L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica (Benjamin)
- Il produttore malinconico (Cacciari)
Dato che nell’espressione, rappresentante e rappresentato si condizionano
reciprocamente, l’opera d’arte era sempre stata considerata un mezzo per
realizzare la “discesa” dell’essenza divina e far entrare il Dio in noi. Il valore
culturale si dissolve a favore del carattere artistico, che rappresenta invece la
distanza tra umano e divino. Il valore cultuale tramontato si rifugia nell’aura,
che fa riferimento non al culto, ma ai valori di genialità e creatività connessi al
fare artistico, avanzando così la pretesa a un culto proprio della singolarità
irripetibile e inviolabile.
L’aura della genialità si frantuma nella molteplicità delle manifestazioni artistiche
e si dissolve nella perdita dell’Io creatore. L’arte dell’opera riproducibile
abbandona infatti l’immediatezza e il suo essere prodotto di riflessione.
La Tecnica esige infatti cervello sociale, una organizzazione universale di
prodotti espressi in un linguaggio di immediata comprensione. Le forme
artistiche interiorizzano quindi la componente storico-sociale, rendendo l’autore
un produttore di un’opera il cui valore è deciso non dal contenuto o dalle novità
che esso apporta, ma alla sua posizione nei rapporti di produzione. L’esibizione
della Tecnica dell’artigiano come nuova “bellezza” artistica, l’estetizzazione
ipertrofica delle manifestazioni della vita sociale e produttiva (i cui contenuti
venivano sacralizzati nei regimi totalitari) e la necessità di una continua
innovazione tecnica genera in Benjamin la nostalgia per l’autonomia della forma
artistica, per l’art pour l’art.
La Tecnica, “matrice” del “rinnovamento dell’umanità” può essere sfruttata dalle
forze culturali-politiche, sebbene i valori di mistero e tradizione siano
inutilizzabili, al contrario di quelli di esposizione. L’aura impedisce che l’opera
esposta venga immediatamente fruita, obbligando a un’attenzione infinita,
poiché l’opera riserva sempre qualcosa che eccede ogni spiegazione. Sebbene
l’essenza dell’opera non sia mai disvelabile, la massa esige un contatto rapido
che consenta una valutazione poco attenta. Con la rivoluzione innescata da
fotografia e cinema, ogni cosa perde la sua fissità, assumendo un valore relativo
alla sua scambiabilità. Individualità ed hic et nunc sono il passato, poiché il
denaro elimina la distanza e i “luoghi” rappresentati accompagnano lo sviluppo
dell’industria del turismo, soddisfacendo la pretesa di “partecipare” a tutto e
rendendo omogeneo ciò che prima era differente. La moda esprime il
permanente, l’eterno ritorno del nuovo.
Tuttavia, gli oggetti “nascono” quindi de-sostanzializzati, non rompono un
involucro di aura poiché nessuna aura può essere associata al denaro che li
genera. L’unica sacralità che si conserva nel denaro è quella della sacra
prostituzione: nella metropoli, infatti, i rapporti si costruiscono intorno alla
forma del contratto. La merce esprime la propria natura esponendo visi,
producendo consumo. L’intelletto calcolante si afferma quindi nel mondo dei
produttori e del trapassare perenne, in cui il “cervello sociale” metropolitano è
continuamente al lavoro per sviluppare nuove merci e consumare ciò che ha
prodotto. Per Marx, il capitale deve sottomettere alla legge del suo profitto ciò
che l’intelletto generale (agente decisivo) produce, malgrado il lavoro tecnico-
scientifico entri in contraddizione con la “macchina”, che vuole costringerne
l’energia produttiva in prodotti determinati, riconoscendo alle “idee” un valore
solo se hanno pubblico o mercato.
Solo nella metropoli il poeta può esistere, bevendone la frenesia e convivendo
con il suo tumultuoso mutare che i produttori ignorano. Per esprimerlo, infatti, è
necessario distaccarsene, potendo così notare sogni e gli incubi che si generano
in questo spazio, esprimendoli realisticamente allegorizzando lo choc in modo da
renderlo indimenticabile.
Anziché occultarne la violenza rivoluzionaria, occorre infatti dare forma alla vita
metropolitana, comprendendone gli opposti: ne deriva che l’espressione artistica
“all’altezza” dell’epoca dovrebbe combinare massimo choc e massima
riflessione, imponendosi al pensiero ed esigendo l’ossessiva ricerca
dell’espressione compiuta. Così come il sistema di produzione abbandona le sue
precedenti configurazioni, al progetto appare superfluo conoscere il proprio
passato.
Lo sguardo distratto e curioso appartiene al flaneur, che aggira la città priva di
centri sacrali, ma solo simulacri di centralità su cui ironizzare, dissolvendone
l’aura passandovi accanto ed oltre senza meta. Egli vede ogni cosa come una
merce in via di rinnovo e trasformazione,
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