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Sociologia dell'ambiente

Crisi ambientale come insostenibilità

L’essere umano finora si è espanso come numero di unità e come spazi ed ecologicamente è una specie di successo, ma questo suo boom è destinato a tracollare in un futuro piuttosto prossimo. L’ecologia insegna che le specie che crescono rapidamente possono incorrere in un tracollo, e questo non sarà di origine naturale come può essere un meteorite o l’eruzione di un vulcano, ma si tratterà delle scelte che l’umanità stessa impiegherà. È l’uomo il responsabile della decadenza e non la natura. Sono infatti gli attuali ritmi dell’azione umana ad essere insostenibili. L’insostenibilità futura si basa su una famiglia di criteri che riguarda il calcolo dell’impatto o dell’ingombro dell’attività umana sul loro supporto fisico. Se questo diventa troppo alto rispetto alla capacità di tenuta o riassorbimento ambientale, si parlerà di insostenibilità.

Viene poi introdotto il concetto di spazio ambientale, ossia la quantità di spazio naturale che gli esseri umani possono utilizzare senza danneggiarne permanentemente le caratteristiche essenziali e dipende da diversi fattori tra cui la capacità di carico degli ecosistemi, la capacità di rigenerazione delle risorse naturali e dalla quantità di risorse disponibili. In sostanza spazio ambientale = uso ecologico della natura che si riferisce alla fruizione dei beni naturali senza che ne vengano alterati eventuali usi futuri o caratteristiche essenziali.

  • L’utilizzo di una risorsa rinnovabile non può essere più rapido del suo ritmo di rinnovamento.
  • L’emissione di materiali non può essere maggiore della capacità di assorbimento dell’ambiente.
  • L’utilizzo delle risorse non rinnovabili deve essere ridotto al minimo.

Questi principi individuano precisi limiti allo sfruttamento delle risorse naturali, che oltrepassati non consentono all’ecosistema di rigenerarsi ma, al contrario, crolla, si degrada e rende per sempre non disponibile una serie di beni nella loro originale combinazione. Utile sarebbe calcolare la soglia di non ritorno oltre la quale il sistema tracolla trascinando con sé l’uomo, tuttavia si tratta di un processo molto complesso di previsione che origina la sua complessità in tre fattori:

  • Non si conosce la soglia di degrado irreversibile di molti ecosistemi a causa della non conoscenza della loro elasticità, ossia la loro resilienza (capacità di tornare al proprio equilibrio dopo una grave perturbazione).
  • È necessario considerare fattori tecnologici che consentono il drastico consumo o addirittura l’abbandono di una risorsa in via di esaurimento.
  • Le preferenze umane sulla fungibilità dei beni e processi naturali che in gran parte non si possono misurare (per esempio, il nuovo atteggiamento verso la riproduzione).

Concentrandoci sul primo punto per singole specie o per ecosistemi circoscritti è possibile calcolare con abbastanza certezza il grado di insostenibilità dell’azione umana (come per esempio gli animali in via d’estinzione). Tentativo interessante di misurare nel suo complesso la sostenibilità è l’impronta ecologica che rappresenta una traduzione in ettari di superficie terrestre dell’ingombro dell’attività umana, cioè quanto suolo occupa la presenza umana nelle sue varie forme. L’utilità ne scaturisce grazie al fatto che l’impronta prevede anche quanto le risorse (sempre in ettari di superficie) sono sfruttabili e quanto gli scarti sono riassorbibili dall’ambiente.

L’impronta consente di valutare sinteticamente e comparabile al consumo di capitale naturale da parte di una collettività. Tutto ciò serve a cogliere i cambiamenti nel tempo ed è utile per monitorare i progressi nella “riduzione dell’insostenibilità”. Di fatti, questo pacchetto di indicatori non riesce a cogliere la totalità dell’insostenibilità né a calcolare il punto di tracollo, ma è utile a fare confronti spazio-temporali grazie ai quali misurare la direzione dell’umanità rispetto alla sua base ecologica.

Al momento l’umanità sta erodendo il proprio capitale naturale, l’impronta ecologica media è di 2.8 ettari, ma sono disponibili solo 1.7 ettari, l’impronta supera la disponibilità del 35%.

Crisi ambientale come ingiustizia sociale

È vero che l’umanità cresce di numero ovunque, ma per mantenersi in vita impegna quote di capitale naturale differenziate a seconda del luogo di residenza. La disponibilità di risorse naturali è solo in parte frutto di una distribuzione che l’uomo ha ereditato dalla distribuzione delle risorse dettata dalla natura, ma è anche il prodotto di molti aggiustamenti e modifiche introdotte in secoli di colonizzazione dell’ambiente naturale. Lo squilibrio temporale delle risorse non riguarda solo il passato ma anche il futuro, poiché si ripercuoterà anche sulle generazioni a venire. Per quanto riguarda lo squilibrio territoriale si può parlare di crisi ambientale perché alcune zone del mondo sono state colpite dal degrado in modo assai più sproporzionato.

La stessa questione può essere definita in modo più politico affermando che il malessere ecologico di una zona è funzionalmente legato al benessere dell’altra. In questo caso l’ingiustizia ambientale è più densa di significati. L’ingiustizia ambientale su base territoriale è palese nella questione rifiuti. Si sa infatti che in Italia, per esempio, lo smaltimento dei rifiuti è diretto al sud Italia. La Campania poi registra un livello altissimo di smaltimento illegale ed è un'industria che prolifera grazie a un’ampia rete di clientelismo e corruzione nelle istituzioni. Questa poi è in grado di accaparrarsi un vasto consenso sociale attraverso la gestione di posti di lavoro e la creazione di imprese lungo tutta la filiera dei rifiuti. Il danno ambientale per chi vive attorno alle discariche abusive è enorme.

Altro tipo di squilibrio territoriale è legato alla linea urbano-rurale. Di fatti, la città preleva risorse preziose dalla campagna, le sfrutta e le restituisce fortemente degradate. La geografia del degrado è comunque una questione veramente complessa e intricata se si guarda in Europa e in Italia. Più netto e grave è lo sbilanciamento ambientale tra paesi ricchi e paesi poveri che si palesa grazie all’utilizzo dell’impronta ecologica che dimostra che un abitante medio di un paese del nord consuma 10 volte la quantità di risorse naturali di uno medio del sud, producendo poi il problema dei rifiuti.

Parlando di deficit ecologico, i paesi con più alto deficit non sono più quelli densamente popolati o che soffrono di assenza di un retroterra agricolo rurale, ma è legato a un livello straordinariamente alto di consumi di energia e di beni. Esistono quindi tre tipi di paesi: quelli ricchi di risorse ambientali e finanziarie che riescono a pareggiare la propria impronta ecologica; quelli ricchi finanziariamente che hanno deficit biologico; quelli ricchi di risorse ambientali ma poveri di risorse finanziarie.

Dove i paesi in deficit reperiscono le risorse naturali che consumano? La risposta è data dall’importazione e questo pone una grossa polemica: l’impatto sociale ed ambientale del commercio mondiale che porta a squilibri finanziari. La potenza finanziaria garantisce posizioni di monopolio o oligopolio con la conseguente facoltà di stabilire i prezzi delle merci, andando ad intaccare la sopravvivenza delle imprese fornitrici di materie prime che danno stabilità all’occupazione. Tutto ciò a guadagno di imprese multinazionali che diventano sempre più forti, sia sul versante finanziario che su quello commerciale; i paesi del terzo mondo, le imprese locali e i lavoratori diventano sempre più deboli e ricattabili.

I beni naturali detenuti dai paesi del sud sono quindi merce di scambio a basso livello dando vita al dumping ambientale. Per dumping ambientale si intende la svendita di beni naturali in quanto privi di misure volte a proteggerli. Accanto a questo si sviluppa il dumping sociale: i beni naturali costano poco perché il personale addetto al prelievo riceve un salario basso e si trova sprovvisto di forme di tutele sindacali e previdenziali. Nota bene: la multinazionale accede allo sfruttamento di un territorio per pochi soldi. Ha la possibilità di disporre di manodopera locale a basso prezzo ed è sottoposta a pochi vincoli di ripristino dell’area (rimboschimento, per esempio). Questo fa sorgere critiche da parte dei liberisti, che spostano l’attenzione sulle distorsioni del funzionamento del mercato.

La crisi ambientale come decadimento della qualità della vita

Quando si parla di qualità della vita vanno considerati due aspetti: la salute e l’artificializzazione. La salute è la speranza insita dell’uomo di vivere meglio e con un corpo prestante senza il dolore per più tempo possibile. In questa declinazione la crisi ecologica significa l’insorgenza di nuove patologie legate all’ambiente poco salubre in cui siamo inseriti. La seconda dimensione è l’artificializzazione inteso come “distacco dell’uomo dal suo substrato naturale”; sta ad indicare l’allontanamento da pratiche di vita legate all’inserimento dell’uomo nell’ecosistema come uno scollamento tra ambiente e salute e questo lo si evince da due filoni:

  • Manca un contatto con la natura e questo lo si capisce dal fatto che l’azione dell’uomo ha pervaso in maniera capillare e sistematica che non è più rimasto segno di natura vergine. Questa trasformazione ha avuto poi una forte accelerazione con la rivoluzione industriale. I boschi europei sono in larga misura artificiali e stati stopposi ad un prelievo massiccio nei periodi preindustriali (es. castagne).
  • Non si seguono i ritmi della natura: l’uomo non ha solo perso il contatto con la natura ma ha perso anche i ritmi. La critica in questo caso è più insidiosa, è legata ad un’organizzazione troppo razionale della vita. Il dominio sulla natura ha fatto sì che l’uomo possa prescindere quasi completamente dai vincoli e i ritmi di questa. Il punto più duro di questa argomentazione è legato al “biologismo sociale” una corrente di pensiero nella quale si sostiene che l’uomo debba sottomettersi alle regole della natura e dell’ecosistema in cui è inserito (riproduzione e convivenza). Una versione meno dura sta nella “sacralizzazione” ossia nel riconoscimento che il funzionamento della vita e del cosmo trascendono l’uomo.

Gli strumenti per capire se e come si manifesta questa artificializzazione della vita sono diversi: possono essere oggettivi ossia che fanno riferimento a dati sulla conservazione della specie e degli ecosistemi, o soggettivi. Un altro criterio per capire l’artificializzazione è la biodiversità che riguarda il numero presente di specie in un territorio, la diversificazione degli ecosistemi e la variabilità genetica degli individui all’interno delle specie. Il degrado e la distruzione degli ecosistemi hanno indubbiamente impatto morale e psicologico che incide anche sull’aspetto soggettivo.

Ambiente e società: lo sguardo sociologico

Che differenza c’è tra i concetti di ambiente e natura? Ambiente e natura sono due parole chiave per la lettura sociologica dell’ambiente. Ci sono diversi significati; Natura intesa come totalità del mondo fisico inclusi gli esseri umani; come sfera del non umano ovvero ciò che non è alterato dall’uomo; natura come essenza di qualità innate e permanenti che fanno di un essere quel che è. Quindi l’uomo è unito e al tempo stesso separato dalla natura attraverso la cultura: una struttura di significati trasmessi e incarnati in simboli attraverso la comunicazione dell’uomo.

Il termine Ambiente fa riferimento “a ciò che è intorno”. Fa riferimento sia alla natura che a fenomeni artificiali. Tuttavia, gli impieghi della parola fanno riferimento ad una relazione: non si può parlare di ambiente se non in riferimento a un oggetto o un’entità che si distingue da esso. In sociologia, il significato di ambiente si avvicina a quello di spazio o territorio inteso come parte di territorio su cui si svolgono azioni umane. Per la sociologia dell’ambiente interessa viceversa quello che spesso viene chiamato ambiente naturale. La specificazione indica che per ambiente si intende qui l’insieme degli elementi e dei processi fisici, chimici e biologici che costituiscono la base materiale dell’esistenza delle specie viventi e che hanno reso possibile, attraverso la loro crescente manipolazione, l’attuale espansione della popolazione umana e il grado di sviluppo economico di una parte di essa.

L’ecologia è una disciplina che, negli ultimi anni, ha assunto rilevanza sia in termini scientifici che culturali e che è mutata in base alle correnti di pensiero. I primi usi del termine risalgono ad una prospettiva che si rifaceva alla teoria evoluzionistica ed organicista (idea secondo cui individui distinti si comportano, per certi versi, come parti di un singolo individuo, possono cioè essere considerati come elementi di un ordinamento superiore) in quanto, secondo Haeckel, l’ecologia è la scienza dell’insieme dei rapporti degli organismi con il mondo esterno in generale, con le condizioni organiche e inorganiche dell’esistenza. Questa chiave di lettura è superata con l’introduzione del concetto di ecosistema negli anni '40 e con l’impiego della genetica e della fisica. Infatti, l’approccio ecosistemico non ha per oggetto solo le relazioni tra gli organismi viventi, ma anche delle relazioni tra organismi e fattori abiotici. Gli ecologi si avvalgono sempre più della cibernetica: lo studio dei sistemi di regolazione e comunicazione tra macchine e organismi grazie al quale ora si ha anche un feedback: se A agisce su B, la modificazione di B può influire a sua volta su A. Feedback che può essere positivo o negativo. L’ecologia è anche ricerca applicata.

Crisi e modernità

Il concetto di crisi è strettamente legato alla modernità. La modernità per noi è il qui e ora. Dalla modernizzazione (cioè l’insieme di cambiamenti economici, politici, sociali e culturali che hanno caratterizzato gli ultimi 200 anni) sono tre gli aspetti salienti per noi: la razionalizzazione intesa come centralità di elementi (regolarità, ripetibilità, controllabilità) dove quindi emerge l’aspetto dell’efficienza calcolabile; la differenziazione, cioè divisione del lavoro in senso tecnico e organizzativo ma anche sociale; individualizzazione, cioè rottura del legame sociale e il venir meno della solidarietà. Tre aspetti profondamente legati e che delineano il contesto di crisi ecologica.

Rischio

Il termine rischio si diffonde in Europa con l’invenzione della stampa. Con l’avvento della modernizzazione (Razionalizzazione-Individualizzazione-Specializzazione funzionale) il termine rischio assume un significato che ha a che fare con il calcolo, la previsione e il controllo e di conseguenza i fattori di rischio risiedono anche negli esseri umani, nella loro condotta e nei loro rapporti. Tutte le culture hanno sviluppato un’idea di pericolo, ma il concetto di rischio nasce quando si concepisce l’azione e chi commette l’azione. Formulazione chiara della distinzione tra rischio e pericolo è quella di Luhmann: si ha un rischio quando il verificarsi di un evento, dannoso o vantaggioso, è ritenuto connesso a una decisione. Pericolo invece è un evento dannoso il cui verificarsi è considerato estraneo a qualsiasi decisione (come ad esempio un terremoto).

Vi è un terzo termine: incertezza, termine introdotto da Knight che aiuta a specificare il termine di rischio in quanto: si ha rischio quando è possibile il calcolo delle probabilità del verificarsi di un evento; incertezza invece quando manca tale possibilità. In altre parole, il rischio costituisce un caso particolare di incertezza: quello dove è possibile calcolare le probabilità di un evento. Altra distinzione è fatta da Keynes tra probabilità oggettive (basate sull’accumulazione di dati empirici relativi a eventi o ad esperimenti) e probabilità personali o soggettive (la stima qui si basa su opinioni basate su conoscenze o esperienze come avviene per le previsioni degli esperti). In ogni valutazione del rischio poi entrano due elementi: la possibilità di accadimento di un certo evento e la magnitudo (ampiezza, portata) delle sue conseguenze.

La questione ambientale e la sociologia dell'ambiente

La crisi ecologica si profila nel secondo dopoguerra tra gli anni '50 e '60, e la sociologia dell’ambiente compare alla fine degli anni '70. L’evento che segna una svolta nella percezione collettiva e più in generale del rapporto tra natura e società è il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Ma i problemi che cominciano ad attirare l’attenzione in questi anni non sembrano mettere in discussione il modello di sviluppo economico di quegli anni né il sapere tecnico e scientifico che li sostiene. L’interpretazione di disastri ambientali come casi isolati e temporanei portò ad una sottovalutazione delle conseguenze di ciò che stava accadendo.

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Scienze politiche e sociali SPS/10 Sociologia dell'ambiente e del territorio

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 4r4ab3ll4 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di sociologia dell'ambiente e del territorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Pellizzoni Luigi.
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