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Riassunto esame Sociologia della comunicazione, prof. Mazzoli, libro consigliato Il giornalismo culturale, Zanchini

Riassunto usato per l'esame di Sociologia della comunicazione, basato sullo studio autonomo del libro consigliato dalla prof. Mazzoli: "Il giornalismo culturale", Zanchini. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Sociologia. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia della comunicazione docente Prof. L. Mazzoli

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Oggi gli aspetti commerciali sono stati affidati ai responsabili del marketing, tanto

che i broadsheet papers inglesi oggi combinano una parte principale broadsheet e

un tabloid con le features, mostrando una maggiore sensibilità verso un lettore

medio, ma conservando la matrice pubblicitaria mirata. La sezione Arts fu infatti

inclusa nel comparto popolare Entertainment, che attraeva più pubblicità. La

stampa si preoccupò anche del fattore prestigio sociale, trovando un punto di

incontro tra lettori con ricco portafogli e lettori con ricco capitale culturale in

cerca di articoli che rafforzino il proprio status sociale, realizzando una

biforcazione tra inserti ibridi di cultura popolare ed alta ed inserti specializzati per

nicchie importanti, creando un omnibus in cui la descrizione di fenomeni della

cultura contemporanea si accompagna a un superficiale pot-pourri.

In America, la maggiore importanza della readership rispetto alla diffusione ha

portato allo sviluppo di raffinate ricerche finalizzate ad accontentare gli

imprevedibili mutamenti nei gusti delle varie nicchie di pubblico, anche a costo di

impoverire un prodotto che si cerca di rendere onnicomprensivo. Se da un lato la

rete ha permesso di avere un profilo preciso dei gusti del pubblico, dall’altro ha

conseguentemente favorito il rischio di concentrazione su temi facili.

In Italia i giornali vivono per il 47% sulla pubblicità, in quanto l’ordinamento

giuridico non prevede vincoli asimmetrici nella distribuzione delle risorse

pubblicitarie tra la tv e la carta, i cui investimenti pubblicitari andrebbero invece

maggiormente protetti. Il pericolo che un eccesso di inserzioni possa provocare

un effetto negativo nei lettori aveva spinto, fino a qualche anno fa, ad

estromettere la pubblicità dalle pagine culturali (sebbene esse attirassero

comunque meno pubblicità rispetto alle altre sezioni del giornale).

I gruppi più grandi promuovono inoltre indagini specifiche per l’uscita di

particolari inserti, ma per la maggior parte dei casi le novità rappresentano

scommesse giornalistiche. La grafica ha assunto un’importanza centrale nelle

features, mentre la ricerca stilistica è testimoniata dall’inserimento di profili e

storie individuali nella prima pagina del giornale.

La cultura è stata quindi confinata in inserti specifici che la esaltano ma la

isolano, oppure in preview (anticipazioni dell’evento) che sconfinano però spesso

nella pubblicità. Si cerca, inoltre, di focalizzarsi su notizie sulla vita dell’autore,

che attraggono maggiormente un lettore interessato a sapere “se vale il biglietto”

(come sottolineato da Hajdu), che ha spinto molti critici letterali a dare vita a

movimenti di protesta.

4. Il panorama internazionale: modelli e differenze

Una classificazione persuasiva distingue 3 modelli di giornalismo: quello liberale

(di Gran Bretagna e Nord America), quello democratico-corporativo (dell’Europa

continentale) e il modello pluralista-polarizzato dell’Europa meridionale, in cui

mass media e politica si sovrappongono, anche a causa del forte ruolo dello

Stato.

Nel campo dell’informazione culturale si è invece spesso distinto il giornalismo

anglosassone (dipendente dagli investimenti pubblicitari e per questo più incline a

conquistare clienti rappresentando la realtà attraverso le notizie) a quello latino,

meno diffuso ma maggiormente attento alle opinioni ed influenzato dagli intenti

persuasivi di forze politiche ed economiche. L’utile recensione anglosassone

(volta spesso a conquistare il pubblico giovanile riservando grande spazio allo

show-business) si contrappone, quindi, alla nostra discussione su temi

internazionali. In Inghilterra, crisi economica e rivoluzione informatica hanno

favorito la crescita del settore features accanto ai quality papers (i 5 giornali

nazionali).

Alla fine degli anni 80, il giornale broadsheet si è trasferito in fascicoli separati e

successivamente in tabloid, macchine pubblicitarie legate al tempo libero che

hanno ridotto l’indipendenza dei giornalisti. La stampa americana insiste invece

sui giornali locali (ritenuti un collante importante per la comunità), mentre alcuni

giornali tradizionali sono stati costretti a ripiegare sul web, tranne per l’edizione

del fine settimana. Il “New York Times” riserva alla cultura molte pagine ed ottimi

giornalisti, rivolgendosi ad un pubblico benestante e colto con pagine culturali che

attraggono molta pubblicità, ma si considerano tutti i fenomeni (anche quelli

della cultura di massa) degni di attenzione, da comprendere attraverso un’analisi

distaccata.

Un limite della stampa americana è rappresentato dalle one-newspaper-cities,

città in cui si legge un solo quotidiano (come il “Los Angeles Times” o il “Boston

Globe”), che rappresenta un prodotto mainstream mirante al pubblico medio e

che facilmente confina cultura e spettacoli nel fine settimana. Da qualche anno si

cerca di accrescere la presenza della cronaca culturale (arts new reporting), su

vendite, furti, premi e polemiche sulla politica culturale nelle pagine di hard

news. In Francia (paese dalla fiorente stampa locale), l’informazione culturale si

interessa quasi esclusivamente agli eventi del territorio, mentre in Spagna la

forte influenza cattolica spinge ad una maggiore attenzione alla cultura ed in

Germania la poca pubblicità lascia spazio a pagine alte.

In Italia il calo delle vendite viene contrastato da ibridazione e crossmedialità. Si

parla di quotidiano postmoderno con riferimento alla necessità della funzione

pedagogica di coniugarsi con la ricerca dell’audience attraverso strategie di

marketing. Gli articoli-gossip sono spesso preferiti ad investimenti su critici e

titolari di rubriche unitarie (che tuttavia acquistano spesso un carattere

pubblicitario).

Negli ultimi anni si sono moltiplicate schede con voti, estratti e polemiche che

(come sottolineava Carlo Bo negli anni 60) avallano il lavoro dell’industria

culturale, al punto che, per un giornale, lo svincolo dai desideri del pubblico

diventa fonte di autorevolezza. Negli Stati Uniti, alcune associazioni

d’informazione no profit hanno infatti avanzato proposte di finanziamento,

accanto a piattaforme dette “crow sourcing and funding” che propongono ai

lettori inchieste da finanziare attraverso donazioni.

“Corriere della sera” e “La Repubblica” hanno un’alta tradizione di giornalismo

culturale, con presenza pubblicitaria mirata cospicua e readership medio-alta dai

gusti variegati, che si cerca di accontentare con temi di attualità, intellettuali in

prima pagina e riflessioni su fatti di cronaca, lontani da una visione market

oriented.

Il “Corriere della sera” rappresenta un luogo culturale dall’accesso difficile,

diventato più frivolo a partire dagli anni 60, più volto al sociale dagli anni 70 e

ricco di polemiche ed interviste negli anni 90, con firme di grande prestigio. A

“L’Unità” si deve invece l’eliminazione della distinzione tra le sezioni cultura e

spettacolo, negli anni 80, volta a superare la contrapposizione alto-basso, così

come quella tra cultura e umanistica e scientifica con l’accorpamento della cultura

alla scienza.

Nel 92, Veltroni avviò un’operazione di gadget che anticipò la politica attuale

degli allegati. Le pagine culturali italiane godono di uno statuto privilegiato

rispetto alla linea del giornale, con maggiore libertà e una specificità legata al

singolo quotidiano (come la presenza di questioni religiose sull’”Avvenire” e

lavorative sull’”Unità”). Caso particolare è rappresentato da “Il Foglio”, in cui la

cultura occupa solitamente un articolo che presuppone un alto livello di

istruzione, ma che nell’edizione del sabato si trasforma in una vera e propria

rivista culturale. I quotidiani macroregionali hanno riservano alla cultura non

strettamente locale molte pagine accattivanti e di facile comprensione,

mostrando una certa periodicità nel trattare alcuni temi (ad esempio il cinema, il

venerdì).

I supplementi culturali si distinguono in prodotti laterali venduti separatamente e

prodotti autonomi che condividono la testata. Considerando le maggiori vendite

del fine settimana, la domenica i quotidiani hanno riservato maggiore spazio a

letteratura e varietà soprattutto alla fine degli anni 70. Gran parte degli inserti

sono quindi settimanali, fondati su recensioni e saggi, accanto ad altri che non

impongono una gerarchia tra espressioni artistiche, ed altri ancora più attenti al

tempo libero.

Dopo i tentativi fallimentari di varie testate negli anni 80 e 90, nel 2011 il

“Corriere della sera” propone “La lettura”, vicino ad un magazine culturale, con

40 pagine dalla grafica curata, dibattito contemporaneo, arti visuali, nuove

tecnologie e linguaggi, brevi recensioni e graphic novel. “Tuttolibri” della

“Stampa, dopo anni di inchieste, polemiche e interviste ai protagonisti della vita

pubblica, ha preferito concentrarsi su libri scelti in base a qualità e mercato.

Esso ha recentemente cercato di intercettare lettori più tecnologiche con i

contenuti aggiuntivi della versione iPad, dopo aver ridotto il formato a un tabloid

ricco di firme giovani, dibattiti e articoli meno impegnativi, per poi tornare a

combinare materie diverse a carattere liberale, con racconti, riflessioni e letture

più distanti dall’attualità, ma che suscitano una buona richiesta degli inserzionisti.

5. L’informazione culturale negli altri media

Dagli ultimi dati FIEG (Federazione italiana editori giornali) risulta che i lettori di

periodici sono circa 33 milioni, maggiormente interessati a riviste generaliste che

riservano quasi sempre uno spazio a cultura e spettacolo, e ad altre che hanno

target e oggetti ben definiti. Modernizzazione grafica, fotografie, interviste,

pubblicità a colori, recensioni in pillole sono elementi che i periodici hanno

conosciuto molto prima dei quotidiani.

La frammentazione del mercato e dei gusti del pubblico ha portato ad un

aumento del numero di riviste di nicchia, sebbene le riviste di cultura abbiano

vita difficile soprattutto in Europa, a causa della censura. L’unica eccezione è

rappresentata dagli Stati Uniti, in cui essi hanno da sempre un contenuto più

politico che letterario, alimentando la coesione diffondendo valori comuni, finché

la frammentazione ha portato alla nascita di magazine specializzati, a cui si sono

affiancati versioni digitali molto frequentati. La pubblicità influisce scarsamente

sul contenuto, caratterizzato dalla presenza di dibatti delle idee e riflessioni

sull’attualità. Anche nei settimanali generalisti la sezione “Arts” ospita tutti i

generi di cultura e spettacolo, in cui è evidente l’apertura alla vasta gamma di

argomenti di interesse della società.

In Italia, la stampa periodica italiana ha conosciuto una maggiore ibridazione a

causa dell’enorme successo delle riviste su showbiz e televisione. “Omnibus”,

negli anni 30, fu il primo settimanale stampato a rotocalco (ossia con una tecnica

che permette alte tirature e una buona qualità di stampa delle fotografie), ricco

di saggi, cronaca moderna e fotografie popolari. Il secondo dopoguerra fu l’epoca

d’oro dei settimanali d’attualità, con inchieste e reportage, accanto a rotocalchi

scandalistici con fotoromanzi. La stampa femminile prospererà (spesso mettendo

in crisi le altre riviste) fino all’affermazione della tv.

Sui due maggiori settimanali di attualità, “Panorama” e “L’Espresso”, la

convivenza di alto-basso risale agli anni 60, in cui le riviste saranno graficamente

provocatorie, con enormi fotografie, grandi firme e temi popolari, che

garantiranno una diffusione maggiore rispetto ai pezzi approfonditi, i racconti e le

corrispondenze de “Il mondo”. Nei tardi anni 80 sorgono riviste che

accompagnano i quotidiani, ricche di pubblicità, fotografie e interviste che le

rendono sfogliabili da tutti ed in cui trovano spazio recensioni concise e rubriche

di intellettuali. Le ottime riviste di cultura italiane presentano focalizzazioni

diverse, la cui ristretta circolazione ne ha spesso causato la migrazione verso la

Rete.

La radio è sempre stata un mezzo di comunicazione generoso con la cultura,

affermandosi negli Stati Uniti sin dagli anni 20 su basi private e grazie al

finanziamento della pubblicità. In Europa, a partire dalla BBC inglese, a gestire

l’etere sarà lo Stato, che si porrà 3 obiettivi: “to educate, to inform, to entertain”,

offrendo radiogiornali, musica, commedie, programmi educativi e conversazioni

colte tra critici e scrittori.

Dal secondo dopoguerra si verificherà una maggiore apertura alla società e al

pluralismo, con l’esplosione di radio libere e commerciali che metteranno in

campo una miriade di voci del paese reale e istanze giovanili che costringeranno

le radio pubbliche ad aggiornare linguaggi e rapporto col pubblico. Dagli anni 70,

la televisione sottrarrà ascolti alla radio, che mostrerà tuttavia una capacità di

resistenza non indifferente, sia in quanto luogo delle scoperte musicali, sia per i

costi inferiori e sia per la maggiore libertà rispetto alla tirannia di audience e

pubblicità (che ha garantito maggiori opportunità per l’offerta culturale, ospitando

persone che spesso faticano a trovare spazio negli altri media).

La radio ha addirittura tratto nuova linfa dall’ibridazione con i nuovi media: il

podcast permetterà infatti di ascoltare la radio su pc e di scaricare su dispositivi

portatili le registrazioni dei programmi (con le trasmissioni culturali tra le più

scaricate), rompendo il secolare meccanismo dell’ascolto in simultaneità.

Malgrado diverse trasmissioni radiofoniche vadano in onda anche in televisioni, la

radio ha perso il privilegio musicale e relazionale, non rappresentando più il luogo

della sincronia emozionale e della condivisione di voci e argomenti, ora

rappresentato dai social network.

Questi ultimi, assieme a sms e mail, hanno reso molto più interattivo il rapporto

fra radio e ascoltatori, intaccando la visione di Adorno, che, parlando di radio

generation, l’aveva definita uno strumento di semplificazione e omologazione. Il

fruitore è ora anche generatore di contenuti, grazie a un processo decisionale più

condiviso. Gran parte dei paesi europei ha un canale radiofonico culturale

pubblico, che in alcune nazioni si affianca ad uno musicale. Struttura e agenda

sono molto simili a quelli degli altri mass media, ma con notiziari meno selettivi

che, non essendo deputati all’approfondimento, consentono l’ingresso della

cultura solo se legata a grandi eventi in grado di interessare il pubblico e

argomenti di maggiore popolarità, oltre a politica e cronaca culturali.

Alcuni notiziari si occupano, tuttavia, solo di informazioni culturali, altrimenti

limitate a pezzi di chiusura o finalizzati a dare uno sguardo culturale su

argomenti di attualità rivolte ad un pubblico generalista e prodotte da giornalisti

della redazione senza una formazione specifica di questo tipo. In Gran Bretagna,

gli spazi riservati alla cultura (concentrati nella fascia del mattino) sono più

numerosi e le professioni radiofoniche quali producers (che si occupano di

struttura e organizzazione), editor (responsabile del programma), reporters e

presenters (che vanno in onda) sono più interscambiabili. I canali culturali

europei trasmettono invece concerti, documentari, interviste con artisti e

intellettuali e programmi di attualità culturale che danno spazio a libri e

discussioni (come Fahrenheit di Radio3RAI, ma anche in radio più commerciali).

La televisione, in quanto medium più diffuso e pervasivo con enormi potenzialità

informative e formative (si pensi ai paesi analfabeti o privi di un patrimonio

culturale comune), rappresenta il simbolo della società dei consumi e della

cultura di massa, malgrado la costante erosione dovuta alla Rete, che ha tuttavia

trasformato il modo di guardare la tv attraverso nuove piattaforme (spesso

mobili) fino ad aumentarne il consumo. La tv è essa stessa cultura in quanto

insieme di modi di pensare, tanto che McLuhan affermerà che “il medium è il

messaggio”.

La radicata linea di pensiero la definisca “cattiva maestra” semplificatrice, che

rende passivi i fruitori, si legittima con la dimostrata relazione tra consumo di tv

e calo dell’impegno civico, sebbene molte voci contemporanee cerchino di

dimostrare la funzione di conferma e amplificazione di quanto già presente nel

patrimonio intellettuale ed emotivo dello spettatore. Nella lunga stagione degli

sceneggiati televisivi è stato possibile raccontare per immagini i grandi romanzi

letti fino ad allora solo da pochissimi italiani. Con l’affermarsi delle televisioni

private, locali e commerciali, le funzioni di servizio pubblico si ridussero a favore

dell’intrattenimento.

Eco parlerà infatti del passaggio da paleo televisione (con un pubblico da

educare) a neotelevisione (con un’audience da conquistare). La domanda di spazi

pubblicitari e la corsa al reclutamento dei divi popolari ha spinto il servizio

pubblico a dover competere su un mercato in cui eccellenza e complessità

raccolgono pochi numeri. Il digitale ha inoltre moltiplicato i canali e aumentato

l’offerta, agevolata anche dalla catch up tv, che consente la fruizione non lineare

della televisione grazie alla visione di programmi in differita (ossia in momenti

diversi dalla messa in onda), attraverso siti come Youtube, applicazioni e console

da gioco.

La maggiore durata del ciclo di vita dei contenuti ha spinto l’auditel a monitorare,

oltre agli ascolti in diretta, anche il VOSDAL (Viewing on Same Day Almost Live),

il time shifted viewing ed (entro 7 giorni) il VOD, Video On Demand, che

consente, inoltre, il salto della pubblicità. Grazie a un pubblico giovanile sganciato

dalla tv, il “mytime” ha sorpassato il prime time (perfino della fascia serale),

anche grazie alla televisione via streaming, che punta molto sulla cronaca locale.

La segmentazione del pubblico (con conseguente fruizione personalizzata) può


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mazzoli Lella.

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