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Il significato di sentire

Quando parliamo di sentire qualcosa, possiamo riferirci a due diversi significati. Per primacosa ci sono le sensazioni fisiche, tra cui il piacere e il dolore, fondamentali per muoverci nell’ambiente. Il nostro sistema nervoso riceve sensazioni dal mondo esterno che vengono utilizzate per coordinare il corpo e i movimenti istintivi. Il cervello gestisce le impressioni sensoriali in modo estremamente rapido, il che oltretutto costituisce una difesa fondamentale contro le minacce esterne. Le sensazioni individuali forse non si possono considerare una forma di conoscenza, ma sono dati indispensabili sui quali facciamo costante affidamento.

Emozioni e loro impatto

In secondo luogo, ci sono le sensazioni intese come emozioni. Si tratta di esperienze sulle quali possiamo coscientemente riflettere e che siamo in grado di articolare. Le comunichiamo fisicamente tramite le espressioni del volto e il linguaggio del corpo. Ci dicono cose importanti sui nostri rapporti, stili di vita, desideri e identità. Nella vita pubblica, l’accusa di emotività implica una perdita di oggettività e il cedimento all’irrazionalità. Le informazioni che l’emotività trasmette sul momento possono divergere nettamente rispetto ai fatti accertati in seguito. La qualità fondamentale delle emozioni, la loro immediatezza, è anche ciò che le rende potenzialmente fuorvianti, generando reazioni eccessive e paura.

Politica e ruolo delle emozioni

Anche il desiderio di sfruttare le emozioni e gli istinti fisici a fini politici ha una lunga tradizione, producendo anch’esso i propri centri di controllo elitario, ma con una differenza fondamentale: è al servizio del conflitto e non della pace. La velocità della conoscenza e del processo decisionale è diventata cruciale e il fatto che ci sia convergenza di opinioni è passato in secondo piano. Mentre è sempre più difficile arrivare a un’opinione condivisa tramite i fatti e le testimonianze degli esperti, forse dovremmo indagare più a fondo nella nostra identità fisica ed emotiva in cerca di un mondo comune. Il potere delle emozioni sta trasformando le democrazie in modi che non si possono ignorare e su cui non si può tornare indietro.

Le folle e la loro psicologia

Quando la politica è permeata dalla logica del folle, si tratta meno di pacifica rappresentanza politica e più di mobilitazione. L’importanza della folla risiede nell’intensità dell’emozione che ha portato così tanta gente nello stesso posto alla stessa ora. Le folle consentono ai singoli di diventare (e sentirsi) parte di qualcosa molto più grande di loro. Le Bon scrisse “Psicologia delle folle”: ciò che caratterizzava una folla, sosteneva, era il fatto che personalità individuali multiple venissero sostituite da un’unica psicologia di massa, il che potenzialmente sovvertiva il buon senso o la morale individuale.

Le folle rivelavano un pericoloso lato oscuro della civiltà, altrimenti represso dall’autocontrollo del singolo. Le folle sono una minaccia costante per i principi di ragione e verità. Ciò accade tramite una serie di meccanismi che “Psicologia delle folle” cercava di svelare. Il primo è la sensazione assoluta di potere che generano considerevoli assembramenti di persone, la quale incoraggia i singoli a intraprendere azioni che in altre circostanze considererebbero avventate, immorali o imbarazzanti.

Le dimensioni di una massa di gente sono estremamente importanti, ma lo sono a livello emotivo e non in quanto oggetto di calcolo statistico ufficiale. Solo le dimensioni della folla che consentono alle persone di sospendere il giudizio individuale e le proprie inibizioni per cedere il passo alle emozioni. L’essenza di una folla è l’intimità che produce tra i corpi umani. La folla è principalmente e soprattutto un fenomeno fisico. Stabilisce una prossimità di carne a carne, consentendo che emerga e si diffonda una serie di emozioni. Corpi singoli si connettono fino a formare un unico sistema nervoso.

Psicologia delle folle secondo Le Bon

Ciò che differenzia una folla, riteneva Le Bon, è che viene influenzata tramite un processo di contagio. Le Bon riteneva che idee ed emozioni si trasmettessero nelle folle come malattie contagiose. La folla diventa una grande rete neurale attraverso la quale le emozioni viaggiano da un corpo all’altro ad altissima velocità. Le Bon riteneva che le folle fossero sensibili in particolare ai sentimenti scatenati dagli oratori, soprattutto coloro che apparivano autoritari e fisicamente minacciosi. In presenza di un simile demagogo, le masse diventano incredibilmente obbedienti, lasciando che tutte le loro spinte più oscure e primitive vengano impersonate dal leader.

Le Bon concludeva pessimisticamente che le folle non potevano combattere guerre né favorire la pace. Se, come sosteneva Le Bon, la psicologia della folla rivela aspetti della vita umana repressi dalla cultura, allora le folle possono anche svolgere un prezioso lavoro terapeutico nell’indagare dolori e paure che altrimenti passerebbero inosservati. L’ansia di Le Bon derivava tuttavia dalla convinzione che i movimenti democratici nascano da quegli stessi aspetti emotivi e influenzabili della psiche umana, al punto che in realtà per la folla non è importante ciò che viene detto, ma semplicemente come questo li fa sentire. Infatti, più che riguardare la comunicazione verbale, i contagi sono una questione di comunicazione grafica e fisica.

Il potere delle immagini e della comunicazione visiva

È quando vengono tradotte in immagini in grado di cambiare il nostro modo di sentire che le idee cominciano a trasmettersi nella folla, passando da una persona all’altra sotto forma di sentimenti. Il ruolo attuale di marchi e loghi, che riescono a comunicare un’idea o uno stato d’animo senza utilizzare parole, testimonia il potere delle icone visive nell’influenzare il comportamento. Bernays suggerì che un simile approccio scientifico dovesse essere utilizzato in ambito politico. Bernays segnalava che la politica era rimasta indietro rispetto al mondo degli affari in merito all’analisi degli aspetti emotivi della comunicazione.

Mentre le grandi aziende erano impegnate a sfruttare il potere di immagini e suoni, i politici continuavano ingenuamente a restare ancorati alle parole come mezzo principale per influenzare l’opinione pubblica. Bernays riteneva che la democrazia potesse sopravvivere solo se i politici avessero smesso di cercare di soddisfare le esigenze pubbliche e si fossero concentrati maggiormente sul tentare di influenzare l’opinione pubblica. Bernays non vedeva alcuna contraddizione tra propaganda e democrazia, anzi riteneva che la sua visione di una scienza delle pubbliche relazioni fosse necessaria per salvare la democrazia. Sosteneva che ciò che vuole la gente in una democrazia sia un senso di intimità con i propri governanti: non essere ascoltati o rappresentati, ma ottenere una sensazione di vicinanza rispetto al potere.

Propaganda e democrazia

Ne conseguiva che i governi democratici erano quelli che capivano come suscitare questa sensazione di intimità. La propaganda sarebbe stata uno strumento indispensabile per evitare che la democrazia precipitasse nel caos. Uno degli ostacoli che devono affrontare i politici, riteneva Bernays, è che per il loro status pubblico gli è troppo facile attirare l’attenzione e trovare spazio sui mezzi di informazione, il che praticamente evita loro di pensare in modo più strategico come inviare messaggi. La domanda che i politici dovrebbero porre, affermava Bernays, è come utilizzare al meglio una combinazione di immagini, suoni e parole, in modo da suscitare il tipo giusto di sentimento popolare.

Internet ha dato nuove forme all’aspetto multimediale delle dinamiche della folla. Il fatto che Internet sia un mezzo più visivo che testuale è di importanza fondamentale per il tipo di potere che offre per mobilitare e influenzare le folle. La paura contemporanea della propaganda è la rapidità alla quale possano circolare le informazioni se appaiono o vengono percepite come vere a livello visivo ed emotivo: il falso esercita quasi la stessa influenza del vero. Secondo Le Bon, all’interno di una folla gli atti di una persona nascono dall’influenza del midollo spinale più che dall’influenza del cervello: il sistema nervoso, che produce dolore, eccitazione, tensione, agitazione, diventa l’organo principale dell’attività politica.

Emozioni e potere politico

È in quanto creature senzienti che diventiamo soggetti al contagio dei sentimenti, non in quanto intellettuali, critici, scienziati o persino cittadini. Mentre le dinamiche della folla penetrano la democrazia di massa, partiti e leader devono cercare di mobilitare e coinvolgere l’opinione pubblica non soltanto facendole esprimere preferenze sulle scelte politiche, ma scatenandone entusiasmo e impegno. I movimenti populisti, che destabilizzano la situazione coinvolgendo nel processo politico una varietà più ampia, più profonda di sentimenti, paure e bisogni fisici, possono rendere la democrazia più attraente e vitale, superando i limiti dei sistemi parlamentari e partitici esistenti.

Le dinamiche della folla aiutano a ricollegare la politica ai bisogni umani profondi portando direttamente nella sfera pubblica sensazioni condivise, compresa una condivisa vulnerabilità. La politica dell’emotività non si presta automaticamente a sostenere leader autocratici, uomini forti. Quella minaccia insorge in rapporto alla paura. Trasformare gli oggetti quotidiani in armi indebolisce la distinzione tra guerra e pace e insinua la paura nella politica. Arendt sosteneva che il potere significa la capacità di organizzare grandi numeri di persone tramite regole, infrastrutture e capi. Possiede una qualità costruttiva. Prevede burocrazia, progetti, accordi e norme il cui mantenimento richiede tempo e denaro.

Potere e violenza

Il potere può non necessariamente lavorare per uno scopo desiderabile, ma comporta il mettere insieme con cura associazioni politiche e gerarchie, in particolare lo Stato stesso. Una forza militare può esercitare potere se cerca di occupare e pacificare un territorio, o di introdurre misure per il mantenimento della pace. Il potere opera in modo prevedibile e visibile, creando un senso condiviso di realtà e normalità. La violenza è puramente strumentale: usa le armi per costringere qualcuno a fare qualcosa contro il suo volere. Non costruisce nulla, si limita a sfruttare tutte le possibilità che si presentano.

Secondo la Arendt, la violenza può sempre distruggere il potere. Sosteneva che potere e violenza sono quasi sempre congiunti. I governi cercano una legittimazione attraverso leggi, procedure ed elezioni (potere), ma si affidano anche a prigioni, servizi segreti e blindati antisommossa (violenza). Mentre le persone vengono sempre più private del potere, aumenta sempre di più la tendenza a trasformare in armi mezzi pacifici. Le Bon riteneva che le folle si sarebbero rapidamente affidate alla violenza, soprattutto se mobilitate da un leader carismatico e avventato. L’umore della folla in tumulto può degenerare in un desiderio e una celebrazione del conflitto come mezzo di rinvigorimento e purificazione.

Eppure il senso di vulnerabilità ha spesso conseguenze nettamente diverse. Nella storia recente, a mobilitare le folle è stata più spesso l’opposizione alla violenza che il desiderio di essa. Di fronte alla violenza, queste masse di corpi trasmettono un’emozione diversa, di sfida ma non bellicosa, riunendosi per dimostrare un’umanità condivisa piuttosto che una minaccia collettiva. Non esiste un modo assoluto di distinguere la folla violenta da quella non violenta: la rivolta è il linguaggio di chi non viene ascoltato. Esprimere rabbia attrae più sguardi di calma e razionalità.

Linguaggio, social media e violenza

La sensazione che il linguaggio stesso venga utilizzato come un’arma per minare la fiducia e provocare la paura è divenuta prevalente con il diffondersi dei social media e le pratiche di trolling che li accompagnano. Parte del problema consiste nel non conoscere mai il confine esatto tra discorso e violenza. Ciò è particolarmente difficile da stabilire in rete. La rabbia, l’intimidazione e le bugie che si sono insinuate nei mezzi di informazione e nella società civile, destabilizzando le istituzioni senza costruirne di alternative, possono degenerare in una spirale di paura e sospetto reciproco. La violenza diventa attraente quanto il potere non sembra disponibile, perché apparentemente se lo sono accaparrato le élite.

Il ruolo degli scienziati nella società

Se le folle sono il luogo in cui l’emotività prende il posto della ragione, forse una “marcia per la scienza” è fondamentalmente controproducente. In base all’ideale di scienza moderna, gli scienziati si differenziano dai membri di una folla o dalle figure politiche poiché sono in grado di separare i sentimenti dalle osservazioni. Sono capaci di distinguere un dato di fatto da ciò che è questione di punto di vista, etica o emozione. Possono farlo perché sono in grado di mettere da parte le loro stesse identità e agire da mediatori neutrali tra i dati che raccolgono e i documenti che finiscono sulle riviste.

Diversamente dalle reti dei mezzi di informazione digitale, gli scienziati rallentano le cose: gli esperti raccolgono i dati con cura, li analizzano in senso critico poi li ripresentano in una forma standardizzata, piuttosto che fidarsi e condividere ogni impressione sensoriale così come si manifesta. Sono influenzati solo dagli elementi che hanno davanti, piuttosto che dai sentimenti di coloro che li circondano. L’abilità degli esperti di regolare le proprie emozioni è fondamentale per la loro autorità. Gli scienziati cercano la nostra fiducia e il nostro rispetto perché promettono di rappresentano le cose in modo accurato. I loro dati sono una rappresentazione valida della natura.

L'eredità di Cartesio

Le loro pubblicazioni sono una valida rappresentazione di quei dati. I loro consigli sulle politiche da adottare sono una valida risposta a quelle pubblicazioni. Confidare nella scienza significa confidare nella capacità delle persone di riferire e registrare le cose in maniera adeguata e lasciare da parte i propri pregiudizi e le proprie emozioni. Questa capacità di usare il linguaggio e la carta in una maniera rigida, affidabile è esattamente ciò che Le Bon vedeva svanire nel momento in cui le persone si inserivano in una folla. Gli esperti sono oggi sotto attacco. La loro capacità di riflettere la verità in modo neutro è ora osteggiata, in quanto ritenuta legata agli interessi individuali e più emotiva di quanto i soggetti stessi siano disposti ad ammettere.

L’accusa è che costoro abbiano tramutato in arma la loro posizione pubblica in modo da asservirla a interessi particolari. In breve, sono tutti colpevoli di ipocrisia. E come osservava Arendt, se c’è una cosa in grado di trasformare il coinvolgimento in rabbia, più ancora dell’ingiustizia, è l’ipocrisia. Nella folla c’è soltanto mobilitazione, non rappresentazione, con un’autenticità delle emozioni che manca a tecnocrati ed élite. Hobbes era abbastanza ottimista rispetto alla correttezza del suo metodo quasi matematica, da ritenere di poter dare risposte a quesiti di filosofia naturale sulle quali potessero concordare tutti. Giungendo a un accordo sulle più importanti questioni di verità, non ci sarebbe più stato conflitto.

Come posso sapere se ciò che vedo è davvero reale e non è semplicemente un’illusione come accade in sogno? La famosa scappatoia di Cartesio da questa tragica spirale di dubbi era considerare che il fatto stesso di avere simili dubbi fosse sufficiente a dimostrare la propria esistenza, almeno come essere pensante se non corporeo. Io, inteso come mente o sé, esisto in modo del tutto indipendente dal corpo in cui mi capita di essere fisicamente collocato e potrei esistere anche senza; da cui la fede di Cartesio nell’immortalità dell’anima. Nulla è più facile da conoscere per la mente che sé stessa, ma ogni altra cosa è dubbia. Mente e corpo potevano essere fatti di sostanze diverse, ma la prima dipende dal secondo.

La tragedia dell’umanità era avere una sostanza immortale (la mente), ospitata in una mortale (il corpo). Forse non dobbiamo a Cartesio il concetto attuale di mente scientifica razionale, ma è stato lui a darne la definizione filosofica più importante. La mente diventa un osservatorio attraverso il quale il mondo fisico, da cui è separata e distinta, può essere esaminato, criticato e infine replicato nella forma di modelli scientifici che si possono affidare alla carta e condividere. L’ideale scientifico di un punto di vista oggettivo, neutro sulla natura deriva da questa premessa, che l’essere umano può osservare le cose dall’alto, da una posizione esterna e comunicare ciò che vede tramite fatti e cifre.

La mente è come una macchina fotografica che crea istantanee visive delle cose per poi utilizzarle come prova. La filosofia di Cartesio privilegiava un rapporto visivo con il mondo, chiedendosi come fosse possibile che le immagini di una candela o di un bastone si potessero considerare reali. È meno chiaro come gli altri sensi dell’uomo quali l’olfatto, il tatto o l’istinto potessero generare una conoscenza affidabile. Questa filosofia è stata fondamentale per lo sviluppo dei moderni concetti di scienza e di competenza. Essa dischiude la possibilità di una prospettiva autorevole e razionale sulle cose. Ma ha un costo. La visione dell’io delineata da Cartesio è anche quella di un’entità isolata, esangue, tagliata fuori dal mondo fisico in qualità di puro osservatore.

Le sensazioni sono considerate afflizioni per il corpo e non sono davvero fondamentali nel definire chi siamo. La filosofia di Cartesio rappresenta un ritirarsi dall’esperienza quotidiana e un declassamento delle apparenze e delle sensazioni.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara_and di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della sicurezza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Fornari Silvia.
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