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Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Pragmatica della comunicazione, Watzlavick, Beavin, Jackson

Riassunto studiato per l'esame di Sociologia della comunicazione, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dalla prof. Mazzoli: "Pragmatica della comunicazione", Watzlavick, Beavin, Jackson. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Sociologia. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia della comunicazione docente Prof. L. Mazzoli

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Pragmatica della comunicazione (Watzlavick, Beavin, Jackson)

1. Presupposti teorici

Le scienze del comportamento hanno come oggetto di studio il comportamento

disturbato e indagano sulla natura di tale condizione e più in generale della

mente umana. Se includiamo gli effetti che tale comportamento ha sugli altri e il

contesto in cui tutto ciò accade, il centro dell’interesse si posta sulla relazione tra

le parti di un sistema più vasto. Si passa quindi dall’analisi deduttiva della mente

a quella delle manifestazioni osservabili, veicolate dalla comunicazione.

Lo studio della comunicazione umana si divide in 3 settori interdipendenti:

sintassi (relativa alla trasmissione dell’informazione e di competenza del teorico

dell’informazione, che si interessa ai problemi di codificazione, canali, ridondanza

e proprietà statistiche del linguaggio), semantica (che analizza il significato, che,

per essere trasmesso al ricevitore deve presupporre una convenzione semantica

e pragmatica (così definita da Morris e relativa all’influenza della comunicazione

sul comportamento).

I dati analizzati dalla pragmatica sono parole e fatti non verbali come il

linguaggio del corpo. Tutto il comportamento è infatti comunicazione, così come

tutta la comunicazione influenza il comportamento tramite l’effetto che la

reazione del ricevitore ha sul trasmettitore.

Se riteniamo che una variabile abbia valore solo in rapporto a un’altra variabile, e

non un valore indipendente, il rapporto tra le variabili è rappresentato dal

concetto di funzione. Da Aristotele in poi, la mente è stata concepita come un

apparato di cui un individuo era dotato in maggior o minor misura, ma alla fine

del secolo scorso, concetti come sensazioni, percezioni, attenzione e memoria

sono stati definiti “funzioni”.

Ashby riteneva che la memoria non fosse posseduta o non posseduta, ma un

fatto oggettivo a cui l’osservatore ricorre per colmare la lacuna determinata

dall’inosservabilità di parte del sistema. Tanto minore è il numero di variabili

osservabili, tanto più l’osservatore sarà costretto a considerare gli eventi passati

come rilevanti. Per Bateson, la situazione del gioco si può capire, infatti,

esaminando esclusivamente la configurazione attuale dei pezzi sulla scacchiera. Il

movimento stesso è qualcosa di relativo e percepibile solo in rapporto a un punto

di riferimento: tale principio vale per ogni percezione e rapporto dell’uomo con la

realtà. Le percezioni implicano una scansione basata su prove che consentono di

astrarre una relazione. La consapevolezza che l’uomo ha di sé non è altro che la

consapevolezza delle relazioni in cui è implicato: ciò spiega infatti i problemi di

autoconsapevolezza generati dalla privazione sensoriale.

Freud definì il comportamento una conseguenza dell’azione reciproca di forze

intrapsichiche. La ricerca psicoanalitica ha tuttavia trascurato l’interdipendenza

tra individuo e ambiente, sebbene lo scambio di informazione e l’informazione su

un effetto, se correttamente trasmessa indietro all’effettore (feedback),

garantisce la stabilità di quest’ultimo e l’adattamento.

Su tali basi sono state costruite macchine con controllo d’errore, superando

l’esclusivo interesse della scienza per i rapporti lineari, unidirezionali e progressivi

di causa-effetto, in favore di crescita e cambiamento. Con l’avvento della

cibernetica avviene la scoperta della retroazione, cioè del fatto che il sistema

deterministico (secondo cui l’evento A produce l’evento B, che produce a sua

volta C), può diventare circolare se C riconduce ad A. La retroazione può essere

positiva (se provoca un cambiamento con perdita di stabilità) o negativa (se

caratterizza l’omeostasi, ossia lo stato stazionario, garantendo la stabilità delle

relazioni), ma in entrambi i casi parte dei dati di uscita sono reintrodotti nel

sistema come informazione.

I sistemi interpersonali possono essere considerati circuiti di retroazione, poiché il

comportamento di ogni persona influenza ed è influenzato da quello dell’altro. I

dati di ingresso possono infatti amplificarsi fino a produrre un cambiamento o

neutralizzare per mantenere la stabilità.

Pribram dimostra infatti che il raggiungimento della stabilità contribuisce a

formare una nuova sensibilità, in quanto fa scattare nuovi meccanismi utili a far

fronte alla situazione nuova, mentre Bernard sottolinea che la stabilità del

medium è essenziale per l’esistenza della vita libera. I sistemi a retroazione

seguono infatti una logica distaccata dall’analisi scientifica, rifiutando convinzioni

come quella di Laplace secondo cui la conoscenza completa di tutti i fatti ci

permette di predire gli stati futuri.

L’omeostato di Ashby è un congegno costituito da 4 identici sottosistemi

autoregolantesi e interconnessi in modo tale che una perturbazione provocata in

uno di essi influenza gli altri e lo spinge a reagire. Nessun sottosistema può

ottenere il proprio equilibrio isolandosi dagli altri, in un circuito che ottiene la

stabilità mediante una ricerca causale delle combinazioni, simile al

comportamento basato su “prove ed errori” di molti organismi in stato di

tensione. I sistemi naturali conservano l’adattamento, immagazzinando gli

adattamenti precedenti per utilizzarli in futuro, dando vita a configurazioni

ripetitive, simili all’uso particolare di un linguaggio che caratterizza lo stile di un

autore, mostrando ridondanza, fenomeno studiato in sintassi e semantica da

Shannon, Carnap e Bar-Hillel.

Un esperto dell’informazione può infatti stabilire la probabilità di ricorrenza di

lettere e parole di una lingua, ma qualunque persona può essere in grado di

usare la propria lingua senza conoscere grammatica e sintassi. Essendo

influenzati dal contesto, i comportamenti “diversi” (fuori del contesto) o “casuali”

ci colpiscono più di errori semantici o sintattici. Hora afferma che per capire se

stessi, c’è bisogno di essere capiti dagli altri, cosa che implica l’aver capito l’altro.

La comprensione si basa su regole precise, sebbene non si riesca quasi mai a

comunicare sulla comunicazione.

I gradi di consapevolezza delle regole di comportamento sono gli stessi che Freud

ha postulato per lapsus ed errori: si può averne piena consapevolezza, possiamo

non rendercene conto ma riconoscerle quando ci vengono fatte notare, oppure

non averne affatto consapevolezza. Se per programmare un calcolatore occorre

immettervi regole che guidano operazioni eseguite sulla base di un modello,

nell’interazione umana, osservando il sistema si possono fissare le regole alla

base del suo funzionamento.

Un calcolo, secondo Boole, è un metodo che si basa sull’impiego di simboli le cui

leggi di combinazione sono note e generali e i cui risultati consentono

un’interpretazione coerente. Quando i matematici fanno di tale strumento

l’oggetto del loro studio, usano un linguaggio sulla matematica, compiendo una

metacomunicazione, ossia una comunicazione sulla comunicazione. La

comunicazione umana non è tuttavia confrontabile con il sistema del calcolo: i

matematici utilizzano infatti due linguaggi, numeri e segni algebrici e linguaggio

naturale, mentre nella comunicazione tradizionale si utilizza solo quest’ultimo.

Nagel e Newman affermano che le configurazioni dei pezzi sulla scacchiera come

tali sono “prive di significato”, al contrario delle asserzioni su tali configurazioni,

ovvero delle discussioni sula ragione che hanno determinato un comportamento.

Tutto il materiale di cui possiamo disporre, non essendo possibile osservare la

mente dall’esterno, ci proviene dalle nostre interferente e da resoconti personali,

inattendibili. Esiste tuttavia un calcolo della pragmatica della comunicazione

umana le cui regole vengono osservate nella comunicazione efficace e violate in

quella disturbata.

Per studiare la comunicazione umana occorrono quindi schemi concettuali

analizzati dalla psicopatologia. Se in psicologia e psichiatria soggetto e oggetto

sono identici, la mente umana, studiando sé stessa, fa sì che ogni ipotesi tenda

ad auto convalidarsi. L’impossibilità di vedere la mente al lavoro ha portato il

settore delle telecomunicazioni ad elaborare il concetto di “scatola nera”, il cui

hardware elettronico è così complesso che conviene talvolta trascurare la

struttura interna e studiare i rapporti specifici di ingresso-uscita, che non

escludono interferenze con quanto si verifica all’interno, come nel caso di

problemi psicologici e psichiatrici.

In questi casi, limitandosi ad osservare la comunicazione, la psichiatria tende a

considerare i sintomi una sorta di ingresso nel sistema familiare piuttosto che

l’espressione di un conflitto intrapsichico. Inoltre, se a qualcuno viene pestato un

piede, questo qualcuno avrà un forte interesse a sapere se il comportamento

dell’altro è stato intenzionale o involontario, ma l’opinione che si fa in proposito si

basa necessariamente sulla sua valutazione dei motivi e sull’ipotesi di ciò che

passa nella testa dell’altro, che lo portano a scegliere se fidarsi o meno della

risposta che ha ricevuto. Il modo di attribuire un significato è indispensabile per

l’esperienza soggettiva della comunicazione con gli altri, ma è oggettivamente

indecidibile.

Il comportamento è inoltre determinato almeno in parte dall’esperienza

precedente, sebbene sia inattendibile ricercarne le cause nel passato. Ashby

afferma infatti che la “memoria” ha la tendenza a distorcere i fatti: il modo di

parlare del proprio passato varia infatti a seconda del modello di comunicazione

che viene adottato a seconda dell’interlocutore e del suo peso nella vita di chi si

racconta. L’effetto del comportamento è un criterio estremamente rilevante

nell’interazione di individui, in cui il sintomo può assumere l’aspetto di una regola

di interazione, i cui effetti possono influenzare profondamente l’ambiente del

malato.

Inoltre, se tutte le parti dell’organismo formano un cerchio ed ogni parte è quindi

sia il principio che la fine (come affermato da Ippocrate), nelle catene lineari e

progressive si può parlare di principio e fine, ma non nell’interazione umana, i cui

le persone A e B possono dichiarare di star reagendo al comportamento del

partner, senza rendersi conto che a loro volta influenzano l’altro con la loro

reazione. Infine, un comportamento si può studiare soltanto nel contesto in cui si

attua: pertanto, i termini “sanità” ed “insania” perdono significato e la nozione di

“anormalità” diventa discutibile quando la condizione del paziente si scopre non

essere statica, ma sensibile al variare della situazione interpersonale e dell’ottica

preconcetta dell’osservatore. Inoltre, quando si considerano i sintomi psichiatrici

come un comportamento che si adegua a una interazione in corso, anche la

“schizofrenia”, considerata una malattia incurabile e progressiva della mente,

diventa l’unica reazione possibile a un contesto di comunicazione insostenibile.

2. Tentativo di fissare alcuni assiomi della comunicazione

Le proprietà semplici della comunicazione hanno fondamentali implicazioni

interpersonali ed hanno natura di assiomi.

Il primo è un assioma “metacomunicazionale”, secondo cui non si può non

comunicare. Il comportamento non ha, infatti, un suo opposto. Non esiste

qualcosa che non sia un non-comportamento e non è possibile non avere un

comportamento: in una situazione di interazione, l’intero comportamento ha

valore di messaggio ed è comunicazione, sia in caso di attività che di inattività, di

parole o silenzio, poiché tutto è in grado di influenzare gli altri.

Non è quindi sufficiente non prestarsi attenzione reciproca, poiché la

comunicazione non ha luogo soltanto quando è intenzionale, conscia o efficace,

ovvero quando si ha comprensione reciproca, ma ha luogo sia che il messaggio

emesso eguagli quello ricevuto sia che non lo faccia. La comunicazione è un’unità

di comportamento: una singola unità di comunicazione è rappresentata dal

messaggio, mentre una serie di messaggi sarà definita interazione (che, a livello

più elevato, può presentarsi in modelli di interazione). Benché lo schizofrenico

cerchi di non-comunicare, quindi, si trova di fronte al compito impossibile di

negare che egli sta comunicando o che il suo diniego sia comunicazione. Ogni

comunicazione implica un impegno e definisce il modo in cui il trasmettitore

considera la sua relazione col ricevitore: lo schizofrenico, quindi, si comporta

come se volesse evitare l’impegno.

Il secondo assioma afferma che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e

un aspetto di relazione che lo classifica. Una comunicazione trasmette infatti

informazione e allo stesso tempo impone un comportamento: si parla infatti,

rispettivamente, di “notizia” (report, ovvero il contenuto del messaggio) e

“comando” (command). Tanto più una relazione è spontanea, tanto più l’aspetto

relazionale della comunicazione recede sullo sfondo: nelle relazioni “malate”

infatti, vi è una lotta costante per definire la natura della relazione.

A differenza dell’informazione (ossia i dati), l’informazione su tale informazione

(ovvero le istruzioni) dà vita a una meta-informazione, realizzabile anche in

modo non verbale (gridando, sorridendo). Il contesto chiarisce spesso la

relazione: tali indicazioni non ci vengono infatti date dalla lingua scritta. La

capacità di meta comunicare è la condizione essenziale per una comunicazione

efficace, ma è legata alla consapevolezza di sé e degli altri.

Il terzo assioma stabilisce che la natura di una relazione dipende dalla

punteggiatura delle sequenze di comunicazione. Durante l’interazione, ovvero

nello scambio di messaggi, i partecipanti introducono quella che Whorf, Bateson e

Jackson hanno definito “la punteggiatura della sequenza di eventi”. Lo psicologo

etichetta un elemento (o item) in ingresso come “stimolo” e un altro come

“rinforzo”, definendo ciò che il soggetto fa tra questi due eventi come “risposta”,

sebbene ogni elemento della sequenza sia simultaneamente stimolo, risposta e

rinforzo. La sequenza delle prove è punteggiata in modo tale che sembra che sia


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mazzoli Lella.

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