Riassunto “Sociologia della comunicazione” (Paccagnella)
1. Le questioni fondamentali
Il Dizionario della lingua italiana alla voce informazione riporta sia “l’informare,
l’informarsi e l’essere informato”, che il dato che consente di avere conoscenza di
fatti e situazioni. Bateson la definiva “la percezione di una differenza”, che a sua
volta produce una differenza. Perché ci sia informazione occorrono infatti 2 entità
in relazione e una notizia rappresentabile in un’entità elaboratrice di informazioni
(come un cervello o un calcolatore).
I nostri sensi sono infatti rilevatori di differenze rispetto allo stato precedente,
canali attraverso i quali vengono acquisite le informazioni del mondo esterno, che
diventano tali solo quando uno strumento ne rivela l’esistenza. L’unità minima di
informazione è il bit (binary digit, ovvero cifra binaria), che rappresenta la
quantità di informazione contenuta in un oggetto o un evento con due stati
possibili (il dado, per esempio, ne ha 3). Gli attributi morali dipendono dalle
aspettative del soggetto e dal contesto culturale in cui sono inserite.
L’attribuzione di significato è, da un punto di vista cibernetico, equivalente a un
sistema di ridondanze (si pensi alla stele di rosetta, che ha permesso di
identificare una struttura nella lingua dei geroglifici, grazie alla comparazione del
testo con le sue traduzioni).
Secondo il dizionario, comunicazione vuol dire sia comunicare che ciò che si
comunica, ma anche un contatto e le strutture che stabiliscono un collegamento.
Alla metà, la visione della comunicazione come “trasmissione di informazioni” si è
evoluta nella “teoria matematica della comunicazione” (o “teoria
dell’informazione”, o ancora “modello del pacco postale”) di Shannon e Weaver,
che hanno scomposto il processo comunicativo nei suoi elementi fondamentali. La
sorgente elabora un messaggio, ossia un insieme di informazioni da trasmettere)
attraverso un apparato trasmittente che lo codifica in base al mezzo di
comunicazione scelto. Il mezzo o canale di comunicazione fa viaggiare il
messaggio all’apparato ricevente, che trasforma il messaggio applicano le stesse
regole di codifica del trasmittente (sebbene una fonte di rumore possa
modificarlo) e lo fa ricevere al destinatario. Il modello di Shannon si applica alle
conversazioni faccia a faccia, alle comunicazioni uomo-macchina e macchina-
macchina.
Per aumentare l’efficacia della situazione comunicativa, è opportuno scegliere un
canale di comunicazione meno soggetto a rumore e con maggiore larghezza di
banda (ossia la quantità di informazione, misurata in bit, che un canale è in
grado di veicolare nell’unità di tempo). E’ consigliabile scegliere un codice il più
possibile condiviso (basato su regole di corrispondenza) e codificare il messaggio
in forma ridondante attraverso ripetizioni e sistemi di controllo e verifica.
Un codice può essere studiato da 3 punti di vista: la sintassi (ossia lo studio dei
singoli elementi e delle possibili combinazioni), la semantica (ossia della relazione
tra codice e oggetti indicati) e la pragmatica (ossia la relazione tra codice,
utilizzatori e comportamento conseguente degli stessi). A metà del secolo scorso,
gli sviluppi della cibernetica e i modelli semiotici hanno portato ad una visione
della comunicazione come processo di trasformazione dell’informazione,
sottolineando come l’interpretazione non possa essere riducibile a un’applicazione
meccanica delle regole di codifica. La cibernetica ha infatti introdotto la nozione
di feedback (retroazione), mentre i modelli semiotici hanno restituito al
destinatario un ruolo attivo.
La scuola di Palo Alto, invece, dagli anni Sessanta, equipara comunicazione e
comportamento, arrivando a definire il primo assioma, secondo cui è impossibile
non comunicare (negando il requisito dell’intenzionalità, poiché anche la volontà
di non comunicare può manifestarsi o essere elusa). Goffman distingue, invece,
l’espressione assunta intenzionalmente e quella sintomatica, lasciata trasparire.
Per Anolli, la comunicazione è uno scambio interattivo osservabile, dotato di
intenzionalità reciproca e consapevolezza, in cui sistemi simbolici e convenzionali
di significazione consentono la condivisione di un determinato significato.
L’interazione è, invece, quel tipo di relazione in cui ogni partecipante orienta la
sua azione sulla base del comportamento e delle intenzioni (osservate o
attribuite) degli altri. L’intenzionalità distingue quindi lo scambio comunicativo da
quello informativo. La comunicazione può quindi essere definita un processo di
costruzione collettiva e condivisa del significato, dotato di livelli diversi di
formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità.
La comunicazione animale viaggia su piano diverso rispetto a quella umana,
poiché non si riferisce a dati fattuali, ma al tipo di relazione esistente fra gli
interlocutori. La comunicazione umana è normalmente di tipo referenziale, quella
animale è relazionale, sebbene le caratteristiche varino da specie a specie,
arrivando a rendere la comunicazione lo strumento per tessere sistemi di alleanze
e scambi, apprendendola in un processo di socializzazione, o addirittura a
utilizzare una “comunicazione menzognera” innata che lo agevola nel procurarsi il
cibo. Altre specie, come le api, utilizzano monologhi che non ricevono risposta ne
sono oggetto di elaborazione, conservando una struttura fissa e applicata a pochi
oggetti.
2. La comunicazione personale
Tra persone di diverse culture di provenienza, si usa generalmente il linguaggio
gestuale naif, ossia espressioni del viso ritenute universali, o si cerca di mimare
ciò che si vorrebbe esprimere. Il linguaggio verbale permette di comunicare
eventi lontani nello spazio e nel tempo, ma anche incertezze, negazioni,
sentimenti, astrazioni, che non hanno un corrispettivo fisico. Linguaggi gestuali
evoluti come la Lingua italiana dei segni (Lis), appresa dalle persone sorde,
codifica ogni gesto in modo che non possa essere lasciato all’interpretazione
individuale. Il sistema convenzionale di significazione permette di distinguere i
linguaggi “digitali” o “numerici” da quelli “analogici”. Una parola non contiene,
infatti, un richiamo diretto all’oggetto a cui è associata, bensì si affida, per essere
compresa, all’apprendimento e alla condivisione, mentre un ringhio può essere
compreso senza un accordo convenzionale precedente. Il linguaggio numerico è
detto discreto (poiché dotato di confini precisi), quello analogico è invece
continuo, poiché non rispecchia l’intensità di ciò che viene detto. In linguistica si
distingue infatti il significante (ossia il mezzo utilizzato per rappresentare) e il
significato (l’idea o l’oggetto).
Con Peirce, la semiotica divide ulteriormente i segni in: indici (in cui esiste una
continuità fisica tra significante e significato, come l’altezza della colonnina di
mercurio indica la temperatura), icone (in cui si verifica la similitudine o
l’analogia tra significante e significato, come in disegni e immagini) e simboli (in
cui il rapporto tra significante e significato è arbitrario). In sociologia
distinguiamo anche i segnali (un’informazione con poche possibilità di equivoci)
dai simboli (che conservano spazi interpretativi poiché il significato non è
interamente esplicitato ed è necessario apprendere il sistema convenzionale, che
subisce continue reinterpretazioni e contaminazioni).
L’”ipotesi della relatività linguistica” di Sapir-Whorf ha formalizzato il rapporto
causale tra linguaggio e conoscenza, affermando che i parlanti di lingue diverse
sono orientati verso differenti tipi di osservazione del mondo, poiché non si
possono pensare cose per le quali non si hanno parole a disposizioni. Il non
riuscire a esprimere a parole i propri pensieri spinge verso un’innovazione del
linguaggio. Anche Durkheim si era occupato di ricercare le origini sociali delle
categorie di pensiero arrivando ad affermare che l’interconnessione non può
essere ridotta ad una direzione causale, ma è frutto di un processo di costruzione
sociale della conoscenza, in cui il linguaggio costituisce il materiale di base. La
conoscenza non è mai neutrale, ma incarna sempre un punto di vista: le parole,
quindi, possiedono un valore politico che va oltre il significato letterale e rivela
una costruzione sociale di ciò che comunichiamo.
La teoria degli atti linguistici degli anni Cinquanta di Austin afferma infatti che
dire è sempre anche fare, distinguendo 3 livelli: gli atti locutori consistono nel
pronunciare qualcosa, quelli perlocutori comprendono le conseguenze nei
confronti degli ascoltatori, e quelli illocutori corrispondono alle azioni che si
concretizzano per il fatto stesso di pronunciare determinate parole (come nel
caso delle promesse e degli ordini). La condivisione di una lingua è un fattore
primario per il rafforzamento dell’identità collettiva, tanto che le minoranze
linguistiche sono in genere anche etniche e i gerghi giovanili o i linguaggi tecnici
danno vita a comunità linguistiche a sé. De Saussure identifica nella coppia di
concetti langue-parole lo scambio che avviene tra la forma codificata della lingua
e le esecuzioni individuali. La relazione circolare tra le due fa sì che l’esecuzione
materiale dipenda dalla langue ufficiale appresa, che si modifica grazie all’utilizzo
quotidiano delle parole, ricco di sfumature creative e contaminazioni di altre
lingue: tale rapporto rispecchia quello tra l’individuo e la società, da cui ognuno è
fortemente condizionato attraverso un processo di socializzazione, ma in cui allo
stesso tempo può apportare il proprio contributo.
Il senso comune considera la comunicazione non verbale più spontanea, sebbene
anch’essa sia frutto di un’interdipendenza tra natura e cultura, alla cui base
esistono meccanismi neurofisiologici condivisi da tutta la specie umana, ma
organizzati in configurazioni differenti a seconda della cultura di appartenenza. La
comunicazione non verbale è formata da diversi componenti: il sistema
paralinguistico (o “sistema vocale non verbale”) è rappresentato dai suoni che
emettiamo a prescindere dal significato, legati a fattori fisiologici, alla posizione
sociale rispetto all’interlocutore, ma anche alla situazione e all’interlocutore,
come il tono, l’intensità, il ritmo e le pause (vuote o piene, ovvero il silenzio, che
può indicare il valore della relazione, l’assenso e il dissenso, ma anche
concentrazione e distrazione, oppure suoni non verbali come “mmh”, “beh”, ecc.,
utili a prendere tempo o governare lo scambio dei turni). Il sistema cinesico
comprende i movimenti degli occhi (il contatto oculare aumenta l’attivazione
nervosa in situazioni appaganti o di pericolo), del volto (spesso al di fuori del
nostro controllo, come rossore o pallore, oppure volontari come i sorrisi di
circostanza, che sono soggetti a differenze interpretative a seconda della
prospettiva culturale ma anche dovute alla storia di interazioni comunicative
passate tra gli interlocutori) e del corpo (la cui gestualità costituisce, a volte,
l’unico codice comunicativo, come nel caso dei cenni della testa utilizzati per
esprimere assenso o dissenso).
La comunicazione non è dunque monopolio di chi dice una parola o compie un
gesto, ma si basa sulla costruzione condivisa del significato. La stessa postura
può essere rigidamente codificata (come per i soldati) e, pertanto, se modificata,
costituisce un atto comunicativo forte; tuttavia, essa è per la maggior parte dei
casi utilizzata in modo informale. La prossemica, invece, riguarda la gestione
dello spazio, che se per gli animali è legata alla posizione sociale del gruppo, per
l’essere umano si distingue in 4 zone: quella intima (50 cm di distanza) è quella a
cui hanno accesso solo poche persone e la cui invasione genera un’attivazione
nervosa corrispondente al disagio; la zona personale (da 50cm a un metro),
consente conversazioni rilassate e informali ad un volume di voce basso e si
utilizza con familiari meno stretti, amici e colleghi con i quali è possibile entrare
rapidamente in contatto fisico; la zona sociale (da 1 a 3-4 metri) è quella
adottata per gli interlocutori casuali, la cui figura è interamente osservabile,
anche per prevenire intenzioni aggressive o realizzare incontri professionali;
infine, la zona pubblica (oltre i 4 metri), è prevista per occasioni pubbliche
ufficiali in cui la comunicazione è stata precedentemente studiata in tutte le sue
componenti e la relazione tra i partecipanti è asimmetrica. Infine, la
comunicazione non verbale si realizza attraverso l’aptica, ossia diverse forme di
contatto fisico formalmente codificato (come le strette di mano) o lasciato alla
spontaneità (come un abbraccio o una pacca sulla spalla).
L’insieme di tutti i codici comunicativi fa emergere il senso complessivo della
comunicazione, poiché l’importanza dell’uno e dell’altro ci forniscono appigli per
costruire un modello di interpretazione, fortemente condizionata dalla
comunicazione non verbale, elaborata continuamente in modo automatico e
inconsapevole. Tramite essa è possibile infatti rinegoziare le relazioni di potere su
un meta livello diverso rispetto al contenuto esplicito della comunicazione
verbale. I pronomi del potere e della solidarietà, infatti, ovvero “tu” e “lei”,
possono essere utilizzati in maniera diversa a seconda della situazione, poiché
anche due soggetti sconosciuti che spontaneamente si sarebbero dati del “lei”, in
situazioni di difficoltà (oltre che nei casi in cui la relazione di potere si assottiglia
o si diventa amici), possono preferire l “tu” alla forma della cortesia. Anche a
livello paralinguistico, la persona che occupa una posizione superiore rivolge uno
sguardo diretto e parla in modo più chiaro, a un volume più alto e un ritmo
regolare ricco di pause che l’altro rispetta. Le zone della prossemica tendono a
espandersi in modo proporzionale alle zone di potere e l’accesso allo spazio
personale del superiore è spesso filtrato (si pensi alle guardie del corpo o alle
segretarie).
E’ ugualmente il superiore a gestire l’aptica (toccando il proprio interlocutore o
offrendo la possibilità di essere toccato, ad esempio porgendo la mano
all’interlocutore). Esistono “trucchi” che aiutano a comunicare determinati
significati al di là delle enunciazioni verbali, e che spesso i politici cercando di
imparare grazie ad appositi consulenti. La comunicazione può infine essere
distinta in numerica (o digitale) e analogica, variabili che se incrociate con quelle
dicotomiche verbale/non verbale, danno luogo a 4 possibili situazioni:
comunicazione verbale numerica, in cui la componente fondamentale è
rappresentata da ciò che viene detto (come una lezione universitaria);
comunicazione non verbale numerica, in cui vige un sistema linguistico
convenzionale appreso (come la Lis o i linguaggi di programmazione del
computer); la comunicazione verbale analogica, che trova senso in ciò che viene
evocato (come nella poesia, difficilmente traducibile da una lingua ad un’altra se
non in senso numerico); infine, la comunicazione non verbale di tipo analogico è,
ad esempio, quella tra la madre e il neonato, che non ha ancora imparato l’uso
convenzionale delle parole, ma coglie tonalità, movimenti e sguardo. Le parole
onomatopeiche costituiscono un esempio di commistione tra analogico e
numerico, poiché presentano analogie con i suoni a cui sono associate. Inoltre,
alcuni studi di psicolinguistica hanno fatto emergere il simbolismo fonetico
nascosto nella convenzionalità delle parole, i cui singoli fonemi richiamano
significati generici, archetipici e inconsci (sfruttati nel marketing per creare il
nome dei prodotti), come la “I” richiama l’idea di acuto, sottile e fresco.
La comunicazione rappresenta uno dei principali motori di sviluppo e mutamento
dei legami che costituiscono la società. Uno degli assiomi di Palo Alto afferma
infatti che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed uno di relazione che
lo classifica ed è, quindi, meta comunicazione. Se in una situazione ordinaria,
l’elemento relazionale resta sullo sfondo e non viene reso esplicito, in un litigio,
infatti, il pretesto di contenuto viene utilizzato per comunicare lo stato di una
relazione, all’interno della quale troviamo un conflitto spesso relativo all’autorità.
Una relazione di stima o disprezzo ci aiuta a classificare le frasi come complimenti
o commenti sarcastici, attuando una comunicazione sulla comunicazione (o
comunicazione di secondo ordine), che si affida spesso a sistemi comunicativi non
verbali. Un ulteriore assioma afferma che la natura di una relazione dipende dalla
punteggiatura delle sequenze di comunicazione. Se il modello del pacco postale ci
induce a pensare che i messaggi “stimolo” precedano messaggi “risposta”, esiste
in realtà un flusso di significati divisibile in unità discrete solo in modo arbitrario.
Tale suddivisione costituisce la punteggiatura, in cui le divergenze possono
causare problemi nella relazione: il punto di vista della moglie sugli eventi
concorda spesso con quello del marito, ma essi vengono punteggiati in maniera
speculare (“lui si chiude, quindi io lo critico”/”lei mi critica, quindi io mi chiudo”).
Privilegiare una punteggiatura rappresenta una questione politica d
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