I partiti politici in Italia dal 1945 al 2018
Introduzione - Le quattro età dei partiti italiani
I partiti italiani vengono considerati artefici e perni della democrazia italiana. Artefici in quanto, a seguito della fuga da Roma del re, hanno preso le redini del governo e hanno diretto le attività di resistenza armata contro l’occupazione tedesca e il regime fascista di Salò. Hanno inoltre diretto e gestito la politica italiana garantendo il funzionamento delle istituzioni. Vengono considerati anche perni in quanto a partire dal dopoguerra hanno elaborato politiche pubbliche nelle istituzioni rappresentative ad ogni livello e hanno controllato l'esecutivo nominando personale politico di derivazione partitica.
I partiti italiani sono strutture piccole sia per la loro nascita improvvisa, come per la Democrazia Cristiana e il Partito d'Azione, sia per la loro estromissione dal territorio nazionale e l'immersione forzata nella dimensione clandestina. Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Repubblicano e Partito Liberale rimarranno al centro della politica italiana per lunghi decessi. A essi si aggiungeranno gli scissionisti moderati del PSI, costituitisi in Partito Socialista Democratico e i nostalgici neofascisti del Movimento Sociale Italiano. Scomparirà invece il Partito d'Azione, antifascista per eccellenza, erede di una formazione, Giustizia e Libertà, che aveva prodotto un'originale elaborazione teorica di compenetrazione tra socialismo e liberismo.
Questi sette partiti rimangono al centro della scena fino alle soglie degli anni Novanta. Dal 1994 in poi, il sistema partitico entra in una fase del tutto nuova, tanto che si adotterà l'espressione di "Seconda Repubblica". I partiti storici affondano e quelli che sopravvivono (DC, PCI, MSI e i radicali) si trasformano più o meno radicalmente. Inoltre emergono formazioni inedite, come Lega Nord e il Partito della Rifondazione Comunista. Infine, in occasione delle elezioni del 2008, emergono due attori politici importanti: il Popolo delle Libertà e il Partito Democratico, il primo fusione di FI e Alleanza Nazionale, il secondo fusione di postcomunisti e postdemocristiani.
Nello stesso periodo prende forma quello che diventerà nell'arco di poco tempo il partito più votato alle elezioni del marzo 2018: il Movimento 5 Stelle, partito nuovo per eccellenza in termini organizzativi e valoriali. Vi sono quindi quattro categorie di partiti nella storia repubblicana italiana:
- La prima è quella dei partiti storici virtualmente scomparsi (PSI, PRI, PLI, PSDI). Attori che interpretavano rilevanti tradizioni culturali e ideologiche, importanti nella formazione dei governi nonostante le loro dimensioni medio-piccole, ma che hanno cessato di vivere.
- La seconda è quella dei partiti storici resilienti ma trasformati, spesso con più mutazioni: DC, PCI, MSI e i piccoli radicali di Marco Pannella.
- La terza è quella dei partiti nuovi nati a partire dagli anni Novanta: i Verdi, Lega Nord, Rifondazione Comunista e Forza Italia, e a seguire le due formazioni che si presentano con l'ambizione di semplificare il sistema politico aggregando il centro destra e il centro sinistra: il Popolo delle Libertà e il Partito Democratico.
- La quarta infine, riguarda il nuovo per eccellenza: Il Movimento 5 Stelle, un partito senza radici preesistenti, del tutto innovativo quanto a struttura organizzativa e finalità.
Parte terza: i partiti nuovi – Capitolo IX: La Lega Nord - Dalla Padania alla nazione
La Lega Nord – dal 2017 soltanto Lega – ha la sua incubazione negli anni Ottanta del secolo scorso, quando si sviluppano o si rafforzano movimenti di difesa dell’identità territoriale. In coincidenza con il riemergere della frattura centro-periferia, dell’improvviso successo della lista civica-autonomista alle elezioni comunale di Trieste del 1978 (la Lista per Trieste) esce dall’anonimato l’autonomismo regionale. Le prime elezioni europee del 1979 assurgono a data simbolo per il riconoscimento di una causa comune tra i vari partiti etno-regionalisti, ma anche e soprattutto perché viene fondata la prima delle leghe: la Liga Veneta.
Il primo segnale di un nuovo tipo di partito etno-regionalista viene dal Veneto. Alle elezioni politiche del 1983 la Liga Veneta ottiene un imprevisto e clamoroso successo: conquista il 4,2% dei voti. La Liga nasce con lo scopo di difendere e recuperare la tradizione culturale veneta e conquistare una reale sovranità dei veneti sulla loro regione. Il primo manifesto richiama temi che diventeranno poi comuni alle altre leghe: l’autodeterminazione e l’autogoverno del popolo (veneto). Dietro il clamoroso successo della Liga c’è una società dinamica, attiva, opulenta ma insoddisfatta, che non si sente più rappresentata dal ceto politico tradizionale. Tuttavia la radicalizzazione in cui si lancia il partito rivendicando una piena autonomia fiscale e amministrativa per la nazione veneta e invocando un repulisti di tutti gli stranieri non incontra i favori dell’elettorato.
Al declino della Liga si contrappone la crescita di altre leghe, in particolare la Lega Lombarda, insistendo sulla specificità dei popoli delle loro regioni e promuovendo la ricoperta e l’attualizzazione delle radici culturali. Animata fin dalla fondazione da Umberto Bossi, la Lega Lombarda subentra alla Liga come partito leader della famiglia etno-regionalista. Alle elezioni politiche del 1987 è infatti l’unica lega che raccogliendo il 2,9% nella propria regione riesce a inviare in parlamento un deputato e un senatore. La Lega Lombarda, pur essendo anch’essa attraversata da faide interne ferocissime, non subisce la stessa sorte delle altre leghe perché il suo leader riesce a gestire i conflitti interni a colpi di espulsioni ed epurazioni. Dopo il successo elettorale del 1987 infatti introduce una doppia figura di iscritto: quella del sostenitore senza diritto di voto riservata ai nuovi arrivati che potranno accedere alla qualifica di socio ordinario solo dopo un periodo di prova.
La Lega Lombarda affianca alla rivendicazione di autonomia su basi etnico-culturali la difesa degli interessi locali: l’operoso popolo lombardo deve liberarsi dalle catene impostegli dal centralismo romano e guadagnare la propria autonomia. La rivendicazione dell’autonomia regionale dal centro, contro Roma ladrona costituisce l’asse portante del movimento leghista. La DC è indifesa di fronte all’attacco di un nuovo attore politico centrista.
L’affermazione delle leghe sulla scena politica nazionale avviene in rapida sequenza grazie a due passaggi elettorali: il primo si compie con le elezioni europee del 1989, dove i vari movimenti autonomisti si presentano uniti nella lista Alleanza Nord, e con l’1,8% a livello nazionale riescono a eleggere un eurodeputato. Questa partecipazione collettiva permette alle leghe di proiettarsi su una dimensione nazionale e di ottenere una visibilità grazie al risultato della Lega Lombarda (8,1%).
Il secondo passaggio arriva con le elezioni amministrative del 1990: le varie leghe regionali ottengono tutte buoni risultati, arrivando ad un 20,1% in Lombardia, seconda solo alla DC. Il partito di Bossi aumenta dove era già forte innescando un processo virtuoso di radicamento territoriale che caratterizzerà l’evoluzione successiva del partito.
Nell’arco di tempo che va dalla fine del 1989 all’inizio del 1991 viene ridefinita l’identità dell’arcipelago leghista e promossa la federazione delle varie componenti della Lega Nord. Nel dicembre del 1989 si tiene il I Congresso dei movimenti autonomisti e poi, nel febbraio 1991 viene fondata ufficialmente la Lega Nord, alla cui guida è chiamato Bossi.
Il manifesto del congresso del congresso del dicembre 1989 proponeva la costruzione di tre macro-regioni, e Bossi spinge l’accento sull’autonomia delle regioni settentrionali. La Lega corrobora le proprie tematiche anticentraliste con appelli di intonazione populista, contro i partiti, i potentati economici e l’establishment. La responsabilità dell’inefficienza statale non è più imputata soltanto ai meridionali che infestano l’apparato statale, bensì ai partiti, corrotti e lottizzatori. La Lega patrocina una politica liberista rivolta soprattutto alla piccola impresa e al lavoro autonomo, destinati a diventare referenti privilegiati del partito.
Nonostante il grande successo alle elezioni regionali in Lombardia, la Lega rimane fino alle politiche del 1992 un fenomeno circoscritto, e solo in seguito a quelle consultazioni elettorali assume rilievo nazionale raccogliendo oltre 3 milioni di voti (8,6%).
Il Carroccio attrae consensi con un discorso autonomista-localista che innerva tematiche che vanno dal neoliberismo economico alla diffidenza anti-establishment, dall’etnocentrismo venato di xenofobia all’europeismo, dal federalismo alla chiusura familista, dall’antipartitismo alla protesta fiscale, dalla domanda d’ordine alle aperture libertarie in tema di diritti civili. L’elettorato è talmente eterogeneo ideologicamente che si distribuisce lungo quasi tutto l’asse destra-sinistra. Tutti i partiti hanno dato il loro contributo alla Lega in misura grosso modo proporzionale alla loro dimensione.
Il sentimento antipartitico sembra costituire il mastice più forte dell’elettorato leghista. Un ulteriore punto di forza della Lega Nord sta nella sua capacità di attrazione trasversale, da tutti i ceti sociali. Il partito federale costituitosi nel gennaio del 1991 ha una struttura per molti aspetti tradizionale, ricalcata sul modello del partito di massa: centralità dell’iscritto militante, processo decisionale dal basso verso l’alto, preminenza degli organi collettivi su quelli monocratici e del partito sugli eletti. Il partito si articola in sezioni territoriali che corrispondono alle regioni in cui è sorto il movimento autonomista (Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna e Toscana), seguono poi il livello provinciale e quello comunale.
La caratteristica distintiva del modello organizzativo leghista sta nella compresenza di un attivismo militante, con una leadership dai tratti carismatici. Bossi predica una diffusione ramificata e radicata del partito nel territorio. Lo spirito missionario-messianico con cui stimola e infervora i propri militanti attraverso un intenso uso dei rituali (Pontida) erige una barriera simbolica all’ingresso del partito. Con un processo lungo, il partito riesce a inventare una propria tradizione e a creare una subcultura politica grazie anche a una miriade di associazioni parallele che tendono a incapsulare l’elettorato di riferimento.
Infine, mastice di tutte le ispirazioni e di tutte le domande è il leader del partito: Bossi. Nel partito il leader è incontrastato, circondato da fedelissimi della prima ora, i quali devono comunque obbedienza piena al capo pena l’emarginazione e al limite l’espulsione.
La Lega è il primo interprete del malessere del Nord, quell’insofferenza dei ceti produttivi e più in generale dell’area economicamente più moderna e ricca rispetto a una politica inefficiente e corrotta. L’occasione per dimostrare attenzione alla Lega viene dalle prime elezioni con il nuovo sistema di elezione diretta del sindaco nella primavera del 1993. Il confronto tra il candidato leghista Formentini e il candidato delle sinistre Della Chiesa si chiude con un trionfo per Formentini: 57% contro il 43% per Della Chiesa.
La marcia trionfale della Lega subisce la sua prima battuta di arresto nell’autunno, nel secondo round di elezioni amministrative nelle grandi città. Anche a causa dell’accusa di un finanziamento illecito di 200 milioni versato dalla Ferruzzi, la Lega fallisce l’obiettivo di conquistare gli sbocchi sul mare, ovvero Venezia e Genova.
La Lega deve fronteggiare un diverso scenario istituzionale creato dal referendum che ha eliminato la proporzionale, obbligandola a creare dei partner con cui stringere un’alleanza. La soluzione non poteva arrivare che da un partito altrettanto nuovo: la Lega trova nella neonata Forza Italia il partner ideale: l’alleanza – il Polo delle Libertà – non è però priva di spine, soprattutto per l’alleanza indiretta tramite Forza Italia, con il MSI di Fini.
Alle elezioni del 1994 alla Camera la Lega registra un lieve calo (-0,2%, 8,4%). La Lega ha infatti perso il primato in molte città a favore di Forza Italia, questo in quanto non rappresenta più il nuovo per eccellenza: qualifica che ora spetta a Forza Italia, una formazione che compete con il Carroccio per i temi del liberismo economico e dell’antipolitica. Forza Italia sottrae lo spazio più moderato conquistando quei settori sociali presso i quali la rivendicazione regionalista e l’antitesi verso lo stato hanno un peso assai minore rispetto ai temi del fisco, dell’ordine e della sicurezza. La Lega quindi retrocede nelle zone di recente avanzata, ma si rafforza ulteriormente laddove era già molto forte.
Il rischio di una marginalizzazione o di un prosciugamento da parte di Forza Italia diventa ancora più concreto alle elezioni europee, quando rispetto a un 30,6% del partito di Berlusconi la Lega ottiene un 6,6%.
A partire dall’estate, il leader del Carroccio comincia una sistematica opera di distinzione rispetto all’alleato forzista con una serie di dichiarazioni e gesti a effetto. Alla fine dell’anno Bossi si stacca dall’abbraccio soffocante di Forza Italia e aderisce alla mozione di sfiducia presentata dal PDS e dal PPI.
Nel Carroccio si aprono delle crepe: 50 deputati su 117 abbandonano il partito e così fa il segretario della Lega lombarda. Nel congresso straordinario convocato nel febbraio del 1995 Bossi ridefinisce le coordinate strategiche della Lega: l’alleanza con la destra viene rigettata in toto. Per difendere il Nord la Lega deve in primis contare solo sulle proprie gambe e aprirsi pragmaticamente a nuove alleanze. La Lega si conferma più che mai un partito carismatico, con un capo che sovrasta incommensurabilmente il rischio della tutti gli altri dirigenti, su ciascuno dei quali pende sempre il rischio della scomunica.
Lo sganciamento dal Polo porta la Lega a una breve parentesi di entente cordiale con il PDS, il quale è prodigo di riconoscimenti sottolineando l’anima popolare del Carroccio. Il brusco cambio di alleanze e la scissione non provocano troppi danni: alle elezioni regionali del 1995 la Lega raccoglie il 6,4%. Alle elezioni politiche del 1996 la Lega corre da sola impostando una campagna di netta contrapposizione ai due schieramenti alternativi: Roma-Polo e Roma-Ulivo. Sola contro tutti la Lega sfonda il tetto del 10%. Il Carroccio avanza nei comuni di fascia pedemontana di tutto l’arco alpino, mentre regredisce al di sotto del Po e nelle grandi città. Un terzo dei colletti blu nelle regioni a nord del Po ha votato per la lega. Questa poderosa forza d’urto viene convogliata verso la nuova strategia della secessione.
Per marcare la nuova strategia secessionista viene annunciata per il 15 dicembre 1996 la dichiarazione di indipendenza al termine di una marcia lungo il Po. La sfida portata dalla Lega alle istituzioni è molto alta, ma fallisce: la marcia è praticamente deserta e il comizio finale di Venezia è un fiasco. Attraverso il referendum autogestito per l’indipendenza, le elezioni padane per eleggere il parlamento del nord con varie liste leghiste in competizione e la costituzione di un governo del nord, il partito di Bossi cerca di coagulare un’ampia opposizione al governo centrale. Tra l’altro al III congresso il partito cambia la denominazione ufficiale, da Lega Nord-Italia federata a Lega Nord – Per l’Indipendenza della Padania.
Nasce così una vera e propria subcultura verde, incentrata sul mito identitario della Padania. Molti gli elementi che contribuiscono a crearla: dall’organizzazione ramificata e insediata per sezioni territoriali all’enfasi sul militarismo, dalla formazione politico-ideologica alla fitta rete di organizzazioni parallele, fino alle strutture di comunicazione autogestite (Radio Padania Libera e il quotidiano La Padania). A partire dalla fine degli anni Novanta si amplia e prende corpo un mondo a parte fatto di simboli, codici, linguaggi, riferimenti culturali che definiscono un’appartenenza esclusiva, un modo alimentato e rappresentato dalla Lega.
Il secessionismo si innesta in una visione del mondo di chiaro segno populista. La Lega è con il popolo e contro tutti i potenti. E questi ultimi sono identificati da Bossi in Agnelli, il Papa e la mafia. Per mantenersi autonomo e sempre più antagonista rispetto agli altri partiti di centro-destra, Bossi gioca anche la carta della xenofobia. Gli elettori leghisti esibiscono infatti il più alto livello di xenofobia popolare, ovvero considerano gli immigrati responsabili della disoccupazione, della criminalità e dei costi sociali. Ma la scelta dell’isolamento diventa sempre più controproducente: alle elezioni amministrative primaverili e autunnali la Lega regredisce a Milano.
Il fallimento dell’ipotesi secessionista, sancita dall’annuncio ufficiale dell’entrata nell’euro, e il rigido isolamento nel quale la Lega si è relegata spingono Bossi a un cambio di strategia. Nel marzo del 1998 nel congresso straordinario il leader introduce una nuova parola d’ordine: devolution, ovvero la creazione di due parlamenti (uno al nord e uno al sud) in cui siano devoluti gran parte dei poteri che fino ad oggi sono accentrati a Roma. La proposta suscita malumori all’interno, perché oltre a un’anima moderata che vorrebbe rientrare nel gioco politico ve n’è una più radicale Veneta che vorrebbe lo scontro su tutto.
Il partito è allo sbando, scosso dall’alternarsi di spinte estremiste e ritorni alla politica. L’atteggiamento filoserbo assunto durante la crisi del Kosovo porta la Lega all...
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