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Riassunto esame Sociologia della cultura, prof. Bartoletti, libro consigliato Gli attrezzi per vivere, Mora

Riassunto studiato per l'esame di Sociologia della cultura, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dalla prof. Bartoletti : "Gli attrezzi per vivere" di Mora. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Sociologia. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia della cultura docente Prof. R. Bartoletti

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commerciale. Douglas e Isherwood dimostrano che la cultura pubblica nelle

società complesse fornisce a beni e servizi dei contrassegni di valore, ovvero

delle classificazioni distintive costantemente in competizione con quelle

individuali.

Mentre prima la cultura professionale decretava il valore sentimentale, esso è ora

determinato da una scelta individuale. Restrizioni e regole sono quindi definite al

variare degli interessi di chi le origina: le regole della cultura professionale sono

infatti diventate meno rigide a partire dagli anni 60, in cui si diffuse il rifiuto

dell’idea di barriere culturali. La differenza tra società complesse e di piccola

scala non si basa tuttavia sull’estensione della mercificazione, ma dal fatto che in

quelle complesse, essa lavora fianco a fianco con schemi di valutazione.

Nelle società complesse, il forte desiderio di singolarizzazione viene soddisfatto a

livello individuale attraverso la singolarizzazione privata, basata su principi che

rendono, ad esempio, i cimeli di famiglia dei beni insostituibili, poiché la relazione

li rende parte integrante della persona. Gran parte della singolarizzazione

collettiva dipende dal trascorrere del tempo: si pensi alle auto che perdono valore

invecchiando, finché entrano nella categoria dell’antiquariato e aumentano di

valore ad ogni anno che passa.

Ciò che per qualcuno è un cimelio di famiglia rimane, per un gioielliere, una

merce: egli attribuirà un valore a un cimelio senza prezzo, sovrastimando il suo

valore come merce, confondendo il sistema di valore del mercato e degli oggetti

singolarizzati, che convergono in quell’oggetto. Laddove una lattina di birra sia

resa maggiormente singolare, la si rende valutabile, essa acquista un prezzo e

diventa merce, così che la sua singolarità risulta indebolita. La pubblicità di ‘futuri

oggetti da collezione’ si appella infatti all’avidità, invitando ad acquistare l’oggetto

finché esso è una merce, prima che diventi un bene da collezione singolare che

ne aumenterà il valore.

La singolarizzazione degli oggetti da parte dei gruppi permette all’oggetto di

assumere il peso della sacralità culturale, grazie all’approvazione collettiva delle

“istituzioni pubbliche della singolarizzazione”. Nelle società liberali, esse sono le

più importanti agenzie non governative o paragovernative, come le commissioni

storiche, i comitati e le organizzazioni di quartiere. Singolarizzazione e

mercificazione erano investiti di significato morale, così che il conflitto tra di esse

si realizza tra gli individui che conservano una visione privata della gerarchia

delle sfere di scambio, proveniente da estetica, morale, religione o interessi

professionali specialistici.

Gli oggetti a cui si dà il nome di “arte” o “beni storici” sono superiori al mondo del

commercio, poiché l’alto valore non risiede nel sistema di scambio in sé e non

può essere monetario. Tuttavia, l’”oggettivo” valore inestimabile di un Picasso

può essere confermato senza ambiguità soltanto dal suo immenso prezzo di

mercato o stabilito dall’assicurazione. Quando la merce è al di fuori della sfera

delle merci, il suo status è ambiguo e aperto alle alterne fasi degli eventi e dei

desideri.

Esso è infatti mescolato al flusso della vita sociale, in cui è esposto a una varietà

infinita di tentativi di singolarizzazione transitori. Anche gli oggetti portatori di un

valore di scambio assorbono un valore non monetario che corrisponde all’aspetto

mancante non-economico di ciò che Marx chiama feticismo delle merci,

determinato dalle relazioni sociali della loro produzione.

Il sistema di scambio rende il processo produttivo distante e maschera il vero

valore della merce, socialmente dotata di un potere quasi feticistico non legato al

vero valore, ma attribuito alle merci dopo la produzione attraverso un processo

cognitivo e culturale autonomo di singolarizzazione.

Le persone rappresentano la riserva naturale dell’individualizzazione e gli oggetti

come il campo naturale della mercificazione: tale separazione diventa

culturalmente significativa con l’inizio della modernità europea, che nega la

schiavitù, considerato tuttavia un problema intellettuale e morale pressoché solo

in Occidente. I giapponesi, infatti, riconoscono ai bambini abortiti lo status di

misogo (anime perse), ma non si fanno molti problemi circa l’aborto in sé.

Anche la mercificazione di organi umani e la capacità riproduttiva femminile crea

un disagio concettuale dovuto alla sovrapposizione tra persona e merce, tanto

che nel moderno Occidente, l’adozione su compenso è considerata una vendita di

bambini con implicita mercificazione.

I tribunali hanno eliminato anche la mercificazione dei contratti di atleti e attori in

quanto esso costringerebbe il lavoratore, in caso di trasferimento, a lavorare per

qualcuno che non ha scelto. La mercificazione di prestazioni sessuali da parte di

un fornitore immediato è considerata meno riprovevole della commercializzazione

da parte di mezzani, così come la possibilità di vendita di ovuli umani è

moralmente più accettabile di un traffico commerciale.

E’ ugualmente accettato che una madre surrogata riceva un indennizzo per i

disagi causati alla famiglia e il rischio implicito, mentre le provviste di sangue

nella pratica medica americana dipendono da un mercato della materia prima

(contrariamente a quanto avviene nella maggioranza dei Paesi europei). Lo

sperma viene invece mercificato da tempo senza che ciò abbia acceso un grande

dibattito, in quanto gli occidentali considerano la generazione della vita come la

fertilizzazione dell’ovulo da parte dello sperma, anziché come l’unione di due

elementi.

Cultura e individuo spingono a differenziazione, classificazione, comparazione e

sacralizzazione: la cultura si oppone alla mercificazione in quanto

omogeneizzazione dei valori di scambio e l’individuo alla completa

singolarizzazione degli oggetti. Nelle società di piccola scala non

commercializzate, l’assenza di un sistema monetario sviluppato lasciava spazio

alla categorizzazione culturale del valore di scambio degli oggetti, solitamente

sotto forma di sfere di scambio chiuse, soddisfacendo i bisogni cognitivi

individuali di classificazione.

Nelle società di larga scala, commercializzate e monetizzate, l’economia è

totalmente aperta all’inondazione della mercificazione, che invade ogni aspetto

dell’esistenza. I progressi tecnologici soprattutto in campo medico aprono nuove

aree alla possibilità di scambio. L’appiattimento dei valori che segue la

mercificazione e l’incapacità di cultura collettiva di fargli fonte genera frustrazione

a livello individuale e lascia spazio a una pluralità di classificazioni che

mantengono una valenza privata in quanto prive di supporto pubblico. Le

economie delle società complesse esibiscono un sistema di valutazione bifronte,

composto dall’area omogenea delle merci e da quella variegata dei valori privati.

Quando al valore è dato un prezzo, il prezzo diventa l’unità di misura del valore,

connettendo sfera di scambio e classificazioni private. La struttura dell’economia

di società di piccola scala esibivano una convergenza di valutazioni economiche,

culturali e private.

Nel corso della storia di una società, le sfere sono tuttavia riorganizzate e i

diversi sistemi di mercificazione di varie società interagiscono. I commercianti

costituivano, infatti, il canale per il movimento dei beni tra società diverse,

mediando tra i diversi sistemi di scambio, sebbene fino al XX secolo vi sia una

limitata diffusione di una moneta “multifunzionale”. L’analogia tra il modo in cui

le società definiscono gli individui e il modo in cui esse definiscono gli oggetti

varia a seconda della società: in quelle di piccola scala, le identità sociali sono

stabili e i cambiamenti sono condizionati da norme culturali.

La problematicità nella biografia deriva dal conflitto tra io egoistico ed esplicite

richieste delle identità sociali attribuite. L’individuo che non si adatta alla

collocazione data è singolarizzato in una specifica identità, sacra e/o pericolosa, o

viene semplicemente eliminato. Anche lo status degli oggetti è privo di

ambiguità: qualunque oggetto non rientri nelle categorie è considerato anomalo

ed espulso dalla normale circolazione per essere sacralizzato, isolato o eliminato.

Le biografie permettono quindi di intravedere il sistema sociale e le concezioni

collettive.

Nelle società complesse, le identità sociali di una persona sono numerose e

spesso contraddittorie, prive di una chiara gerarchia di appartenenze che rende

un’identità dominate sul altre. Il problema delle biografie diventa scontro a causa

dell’impossibilità di scelta tra di esse. Il dramma consiste quindi nell’incertezza

dell’identità, tema centrale nella letteratura occidentale moderna. La biografia

degli oggetti nelle società complesse, allo steso modo, rivela, nel mondo

omogeneizzato delle merci, la storia delle sue diverse singolarizzazioni,

classificazioni e riclassificazioni in categorie la cui importanza muta a ogni

cambiamento di contesto. Le società, quindi, vincolano, definendoli, sia oggetti

che persone.

Cultura popolare e cultura elevata - H. J. Gans

“High culture” e “popular culture” sono tipi ideali, nonché versioni americane

dell’originale distinzione tedesca tra Kultur e Massenkultur. “Massa” è invece un

antico termine europeo utilizzato in ambito sociologico e politico per descrivere le

classi povere e incolte. La distinzione tra il pubblico dal gusto elevato e quello

basso sta ad indicare una differenza (e non un giudizio) in rapporto a una

gerarchia socioeconomica che ha implicazioni culturali.

La cultura comprende infatti sia pratiche, beni e idee classificati come arti e usati

a fini educativi, di intrattenimento o di svago, ma anche prodotti per il tempo

libero e il consumo superfluo, oppure considerati necessari (come, ad esempio,

gli elettrodomestici), ma le cui forme e materiali rappresentano comunque una

questione culturale. La cultura è tuttavia anche informazione, che abbraccia

anche discipline umanistiche, scienze naturali e sociali e saggezza popolare (un

patrimonio di conoscenze tecniche non specialistiche che tuttavia gode spesso di

maggiore credibilità).

La cultura esprime, quindi, valori estetici, sociali o politici (spesso impliciti), e si

distingue, rispecchiando il binomio arte-vita, in pubblica (più vicaria in quanto

enfatizza il ruolo di mass media e istituzioni culturali) e privata (vissuta a livello

familiare). Le culture popolari si differenziano in varie culture di gusto (con

diversi valori di gusto e bellezza, ma anche emotivi e intellettuali), che sebbene

separino la cultura dalle persone che la “praticano”, riconoscono la presenza di

creatori (artisti), utenti (pubblici, ossia aggregati disorganizzati che variano in

base al gusto e alla classe) e fornitori (che gestiscono organizzazioni che fungono

da tramite tra utenti e prodotti o contenuti) indispensabili alla sua esistenza.

La distinzione tra cultura d’élite e cultura popolare evidenzia il persistere nella

mentalità comune del legame tra cultura e classe, dovuto al fatto che le persone

con un reddito basso hanno obiettivamente più difficoltà nel permettersi perfino

le esperienze che consentirebbero loro di avere un bagaglio culturale sufficiente a

sentirsi a proprio agio, anche in istituzioni culturali a ingresso gratuito. I gusti

“più elevati” richiedono un’educazione formale (soprattutto per letteratura ed

arti), mentre nel caso della musica, ad avere maggior peso è l’occupazione.

Età, genere e razza sono fattori più importanti rispetto al passato (accanto ad

“universali” trasversali alle classi e fattori di background come la nazionalità), ma

non ci si limita più a una sola cultura, tant’è che coloro che scelgono culture

superiori continuano a “frequentare i bassifondi”, diventando quelli che Peterson

definirà “onnivori”.

I sociologi della cultura parlano di convergenze e divergenze dalla cui

osservazione emerge quanto le scelte culturali abbiano reso le classi più simili tra

loro rispetto al passato, avvicinando le culture di gusto tanto da garantire una

grande popolarità anche a film particolari. La convergenza è tuttavia selettiva,

poiché alcuni contenuti continuano a richiedere prerequisiti di istruzione, sebbene

ve ne siano altri, come la musica popolare, che si prestano maggiormente alla

convergenza (grazie alla gentrification, processo attraverso cui le culture “più

elevate” adottano forme di cultura povera, talvolta rivisitate, quando i poveri le

abbandonano, com’è accaduto per la musica country).

La cultura giovanile, invece, si differenzia per età, con film e musica destinati a

categorie specifiche proposti da canali di genere. Le forme culturali diventano

potenziali terreni di caccia per sé stessi per giovani inizialmente onnivori (grazie

anche alla maggiore disponibilità economica), liberi di scegliere come creare il

proprio gusto e la propria identità culturale. L’allentamento delle restrizioni

culturali, di comportamento e di classe cessa, tuttavia, nel momento in cui l’età

adulta obbliga a stare più spesso in casa e a restringere le proprie scelte culturali

a quelle dei figli, ai quali a volte i genitori cercano di imporre i propri limiti di

classe. Tuttavia, secondo Peterson, lo snobismo puro dei più vecchi, che

arrivavano a scoraggiare i propri figli a fare amicizia con compagni di estrazione

sociale poco accettabile, sta scomparendo.

L’emergere dei nuovi trend si spiega con il passaggio da una domanda che si

pensava generasse l’offerta (in modo tale che le persone ottenessero la cultura

da loro richiesta nel momento in cui la loro scelta fosse stata condivisa da un

numero di clienti sufficiente a determinare un profitto), ad un’offerta che modifica

la direzione della domanda. Il taglio dei finanziamenti pubblici, così come i costi

crescenti e i cali della domanda registrati dai fornitori, hanno portato ad un

adattamento dei prodotti a standard di cultura più bassi, che obbligano i

segmenti più alti ad accontentarsi di essa o a condividere le loro istituzioni con i

“meno acculturati”.

Ne deriva l’aumento dell’offerta della cultura che, dopo la metà degli anni 70, ha

riguardato quasi tutti i generi, benché la perdita dell’interesse dell’audience più

anziana non venga compensata dai giovani. Tali mutamenti sono anche frutto di

una trasformazione delle imprese che offrono cultura: le aziende locali a

conduzione familiare (libere dalle richieste degli azionisti) e un’editoria affidata ai

“gentiluomini” delle classi alte (che potevano rinunciare al normale profitto)

hanno lasciato il posto a corporation nate da fusioni e processi di

conglomerazione che le rendono sempre più grandi e meno numerose.

L’arrivo di nuove tecnologie ha reso necessario far fronte alla concorrenza

internazionale, cercando di capire come resistere dapprima alla concorrenza della

televisione e successivamente al confronto con Internet. Anche le richieste di

profitti degli azionisti hanno spinto i creatori di cultura a scegliere tra prestarsi al

servizio delle grandi società o confinarsi in università ed istituzioni no profit in cui

conservare il loro pubblico di professionisti dell’”alta” cultura.

I cambiamenti dell’offerta non spostano, tuttavia, le persone da o verso un certo

gusto, cosa che invece si mostra in grado di fare il pubblico più giovane, la cui

domanda controlla interi generi culturali, spingendo gli adulti ad aspettare revival

di decenni passati. Gli inserzionisti sono più interessati ad attrarre spettatori tra i

18 e i 49 anni, maggiori acquirenti dei beni pubblicizzati.

Il cambiamento della domanda per una fascia di popolazione si trasforma in un

cambio dell’offerta per un’altra. L’aumento della disuguaglianza ha inoltre fatto sì

che i ricchi trovassero nuove forme di consumo vistoso e i poveri continuassero

ad utilizzare un semplice televisore come baby sitter. La crescita del livello di

istruzione ha invece portato al declino dei prodotti di cultura bassa e all’aumento

di quelli di cultura media, ampliando la gamma di prodotti culturali come “gli

oggetti da collezione”.

La cultura non è più un indicatore di status, poiché i giovani si separano

culturalmente dagli adulti molto prima rispetto al passato, sebbene siano

influenzati dalla pressione del gruppo. Si parla ora di “capitale culturale”, che

Bordieu utilizza cercando di stabilire quali pratiche e conoscenze della cultura

elevata siano richieste per le posizioni d’élite in Francia, scoprendo come la

familiarità con esse rappresentasse un vero e proprio requisito professionale, che

l’America non ha invece mai ritenuto necessario.

Brookes utilizzò, infatti, i termini “highbrow” (intellettuale) e “lowbrow”

(popolare) per definire i criteri etici da applicare agli uomini d’affari, che anche

una volta diventati ricchi, continuavano a vantarsi della loro adesione alla cultura

maschile della classe operaia. La competitività e la globalità dell’economia hanno

fatto sì che i dirigenti vengano scelti per abilità economiche e politiche, sebbene,

nel caso in cui l’uguaglianza economica aumentasse, le persone potrebbero

classificarsi reciprocamente in base a comportamenti non economici.

La crescita della classe media nera e del suo potere d’acquisto, inoltre, ha

inserito fornitori di cultura black nel mercato culturale e personaggi neri nella

programmazione delle televisioni. Le divergenze di genere sono invece

aumentate in fiction e sport, in cui compaiono temi e personaggi gay, malgrado

la riduzione imposta dalle proteste ispirate soprattutto dalla destra religiosa,

estesa anche a mostre pubbliche di matrice culturale apertamente gay, nelle arti

visive e nello spettacolo.

L’espansione dello spettro televisivo, non essendo economicamente possibile

dedicare un canale esclusivamente alla cultura elevata, incentiva facilmente un

maggior numero di divergenze culturali, sebbene il calo del costo di un canale tv

consenta a pubblici dai gusti ristretti di ottenere programmi propri. Con Internet

(o World Wide Web), si giunge alla fusione finale fra televisore e computer (ma

anche tra radio e telefono) in un apparecchio di comunicazione tuttofare.

Secondo Gans, tuttavia, una volta che i nuovi media avranno attratto

un’audience ragguardevole, le società sufficientemente ricche domineranno l’uso

dei nuovi media portando con loro la programmazione più redditizia dei vecchi.

Essendo lo spettro di Internet infinito, le imprevedibili variazioni culturali

dovrebbero trovarvi spazio, e se Internet diventasse economicamente

conveniente ed user-friendly, le divergenze culturali aumenteranno, costringendo

i nuovi media a restringersi o a sviluppare nuove merci.

Il pubblico di cultura elevata si è spesso mostrato restio ad abbandonare le

vecchie tecnologie. La radio, inoltre, è più facilmente destinata a sopravvivere

grazie a coloro che non vogliono o non possono utilizzare il monitor, mentre le

audience future, abituate a viaggi turistici oltreoceano, vorranno facilmente

uscire di più di casa per andare al cinema o al teatro. Essendo Internet, secondo

Gans, destinato ad essere dominato da una cultura medio-bassa, a causa della

diffusione di massa, spingerà il pubblico a sbarazzarsi di molti media stampati.

Tuttavia, il tentativo dei gruppi conservatori di ridurne i contenuti culturalmente e

politicamente liberali potrebbe spingere la clientela “deviante” a ripiegare su

media vecchi non più sotto i riflettori della politica (chiamati, tuttavia, a trovare

nuove fonti di reddito per sopravvivere).

Cultura elevata ‘versus’ cultura popolare (rivisitate) – D. Crane

La distinzione tra cultura elevata e popolare è frutto di una categorizzazione

(basata su contenuto, stile e valori espressi) che non rispecchia la complessità

delle culture delle società contemporanee. Esse si basano, infatti, su

concettualizzazioni antiquate della struttura sociale che hanno reso

l’apprezzamento della prima un confine per escludere chi preferisce altre forme di

cultura.

Il carattere attuale pluralistico della cultura rende impossibile classificare gli

oggetti in tali categorie in modo univoco. In ogni forma culturale operano infatti

molti sistemi estetici differenti, in base ai quali è possibile valutare un oggetto

tenendo conto degli standard qualitativi di tale sistema. Entrambe le forme di

cultura sono socialmente costruite e possono, pertanto, essere classificate sulla

base delle condizioni in cui sono state create, distinguendo la cultura dei media

da quella urbana, create, prodotte e diffuse rispettivamente dalle industrie

culturali nazionali (che godono di risorse superiori) e dagli ambienti urbani (la cui

sopravvivenza è quindi minacciata).

Le culture dei media sono prodotte tramite accordi tra le aziende distributrici e le

società che controllano i mercati, che creano contenuti consumati da vasti

pubblici e influenzati da politiche aziendali determinate da livelli profitto e

competizioni. Le culture dei media “periferici” come libri, riviste, musica popolare

e radio, si rivolgono a un pubblico differenziato in termini di gusti, stile di vita e

sottocultura.

Nel XX secolo, l’uso di tecnologie moderne per produrre, registrare e diffondere

oggetti culturali è stato spesso considerato la causa di una produzione di cultura

popolare più che elevata. Secondo la scuola di Francoforte, le innovazioni

tecnologiche hanno aumentato le possibilità di variazione della musica popolare e

il controllo sul prodotto finale da parte del musicista, ma i costi di utilizzo ne

hanno ristretto il controllo a organizzazioni che limitano l’autonomia dei creatori

(che si conserva solo in piccole aziende e produttori indipendenti).

La cultura urbana è invece prodotta e diffusa in ambienti cittadini per un pubblico

locale. I “mondi culturali” urbani consistono infatti di: creatori di cultura e

personale di supporto, concezioni condivise sui prodotti, gatekeepers che li

valutano, organizzazioni che gestiscono attività culturali e pubblici le cui

caratteristiche determinano i prodotti proposti.

Ogni mondo culturale usa diversi criteri di valutazione delle opere, sui quali

possono influire anche le differenze di classe sociale: se il pubblico proviene da

ceti bassi o gruppi minoritari, i prodotti ad esso legati sono spesso ignorati da

critici e storici (si pensi a graffiti e murales), malgrado essi possano essere

esoterici (come jazz e hard rock) o fondati sulla politica (come il teatro radicale),


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della cultura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Bartoletti Roberta.

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