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Pedofilia tra devianza e criminalità – Gianmarco Cifaldi

Introduzione

La Convenzione sui diritti dell’infanzia, approvata dalle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989, promuove dei diritti per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale. Le politiche per l’infanzia hanno rivestito un ruolo di primo piano.

Per quanto riguarda la violenza sessuale o lo sfruttamento sessuale dei minori, l’azione di Governo e l’attività legislativa hanno dato vita ad interventi e strategie di diversa natura tra i quali l’istituzione degli Uffici minorili nel 1996 e la formazione della Commissione nazionale per il coordinamento degli interventi in materia di maltrattamenti, abusi e sfruttamento sessuale dei minori. La legge n. 269 del 1998 ha modificato il codice penale introducendo reati specifici, come la pedopornografia e il turismo sessuale, consentendo la creazione di siti trappola e l’inasprimento della pena.

La legge n. 388 del 2000 prevede ulteriori investimenti per la prevenzione delle violenze ed il recupero psicoterapeutico dei minori vittime e degli adulti abusanti. Se la criminalità è la violazione delle norme, allora la pedofilia è soprattutto negazione dei diritti dell’infanzia. Quello della pedofilia è un fenomeno complesso, che può avere conseguenze irreversibili sulla personalità in formazione del bambino non ancora sessualmente autonomo e alla ricerca di modelli di comportamento.

La violenza sessuale del pedofilo non nasce per caso, ma è un fenomeno che ha le sue radici psicologiche e si sviluppa in una dialettica molto stretta tra pedofilo, bambino e società. Per combattere la pedofilia è necessario vincere le resistenze etico-culturali intorno ad un fenomeno che ha assunto, oggi, le dimensioni di un grave e tragico problema sociale. Bisogna conoscere e affrontare correttamente il problema, ciascuno con le proprie competenze e in rapporto al proprio ruolo.

La pedofilia si combatte anche quando ci si intrattiene dall’insultare un bambino; quando non si dà dell’educazione una compravendita di premi e di regali; quando si comprende che la televisione o il computer non possono essere i sostituti del dialogo e del rapporto con i genitori. Prevenire la pedofilia significa comprendere come possa una persona diventare pedofila ed evitando che ciò avvenga; fare in modo che i bambini non corrano il rischio di subire il fascino e l’attrazione perversa di un pedofilo, sensibilizzare la società a guardare questo problema come una responsabilità di tutti.

La pedofilia tra storia e cultura – Capitolo 1

1.1 La pedofilia del passato

Nelle pagine della storia dell’uomo troviamo tracce dell’abuso sessuale verso i minori. Già nella Grecia del V secolo a. C. l’amore efebico è comunemente accettato. Tale pratica persisterà lungo tutto l’arco della storia greca e romana. Se ne attribuisce l’introduzione a re Laio, padre di Edipo e spasimante non corrisposto del principe Crisippo, che Euripide rese famoso per averlo descritto, in una delle sue tragedie, come dedito alle donne e scarsamente incline agli amori pederasti.

Nella Grecia dell’età classica, Platone nel Simposio afferma che l’amore puro è quello che si prova non nei confronti delle donne, ma nei confronti degli uomini.

1.2 La pedofilia dalle origini ai nostri giorni

Già in alcune popolazioni che per prime hanno abitato la Terra era praticata una forma di pederastia (dal greco: rapporto tra un maschio adulto e un ragazzo prepubere) che aveva prettamente il significato di iniziazione, ossia i ragazzi attraverso questa pratica erano accolti nel rango degli adulti. Atene si distingue per le norme sulla pederastia. Infatti, gli ateniesi ritenevano che l’amore, anche fisico, che poteva legare un adulto a un ragazzo prepubere fosse una condizione favorevole alla trasmissione del sapere e delle leggi della polis. Ciò che interessava del ragazzo, si sosteneva, non era la sessualità in sé, quanto la sua plasmabilità e lo sviluppo della sua personalità. Mentre, il sesso con i fanciulli – pedofilia (dal greco: tutte le forme di rapporto etero e omosessuale tra bambini e adulti) – veniva punito con condanne severe fino alla pena di morte.

Anche nell’antica Roma la pederastia era diffusa, senza però quella giustificazione pedagogica e filosofica tipica dei greci. Emblematico, infatti è il rapporto maestro-allievo. La pedofilia, invece, era ufficialmente condannata come in Grecia. Platone auspicava che gli abusi nei riguardi dei giovani fossero proibiti dalla legge; un secolo prima la stessa questione era stata portata in scena da Eschilo nel ‘Laio’. A Roma, Svetonio condannò l’uso dell’imperatore Tiberio di fare giochi sessuali, durante il bagno, con bambini molto piccoli.

A partire dal II secolo d.C. si avvertirono i primi segnali di una rivoluzione di ingente portata sulla sessualità. Stoici e neoplatonici esortarono tra i primi alla moderazione, all’autocontrollo, all’ascetismo. E se i Concili raccomandavano la massima cautela ai maestri, le canzonette cantate dagli allievi contro i maestri corrotti denunciavano la diffusione di pratiche omosessuali negli ambienti religiosi.

Nel Medioevo e nei secoli successivi ci fu sempre una diffusa promiscuità tra adulti e bambini, anche per la condivisione degli spazi di giorno e di notte. Nella seconda metà del Seicento si incominciò a guardare con determinata riprovazione a questo tipo di abitudini, nasce in Francia una letteratura pedagogica ad uso dei genitori e degli educatori, che aveva lo scopo di salvaguardare l’innocenza infantile. Si raccomandava di non far dormire più i bambini nello stesso letto, di evitare di coccolarli, di sorvegliare le loro letture, di non lasciarli da soli con i domestici. Si cominciava a temere che certe usanze potessero travalicare i confini del gioco e lasciare tracce negative nella psiche ancora in formazione.

I bambini sono sempre stati esposti alla sessualità e agli approcci degli adulti anche se c’è sempre stato, in ogni periodo storico, chi condannava la promiscuità sottolineandone l’immoralità o i contraccolpi a livello fisico e psicologico per i più piccoli. Durante il Rinascimento, il reato di devianza sessuale fu ovunque punito con la pena di morte. Durante questo periodo, però, soprattutto in Italia, è presente una corrente seminascosta di erotismo artistico, che indica come la repressione fosse lontana dall’essere pienamente efficace. Venne, quindi, riportato in vita il culto della pederastia, come dimostrano i nudi di adolescenti del Verrocchio, di Botticelli e di Leonardo, ma con un carattere meno spirituale rispetto a quello che aveva avuto in Grecia. Per designare il congiungimento con questi giovani venne coniato il termine ‘buggerare’, che corrisponde all’attuale sodomizzare.

Nel XIX secolo, un sodalizio di poeti inglesi, conosciuti con il nome di ‘uraniani’, esaltava la pederastia in nome della tradizione greca, infatti, uomini colti prendevano sotto la loro protezione ragazzi della classe lavoratrice, allo scopo di amarli, aiutarli e guidarli. In alcune società, i rapporti sessuali con i fanciulli sono giustificati sulla base di altre credenze. Ad esempio il sulamitismo, ossia la credenza che, attraverso il congiungimento con un fanciullo si possa allungare la propria vita, quasi carpendo l’essenza vitale del giovane. Caratteristica comune di queste pratiche è il rifiuto o l’incapacità di considerare il minore una persona, gli si rifiuta la possibilità di decidere per se stesso e per la propria vita.

1.3 Quale pedofilia

L’incesto, ovvero l’unione sessuale tra consanguinei, conosce una drastica proibizione in tutte le epoche e in tutte le culture, tanto da costituire un vero e proprio tabù universale. Galimberti riporta le principali interpretazioni che spiegano il perché del divieto all’incesto:

  • La teoria biologica sostenuta da Morgan, secondo cui i figli nati da rapporti consanguinei sarebbero più predisposti a malformazioni e malattie per il prevalere, in queste unioni, dei caratteri recessivi;
  • La teoria della familiarità sostenuta da Malinowski, secondo cui la relazione sessuale tra consanguinei incontrerebbe un ostacolo di tipo psicologico dovuto ai rapporti di familiarità che produrrebbero un’istintiva ripugnanza per i rapporti sessuali;
  • La teoria totemica di Durkheim, secondo cui gli appartenenti allo stesso clan totemico sarebbero persuasi di avere in comune una medesima sostanza materializzata nel sangue;
  • La teoria culturale di Levi Strauss, secondo cui tutte le società si fondano sul divieto di questo tipo di rapporto sessuale, in quanto tale divieto è alla base della formazione di una collettività che superi i ristretti confini del clan;

L’incesto è percepito come un’esperienza regressiva da quasi tutte le società umane che in esso vedono un fattore di isolamento e di ripiegamento delle famiglie su se stesse e, quindi, una minaccia alla formazione di comunità più ampie, dove uno dei collanti è appunto la possibilità di realizzare transazioni sessuali tra famiglie diverse. Freud ha visto nell’incesto uno dei più tipici tabù, e ne ha indicato l’origine ontogenetica nel complesso di Edipo, riducendo questo, a sua volta a una situazione originaria di rivalità tra figlio e padre per il possesso della madre e delle sorelle.

L’incesto dunque è stato avvertito da tutte le società come una gravissima infrazione alla legge naturale, ma è stato considerato in maniera difforme dalle legislazioni dei vari popoli. I Greci, ad esempio, furono, almeno in età più antica, abbastanza tolleranti, a differenza dei Romani presso i quali per lunghi periodi l’atto fu punito con la morte. Mentre nel Medioevo la punizione dell’incesto fu prevalentemente di pertinenza ecclesiastica (punito con la scomunica), le legislazioni degli Stati moderni lo considerano un reato fino agli inizi del XIX secolo. In Occidente, molti paesi – tra cui Germania, Stati Uniti, Svezia, Svizzera – lo considerano un reato a se stante; altri, come in Francia, Belgio e Portogallo, ne fanno un aggravante di altri reati.

In Italia la legge punisce chiunque compia atti sessuali con un minore. Ma specifica che, qualora il colpevole sia l’ascendente, il genitore (anche adottivo), il tutore, oppure un’altra persona a cui il minore è affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, di vigilanza o di custodia o abbia con lui una relazione di convivenza, l’età del minore considerata affinchè l’attività sessuale che lo coinvolga è ritenuto reato, si innalza dai quattordici ai sedici anni. Viene riconosciuta una specifica rilevanza a quelle forme di abuso sessuale che avvengono in famiglia o, comunque, nell’ambito di una relazione di fiducia e di dipendenza tra minore e adulto.

Quando si parla di pedofilia ci si riferisce solitamente in modo generico ad ogni forma di abuso sessuale da parte di un adulto verso un bambino prepubere. Dovremmo distinguere tra pedofilo di tipo esclusivo, ossia che è attratto solo dai bambini, da quello non esclusivo, che accanto ad attività eterosessuale con i pari, predilige in alcuni casi un oggetto sessuale immaturo, ossia un bambino. Dobbiamo anche distinguere se gli atti di pedofilia si concentrano solo in casa, cioè se l’attività di pedofilia sia limitata all’incesto, oppure coinvolge vittime non appartenenti esclusivamente all’ambito familiare.

È importante operare una distinzione tra abuso sessuale sui minori di tipo intrafamiliare ed extrafamiliare. I casi di abuso domestico sarebbero, secondo le stime, più numerosi di quelli compiuti dai pedofili sconosciuti alla vittima. L’impatto dell’abuso sulla vittima, quando l’abusante è al tempo stesso il padre, il fratello, il tutore o l’adulto di riferimento del minore, è sicuramente di grande entità. Si tratta della forma più inquietante di sopruso, perché viene perpetrata dagli adulti di riferimento per il minore, ossia coloro in cui ripone la maggiore fiducia e che considera la fonte primaria di protezione, di insegnamenti di modelli di comportamento.

Questo può causare nel minore un’alterazione dell’equilibrio psichico presente e futuro, innescando sentimenti di autosvalutazione, incapacità di stabilire relazioni affettive armoniose, difficoltà di accedere ad una vita sessuale e genitoriale soddisfacente. Gli abusanti di tipo intrafamiliare difficilmente sono pedofili di tipo esclusivo, poiché mantengono comunque un rapporto con il partner, pur presentando quasi sempre problemi sessuali o di relazione. Solitamente, non estendono le loro attenzioni a minori fuori dalla famiglia.

I Kempe sostengono che l’abuso sessuale sul minore è quella situazione in cui il minore è coinvolto da parte dei genitori o da partner dei genitori in atti sessuali che presuppongono violenza, o ai quali non può acconsentire con totale consapevolezza, o tali da violare i tabù vigenti nella società circa i ruoli familiari. Per atti sessuali s’intende sia il congiungimento carnale vero e proprio, che tutti i possibili modi in cui il minore è portato dall’adulto a svolgere la funzione di partner sessuale (voyeurismo, manipolazioni…).

Aspetti eziologici della pedofilia – Capitolo 2

Come altre patologie di natura psicologica può accadere che sia lo stesso carnefice a considerarsi vittima di se stesso e ad invocare una liberazione dal male, per se stesso e per la società. Gli psichiatri Crepet, Masini e Andreoli, sostengono che la pedofilia sia:

  • Una malattia e non un vizio;
  • Più che una devianza è una patologia grave che uccide la bellezza, la sanità e il valore umano del bambino;
  • Un abuso sessuale totale, un crimine rivolto verso il bambino;

La pedofilia rientra nella grande categoria delle parafilie. Il termine parafilia, introdotto da Stekel, indica l’attaccamento morboso a questo o a quel tipo di soddisfazione anormale dell’istinto e, soprattutto, dell’istinto sessuale. Le teorie sessuologiche di vecchio stampo, che hanno dominato la psicologia e la psichiatria fino ai primi anni del Novecento, consideravano le perversioni sessuali semplicemente come delle sindromi psicopatologiche caratterizzate da alterazioni qualitative dell’istinto sessuale.

2.1 La psicoanalisi

La concezione psicoanalitica classica sostiene che la pedofilia sia legata a fissazioni e regressioni verso forme di sessualità infantile. Il fattore esplicativo ipotizzato consiste nell’arresto dello sviluppo psicosessuale dovuto ad un trauma precoce o all’aver vissuto la propria sessualità in ambiente restrittivo. L’approccio di Freud che considera la pedofilia come perversione, si fonda sull’angoscia di castrazione, che ostacola il perverso nel raggiungimento di una sessualità adulta e lo fa regredire ad una pulsione parziale.

La paura di affrontare una donna adulta lo fa ripiegare verso un soggetto meno potente e, quindi, meno ansiogeno, con il quale può evitare la penetrazione o, se l’affronta, ciò avviene da una posizione di forza. In opere più recenti di impostazione psicoanalitica si distingue tra:

  • Comportamento o fantasia pedofiliaca: di natura occasionale; è la tipologia più diffusa;
  • Pervertito pedofilo ossessivo: deve avere un’attività sessuale con un bambino per non soffrire di una intollerabile e angosciosa ansia; è una tipologia molto rara;

Socarides afferma che il meccanismo più importante nella pedofilia omosessuale è l’incorporazione del bambino maschio al fine di rinforzare il senso di mascolinità, sconfiggere l’ansia della morte, rimanere giovani per sempre e poter ritornare al seno materno. Secondo il modello psicoanalitico, il parafilico è una persona che non è riuscita a completare il normale processo di sviluppo verso l’adattamento eterosessuale, cadendo in una fissazione o regressione a forme di sessualità infantile che persistono nella vita adulta.

La mancata risoluzione della crisi edipica tramite l’identificazione con il padre-aggressore, per i ragazzi, e con la madre-aggressore, per le ragazze, provoca un’impropria identificazione con il genitore del sesso opposto o una scelta impropria dell’oggetto per la catarsi libidica. I parafilici per placare le loro angosce di castrazione sono costretti ad esaminare costantemente i propri o altrui genitali; in più il fattore decisivo che impedisce il raggiungimento dell’orgasmo attraverso il rapporto genitale convenzionale è l’angoscia di castrazione. Le perversioni assolvono la funzione di negare la castrazione.

Secondo Stoller, l’essenza della perversione è la conversione di un trauma infantile in un trionfo adulto. I pazienti sono spinti dalle loro fantasie a vendicare umilianti traumi infantili inflitti loro fai genitori. Il metodo di vendetta è quello di disumanizzare e umiliare il loro partner durante la fantasia o l’atto perverso. Un altro aspetto del sollievo esperito dai pazienti parafilici dopo che hanno messo in atto i loro desideri sessuali è il loro sentimento di trionfo sulla madre che controlla dall’interno. In particolar modo i pedofili hanno bisogno di dominare e controllare le loro vittime, come se supplissero ai loro sentimenti di impotenza durante la crisi edipica. Alcuni teorici credono che la scelta di un bambino come...

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BobsK di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della violenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Cifaldi Gianmarco.
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