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Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Il patchwork mediale, Mazzoli

Riassunto studiato per l'esame di Sociologia della comunicazione, basato sullo studio autonomo del libro consigliato dalla prof. Mazzoli: "Il patchwork mediale", Mazzoli. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Sociologia. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia della comunicazione docente Prof. L. Mazzoli

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funge da collante per la comunità, l’informazione ha invece funzioni più neutre e

meccanicistiche, parte di un sistema tipico delle grandi comunità urbane e

industriali, caratterizzate dall’atrofia progressiva dell’esperienza. L’uomo

civilizzato delle grandi metropoli ricade nell’isolamento, sostituendo il rapporto

tradizionale e autentico con gli altri, con uno socialmente strutturato secondo le

esigenze delle società moderne. Con l’affermazione “Il comfort isola”, si evidenzia

infatti la capacità delle società moderne di fornire servizi, beni e strutture

informative a discapito della qualità dei rapporti umani in senso antropologico.

Prima dell’avvento dei media di massa, la relazione prevaleva sullo sfondo di una

comunità a cui sia narratore che ascoltatore appartenevano. Lo sviluppo del

contenuto e il recedere della relazione ha dato vita a una comunicazione di tipo

contenutistico, caratteristica della comunicazione di massa, scorporata da

processi e legami sociali. L’avvento di media moderni dalla grande potenza

manipolatoria portano infatti a un declino dell’esperienza a favore di

un’informazione basata sul valore di novità, tanto che i media vengono sempre

più riconosciuti come luoghi d’esperienza.

Per Simmel, l’isolamento rappresenta proprio un meccanismo di autodifesa che

l’uomo moderno e contemporaneo utilizza per far fronte all’enorme quantità di

stimoli e informazioni a cui è sottoposto, oggi soprattutto provenienti dai siti di

social network, nuova frontiera del “bombardamento” mediale. Il blasé, incapace

di reagire ai nuovi stimoli con l’energia che competerebbe loro, si isola dalla

comunità in cui vive, sempre più caratterizzata da legami astratti da cui si libera

e si rende indipendente, per poter esprimere la propria individualità nella

metropoli, in cui spirito oggettivo e soggettivo si confrontano. Benjamin evoca

invece la figura del flaneur di Baudelaire, che si trova sulla soglia della metropoli

e della borghesia. Il suo ambiente ideale è Parigi, in cui è ancora possibile

perdersi nelle gallerie, al contrario della Londra asservita ai ritmi frenetici della

civiltà industriale. Egli trova quindi rifugio nella folla, in cui si perde e da cui

osserva la città. Nella nostra realtà possiamo invece rintracciare la figura di uomo

“superficie”, che appare alla moda e segue i modelli, ma nasconde una

convinzione semplificata e mai approfondita che lo rende certo delle sue scelte e

convinto che la sua opinione sia “sua” e non indotta.

Habermas propone una concezione di sfera pubblica che nella sua prima

formulazione era intesa come spazio ideale di pratiche discorsive a carattere

pubblico, con confini non delimitabili. Essa è l’arena discorsiva nella quale si

dibattono i problemi della società e i temi di interesse generale, seguendo il

“moto di generazione” degli argomenti. Essa coinvolge quindi il potere politico ed

economico, le associazioni e i singoli, in quanto ospita tutto ciò che è di dominio

pubblico, ma ha la sua ragion d’essere nella controparte privata e individuale di

chi costituisce la società. Nei primi circoli e caffè letterari e nelle prime riviste

d’opinione si cominciò tuttavia a strutturare la sfera pubblica di matrice

borghese.

Per Habermas, infatti, essa rappresenta l’insieme dei privati riuniti in forma

pubblica. La dimensione di pubblicità è determinata dalla volontà borghese di

rivendicare la regolamentazione della sfera, legata all’esercizio del commercio e

all’amministrazione di beni familiari, in contrapposizione agli strati aristocratici

che possiedono caratteri di “pubblicità” e “responsabilità” nei confronti della

comunità. Essa si fa portatrice delle istanze della società civile davanti allo Stato,

avvalendosi dell’autorità del “pubblico potere”, messo in discussione

dall’importanza che i privati associati in formazione pubblica acquistano

progressivamente. Il valore prettamente politico emerge solo in un secondo

momento, essendo la sfera pubblica inizialmente “letteraria” e fortemente legata

al “mondo elegante” dell’aristocrazia.

Essa si compone quindi di temi sia volatili che strutturati abbastanza da

raggiungere l’importanza critica per divenire issue dominanti. Il modello della

sfera pubblica viene messo a dura prova dallo sviluppo progressivo dei mass

media, che impongono frame discorsivi in cui i privati possono riconoscersi ma

dei quali hanno perso la paternità. I media sono “agenzie di rappresentazione”,

che lasciano poco spazio alla creazione di identità e istanze dal basso, ovvero alle

conversazioni attraverso le quali i cittadini si confrontano argomentando le

proprie posizioni ed esercitando una funzione di controllo sull’agire dei propri

governanti. Si assiste quindi a un processo di colonizzazione per cui i meccanismi

spontanei di formazione di opinione e volontà si svuotano e si inaridiscono. La

sfera pubblica viene ri-feudalizzata, trasformandosi a causa del prestigio

personale dell’autorità. Lo sconfinamento della dimensione pubblica (che diventa

intima) dissolve la sfera privata: le discussioni parlamentari diventano shows e la

pubblicità perde la funzione dimostrativa, in quanto gli argomenti si risolvono in

simboli che non offrono soluzioni ma generano solo identificazioni. L’individuo è

quindi chiamato solo a “selezionare” i contenuti proposti dall’alto.

Tra luoghi fisici e cornici per eccellenza come la televisione si dispiega un sempre

più ampio territorio della “performance di presentazione del sé e del mondo”.

Boccia Artieri sottolinea la nuova centralità dei vissuti individuali “in pubblico”

resa possibile dai nuovi media, che diventano territorio dell’abitare, cambiando i

modi di conversare, ascoltare ed elaborare eventi dell’esistenza, oggetto di

comunicazione pubblica.

L’informazione può essere considerata come un elemento ineliminabile da ogni

processo comunicativo. L’inquadramento delle teorie sulla comunicazione operato

da Morris nel ’39 individuava 3 registri: sintattico (concentrato su struttura e

trasmissione del messaggio, su un piano formale), semantico (che riguarda il

rapporto tra segni e significati, ovvero il processo di significazione) e pragmatico

(che analizza la comunicazione contestualizzata nell’interazione sociale,

focalizzandosi sulla relazione sociale concreta).

Nell’ambito del registro sintattico, la teoria matematica della comunicazione di

Shannon e Weaver degli anni Quaranta si focalizzava sui problemi della

trasmissione di un segnale attraverso un canale. L’economicità della trasmissione

e della costruzione del segnale si realizza ottimizzando l’efficienza del canale,

riducendo il “rumore” (“noise”, ossia le interferenze) per trasmettere

un’informazione codificata e strutturata. La quantità viene commisurata alla

libertà di scelta dell’emittente tra un numero definito di potenziali messaggi,

ottimizzando i processi di trasmissione mediati da tecnologie della comunicazione

in un processo sradicato dal contesto umano, relazionale e culturale.

Foerster lamentava come una miope applicazione del registro sintattico riducesse

la comunicazione a un processo di trasmissione di “informazione”, esistente in

autonomia dagli uomini stessi. L’aspetto economico dei codici e della loro

efficienza lascia il posto all’approccio semantico, che si preoccupa del significato e

dei soggetti che lo costruiscono. Per Volli, la competenza linguistica testimonia la

validazione della dignità di cittadinanza di un individuo rispetto alla comunità di

riferimento, distinguendo tra asse verticale semantico e orizzontale comunicativo.

Il primo considera cosa viene detto e il secondo la funzione sociale del linguaggio,

che aggrega gli individui attorno al discorso, sviluppando l’aspetto sociale della

comunicazione. Il soggetto comunicante, mediante regole e all’interno di spazi

sociali, interagisce dando vita a significati e simboli costantemente rinegoziati con

l’interazione: il sociale si caratterizza quindi attraverso la vita comunicativa,

rappresentando, a sua volta, la cornice in cui si sviluppa la comunicazione. Volli

include nell’atto comunicativo un significato profondamente politico, attinente alla

sfera pubblica come sfera di rappresentanza.

L’individuo interagisce nella società nel gioco della cittadinanza, ovvero in aree

discorsive che hanno proprie regole e convenzioni che includono o escludono certi

contenuti e prevedono, per entrare, il possesso di titoli e competenze.

L’interpellazione è quindi l’appello ad aprirsi ad un’occasione discorsiva in cui il

soggetto può agire entro limiti consentiti, ma degenera spesso in una tecnica che

lo risucchia e lo etichetta. Quando tra stato, istituzione e sistema politico la

comunicazione passa esclusivamente attraverso mezzi di comunicazione

mainstream, il soggetto è infatti relegato a un ruolo di mero ascoltatore, mentre

l’informazione in rete e social network crea meccanismi di mitigazione. La teoria

pragmatica della comunicazione umana è invece stata elaborata dalla Scuola

psicologica nordamericana di Palo Alto (con Watzlavick, Jackson e Bateson). Essa

intende i processi di comunicazione come processi di interazione sociale,

attraverso cui la società garantisce la propria riproduzione. Lo stesso saluto serve

ad affermare la deferenza verso gli altri e il proprio contegno.

Quando l’individuo-Ego costruisce rapporti con un individuo-Alter, reciprocamente

influenzati, la situazione comunicativa, oltre a produrre contenuti, definisce la

stessa relazione sociale. Ogni comunicazione è composta da un livello puramente

informativo (“notizia”) e uno di relazione (“comando”) meta comunicativo, nel

quale si specifica come leggere il contenuto prodotto dalla comunicazione stessa.

Essere in comunicazione implica quindi prendersi un impegno relazionale, data la

connessione tra l’”essere in società” e l’”essere in comunicazione”. Il “cosa” è

anzi a volte un mero pretesto per la costruzione e la ricostruzione della relazione.

La definizione di informazione di Bateson ne rispecchia infatti la complessità, in

quanto sottolinea la presenza di una differenza che fa differenza, ossia di una

differenza nell’ambiente (ossia qualcosa che viene detto da qualcuno, in un modo

e in un momento) che ne produce una nel sistema (nella struttura cognitiva ed

emotiva del ricevente). L’informazione è quindi il prodotto finale del processo di

comunicazione, che non esisteva affatto all’inizio.

L’evoluzione delle forme di mediazione della comunicazione sono state oggetto

dello studio di Luhmann, che concepisce la società come un sistema i cui

elementi fondamentali sono comunicazioni. La comunicazione diventa il processo

sociale per eccellenza, ma sistemico. La società è infatti un sistema autopoietico,

che rigetta nell’ambiente tutto ciò che non è comunicazione: essa è un sistema di

comunicazioni che si riferiscono ad altre comunicazioni. La semantica si

sostituisce così alla cultura, essendo intesa come una riserva di temi a cui la

comunicazione può attingere. Il rapporto tra linguaggio e realtà rappresenta

quindi la struttura che sorregge il sistema sociale, in quanto lo legittima e

riproduce, trasformandosi assieme ad esso. Il sistema sociale opera una

selezione nei confronti dell’ambiente esterno, la semantica nei confronti delle

ambiguità e ambivalenze dal linguaggio prodotte.

Per produrre differenze, occorre che le differenze stesse restino nella memoria.

Piazzi considerava infatti la conoscenza come espressione autonoma della vita,

soggetta a forme di socializzazione che la trasformano in funzione dell’ambiente

sociale: nel quadro della teoria dei sistemi luhmanniani, la coscienza è invece

intesa come la pertinenza dei soggetti nei sistemi sociali, relativa alla loro

capacità di riprodurre la comunicazione, anziché esprimere l’autonomia del piano

soggettivo. Per Luhmann, la comunicazione è la sintesi di 3 sezioni: emissione (o

atto del comunicare, selezione operata da Alter nel momento in cui decide di

comunicare), informazione (selezione del sistema sociale di cosa comunicare) e

comprensione (selezione di Ego che distingue Alter dal contenuto comunicato). Il

secondo assioma asserisce infatti che ogni comunicazione ha un aspetto di

contenuto ed uno di relazione che lo classifica: ogni comunicazione include infatti

al suo interno un aspetto comportamentale che definisce il modo in cui va

trattato il contenuto ricevuto.

Ego e Alter sono “costellazioni di aspettative”, la cui esistenza è essenziale per

quella dell’altro e che non possono comunicare se non all’interno di un sistema

sociale, che si riproduce proprio grazie alla comunicazione, fenomeno ricorsivo

che rimanda continuamente ad altri eventi comunicativi. L’improbabilità della

comunicazione sta nel fatto che essa non può infatti avere luogo come evento

singolo, ma trova il motivo del suo verificarsi nei suoi riferimenti ricorsivi, ovvero

nelle operazioni comunicative alle quali reagisce e che stimola. Con la scrittura (e

successivamente con gli altri media), si sono infatti separati in spazio e tempo

l’atto del comunicare e la comprensione, dando così all’informazione

un’autonomia che la rende, secondo Luhmann, il nuovo centro di gravità della

comunicazione, riducendo, quindi, l’improbabilità della comunicazione stessa.

2. La comunicazione dei media

McLuhan tratta il tema della comunicazione tenendo conto del piano tecnologico e

sociale (ossia dei media) e di quello soggettivo (dei corpi).

Le teorie della comunicazione del Novecento sono frutto della riflessione sulle

potenzialità dei mezzi di comunicazione condotte da discipline diverse e

influenzate anche da scelte politiche. A partire dagli anni 70 la riflessione teorico-

scientifica sull’intelligenza artificiale e lo studio delle tecnologie per la simulazione

di processi intelligenti (finalizzato a prolungare le possibilità intellettive e la

capacità di generare pensiero) hanno confuso cervello e pensiero.

Le due correnti dell’Intelligenza Artificiale forte e dell’Intelligenza Artificiale

debole abbandonarono tale dibattito per concentrarsi sulla relazione uomo-

macchina (o meglio, uomo-tecnologia) e su quelle tra uomini mediate dalle

tecnologie per migliorare la qualità dei legami sociali e permettere di

raggiungere, attraverso un linguaggio comunemente conosciuto persone, servizi,

oggetti non facilmente accessibili ai più. La tematica del micro-macro link è

quindi quella della relazione tra soggettività e macro istituzioni sociali e del ruolo

potenziale di partecipazione ed empowerment.

Dalla rivoluzione industriale ottocentesca, le grandi masse sono state esposte a

flussi informativi di stampa, radio e cinema, tanto che nelle propagande belliche,

il rapporto mezzi-audience fu una straordinaria leva di mobilitazione di massa.

Nel caso francese, il sistema radiofonico fu sottoposto al controllo dello Stato,

mentre nella Germania nazista ci si concentrò sulla costruzione dell’ideologia di

regime e sulla diffusione delle notizie sulle operazioni militari, proibendo l’ascolto

di radio straniere. Goebbels fece infatti costruire, nel ’33, il “ricevitore del

popolo”, un apparecchio standard dotato di bassa capacità ricettiva, che

consentiva al regime di controllare tutta la programmazione. In Italia, nel ’27,

nacque l’Eiar, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, preceduto nel ’24 dall’Uri,

Unione Radiofonica Italiana, mediante il quale il fascismo plasmava l’opinione

delle masse con un mix di svago e informazione.

Nel ’33 iniziarono anche le trasmissioni dell’Ente Radio Rurale, rivolta

all’educazione dei ragazzi e all’ascolto scolastico. McLuhan considerava quindi i

media come estensioni di corpo e mente, a un livello quindi sia sensibile che

intellettivo: ciascun medium influisce infatti nella nostra percezione del mondo,

provocando l’intorpidimento o l’ipertrofia estetica e condizionando il nostro

immaginario culturale e simbolico. La ricognizione sugli strumenti del comunicare

mostra come non ci sia una sostanziale differenza tra spostamento di

informazione e di persone, poiché la comunicazione contiene in sé i soggetti

coinvolti, ovvero sia forma (il medium) che contenuto (il messaggio). McLuhan

afferma infatti che “il medium è il messaggio”, poiché provoca un mutamento di

proporzioni, ritmi e schemi introdotti, modificando l’uomo nell’uso della

tecnologia.

L’opinione pubblica è ancora sensibilmente orientata da forme di informazione

mainstream, in quanto rete, web 2.0 e social network non hanno ancora

raggiunto la forza di informazione e formazione del sapere dei tradizionali media

di massa, e non riescono quindi a produrre effetti di strategia del consenso

altrettanto efficaci. Con il differenziarsi progressivo della società e lo

specializzarsi degli individui, nonché con il mutamento delle forme di

socievolezza, sono infatti mutati anche i mezzi di comunicazione e il loro

adattamento, in un rapporto di reciproco adattamento.

XIX e XX secolo vedono l’esplosione di stampa, radio e tv. I più antichi quotidiani

italiani risalgono all’Unità d’Italia, ma con l’avvento dello sviluppo industriale,

l’aumento delle copie influirà positivamente sull’analfabetismo. La radio di Stato

nasce invece nel ’54 negli studi Rai di Torino, finché l’avvento del web rafforzerà

le potenzialità dei media e la molteplicità dei modi di fruizione.

Una delle prime teorie formalizzate sul potere dei mezzi di comunicazione è

quella dell’ago ipodermico o teoria del proiettile magico, risalente ai primi decenni

del Novecento. Wright affermava infatti che ogni membro del pubblico di massa è

personalmente “attaccato” dal messaggio.

Con le guerre mondiali e i regimi totalitari, l’affermarsi della vita urbana ha

esposto il cittadino a messaggi e contenuti che sostituivano i principi normativi

delle società tradizionali. Industrializzazione e urbanesimo sembravano poter

sovrastare l’individuo e irreggimentare la sua vita secondo regole collettive di

produttività e rigore organizzativo. La comunicazione di massa veniva ipotizzata

quindi come una sorta di voce superiore che potesse condizionare la coscienza

individuale e collettiva. McLuhan considera infatti la radio un “tamburo tribale”

con capacità aggregative e quindi fonte di coesione e

informazione/condizionamento per la sua capacità di raggiungere le persone. La

comunicazione di massa si traduce in un’attività manipolatoria nelle intenzioni

delle organizzazioni di emissione. La creazione di radio di Stato negli anni 20 e 30

del Novecento aveva infatti la funzione di uniformare la massa dal punto di vista

culturale e simbolico. Il concetto di massa nasce nel pensiero politico

ottocentesco conservatore che la connota con un’accezione negativa poiché vede

nella massa il prodotto irrazionale, incontrollabile e violento di urbanizzazione e

industrializzazione. Per i nascenti movimenti socialisti, la “massa” aveva invece

forti connotazioni positive per la capacità di aggregarsi in funzione di uno scopo

collettivo sovraindividuale volto all’emancipazione. La perdita dell’individualità

degenera tuttavia nell’indifferenziazione: la massa diventa quindi un aggregato

omogeneo di persone simili. La perdita dell’esclusività delle élite e l’indebolimento

dei legami tradizionali ha infatti generato la fusione del singolo in un magma

sociale senza qualità.

Le persone, sconosciute, hanno infatti numerose occasioni di contatto fugace ma

scarse possibilità di interazione, necessitando quindi di nuovi elementi che

possano strutturarla e ne determinino l’azione. La crisi delle società tradizionali

provocata dall’industrializzazione ha infatti reso difficile elaborare un pensiero

critico indipendente. La massa non si fonda infatti sulla personalità dei suoi

membri, ma su quelle parti che li accomunano ed equivalgono a forme primitive

dell’evoluzione. Le loro azioni cercano di raggiungere lo scopo nella vita più breve

possibile, ma a dominarle è sempre una sola idea. L’individuo è quindi bersaglio

di messaggi manipolatori di mezzi di comunicazione nelle mani di pochi. Tali

messaggi di matrice propagandistica li penetrano e ne condizionano gusti, scelte

ed emozioni.

La psicologia behaviorista dei primi decenni del Novecento, diffusasi negli Stati

Uniti, intendeva studiare il comportamento umano con gli stessi metodi di

esperimento e osservazione tipici delle scienze naturali. La relazione tra

organismo e ambiente viene osservata secondo il modello stimolo-risposta usato

da Pavlov, il cui cane rispondeva automaticamente con la salivazione allo stimolo

del campanello che annunciava il cibo, a causa di un riflesso condizionato che

sfugge al suo controllo. Lund considerava impossibile definire stimoli e risposte se

non uno nei termini dell’altro: insieme essi costituiscono infatti un’unità,

presupponendosi a vicenda.

Stimoli che non producono risposte non sono stimoli, e una risposta deve

necessariamente essere stata stimolata. La società di massa presenta infatti

lacune in termini di lucidità analitica, evidenti soprattutto con lo svilupparsi di

industria culturale e cinema, che danno vita a una nuova cultura di riferimento

che supera i saperi tradizionali e gli usi e costumi appresi nelle comunità locali.

La perdita dell’autenticità e la standardizzazione a cui gli individui sono sottoposti

è dovuta, secondo Morin, alla capacità della cultura mainstream di toccare la

sensibilità di “tutti”, attingendo a immagini e significati universali, espressione di

moti autentici della vita umana.

Nella società di oggi, le persone nascono già immerse in questa cultura di massa

che rappresenta la cultura popolare, attraverso cui matura l’immaginario e

mediante la quale vengono costruiti significati, esperienza e relazioni simboliche e

sociali. L’arrivo della rete ha portato i soggetti a mantenere comportamenti legati

a modelli di massa, affiancando ad essi capacità di scelte autonome fuori dalle

regole dominanti, dando nuova energia alla cultura popolare.

A partire dagli anni 40, Lasswel espresse un punto di vista “meccanico” sulla

comunicazione, scomponendo il processo comunicativo in 5 mosse,

corrispondenti alle domande: chi dice, cosa, a chi, attraverso quale canale e con

quali effetti. Tale visione ne evidenzia quindi la potenza semplificatrice e

l’universalità di applicazione, sebbene con i nuovi media ci sia bisogno di porsi

domande più complesse, dipendenti anche dalla specificità di ogni singolo

medium. L’analisi del messaggio considera 4 fattori: la credibilità della fonte,

l’ordine delle argomentazioni, la completezza e l’esplicitazione delle conclusioni.

La conoscenza della fonte può essere complicata soprattutto in rete, sebbene sia

ovunque evidente l’andamento asimmetrico secondo cui l’emittente produce la

comunicazione, ricevuta passivamente dal pubblico (più o meno

consapevolmente suddito) coerentemente col modello stimolo-risposta. La

comunicazione è volta a sollecitare uno specifico effetto, ovvero un

comportamento che ne sia la diretta conseguenza (un voto, un acquisto o nella

formazione di un’opinione). Si cerca quindi di “condurre” i soggetti a fare scelte

congrue agli intenti dell’emittente, non necessariamente in sintonia con i loro

obiettivi.

A partire dagli anni 40 si sono tuttavia sviluppati approcci teorici incentrati sul

processo di codifica/decodifica, evidenziando la capacità del pubblico di

“ricostruire” il significato del messaggio. I cultural studies si rifiutarono infatti di

considerare il banale accoglimento di un contenuto preconfezionato, codificato da

strutture di emissione secondo una determinata ideologia, ma che il

ricevente/decodificatore può rifiutare, opponendovisi o proponendo una lettura

diversa e antagonista. I media, anche secondo Gramsci e Benjamin, riproducono

una visione egemonica favorevole alle classi dominanti, benché ciò non escluda la

possibilità di un “conflitto” interpretativo.

La forza dei media va quindi a ridursi all’aumentare della competenza dei

riceventi e della varietà delle informazioni disponibili, rispetto alla quale ha un

grande rilievo la capacità selettiva. La combinazione tra media di massa e social

network favorisce lo stabilirsi di una relazione fra i riceventi. McQuail infatti

sottolinea come la comunicazione rituale dipenda da una comunanza di vedute ed

emozioni, che si uniscono attraverso il rituale che impegna sentimento e azioni,

acquisendo un significato non definito autonomamente dai partecipanti, ma

dipendente dalla cultura. A una prima stagione di teorie sulla manipolazione,

quindi, ne segue una incentrata sull’idea di persuasione e sugli studi sperimentali

sulle “variabili intervenienti” nel processo di ricezione, che riguardano i singoli

membri dell’audience.

Gli psicologi si focalizzarono infatti su fattori come classe sociale, istruzione,

orientamento politico. Tuttavia, essi si occuparono prevalentemente degli effetti

dei media connessi a situazioni di alta esposizione a messaggi dei media per fini

elettorali o propagandistici, ma senza occuparsi della quotidianità di un panorama

mediale contemporaneo, oggi non più circoscritto ai media tradizionali, ma

caratterizzato da una produzione attiva di contenuti e dal passaggio dal

passaparola tradizionale e quello tramite social network.

Dal modello della persuasione, basato su scopi precisi e su un “piano di

comunicazione” funzionale al loro raggiungimento, si svilupparono due filoni di

ricerca, uno attento ai caratteri del destinatario (che fa riferimento alle ricerche

della psicologia cognitiva) e uno incentrato sull’organizzazione ottimale dei

messaggi persuasori. La comunicazione è quindi composta da: causa (lo stimolo),

processi psicologici individuali ed effetto (la risposta).

L’approccio empirico o “degli effetti limitati” di Lazarsfield osserva gli effetti dei

media nel contesto dei rapporti sociali, ponendo l’attenzione sulla differenziazione

presente nel pubblico e l’elaborazione di modelli di consumo, ma anche alle

dinamiche di mediazione sociale. Le ricerche sugli “old media” analizzarono i

motivi per l’audience ascoltava alcuni programmi radiofonici, comparando serious

listening e intrattenimento. Lazarsfield parla quindi di effetti preselettivi e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mazzoli Lella.

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