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Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Cross-news, Mazzoli

Riassunto studiato per l'esame di Sociologia della comunicazione, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dalla professoressa Lella Mazzoli: "Cross-news", Lella Mazzoli. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Sociologia. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia della comunicazione docente Prof. L. Mazzoli

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Cross-news (Mazzoli)

1. Nuove realtà e strategie di informazione

L’approvvigionamento di news produce modalità di osservazione del mondo

sempre più complesse, attraverso strumenti diversi e modalità differenti di

informarsi. Televisione e radio hanno infatti reso pop l’informazione, attraverso

un percorso a senso unico che presupponeva uno spettatore passivo. Esse

realizzavano così il loro scopo divulgativo e la funzione di scolarizzazione,

attraverso tuttavia una modalità non interattiva.

Si è quindi passati ad una interconnessione fra emittente e ricevente e tra

persone e informazioni, grazie all’avvento del web 2.0 e dei social network,

tramite i quali le informazioni non sono più subite da pochi, bensì lo spettatore

può ora interagire, rispondere, commentare e far arrivare il proprio pensiero alla

fonte. Ciò che viene postato online è osservabile e pubblico. Da uno scambio di

opinioni prima confinato in case, piazze e caffè, il sense of place viene superato,

dando vita a un sistema in cui le tecnologie influenzano le relazioni sociali e ne

creano nuove forme. Accanto all’ambito familiare e a quello professionale (i

luoghi terzi), compaiono i luoghi altri, connessi in rete, in cui gli sconosciuti

possono interagire contribuendo alla costruzione dell’opinione pubblica,

ribaltando la logica del mainstream in cui uno parla e tanti ascoltano in quella del

web 2.0 in cui parlano in tanti. Chi si informa reagisce alla pluralità di stimoli con

curiosità, sebbene i tempi di fruizione siano più veloci e la minore concentrazione

abbia ridotto l’attenzione verso i singoli temi.

Wolf sottolineava la tendenza del pubblico ad esporsi a informazioni congeniali

alle proprie attitudini e ad evitare messaggi difformi, tendenza accentuata dalla

possibilità che i nuovi media offrono di indirizzare in maniera più selettiva la

ricerca di informazioni, sfruttando intermediari e catalizzatori di contatti (opinion

leader). Con i blog si ha la prima vera possibilità espressiva dei singoli in rete: il

diario personale online, così chiamato ai suoi albori, consentiva infatti di

esprimere pareri e pensieri potenzialmente visibili. Alla metà degli anni 90 è nato

il web log moderno, lanciato da Open Diary e sfruttato dai professionisti del

mainstream per creare veri e propri giornali digitali. A formare la nostra

conoscenza non sono tuttavia solo i giornalisti ufficialmente riconosciuti, ma

anche persone esperte in determinati ambiti. I social network sites (SNSs) hanno

reso il pubblico interconnesso e lo scambio di contenuti più fluido.

In Italia, Facebook è utilizzato da 24 milioni di utenti e Twitter da 3,3 milioni.

Pertanto, le fonti di informazione non sono più appannaggio esclusivo dei media

tradizionali (e quindi di un piccolo insieme di organizzazioni gerarchiche), ma

anche di un gran numero di potenziali collaboratori ed entità piccole e differenti

che acquistano autorevolezza agli occhi delle persone. Accreditando anche fonti

meno ufficiali, trovano spazio anche altri tipi di notizie non trattate dal

giornalismo classico, ma dal nuovo citizen journalism, fondato sul paradosso della

buca in strada di Johnson, secondo cui da sempre, notizie molto vicine a noi ma

poco importanti per il resto delle persone hanno ricevuto una maggiore

attenzione rispetto ad altre importanti ma più lontane. Ogni cosa può diventare

notizia, tanto che i professionisti sono costretti ad aggiornarsi e imparare a usare

strumenti come la social tv, ovvero le interazioni generate sui social network il

cui tema è la programmazione televisiva, sfruttata da alcuni programmi per

creare una conversazione continua. Il consumo dei contenuti non è quindi più

limitato a fasce orarie prestabilite, grazie al second screen, ovvero a smartphone,

tablet e altri strumenti leggeri e facili da maneggiare, che consentono di essere

sempre collegati e superare il modello mainstream travalicando la volontà delle

emittenti televisive e rendendo protagonisti diretti i singoli spettatori-utenti. La

televisione, riproducendo il mondo, ne offre una rappresentazione che non può

essere considerata la realtà, ma una sua forma mediata. La formazione

dell’opinione pubblica si modifica ancora attraverso il secondo schermo, poiché

nel caso dei social network si ha una sfera pubblica in cui l’opinione si forma a

partire dai singoli individui, mentre la social tv rappresenta invece una strategia

del mondo mainstream, che dà vita a diversi prodotti ed opinioni.

Come sosteneva Simmel, non esiste società senza socievolezza, poiché gli

uomini, pur non rinunciando alla propria individualità, si mettono in continua

relazione con gli altri, assumendo un atteggiamento “socievole” che implica la

rinuncia, almeno in una certa misura, all’affermazione unilaterale della loro

individualità, in vista di uno spazio comune in cui l’interazione è fonte di piacere

reciproco. Gli individui scompaiono in quanto tali per appagare l’impulso alla

socialità. Se nell’Ottocento le idee sviluppate nelle corti, sebbene nate da una

componente ristretta della società, erano ritenute generalmente valide,

successivamente saranno i caffè a diventare i “luoghi terzi”. Oggi quell’omofilia si

ritrova in corti mediatiche in cui ci si incontra attorno a un leader che se prima

era rappresentato da una personalità di spicco che filtrava le discussioni per gli

ospiti, oggi è invece riscontrabile nel blogger. Con il progredire della società, la

sfera pubblica ha ridefinito più volte confini e poteri anche in rapporto

all’evolversi delle tecnologie. Il concetto di socievolezza (ossia di interazione fine

a sé stessa, che mira solo a costruire un mero contatto fra gli interlocutori) di

Simmel può quindi essere inteso come precursore di quello di sfera pubblica, in

cui le conversazioni sono maggiormente orientate ai contenuti e alla razionalità

discorsiva.

Per Turkle, nella sfera pubblica si realizza la pratica contemporanea di creare

identità nuove, collettive e condivise, che porta alla perdita di legame tra

persone. Per altri, invece, le nuove conversazioni rappresentano un arricchimento

e offrono nuove possibilità di entrare in relazione. Nel concetto di sfera pubblica

di Habermas, invece, il pubblico viene inteso come uno spazio di interazione tra

cittadini privati, che diventa sfera pubblica quando la conversazione acquista

caratteri di condivisione e interesse generale, evolvendo di pari passo con i luoghi

ad essa adibiti, in cui si sviluppano credenze e ideologie non verificate dall’alto

ma condivise dai più a partire da privati privi di poteri politici.

Se nell’Ottocento troviamo la sfera pubblica conclamata, a inizio Novecento la

statalizzazione della società elimina la distinzione tra pubblico e privato,

stabilendo il tempo libero da destinare al consumo di cultura (che diventa azione

condivisa da molti) in modo pubblico. La sfera pubblica nata su base privata si

sposta nella collettività, per poi essere trasportata dalle discussioni tipiche dei

caffè ai mass media, in cui diventano bene di consumo. La vita privata diventa

condivisa e i prodotti di massa sono sentiti e fruiti come fossero intimi con la fine

della sfera pubblica borghese, in cui i privati riuniti in pubblico erano dotati di

poteri decisionali: il suo posto viene preso da una sfera pubblica formata da pochi

enti che si innalzano sopra la massa e la governano. Di pari passo con l’evolvere

dei media, si assiste alla nascita di individui più forti che riescono a far prevalere i

propri interessi, proponendoli non come soggettivi, ma come se appartenessero

alla collettività. Con l’esplodere della pubblicità, i mass media non propongono

più semplici oggetti ma stili di vita e modalità di consumo, agendo in modo

massiccio sulla mente dei consumatori per orientarne l’opinione. Non si parla più

infatti di pubblico passivo ma di sfera pubblica attiva che fruisce dei nuovi

prodotti in modo volontario, convinti di essere portatori di un’opinione pubblica

autonoma che in realtà asseconda la generale omologazione, perdendo così il suo

potere politico. Dell’unione che gli garantiva una rappresentatività generale resta

solo un insieme di privati riuniti in pubblico, chiamati a dare la propria

approvazione fittizia su argomenti già decisi.

Il sistema sociale, secondo Habermas, mostra dinamiche interne rintracciabili nel

sistema attuale, fondate sul loro essere ancora nascoste ai più: tutto viene infatti

proposto dall’alto, a discapito del libero dibattito. Partiti, ceti e Stato diventano i

veri possessori dell’opinione pubblica, che segue criteri tutt’altro che pubblici. I

nuovi media rovesciano invece le dinamiche classiche di fruizione, rendendo il

pubblico un soggetto attivo della comunicazione, che acquista potere dal basso

ed offre una democraticità impensabile fino a poco tempo fa. L’opinione pubblica

può quindi ora tornare a formarsi autonomamente dal singolo dibattito. Se lo

Stato novecentesco di Habermas acquistava potere entrando nella mente del

pubblico e guidandone le opinioni senza manifestare la manipolazione, oggi il

mainstream fa proprie le pratiche di partecipazione e si mostra efficace grazie al

fatto che i nostri interessi vengono direttamente palesati dal basso grazie ad

esempio ai sondaggi. Coinvolgendo dal basso, il mainstream riesce a cogliere i

gusti e proporsi come risposta ai bisogni dei seguaci, convinti di scegliere

personalmente grazie alla continua richiesta della loro opinione in un nuovo

frame socio-comunicativo. Il passaggio da luoghi relativamente chiusi in cui i

temi erano trattati in modo più diffuso ad un’ibridazione fra pubblico e privato dà

vita alla frattalizzazione della privacy, concetto di Nissenbaum poi ripreso da

Lange nell’analisi del rimodellamento tra pubblico e privato. Gli individui scelgono

infatti autonomamente cosa rendere privato o pubblico, con confini suscettibili di

modifiche da parte degli stessi utenti e resi sempre più labili dai social network.

I social media ripristinano infatti i luoghi terzi in cui proporre alla collettività le

proprie esperienze e confrontarle con le cerchie mediali. Un gran numero di

stimoli sono soggetti a diverse interpretazioni e spesso decodifiche aberranti,

tanto che i produttori di contenuti sono consapevoli che, pur proponendo tutto,

l’audience comprenderà solo una parte dei contenuti. Anche il modo di

relazionarsi interno ai pubblici è cambiato grazie a reti mediali che connettono

persone e idee da ogni parte del mondo, accentuando le connessioni tra micro e

macro livelli e dando vita a network society e figure come opinion leader e

prosumer, simbolo di una nuova forza partecipativa dal basso. Si sono inoltre

affermate nuove pratiche per la costruzione identitaria, in quanto la sfera

pubblica offre molte più possibilità di appartenere a differenti cerchie mediali e

modifica il concetto di intimità a causa del desiderio di sovraesposizione e

pubblicizzazione.

Ogni medium rappresenta un frame socio-comunicativo preciso: internet può

essere definito un meta-medium poiché racchiude in sé tutti gli altri mezzi (e

quindi tutti gli altri frame), creando diversi rapporti di potere e cambiando

pubblici e prodotti, attraverso le narrazioni transmediali. Nascono sfere pubbliche

connesse, che ospitano al loro interno un numero maggiore di individui in modo

da rappresentare opinioni diverse e molteplici punti di vista. Temi sia pubblici che

privati sono potenziali oggetti di dibattito attivo nella rete, il nuovo frame in cui si

costruiscono significati e condividono vissuti. L’opinione pubblica si sposta online,

grazie a persone con una nuova capacità riflessiva che producono contenuti nuovi

partendo dalle proprie soggettività.

E’ possibile distinguere fra produzione, consumo e pratiche di spettatorialità: i

livelli di produzione e consumo riguardano la circolazione delle informazioni,

mentre la spettatorialità si basa sull’osservazione del contesto in cui il pubblico si

relaziona con le informazioni, ovvero sul rapporto fra dimensione pubblica/privata

(l’informazione avviene infatti in un contesto semipubblico). Lakoff definisce il

frame come una serie di schemi interpretativi alla base di processi cognitivi,

derivanti dalle nostre esperienze. Essi ci portano a percepire, identificare e

catalogare ogni elemento secondo modelli mentali precisi. Frame diversi possono

quindi dare vita a interpretazioni diverse dello stesso concetto. Il processo di

framing consiste infatti nel creare cornici contestuali all’interno delle quali

interpretare ogni elemento, orientando percezioni ed emozioni, nonché l’idea che

si forma prima che avvenga un’analisi più dettagliata dell’oggetto. L’apertura

della fase di produzione al pubblico incide non solo sull’esperienza del singolo

fruitore ma anche sulle dinamiche proprie dei media mainstream, che sfruttano

commenti e opinioni del pubblico. La costruzione di contenuti dal basso, secondo

Boccia Artieri, contribuisce infatti al rovesciamento del senso della posizione nella

comunicazione dei pubblici. Molte testate hanno chiuso le versioni cartacee dei

giornali per tenere in vita quelle online, così come le tv stanno puntando sulla

trasmissione in streaming. Se per i prodotti riprodotti in serie, Benjamin parlava

di perdita dell’aura e di un’alienazione vicina a quella descritta da Marx, i prodotti

della rete, condivisi e ripresi, perdono completamente l’autonomia intellettuale.

Se, come sostenuto da McLuhan, il medium fosse il messaggio, la mescolanza di

diversi frame può quindi distrarre e portare ad attribuire sensi diversi. La

definizione di homo democraticus si appoggia sulla spinta all’iperconsumo, ma

sottolinea il bisogno di autocostruzione e gestione dei singoli, anche attraverso le

loro abitudini di consumo. La presa di posizione delle persone e l’ampliata

possibilità di far sentire la propria voce è resa evidente dalla possibilità di

scegliere e usare le informazioni per determinare la propria identità. Essendo

riformulate in ulteriori informazioni, si dà vita a una catena informativa

partecipativa e creativa. La condivisione permette infatti il passaggio di prodotti e

informazioni, purché i due attori siano presenti nello stesso luogo: nella rete,

tuttavia vengono spezzati i confini fra luoghi ed eliminati i tempi, creando un

ambiente unico abitabile da tutti. Turkle sottolinea come ciò spinga a costruire

rapporti fittizi in rete, basati su valori effimeri (come il numero di contatti e “mi

piace” su Facebook) e identità multiple non autentiche. Gli individui diventano

quindi produttori di contenuti mediali incarnandone tecniche e logiche fino,

secondo Boccia Artieri, a “farsi media”.

Ogni medium è caratterizzato da regole interne proprie, secondo cui si

sperimentano varie forme di identità e metodi di gestione dell’informazione. Gli

individui si propongono non come singolo sé, ma come “sistema multiplo definito”

di sé, ovvero come più identità legate a account diversi e appartenenti a una

finestra diversa, attualizzando possibilità che prima rimanevano in potenza grazie

alla connessione con altri sé multipli. L’idea di network si basa infatti sulla

possibilità di tutti gli attori di essere nodi della rete, comunicando non più da uno

a molti, ma da nodo a nodo. Le gerarchie si annullano, pur mantenendo dei punti

focali, ovvero nodi più ampi con più connessioni. La Teoria del mondo piccolo di

Milgram spiega infatti come ogni persona possa connettersi a chiunque altro

ricorrendo a non più di 5,5 intermediari. Se fino a qualche anno fa i tg

rappresentavano la primaria fonte di informazione, oggi i tg, con servizi chiusi e

statici che forniscono informazioni limitate per numero, durata e possibilità di

approfondimento, sono affiancati da numerose fonti online. La tv viene quindi

utilizzata come strumento di approfondimento, ad esempio grazie ai talk show.

Tre sono le fasi dell’affermazione di internet: la prima è quella entusiastica

(analizzata da Rheingold), in cui troviamo una grande enfasi della libertà di

espressione offerta da tale strumento aperto, orizzontale e democratico, che

scardina il sistema tradizionale dei media. La seconda fase è invece quella dello

scetticismo, dovuto ai rischi di isolamento dei singoli in un mondo virtuale

staccato dalla realtà. La dicotomia reale/virtuale – vero/falso si fondava infatti sul

rischio di isolamento e omofilia, ossia della tendenza a scegliere informazioni

simili ai propri interessi o posizioni.

Lazarsfeld evidenziava come ciò sia ancora più forte quando gli opinion leaders,

ovvero i soggetti-nodi che la compongono, hanno pochi contatti con l’esterno e si

confrontano con un numero limitato di opinioni e fonti, nonostante la rete porti

oggi a stringere sempre più relazioni. Merton distingue, inoltre, l’opinion leader

locale (con molti contatti) e il cosmopolita, che vanta conoscenze specifiche.

Granovetter sottolinea invece come il punto di forza della rete sia rappresentato

dai legami deboli tra individui più lontani, che permettono di raggiungere

contenuti diversi da quelli già posseduti. Farrell, Sides e Lawrence analizzano

invece la comunicazione politica, sostenendo che i lettori di blog sono più

propensi a scegliere autori in rete dal pensiero simile al loro, riguardo ciò che

ritengono importante e alle modalità di interpretazione degli eventi, cercando

argomenti con cui pensano di poter essere d’accordo.

I consumi di notizie di stampo politico sono condizionati anche dai soggetti ai

quali attribuiamo il ruolo di fonte, in quanto l’identificazione di persone a noi

vicine è un fenomeno diffuso, soprattutto grazie alla lettura di notizie segnalate

su social network. Nella terza fase “matura” si concretizzano, infine, le speranze

di democratizzazione, sebbene nel mondo online continuino a riproporsi

dinamiche tipiche dei media tradizionali (ad esempio, le blogstar ridirigono

l’attenzione e aiutano a barcamenarsi nel “disordine digitale”). Il patchwork

mediale, ossia la costruzione del bagaglio informativo attraverso un mix di media

si realizza grazie alla ricostruzione delle diverse informazioni, da parte del

soggetto, in un unicum senza soluzione di continuità, non più solo in una

dimensione privata del cittadino, ma influendo anche sul comportamento degli

editori di informazioni.

Tv, radio e carta stampata sono da sempre considerate espressione del potere, a

cui non è concessa possibilità di replica. Le logiche di reinterpretazione

avvengono nella dimensione individuale e privata per ogni spettatore a seconda

del suo frame e di variabili cognitive soggettive che rendono il pubblico non più

un bersaglio passivo da colpire, bensì un contropotere in campo informativo. La

remediation (rimediazione), ossia la rappresentazione di un medium all’interno di

un altro, si realizza nei nuovi media, in cui troviamo una commistione fra le

caratteristiche degli altri, definita da Marinelli cortocircuito, poiché all’aumento

dei media aumenta la volontà di disintermediare. Nel 2011, il 97% degli italiani

usava almeno 2 tipologie di media per creare il proprio panorama informativo. Il

patchwork non prevede infatti percorsi di ricomposizione univoci. La tendenza dei

produttori a interiorizzare nelle proprie routine le nuove modalità di fruizione ha

portato i media mainstream a offrire nuovi prodotti che assumono già la forma di

un patchwork, poiché ibridano logiche e tattiche dei media mainstream con quelle

degli utenti, esponendo gli spettatori tradizionali a dinamiche di fruizione attiva e

combinatoria proprie dei media partecipativi, in cui si usufruisce

contemporaneamente di molteplici piattaforme in modo inconsapevole.

I nuovi media incalzano i vecchi, costringendoli a mutare e a cercare nuove

forme adatte al contesto, per affrontare la costante perdita di terreno. La

molteplicità di fonti permette di riconoscerne maggiormente differenze e

similitudini e di superare la preferenza per un medium a favore di un panorama

più articolato. La distinzione tra logiche mainstream e non si fa meno netta,

anche grazie a blogger che, ritagliandosi un’aura di credibilità su temi specifici,

hanno modificato il modo in cui l’informazione viene ricercata, creando il proprio

centro in rete grazie alla credibilità, fattore essenziale per ottenere il

riconoscimento dell’autorevolezza.

Castells si è invece occupato del rapporto tra potere (media mainstream) e

contropotere (nuovi media), sottolineando come l’esercizio del potere non sia più

una prerogativa dei media di massa, ma si sia spostato anche sul web.

Suddividendo i soggetti in 2 macro-gruppi, è possibile distinguere i singoli utenti

(i cittadini) che animano dal basso la discussione, e il sistema mainstream di

giornalisti, reti televisive o programmi tv (che mano a mano si stanno spostando

in rete). A cambiare è il frame, poiché la convergenza fra mass media e reti di

comunicazione orizzontale non si realizza in una mera ospitalità delle forme

tradizionali in rete.

Essa ha infatti portato a una maggiore trasparenza, autonomia nella ricerca di

informazioni, ma anche varietà di fonti, il che implica un problema di veridicità.

Le innumerevoli emittenti non sono infatti tutte ugualmente autorevoli, rendendo

necessarie le capacità di comprensione e dimestichezza nell’uso dei nuovi

strumenti. La rete rimane infatti un’utopia positiva, poiché rende i contenuti

potenzialmente accessibili a tutti, crea connessioni tra persone e tra emittenti e

riceventi, rendendo le informazioni più trasversali ed ubique, grazie alla presenza

crescente di dispositivi mobili. Il divario culturale nell’uso di nuovi media come

fonte per la ricerca di informazione, ovvero l’information divide, riguarda più gli

adulti dai 50 anni in su, sebbene il sempre maggiore utilizzo della rete da parte

dei media mainstream favorisca l’avvicinamento al digitale.

I dati raccolti nella ricerca News Italia nel 2012 mostrano che il 62% delle

persone si procura le informazioni tramite internet e l’88% dalla tv nazionale,

sebbene essa abbia subito un calo. L’uso di Internet sta crescendo, sebbene

l’Italia sia ancora arretrata rispetto al resto dell’Europa occidentale e agli Stati

Uniti (essendo fra gli ultimi negli investimenti strutturali), rendendo la gestione

dei ruoli e delle possibilità offerte dai nuovi media non ancora del tutto

conosciute. Gli italiani dai 18 ai 49 anni fanno un uso quotidiano dei social

network, mentre dai 50 in su si preferisce il mainstream. Ciò evidenzia le

crescenti differenziazione e disomogeneità nell’utilizzo delle tante fonti possibili.

Se per alcuni la cosiddetta “firma” del giornale è ancora di primaria importanza,

la rete rimane addirittura un tabù per milioni di italiani.

2. I talk show, un baluardo del mainstream

La tv continua ad avere un ruolo importante soprattutto per alcune fasce di

spettatori. Una delle principali fonti di approfondimento è infatti rappresentata

dai talk show televisivi che formano l’opinione pubblica soprattutto in campo

politico. Essi rappresentano la trasposizione dei salotti sullo schermo, con

conseguente perdita da parte dell’audience dei confini spazio-temporali. Per Bird,

infatti, essa oggi è “nowhere and everywhere”, essendo figlia di una generazione

di contenuti on demand e replay non assoggettata a dinamiche di agenda

imposte dall’alto. Sono infatti i mezzi generalisti a intraprendere nuovi processi di

coinvolgimento non lineare. Se il luogo di fruizione non ha più importanza,

perdita di spazio e tempo definiti creano una funzione indipendente e

un’ibridazione che le redazioni dei programmi tradizionali sanno essere funzionale

alla loro sopravvivenza.

Lo spettatore è quindi oggi più esigente, desideroso di approfondire contenuti

precisi attraverso i canali specializzati, in grado di catturare un pubblico molto più

sfaccettato e meno facilmente etichettabile rispetto al passato. Gran parte

dell’audience odierna può quindi essere catalogata come pubblico fan, che guarda

mezzi generalisti per creare un’esperienza e un gusto condivisi. Il pubblico

multipiattaforma segue invece percorsi di consumo autonomi, mentre quello

performer, con comportamenti legati alle pratiche del web, è più orientato verso

la partecipazione attiva, e quello partecipante crea addirittura prodotti da

proporre ai media, a partire dalle dinamiche democratiche della rete. Unendo le

caratteristiche di questi cluster (gruppi di individui accomunati da alcune

caratteristiche), emerge la figura generica di spettatore odierno, desideroso di

socializzare e relazionarsi con gli altri, che fruisce di contenuti proposti dall’alto e

creati dal basso.

In passato si è parlato di anoressia e bulimia televisive, con riferimento

rispettivamente a spettatori distanti dai prodotti offerti dai media che ne

risentivano in socialità ed a fruitori di ogni tipo di contenuto in quantità

abbondante poi vittime del senso di colpa. Oggi il termine dieta mediale indica

infatti la necessità di non abusare della tv, scegliendo bene cosa consumare e la

“dose”, ovvero la quantità. Lo spettatore odierno ha un’alimentazione molto

variegata, grazie anche all’utilizzo simultaneo di più media. Le svariate possibilità

di recuperare le informazioni per poterle ricostruire autonomamente permette di

creare opinioni e visioni del mondo personali, creando nuove condizioni di

conoscenza e informazione caratterizzate dalla percezione dell’indispensabilità del

ricevere gli ultimi aggiornamenti per le nostre vite e relazioni. Ciò spiega il

successo delle all news, che offrono informazioni continue, preparando lo

spettatore agli approfondimenti dei talk show.

Il mainsteam rimane tuttavia attaccato alle sue modalità di produzione delle

news, con una scaletta difficilmente modificabile e legata agli avvenimenti

fondamentali della settimana in ambito soprattutto politico e di attualità, in

quanto molto spesso i commenti degli utenti dei social network non sono

all’altezza dei contenuti della puntata. McLuhan affermava infatti che i vecchi

media riorganizzano la loro struttura e vanno a cercare nuove forme e posizioni

nel panorama mediale, adeguandosi e utilizzando forme e modalità di

comunicazione tipiche dei nuovi media. Arthur parlava infatti di evoluzione


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mazzoli Lella.

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