Estratto del documento

Il giornalismo culturale (G. Zanchini)

Nascita e primi passi: cenni storici

Grazie alla stampa di Gutenberg, nella seconda metà del Quattrocento si era registrato un incremento della diffusione di libri sacri, romanzi cavallereschi e leggende. Nella prima metà del Seicento, i paesi europei avevano visto nascere i primi periodici con informazioni anche provenienti dall’estero, attualità, cronaca, opinione e illustrazioni.

Essendo funzionali alla borghesia, essi si svilupparono soprattutto nelle città commerciali, mentre i prodotti di informazione culturale e filosofia furono fortemente limitati da censura, macchinari in grado di produrre poche copie e scarso tempo libero dei lettori. Con l'ampliamento del "mercato" della lettura e i cambiamenti economici e sociali, nel Settecento si diffusero i primi best-seller.

Nel Seicento vi erano giornali letterari che pubblicizzavano i libri in uscita, ma solo nel secolo successivo gazzette e giornali diventarono contenitori di recensioni e polemiche culturali, alimentando la diffusione delle idee. Il filosofo e sociologo Habermas racconta infatti che lo sviluppo dell'opinione pubblica permise di superare i confini di corti, università e chiese, aumentando anche la conoscenza delle questioni politiche. La borghesia inizia infatti a riunirsi in luoghi pubblici come caffè, teatri e salotti, per discutere delle pubblicazioni, portando alla nascita, nei paesi anglosassoni, di un consumatore più popolare.

Nella seconda metà dell’Ottocento (secolo in cui la libertà di stampa procede di pari passo col regime politico), istruzione obbligatoria e innovazioni tecniche come macchina a vapore, locomotive e macchine per la fabbricazione della carta creano un’offerta che stimola la domanda. I giornali (anche locali) vengono definiti “locomotive sociali”, con l’Inghilterra a fare da traino per gli altri paesi, abolendo il bollo per i giornali e le tasse su pubblicità e carta.

Sono tuttavia gli americani ad inaugurare il passaggio al giornalismo moderno, maggiormente influenzato dal business. Nel 1883 il “New York Sun” inaugurò la stagione della penny press, in cui si passò dagli abbonamenti alla vendita in strada. Nascerà il cosiddetto “yellow journalism”, con foto scioccanti e scandali, la cui diffusione è agevolata dalla linotype (macchina per la composizione automatica, che permette di stampare 50.000 copie in un’ora).

In Italia si verificò un breve momento di proliferazione dei quotidiani, frenato dalla dipendenza dalle sovvenzioni politiche e bancarie, che provocarono un ritardo nello sviluppo del giornalismo di consumo e intrattenimento. Solo negli anni '30, con l’aumento di fotografie, corrispondenze dall’estero, periodici femminili e riviste per ragazzi, si registrò un periodo di modernizzazione che precederà gli inserti settimanali per categorie particolari e le pagine legate al tempo libero diffusi con l’avvento della società del benessere.

Il Novecento e il primato italiano

Dopo anni in cui la cultura aveva occupato l’articolo di risvolto nella sesta colonna di prima pagina (spesso in seconda) e nelle colonne d’apertura della terza, nel 1901 nasce la Terza pagina, che il “Giornale d’Italia” dedica alla prima dello spettacolo teatrale “Francesca da Rimini” di D’Annunzio. Il “Corriere della Sera” cercò la collaborazione di alcuni dei letterati più importanti dell’epoca, mentre “Il Resto del Carlino” puntò su giovani più estrosi e polemici.

La struttura prevedeva l’elzeviro, il taglio di centro (con una corrispondenza di viaggio), la spalla (con cultura varia, informazione culturale, polemiche, curiosità storiche o scientifiche), il taglietto (su realtà culturali minori), un riempitivo (con rubriche) e talvolta il resoconto di uno spettacolo.

Per la prima metà del Novecento la Terza pagina diede lustro al giornale, ma dopo il secondo dopoguerra, l’abbassamento culturale ridusse i letterati al lamento per la grandezza passata e l’astio verso il chiacchiericcio giornalistico e le esigenze mercantili. In Italia non ci si era mai limitati, infatti, alla cronaca culturale, preferendo dare spazio a confronto e provocazioni, con un linguaggio spesso aereo che tendeva a privilegiare una concezione estetica più che fattuale della notizia.

La Terza pagina fu, in realtà, lo specchio dell’arretratezza culturale, testimoniata dal fatto che in mondi culturalmente più sviluppati, gli scrittori non avevano avuto bisogno di appoggiarsi ai quotidiani: la mancanza di una vasta letteratura di divulgazione aveva infatti reso le Terze i principali agenti di diffusione culturale, spesso comunque riservata a un ceto di lettori ristretto. Negli anni '70 le terze rispecchieranno l’età dei movimenti e dell’impegno politico con articoli sul Vietnam, sulla gestione delle imprese, l’emarginazione, la criminalità e le condizioni sanitarie e giovanili, per cercare di interpretare l’attualità in chiave culturale e trovare una via di fuga dalle critiche di elitarismo e distacco dalla realtà. Dopo l’11 settembre si è infatti dedicato un maggiore spazio a pezzi su dialogo interreligioso e differenze di civiltà.

La nascita del “Giorno” nel ’56 viene solitamente considerata come la seconda rivoluzione, con la quale compaiono foto a colori e fumetti, benché la cultura sia spesso confinata in un inserto di varietà o un supplemento settimanale, convivendo con cruciverba e oroscopi. Malgrado “La Repubblica” continuasse a riservare alla cultura le 2 pagine centrali del giornale, la Terza sparì gradualmente dai quotidiani, e verrà riesumata da “Liberazione” nel 2005 per un breve periodo.

Nel ’92, Mieli (prima con la “Stampa” e poi al “Corriere della Sera”) opererà un restyling che sposterà la Terza al centro del giornale, con una grafica rinnovata, polemiche politiche (anche attraverso la rilettura di momenti storici significativi) e discussioni culturali, nella convinzione che il modo moderno di affrontare la cultura fosse tramite i conflitti, offrendo così un prodotto che potesse rispondere alla sfida della televisione.

Dal 2002, i quotidiani introducono allegati come libri, film e dischi, fino a rendere l’edicola il 2o canale di vendita dopo le librerie, grazie anche all’inserimento di articoli sul libro allegato nelle pagine culturali. Nelle edizioni del fine settimana aumenterà lo spazio dedicato alle attività del tempo libero (grazie all’influenza della stampa anglosassone), mentre i giorni di maggiore incasso pubblicitario diventano proprio quelli in cui vengono allegate le riviste.

Si verifica inoltre la progressiva “tabloidizzazione” della stampa, in cui esigenze economiche impongono la riduzione al formato “minigonna” (tabloid) e poi “lenzuolo” (broadsheet) e il passaggio al full color (per un maggiore introito pubblicitario). Nonostante ciò, la free press vive una fase di riflusso per via del calo della pubblicità e di lettori.

In questo periodo mancano, quindi, pagine culturali ben strutturate (in quanto una buona redazione culturale rappresentava una spesa insostenibile), con poche pagine sugli eventi locali e una maggiore partecipazione delle agenzie di stampa e delle redazioni che si occupano di show business e gossip (che tirano maggiormente).

Con l’indebolimento della critica militante, le recensioni sopravvivono solo in supplementi e pagine settimanali, in cui compaiono segnalazioni, anticipazioni e interviste, “pezzi agili” più letti dal pubblico, ma che spesso non permettono un’elaborazione del pensiero critico, a causa della grande mole di libri pubblicizzati. La concentrazione del mercato editoriale nelle mani di pochi gruppi che possiedono case editrici, radio e televisioni comportò il rischio che i loro prodotti ricevessero un trattamento di favore. Internet provocò, infine, l’esplosione di fonti e fruitori (grazie a siti, blog, social network), dando vita ad una sorta di conversazione permanente a cui gli artisti partecipano in maniera diretta.

Come e perché cambia il giornalismo

Il termine cultura possiede due accezioni: una ristretta, che, secondo Santoro, abbraccia la “sfera delle attività artistiche e intellettuali che presuppongono ingegno e coltivazione”, ed una più ampia che include “l’insieme di atteggiamenti, norme, valori, credenze, rappresentazioni di collettività umane”. In Italia, la visione elitaria degli umanisti è ancora molto più radicata di quella onnicomprensiva degli scienziati sociali.

La stampa, riflettendo e filtrando le idee, è in grado di orientare comportamenti, ideologie e mutamenti, rappresentando quindi una delle chiavi per la formazione della cultura. Con la rivoluzione dei consumi del Novecento, a cui si accompagnò l’oggettiva liberazione del tempo libero, si visse un’epoca di trionfo di beni immateriali (e, quindi, dell’industria dell’intrattenimento, con la nascita, negli Stati Uniti, del giornalismo industriale).

Produzione di massa e audience di massa sono tuttavia figlie della rivoluzione industriale culminata a cavallo tra Ottocento e Novecento (con l’Expo Universale di Parigi del 1900).

I nuovi prodotti americani (come film e soap opere) spingeranno i filosofi della Scuola di Francoforte a coniare l’espressione “industria culturale”, carica di significati negativi in quanto vista come la causa della riduzione della cultura a una merce funzionale allo sfruttamento capitalistico. Si aprì, quindi, una stagione di diffidenza degli intellettuali (benché non manchino posizioni riformiste come quella di Benjamin) verso i prodotti di massa e il nuovo linguaggio introdotto dalla televisione, che aveva causato la “mondanizzazione delle arti”, ovvero la contaminazione tra cultura alta e bassa, mettendone in discussione il confine.

Nella società americana, in cui il principale segno di status è sempre stato l’economic ability (e non il capitale culturale), il mercato ha sempre svolto la funzione di contraltare alla società dei privilegi delle useless aristocracies. Ne derivava che la cultura dovesse essere resa accessibile all’uomo comune, anziché favorire l’eccellenza. La questione del prodotto da affermare obbliga quindi gli scrittori ad utilizzare un linguaggio comprensibile che favorisse l’avanguardia delle ricerche e le discussioni sull’attualità.

Al polo opposto troviamo la visione autoritaria e classista degli alfieri della protesta romantica contro la vita contemporanea. In realtà, nella società di massa si consuma più cultura e, quindi, anche più cultura alta, malgrado la riduzione in percentuale rispetto alla cultura bassa abbia portato a coniare il termine “postmoderno”, che simboleggia l’aura artistica acquisita da fenomeni e materiali un tempo ritenuti marginali.

Si inizia a parlare di “politically correct”, per riassumere il rispetto e l’attenzione per le minoranze e gli stili di vita presenti nella società. La messa in discussione dei canoni tradizionali porterà alla diffusione dei cultural studies, inaugurati dalla Scuola di Birmingham, che sottopongono i prodotti culturali a nuove interpretazioni.

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 13
Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Il giornalismo culturale, Zanchini Pag. 1 Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Il giornalismo culturale, Zanchini Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 13.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Il giornalismo culturale, Zanchini Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 13.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Il giornalismo culturale, Zanchini Pag. 11
1 su 13
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Mazzoli Lella.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community