondo della tradizione e mondo moderno, i testi e le pratiche dell’industria culturale rendono possibile metabolizzare il cambiamento intrecciando un tessuto di continuità con il passato.
Dalla morte dell'arte allo spirito del tempo moderno
In un mondo che cambia e adotta un modello di produzione sempre più basato sulla merce, le forme dell’arte e della cultura non possono rimanere invariate. L’arte reperisce le sue forme in relazioni alla funzione che riveste all’interno dell’organizzazione sociale del proprio tempo storico. Lo sviluppo delle industrie aveva prodotto la crescita dell’alfabetizzazione, così la fruizione delle opere letterarie aumentò divenendo vero e proprio consumo, coinvolgendo un pubblico nuovo e diverso (le classi lavoratrici) che presto influenzarono la produzione dei testi (lavoro del consumo, Karl Marx). Quello che i lettori, scarsamente alfabetizzati, cercavano era un intrattenimento in grado di restituire loro gli elementi di coesione sociale messi in crisi dalla velocità dei processi di trasformazione delle prospettive di esistenza.
Analizzando i testi del romanzo popolare o del cinema, delle fiction, si riconosce dietro l’apparenza moderna il riproporsi del mito. Ma il fine del progetto artistico non è più il “bello”, bensì nuove aperture soggettive, molto più crude, mostruose. La figura che rende l’idea di questa trasformazione è la creatura di Frankenstein, che ha spopolato anche grazie alla sua dichiarata adesione alla struttura del mito. Non a caso il sottotitolo originale descrive lo scienziato come il moderno Prometeo.
La creatura di Shelly (autrice) rovescia l’hegeliana morte dell’arte in un’arte della morte, che evidenzia come il sentimento del tempo moderno si riversi in estetiche tormentate. Il concetto di sublime teorizzato da Edmund...
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