Partecipazione e cittadinanza nelle politiche socio-educative
Introduzione
Le trasformazioni sociali che caratterizzano la società contemporanea pongono dei problemi di sostenibilità e di legittimazione delle politiche sociali. Queste problematiche portano al centro dell'attenzione sia i rapporti tra le varie fasce di età sia la configurazione plurale del welfare, come elementi imprescindibili per uscire dalla crisi dei sistemi di welfare tradizionali. In tale scenario le politiche socio-educative assumono un ruolo di primo piano.
L’obiettivo del volume è quello di analizzare le politiche socio-educative per le nuove generazioni nel nostro Paese, cercando di comprendere continuità e contraddizioni.
Capitolo 1: Analisi delle politiche nel quadro della trasformazione del welfare
Le trasformazioni sociali che caratterizzano la società contemporanea pongono dei problemi di sostenibilità e di legittimazione delle politiche sociali. Queste problematiche portano al centro dell'attenzione sia i rapporti tra le varie fasce di età sia la configurazione plurale del welfare, come elementi imprescindibili per uscire dalla crisi dei sistemi di welfare tradizionali. In tale scenario le politiche socio-educative assumono un ruolo di primo piano.
Capitolo 2: Cittadinanza e partecipazione
Il percorso del volume è costruito intorno a due questioni: la cittadinanza e la partecipazione. Il dibattito è molto ampio, e dalla ricostruzione presentata emergono i significati che la cittadinanza e la partecipazione assumono nella società contemporanea. L'enfasi sul soggetto attivo emerge nel ripensamento del welfare. Ne consegue una diversa visione dei soggetti nelle politiche che insiste sulla partecipazione attiva dei destinatari. Anche il concetto cittadinanza si amplia e non può essere pensato solo in termini di cittadinanza politica: l'internazionalizzazione cambia le forme di cittadinanza.
Capitolo 3: Situazione italiana tra minorenni e giovani
Normative e pratiche attinenti alla partecipazione e alla cittadinanza dei bambini, adolescenti e giovani con uno sguardo anche alle politiche europee.
Capitolo 4: Inclusione ed esclusione dei minori di origine immigrata
L’inclusione ed esclusione dei minori di origine immigrata pone in risalto la capacità e i limiti delle politiche nel garantire i diritti di cittadinanza e di partecipazione a tutti soggetti, ma rivela anche le ambivalenze e le contraddizioni delle politiche socio-educative di fronte all’eterogeneità.
Capitolo 5: Partecipazione nei processi conoscitivi
Ricerche condotte con i minori a rischio di esclusione sociale.
Le politiche socio-educative nella trasformazione del welfare
Sempre più viene richiamata la necessità di specifiche strategie di welfare che pongano al centro degli interventi i bambini e l'interdipendenza tra le diverse fasi della vita, come via per ridisegnare la sostenibilità e la legittimazione dei sistemi di politiche sociali. Nel welfare mix viene data molta importanza alle politiche socio-educative, in particolare si considera l’infanzia, come tema cruciale delle politiche locali, nazionali ed europee per uscire dalla crisi; dando molto importanza allo sviluppo di servizi di qualità per l’infanzia.
Il welfare state ha avuto diverse trasformazioni e può essere visto come il punto di arrivo di una evoluzione dello Stato nazionale, che si è qualificato rispetto agli interventi di politica sociale come Stato liberista, Stato sociale e Stato assistenziale.
Welfare State: particolare assetto in cui la promozione del benessere sociale dei cittadini diviene obiettivo istituzionale di un Paese, essendo sostenuta finanziariamente e gestita sia tecnicamente sia amministrativamente dallo Stato.
Il Welfare State in Europa si è affermato negli anni '40 del XX secolo, quando si è passati da criteri universalistici di garanzia dei diritti sociali di cittadinanza ad un sistema ridistributivo del reddito e della ricchezza non solo tra generazioni ma anche tra le diverse classi sociali.
Diversi studiosi hanno analizzato le forme e i modelli di politica sociale. La classificazione più utilizzata è quella proposta da Titmuss 1986 che prevede 3 modelli:
- Welfare State del rendimento residuale o della pubblica esistenza: interventi pubblici si attivano solo dove la famiglia e il mercato non possono rispondere.
- Welfare State del rendimento industriale o remunerativo: interventi pubblici di welfare sono strettamente connessi al reddito e all’occupazione.
- Welfare State istituzionale-retributivo: gli interventi di welfare rappresentano il cardine della società e sono universalistici.
Una differente classificazione è quella proposta da Esping-Andersen (1990) quando analizza le combinazioni di Stato, mercato e famiglie nel compensare la tendenza del capitalismo a una mercificazione dell’intera società. A seconda della prevalenza di una delle tre aree, l’autore individua il modello liberale (mercato), il modello socialdemocratico (Stato) e il modello conservatore (famiglia e comunità).
Altra tipologia è quella di Ferrara secondo cui il welfare state rappresenta una forma istituzionalizzata di solidarietà che può essere realizzata in forme variabili, nel 1993 individua 3 modelli:
- Occupazionale: garantisce la copertura dei rischi ai lavoratori.
- Universalistico: garantisce la copertura a tutti i cittadini.
- Combinatorio: rappresenta caratteristiche di entrambi i modelli precedenti e può configurarsi come welfare state occupazionale misto o universalistico misto.
Le differenziazioni dei modelli mostrano come lo stato sociale non è un modello unico, ma può assumere forme differenti nel corso della storia.
I ripensamenti del welfare state sono avvenuti con un cambiamento a livello economico-produttivo e socio-culturale.
I cambiamenti avvenuti sono:
- Squilibrio demografico (diminuzione del tasso di natalità, invecchiamento della popolazione, problemi di equità tra generazione e bisogni della popolazione anziana).
- Trasformazione dei rapporti familiari (insanabilità nella famiglia, separazione e divorzi, indebolimento delle strutture familiari).
- La globalizzazione dell’economia e la crisi economica che ha investito tutti i paesi che rendono difficoltoso il mantenimento dei livelli di spesa pubblica per la protezione sociale, con riduzione dei fondi per le politiche sociali e socio-educative.
- La comparsa di nuove povertà e patologie della modernità, per cui aumentano le forme di povertà sia materiale che relazionale.
- La de-industrializzazione e la modificazione del sistema occupazionale con le emergenze di categorie di lavoratori autonomi.
- L’aumento di individualismo e privatisti negli stili di vita e di consumo, con una crisi del concetto di solidarietà sociale a favore di solidarietà particolaristiche e localistiche.
- La crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro.
- La consistenza di nuove migrazioni, crescita del numero di stranieri che pongono la questione dell’estensione delle garanzie anche a chi non è cittadino ma che godono di diritti riconosciuti a livello internazionale.
Di fronte a questi cambiamenti, i welfare possono orientarsi in modi differenti. Colozzi nel 2002 individua 4 modelli:
- Socialdemocratico: ammodernamento dello stato sociale per rispondere in modo più efficace e efficiente agli imperativi attuali, rendendo compatibili lo sviluppo dell’economia e la tutela dei diritti sociali.
- Liberale: a fronte di un arretramento dei livelli di protezione sociale, tutti gli altri cittadini sono tenuti a provvedere direttamente con strumenti di tipo assicurativo.
- Lib/lab: combinare le due posizioni precedenti sostenendo un universalismo selettivo, cioè garantendo a tutti un minimo di prestazione essenziali ai quali si potranno aggiungere livelli di protezione private o assicurative.
- Societaria o del pluralismo societario: analizzando la società composta da quattro sfere (politica, economica, terzo settore, privato/sociale, famiglie) si ripensano le relazioni tra stato e mercato.
Ferrara 1998 sostiene che il processo welfare state, in relazione alla crisi, deve costruire un welfare sostenibile equilibrando rapporti tra generazioni e tra uomini e donne, finanziariamente sano, incentrato su criteri di giustizia pubblicamente difendibili.
La politica sociale è “l’insieme più o meno coerente di principi e azioni che determinano la distribuzione e il controllo sociale del benessere di una popolazione per la via politica, il che non significa che il benessere venga assicurato direttamente dalla politica, né tantomeno dal sistema politico, ma che necessita della mediazione politica intesa come modalità normativa di perseguire e regolare le relazioni fra le persone e fra i gruppi sociali in quanto soggetti di cittadinanza”.
Il suo compito è la promozione del benessere socio-economico, rispetto alle disuguaglianze sociali esistenti in una società, distribuendo le risorse e le possibilità. Questo compito è reso più complesso nella società attuale dalle molteplici sfide che si presentano e che contribuiscono alla diffusione di una rappresentazione di rischio diffuso di fronte al quale aumenta la richiesta di protezione sociale.
Il nuovo “assetto” delle politiche sociali post-industriale si indirizza verso una limitazione dei meccanismi gestiti dallo stato, favorendo una pluralità di attori provenienti dalla comunità e “dal basso” attraverso iniziative solidaristiche. Tutto ciò porta a un ripensamento delle politiche stesse come una unione tra micro e macro e tra vita quotidiana e istituzioni. È qui che crescono le collaborazioni tra pubblico e privato consolidando un sistema di welfare mix.
Il concetto di welfare mix sottolinea la ripartizione tra soggetti pubblici, privati e di privato sociale delle responsabilità per il benessere di una comunità e della gestione delle attività di welfare, nonché la produzione delle politiche sociali. Si tratta di un sistema di protezione sociale nel quale la progettazione e produzione di condizioni di benessere, non sono più prerogativa dello stato, ma vedono il coinvolgimento di molteplici organizzazioni ed agenzie.
Il caposaldo delle politiche sociali è il principio di sussidiarietà, persona-cittadino come protagonista e risorsa per gli altri, in relazione con tutti gli altri attori delle politiche sociali. La sussidiarietà serve a regolare i rapporti e a creare e a salvaguardare relazioni tra persone e comunità per l’interesse del bene comune. Lo stato in questo sistema assume il compito più difficile cioè diviene garante delle regole e della qualità dei servizi e delle prestazioni svolgendo un ruolo di indirizzo, coordinamento e mediazione tra attori e interessi diversi, lasciando ai soggetti la gestione dei servizi stessi.
Sempre più si parla di welfare municipale e comunitario in cui l’ente locale e la comunità acquisiscono un ruolo centrale. La welfare society starebbe ad indicare un progressivo consolidarsi delle interazioni pubblico privato e il riconoscimento della famiglia come soggetti centrali della cura e dell’assistenza implicando una posizione di pari dignità tra tutti gli attori partendo proprio dalla società civile.
La pluralizzazione degli attori
La pluralizzazione degli attori caratterizza gli attuali sistemi di welfare mix con una progressiva transizione di responsabilità dalle amministrazioni centrali a quelle locali e al terzo settore, sia dal punto di vista della gestione delle politiche sociali ma anche nelle fasi di progettazione. A seconda della concezione della responsabilità dello stato e dei rapporti tra istituzioni pubbliche e organizzazioni no profit, Ranci 1999 individua tre modelli di welfare mix:
- Welfare plurism: lo stato sostiene la crescita del settore privato considerato più efficace nell’erogazione dei servizi.
- Modello sussidiario: collaborazione tra autorità pubbliche e organizzazione no profit sia da un punto di vista finanziario che per le politiche.
- Modello a dominanza pubblica: finanziamento pubblico dei servizi forniti dall’organizzazione non profit e nel quale il problema diviene la regolazione del terzo settore.
L’autore afferma che qualunque sia il modello adottato per lo sviluppo del terzo settore crea l’esigenza di una nuova forma di regolazione pubblica “capace di integrare le esigenze e i compiti delle autorità pubbliche con quelle no profit”.
Le forme di regolazione economica e le modalità di partecipazione al processo decisionale nei sistemi di welfare locale configurano differenti modelli di rapporto tra organizzazioni private e soggetti pubblici (Pavolini, 2003):
- Modello vendor: ente pubblico è l’unico responsabile e non permette alle organizzazioni private di partecipare al processo di policy making.
- Mutuo accomodamento: l’ente locale tende ad avere una relazione non conflittuale con il terzo settore, si limita al finanziamento e non li coinvolge al processo decisionale.
- Negoziazione: le organizzazioni private partecipano al policy making e alla progettazione.
- Accreditamento: l’ente pubblico ha rapporti indiretti con il privato, infatti preseleziona i fornitori e poi lascia agli utenti il diritto di scelta.
A partire dagli anni '90 vi è una crescita dei rapporti tra pubblico e privato. Oltre al terzo settore, i nuovi orientamenti valorizzano anche la società civile e le reti primarie. Nell’analisi comparativa alcuni autori individuano che nel welfare mix del modello sud europeo, quindi anche italiano, l’importanza della famiglia come agenzia di redistribuzione di risorse. Il ruolo della società civile come fonte di welfare si rafforza e si esprime nelle forme organizzate di tutela e promozione dei diritti sociali e umani dei cittadini, nell'associazionismo familiare, nelle nuove organizzazioni no profit che producono servizi e nelle agenzie di mercato con un particolare orientamento etico.
Questi nuovi modi di essere del Pubblico non implicano la scomparsa dello Stato, ma propongono l'immagine di uno Stato che incontra il privato sociale, sempre meno erogatore ma sempre più gestore e controllore.
La pluralizzazione degli attori del welfare ha delle ricadute anche sulle fasi di programmazione delle politiche. La programmazione può essere guidata da criteri e parametri diversi. Di particolare importanza è il modello partecipativo nel quale la programmazione ha un ruolo politico di azione collettiva: il pianificatore stimola i cittadini e la società civile a scoprire i propri bisogni e a cercare le modalità per soddisfarli anche se la valorizzazione delle comunità locali non implica la deresponsabilizzazione dello stato. Il modello che trova più fortuna è quello della pianificazione strategica che definisce macro obiettivi e stimola le interazioni tra gli attori sociali, attivando un processo negoziale: Moro evidenzia la possibilità di disegnare modelli di partecipazione in cui il cittadino-persona sia protagonista non solo come singolo ma in quanto membro di comunità di vita. A questo riguardo possono essere ricordate la legge 285/97 e la 328/00 per l’impulso dato a pratiche di progettazione partecipata.
La 285/97 Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza, stabilisce il vincolo di coinvolgere le organizzazioni di terzo settore nei processi di policy making per accedere ai finanziamenti statali. La 328/00 legge quadro per la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi sociali, riafferma il ruolo della società civile nei processi decisionali del welfare municipale rafforzando i modelli di co-progettazione e di concertazione.
L’art. 18 della legge 328/00 propone un programma articolato su tre livelli dove vengono distribuite le competenze nazionali, regionali e locali. In particolare, la legge prevede un piano nazionale per i servizi sociali, piani sociali regionali e piani di zona. Il piano di zona stabilisce che “i comuni, associati negli ambiti territoriali previsti dalla regione attuano un’integrazione tra servizi sociali e sanitari”. In questo senso viene valorizzata una pluralizzazione degli attori di politica sociale. Questo orientamento di decentramento si può riscontrare anche nel campo delle politiche dell’istruzione.
L’attribuzione di autonomia agli istituti scolastici si unisce a una ridefinizione delle competenze dei diversi attori istituzionali del sistema dell’istruzione e della formazione che si ispira ai principi della governance e definisce un ruolo importante delle regioni e dei comuni nei sistemi locali dell’istruzione e della formazione. Le aree educative si aprono agli attori privati, e all’interno della governance territoriale i processi di istruzione, gli istituti scolastici autonomi e comuni vengono riconosciuti come soggetti di pari dignità e responsabilità rispetto all’istruzione dei cittadini e sempre più diffusa la collaborazione per la gestione delle risorse.
Il modello di governance, nel quale si affiancano processi di decentramento e di coordinamento orizzontale alla permanenza di una struttura centralizzata, in Italia si trova di fronte a tre prospettive: 1. Il ritorno a dispositivi burocratico-professionali con un fallimento della riforma dell’autonomia; 2. Il prevalere di logiche competitive e particolaristiche; 3. La costruzione di reti orizzontali e simmetriche supportate dal ministero e enti locali di valorizzare competenze locali e pratiche collaborative in una logica di empowerment diffuso (prospettiva auspicata ma che risulta meno probabile).
Il ruolo dell’ente locale e delle famiglie
Si parla di welfare locale per mettere in risalto sia le “differenti combinazioni di attori coinvolti a vario titolo nell’attivazione e implementazione delle politiche.
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