L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
Benjamin
L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
1 - La riproduzione tecnica dell’opera d’arte
L’opera d’arte è sempre stata riproducibile. Una cosa fatta dagli uomini ha sempre potuto essere rifatta da altri uomini.
La riproduzione tecnica dell’opera d’arte è qualcosa di nuovo. I greci conoscevano solo due procedimenti per la riproduzione tecnica delle opere d’arte: la fusione e il conio.
Con la stampa diventa riproducibile anche la scrittura; con la litografia, la tecnica riproduttiva raggiunge un grado nuovo. Con la fotografia la mano si vide per la prima volta scaricata delle più importanti incombenze artistiche: poiché l’occhio è più rapido ad afferrare che non la mano a disegnare, il processo della riproduzione figurativa venne accelerato (dalla fotografia al cinema etc.).
2 - Hic et nunc
Nella riproduzione manca l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile, la sua autenticità. Mentre l’autentico mantiene la sua piena autorità di fronte alla riproduzione normale, nel caso della riproducibilità tecnica essa può, ad esempio mediante la fotografia, rilevare aspetti dell’originale che sono accessibili soltanto all’obiettivo, che è spostabile e in grado di scegliere il suo punto di vista o con l’ingrandimento e il rallenty può cogliere immagini che si sottraggono all’ottica naturale.
Essa può anche introdurre la riproduzione dell’originale in situazioni diverse, come nella fotografia o nel disco, più vicini al fruitore. È l’aura dell’opera d’arte.
Ciò che viene meno con la riproduzione
La riproduzione sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione, per cui vi è una moltiplicazione dei riprodotti e un’attualizzazione degli stessi: questi processi sono strettamente legati ai movimenti di massa dei giorni nostri.
Il loro agente più potente è il cinema. Il suo significato sociale, anche nella sua forma positiva, non è pensabile senza quella distruttiva, catartica: la liquidazione del valore tradizionale dell’eredità culturale. Questo fenomeno è vistoso nei film storico-biografici.
3 - Il medium della percezione
Il modo secondo cui si organizza la percezione sensoriale umana, il medium in cui esso ha luogo, non è condizionato soltanto in senso naturale, ma anche storico. Se le modificazioni del medium della percezione di cui noi siamo contemporanei possono venire intese come una decadenza dell’aura sarà anche possibile indicarne i presupposti sociali.
La decadenza dell’aura si fonda su due circostanze: rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine è per le masse un’esigenza vivissima, quanto la tendenza al superamento dell’unicità di qualunque dato mediante la ricezione della sua riproduzione; la distruzione dell’aura è il contrassegno di una percezione la cui sensibilità per ciò che nel mondo è dello stesso genere è cresciuta a un punto tale che essa, mediante la riproduzione, attinge l’uguaglianza di genere anche in ciò che è unico.
L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un processo di portata illimitata sia per il pensiero sia per l’intuizione.
4 - Tradizione, culto e politica
L’unicità dell’opera d’arte si identifica con la sua integrazione nel contesto della tradizione. Il modo originario di articolazione dell’opera d’arte dentro il contesto della tradizione trovava la sua espressione nel culto; il valore unico dell’opera d’arte autentica trova la sua fondazione nel rituale.
Quando, con la nascita della fotografia (primo mezzo riproduttivo rivoluzionario), l’arte avvertì l’approssimarsi della crisi, essa reagì con la dottrina dell’arte per l’arte, che costituisce una teologia dell’arte.
La riproducibilità tecnica emancipa per la prima volta l’arte dalla sua esistenza parassitaria nell’ambito del rituale: al posto della sua fondazione nel rituale si instaura la sua fondazione sulla politica.
5 - Valore culturale e valore espositivo
La ricezione di opere d’arte avviene secondo accenti diversi, due dei quali, tra loro opposti, assumono uno specifico rilievo: valore culturale e valore espositivo.
Nelle figurazioni artistiche al servizio del culto è più importante che esistano piuttosto che il fatto che vengano viste.
Con l’emancipazione dall’ambito del rituale, le occasioni di esposizione dei prodotti aumentano.
Così come nelle età primitive, attraverso il peso assoluto del suo valore culturale, l’opera d’arte era diventata uno strumento della magia, solo dopo riconosciuto come opera d’arte, oggi, attraverso il peso assoluto del suo valore espositivo, l’opera d’arte diventa una formazione con funzioni completamente nuove, tra cui la funzione artistica, che potrebbe essere ritenuta marginale in futuro.
6 - Fotografia e volto dell’uomo
Nella fotografia il valore espositivo comincia a sostituire quello culturale. Quest’ultimo oppone resistenza attraverso il volto dell’uomo (le prime fotografie furono ritratti): nel culto dei cari il valore culturale del quadro trova il suo ultimo rifugio. Nell’espressione di un volto, dalle prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura.
Si passa poi alle fotografie senza uomini (come quelle di Atget) e ai giornali che impongono la “segnaletica” della didascalia ad ogni foto.
7 - Autonomia dell’arte
Privando l’arte del suo fondamento culturale, l’epoca della sua riproducibilità tecnica estingue anche l’apparenza della sua autonomia.
8 - Interprete teatrale e attore cinematografico
La prestazione artistica dell’interprete teatrale viene presentata definitivamente al pubblico da lui stesso; la prestazione artistica dell’attore cinematografico viene invece presentata attraverso un’apparecchiatura. Il pubblico si trova quindi nella posizione di chi è chiamato a esprimere una valutazione senza poter essere turbato da alcun contatto personale con l’interprete, si immedesima nell’interprete solo immedesimandosi nell’apparecchio.
9 - L’attore di fronte all’apparecchiatura
Al film non importa tanto che l’interprete presenti al pubblico un’altra persona, quanto che egli presenti se stesso di fronte all’apparecchiatura; Pirandello per primo parla di questo esilio dell’attore dal palco scenico e da se stesso in “Si gira…”.
Per la prima volta con il film l’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire sì con la sua intera persona, ma rinunciando all’aura. L’aura che circonda l’interprete viene meno perché al pubblico è sostituita un’apparecchiatura. L’attore che agisce sul palco scenico si identifica in una parte; ciò è negato all’interprete cinematografico, la cui prestazione è l’insieme di singole prestazioni, non unitaria, ma apparentemente tale nel momento della visione (le riprese sono scollegate tra loro).
10 - Cinema, mercato e pubblico
Il senso di disagio dell’interprete di fronte all’apparecchiatura è come il disagio dell’uomo di fronte alla sua immagine allo specchio (Pirandello). L’immagine speculare può essere staccata da lui, è trasportabile davanti al pubblico, un pubblico di acquirenti, che costituiscono il mercato.
Il mercato gli è però inaccessibile.
Il cinema risponde al declino dell’aura costruendo artificiosamente la personality fuori dagli studios (culto del divo).
La tecnica del film implica che chiunque assista alla prestazione assuma le vesti di un semi-specialista, e di qui può poi entrare a far parte del cast stesso. La stessa cosa è successa in ambito letterario: la crescente espansione della stampa ha portato gruppi cospicui di lettori a diventare scrittori; ciò cominciò quando la stampa quotidiana aprì loro la propria rubrica delle “lettere al direttore”.
Con questo la distinzione tra autore e pubblico è in procinto di perdere il suo carattere sostanziale: il
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