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Riassunto esame sociologia dell'educazione, prof Giovannini. Libro consigliato La socializzazione come si costruisce l'identità sociale Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di sociologia dell'educazione e del prof. Giovannini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente La socializzazione come si costruisce l'identità sociale, Favretto dell'università degli Studi di Modena e Reggio Emilia - Unimore. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia dell'educazione docente Prof. D. Giovannini

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•! Il rapporto tra fratelli e sorelle figli della stessa madre;

L’intrecciarsi di queste tre relazioni primitive è analizzato da Tonnies come l’unità elementare più immediata che

rende possibile la comunità delle volontà umane. Si tratta di una forma complessiva della volontà comunitaria

determinante che è diventata così naturale come la lingua stessa e la sola capace di generare due sentimenti che

sono alla base di ogni forma di vita comune durevole: la concordia(alleanza affettuosa e pacifica) e la

comprensione. Questa forma comunitaria si contrappone alla forma societaria, definita come cerchia di uomini

separati nel quale ognuno mantiene uno stato di tensione contro gli altri.

Lo spostamento operato da Max Weber

Weber riprende l’opposizione definita da Tonnies per utilizzarla in maniera completa. In primo luogo, mentre per

Tonnies le caratteristiche della Comunità e della Società costituiscono rappresentazioni realistiche delle relazioni

sociali e sono esclusive, secondo Weber si tratta di tipi ideali che hanno caratteristiche sociali e caratteristiche

comunitarie. In secondo luogo, lo schema analitico di Weber non contrappone sociali statiti e fissi come in Tonnies,

ma due processi dinamici di formazione di relazioni sociali orientate in base a meccanismi diversi. L’ultima, ma

non meno importante, differenza che Weber introduce rispetto a Tonnies è la definizione del passaggio storico

dalla prevalenza di una socializzazione comunitaria a quella di una socializzazione societaria in termini di

razionalizzazione sociale. Max Weber analizza questo processo di modernizzazione come passaggio progressivo

ad una forma prevalente, ma non esclusiva di agire sociale orientato allo scopo ad un tipo prevalente di legittimità

politica razionale e quindi ad un processo prevalente di socializzazione societaria fondata su regole condivise, in

funzione di interessi coordinati e fondati su motivi razionali. Uno dei meccanismi di questa razionalizzazione,

secondo Weber, è una frammentazione dello spazio sociale in competenze di autorità definite, disciplinate

mediante regole, cioè leggi e regolamenti amministrativi. Contrariamente alla socializzazione comunitaria che

assume forme unificanti e che si fonda sull’incastro delle appartenenze, la socializzazione societaria implica

secondo Weber una crescente dissociazione ed autonomizzazione degli ambiti dell’attività sociale, la cui

configurazione dipende dalle relazioni tra gli interessi degli attori coinvolti. A questa frammentazione del sociale

corrisponde la burocratizzazione delle istituzioni. Parallelamente, la figura dell’esperto professionale diviene così

il prodotto tipico della socializzazione societaria, dotato del monopolio legittimo della competenza fondata. Questa

razionalizzazione è un processo attraversato costantemente da crisi.

Secondo Weber, inoltre, le classi sociali non eliminano i ceti, definiti più in termini comunitari. La socializzazione

di classe, che è secondo Weber un processo volontario che comporta l’entrata in interazione nella sfera del lavoro

per difendere i propri interessi economici, non elimina la socializzazione di ceto. Si può trovare lo stesso tipo di

coesistenza di una logica societaria e di una logica comunitaria nella sfera politica dei partiti, all’interno dei quali

la burocratizzazione, invece di eliminare i capi carismatici, assicura il loro ritorno periodico, necessario ad una

mobilitazione di tipo comunitario di militanti ed elettori. In questo modo, come scrive Weber, se la differenziazione

tra classi, ceti e partiti presuppone una socializzazione societaria che li comprenda, e specialmente un agire di

comunità politico(lo stato-nazione) nell’ambito dei quali essi operano, d’altro canto l’intervento razionalizzatore

dello stato accentua la dissociazione delle sfere economiche, politiche e culturali creando filiere distinte ed attività

comunitarie autonome in concorrenza tra loro.

La socializzazione come costruzione di un sé in relazione all’altro(G.H.Mead)

È stato senza dubbio George Herbert Mead a descrivere per primo la socializzazione come costruzione di

un’identità sociale all’interno dell’interazione con gli altri ed attraverso di essa. Complementare all’approccio di

Piaget, questa teorizzazione ha il merito di porre l’agire comunicativo(e non strumentale) al centro del processo

di socializzazione e di considerare l’esito della socializzazione dipendente dalle forme istituzionali della costruzione

del Sé, in particolare dalle relazioni comunitarie che si istaurano tra gli agenti della socializzazione ed il

socializzato. Come Weber, Mead osserva che la situazione primitiva è rappresentata dall’atto sociale che implica

l’interazione di forme diverse. L’atto elementare è il gesto. Ma ci sono due tipi diversi di gesti: gesti riflessi che

non implicano la presenza di alcuna intenzione nell’altro, e gesti simbolici, pieni di significato. Mead chiama

quest’ultimi linguaggio e li definisce a partire dal fatto che suscitano implicitamente nell’individuo che li compie

le medesime risposte che esse suscitano esplicitamente. Questa reazione significativa e simbolica costituiscono,

secondo Mead, l’origine della coscienza o di ciò che chiama mente. La conversione per gesti è quindi, per lui,

all’origine del loro linguaggio, il modello di ogni comunicazione e l’essenza del significato. Quest’analisi gli

consente di sviluppare una minuziosa analisi della socializzazione come costruzione progressiva della

comunicazione del Sé come membro di una comunità, partecipante attivo alla propria esistenza e quindi al proprio

mutamento. La prima tappa fondamentale di questa socializzazione meadiana è l’assunzione da parte del bambino

dei ruoli interpretati dalle persone a lui prossime. Il ruolo è proprio quell’insieme di gesti che funzionano come

simboli e he vengono associati per formare un personaggio socialmente riconosciuto. Una seconda tappa viene

raggiunta quando con il passaggio alla scuola materna, il bambino passa dal gioco libero ai giochi organizzati e

deve essere capace di assumere la parte di tutti gli altri partecipanti. L’apprendimento è lungo e progressivo, dato

che spesso il bambino continua a giocare anche da solo. L’ultima tappa della socializzazione consiste nell’essere

riconosciuti come membri di quelle comunità con le quali il bambino si è progressivamente identificato in quanto

Altri Generalizzati. Questo riconoscimento implica che l’individuo, oltre ad aver interiorizzato i valori generali di

un gruppo, diventi anche attore che svolge un ruolo utile e riconosciuto. È in questo processo che interviene lo

sdoppiamento tra il Me, identificato nell’altro, e l’IO, che si appropria del ruolo attivo. La socializzazione,

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dunque, secondo Mead, va di pari passo con l’individualizzazione; quanto più si è se stessi, tanto più si è integrati

nel gruppo. Ciò nonostante, Mead insiste sui rischi di dissociazione del Se che accompagnano la socializzazione:

tra un Me che implica necessariamente uno sforzo di conformità al gruppo per farsi riconoscere ed un Io che

rischia sempre di farsi disconoscere dagli altri, il Sé in costruzione rischia di trovarsi imprigionato tra l’identità

collettiva sinonimo di disciplina, di passività e l’identità individuale sinonimo di originalità, di creatività ma anche

di rischio ed insicurezza.

Socializzazione secondaria e mutamento sociale(P.Berger e T.Luckmann)

Nella loro opera di sintesi sulla socializzazione, essi riprendono ed estendono l’analisi di Mead, introducendo una

interessante distinzione tra socializzazione primaria e socializzazione secondaria. Analizzando la prima, i due

autori introducono nel sistema proposto da Mead il tema dei saperi, sviluppato da Alfred Schutz. La

socializzazione consiste innanzitutto nell’immersione degli individui in quello che Schutz chiama <<mondo

vitale>> che è al tempo stesso un universo simbolico e culturale ed una conoscenza di questo mondo. Il bambino

si appropria del mondo sociale nel quale vive. Lo fa a partire da un sistema di base che, secondo Schutz, è pre-

riflessivo e dato per scontato e che funziona come un’evidenza per mezzo delle quali questo sapere:

•! Programma gli schemi attraverso i quali l’individuo percepisce il mondo oggettivo;

•! Oggettivizza il mondo esteriore per mezzo del linguaggio e di un apparato conoscitivo fondato su di

esso;

•! Ordina, dall’interno del linguaggio, degli oggetti che vengono appresi come realtà;

•! Fornisce la struttura all’interno della quale tutto ciò che non è ancora conosciuto un giorno finirà per

esserlo;

L’incorporazione di questo sapere di base all’interno e per mezzo dell’apprendimento primario del linguaggio

costituisce il processo fondamentale della socializzazione primaria, perché assicura insieme il possesso soggettivo

di un Io e del mondo. Tuttavia, l’interesse primario di Berger e Luckmann risiede nel tentativo di costruire una

teoria operativa della socializzazione secondaria. Partendo da ciò possiamo formulare una doppia ipotesi. Da una

lato la socializzazione non è mai totale e non è mai completa e la socializzazione non è mai totale e mai compiuta.

Bisogna quindi riconoscere l’importanza della socializzazione secondaria come interiorizzazione di sottomondi

istituzionali e acquisizione dei saperi legati ad un ruolo; i ruoli poi sono a loro volta direttamente o indirettamente

connessi alla divisione del lavoro. Inoltre, gli autori mostrano come la socializzazione secondaria possa costituire

una frattura rispetto alla socializzazione primaria. La tesi da loro sostenuta è che occorre un grave choc

biografico per disintegrare la massiccia realtà interiorizzata nella prima infanzia. Per avere tale effetto, questo

choc, accompagnato da un doppio processo di mutamento della realtà e di destrutturazione/ristrutturazione

dell’identità richiede le seguenti situazioni:

•! Una presa di distanza dai ruoli, con la separazione tra identità reale e identità virtuale;

•! Tecniche specifiche che assicurano una forte identificazione con un ruolo futuro a cui si aspira, un forte

impegno personale;

•! Un processo istituzionalizzato di iniziazione, che consente una trasformazione reale del mondo

dell’individuo;

•! L’azione continua di un apparato della conversazione, per preservare, modificare e ricostruire la realtà

soggettiva;

•! L’esistenza di una struttura di plausibilità, cioè di un’istituzione mediatrice;

La compresenza di queste condizioni è tanto più importante e difficile quanto più i contenuti della socializzazione

primaria e la socializzazione secondaria sono distanti. Quando la frattura è forte si assiste a vere e proprie

ristrutturazioni, ossia a trasformazioni totali dell’identità. Il prototipo storico più logico di una completa

ristrutturazione è la <<conversione religiosa>>. Ma gli autori richiamano altri due tipi di ristrutturazione,

l’indottrinamento politico e la psicoterapia. In questi due casi, quello che il processo mette in gioco, cioè la

trasformazione dell’identità, dipende dall’articolazione stabile di un apparato legittimante e da una

reinterpretazione della vita passata attorno ad una struttura del tipo <<Allora credevo… ora non so>>. Questo

approccio alla socializzazione secondaria come conversione dell’identità pone due questioni che non vengono

risolte nell’opera degli autori:

•! Esistono strutture sociali o tipi di società che implicano per i loro membri sistematiche fratture

tra socializzazione primaria e secondaria?

•! Come è connessa la riuscita della socializzazione secondaria alle condizioni ed ai risultati della

socializzazione primaria?

La realizzazione di una socializzazione secondaria in contrasto con la primaria è associata dagli autori a due tipi

di situazioni diverse. La prima è quella in cui la socializzazione primaria è fallita per diverse ragioni, e la seconda

conduce ad una costruzione di un’identità più soddisfacente. La seconda circostanza è quella in cui le identità

precedenti diventano problematiche o deboli se non addirittura inesistenti. A questo punto, l’importanza della

socializzazione secondaria non è più legati ai fallimenti della prima , ma alle pressioni esercitate sugli individui per

modificare le loro identità e renderle compatibili con i mutamenti in corso. Questa relazione tra la riuscita della

socializzazione secondaria e le condizioni della primaria diventa un nodo cruciale. Perciò anche se si rifiuta

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qualsiasi rapporto meccanicistico tra le due, bisogna dire che esse non possono essere considerate indipendenti.

La secondaria infatti, non cancella mai totalmente l’identità generale costruita nella primaria. Restano da stabilire

a questo punto quale siano le relazioni tra l’identità generale prodotta dalla socializzazione primaria e le identità

specializzate prodotte dalla secondaria. Questa situazione può essere descritta solo empiricamente, può essere

osservata ma non teorizzata.

Gli apparati preposti alla socializzazione primaria(famiglie, scuole ecc…) entrano in interazione con gli apparati

della socializzazione secondaria(imprese, professioni) che provocano crisi di legittimazione dei diversi saperi e

possibili trasformazioni dei mondi legittimi. Il mutamento dei sistemi di lavoro, e più generalmente dei sistemi di

azione strumentale, può così essere associato a socializzazioni secondarie che mettono in discussioni le gerarchie

e i saperi della primaria, in particolare attraverso un mutamento dell’azione comunicativa. Tale contraddizione

può soltanto essere analizzata in relazione ai conflitti sociali in cui si contrappongono gruppi o attori sociali definiti

non soltanto dai loro interessi strategici, ma anche dalle loro identità culturali. Dal punto di vista soggettivo, il

mutamento sociale non può quindi essere separato dalla trasformazione delle identità, cioè al tempo stesso dei

mondi costruiti dagli individui e dalle pratiche che scaturiscono da questi mondi. Ad esempio, il sindacalismo può

rappresentare un apparato di socializzazione secondaria che consente la trasformazione delle identità dominate

in identità militanti, resistenti al dominio e che contribuiscono alla produzione di nuove regole del gioco. In questa

prospettiva, la riproduzione sociale delle identità appare come un risultato tra gli altri di tale articolazione,

corrispondente ad una forte omologia tra gli apparati di socializzazione e ad una forte continuità delle identità.

Quando la secondaria trasforma le identità della primaria, le relazioni tra mondi generali e mondi specializzati

divengono instabili e possono evolvere sia verso una crisi durevole, sia verso una conversione del mondo

sociale attorno a quello specializzato. Infine, è necessario tenere in considerazione la situazione in cui la

socializzazione primaria non ha dato origine ad una identità sociale, e la seconda, non potendo strutturarne una

specializzata, ha come risultato una destrutturazione degli individui e la loro esclusione dallo spazio sociale. Si

possono, in sintesi, individuare quattro modelli di socializzazione che corrispondono all’articolazione generale

dei tipi d’azione (Weber), dei meccanismi d’apprendimento(Piaget) e delle relazioni fra traiettorie e

sistemi (Bourdieu), e che corrispondo anche all’ipotesi fondamentale del dualismo sociale di questo

capitolo.

Un approccio comprendente alla socializzazione

L’ultimo elemento necessario per l’elaborazione teorica consiste nel trovare la via d’accesso al fenomeno

dell’identità concepita come prodotto della socializzazione. È attraverso l’analisi dei mondi strutturati

mentalmente dagli individui a partire dalla loro esperienza sociale che il sociologo può ricostruire le identità

tipiche afferenti ad un campo sociale specifico. Queste <<rappresentazioni attive>> strutturano i discorsi degli

individui sulle loro pratiche sociali <<specializzate>> grazie all’acquisizione di un sapere legittimo che consente

al tempo stesso l’elaborazione di strategie pratiche e l’affermazione di una identità riconosciuta. Le dimensioni

più significative di queste rappresentazioni sono:

1.! Il rapporto con i sistemi, le istituzioni e i detentori dei poteri direttamente implicati nella vita quotidiana;

2.! Il rapporto con il futuro, quello del sistema e il proprio, che investe gli orientamenti strategici i quali

derivano dalla valutazione delle capacità e delle opportunità;

3.! Il rapporto con il linguaggio, ossia con le categorie utilizzate per descrivere una situazione vissuta, che

rappresenta il nodo in cui si articolano i vincoli esterni e i desideri interiori;

E’ quindi nella comprensione interiore delle rappresentazioni cognitive ed affettive, percettive ed operazionali,

strategiche ed identitarie che risiede la chiave della costruzione operativa delle identità. Implicando il

riconoscimento dell’altro è necessariamente una costruzione congiunta. In seguito al loro radicamento nei due

tipi di agire sociale, l’agire strumentale <<strategico>>, che presuppone un’appropriazione del mondo, e l’agire

comunicativo << espressivo>>, che presuppone la condivisione di un linguaggio, di un codice e del suo utilizzo

in relazioni faccia a faccia, queste rappresentazioni attive, mettendo in gioco diversi tipi di saperi, costituiscono i

migliori indicatori possibili delle identità sociali.

CAPITOLO 5 : Per una teoria sociologica dell’identità

Il punto di partenza: il dualismo nel sociale

L’interpretazione della scoperta più importante di Freud, cioè l’IO, l’Es e il Super IO, sembra contrapporsi ad altre

letture più umaniste e più ottimiste, come ad esempio quella di Erikson, che definisce l’identità dell’EGO come

<<senso soggettivo e tonico di un’unità personale e di una continuità all’origine più profonda che io possegga di

ogni determinazione dell’azione e del pensiero>>. L’autore fa riferimento ad una lettera di freud che in cui egli

rivendica la propria identità ebrea. Tuttavia, le due posizioni non sono contraddittorie, perché anche Erikson insiste

sul fatto che l’identità non mai finita perché l’ambiente dell’Ego è sempre in movimento e perché gli individui

subiscono sempre delle crisi legate a scissioni interne dell’Ego stesso. La divisione interna dell’identità deve infine

essere intesa alla luce del dualismo della sua stessa definizione: identità per se e identità per l’altro sono al tempo

stesso inseparabili e legate in modo problematico. Inseparabili perché l’identità per se è in relazione con l’altro e

col suo riconoscimento; io non so mai chi io sia se non nello sguardo dell’Altro. Problematiche perché l’esperienza

dell’altro non viene mai direttamente vissuta da se. In effetti tutte le nostre comunicazioni con gli altri sono

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caratterizzate dall’incertezza. Io non posso mai essere sicuro che la mia identità per me stesso coincida con la

mia identità per l’Altro. Essa non è mai data, è sempre costruita e ricostruita in un’incertezza più o meno grande

e più o meno duratura. Da questo punto di vista, l’identità non è altro che il risultato al tempo stesso stabile e

provvisorio, individuale e collettivo, soggettivo ed oggettivo, biografico e strutturale, dei diversi processi di

socializzazione che, congiuntamente, costruiscono gli individui e definiscono le istituzioni. Ma cosa presenta di più

questa definizione rispetto a quelle di gruppo? La risposta appare chiara: essa tenta di introdurre la dimensione

soggettiva, del vissuto, psichica, nel cuore stesso dell’analisi sociologica. Questo rovesciamento che fa di ciò che

è più intimo ciò che è anche più sociale non cancella la divisione del Sé come realtà originaria dell’identità: la

colloca nel sociale stesso pur affrontandola dal punto di vista dell’espressione individuale dei mondi soggettivi

che sono al tempo stesso mondi vissuti e mondi espressi.

Al centro della teoria: un’articolazione di due processi identitari eterogenei

Ognuno è identificato da un altro, ma può rifiutare questa identificazione e definirsi in un altro modo. In entrambi

i casi, l’identificazione utilizza delle categorie. A proposito di ciò si chiameranno atti di attribuzione quelli

finalizzati a definire quale tipo di uomo o donna siete; si chiamano invece atti di appartenenza quelli che

esprimono quale tipo di uomo o donna volete essere; se prendiamo in analisi, per esempio, la ricerca realizzata

da Howard Becker, sulla genesi del comportamento deviante fondata sui fumatori di marijuana ed i suonatori

di jazz capiamo bene come l’identità deviante stessa si crea nel corso di un processo che costituisce una

transazione che ha luogo tra un gruppo sociale e qualcuno che da questo gruppo viene visto come un

trasgressore. Non è soltanto la trasgressione ma anche e soprattutto l’etichettamento da parte di altri a deviare,

secondo Becker. L’autore, infine conclude che l’identità deviante è, in fondo, il prodotto di una transazione tra

l’identificazione imposta dagli altri e la sottocultura del gruppo deviante che induce a fare dell’atto deviante la

causa del proprio status principale, ossia quello con cui la persona deviante si identifica attivamente. Pertanto, il

famoso teorema di Thomas secondo la quale <<Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono

reali anche nelle loro conseguenze>>, può essere operativo solo se include la questione della transazione tra

l’identità attribuita e l’identità accettata(o rifiutata) dall’individuo interessato. Il nodo principale è che qui ci si

trova all’incrocio di due processi eterogenei che alcune teorie sociologiche tendono, senza dimostrazione, a

ridurre ad un unico meccanismo. Il primo riguarda l’identità da parte delle istituzioni e degli agenti che

interagiscono direttamente con l’individuo. Questo processo non può essere analizzato al di fuori dei sistemi di

azione nei quali l’individuo è coinvolto. Esso produce una forma variabile di etichettamento producendo quelle che

Goffman chiama identità sociali virtuali. Il secondo processo riguarda l’interiorizzazione attiva, l’incorporazione

delle identità da parte degli individui stessi. Essa non può essere analizzata al di fuori delle traiettorie sociali

attraverso cui gli individui costruiscono delle identità per se, e che Goffman chiama identità sociali attuali. È

evidente che questi due processi non coincidono necessariamente. Quando i loro risultati sono differenti, c’è

discrepanza tra l’identità sociale virtuale attribuita ad una persona e l’identità sociale attuale che essa stessa si

attribuisce. Ne risultano delle strategie identitarie atte a ridurre questo scarto. Queste strategie possono essere

di due modi: transazioni esterne tra l’individuo e gli altri con l’obbiettivo di adeguare l’identità per se all’identità

per gli altri (oggettiva), e transazioni interne all’individuo, tra la necessità di salvaguardare una parte delle

identificazione precedenti( identità ascritte) ed il desiderio di costruirsi nuove identità nel futuro(identità

desiderate) orientate a tentare di assimilare l’identità per gli altri all’identità per se(soggettiva). Le strategie

identitarie possono quindi essere avvicinate ai processi di regolazione dell’equilibrio descritti da Piaget. La

costruzione delle identità si gioca quindi nell’articolazione tra i sistemi di azione che propongono delle identità

virtuali e le traiettorie vissute all’interno delle quali si formano le identità attuali alle quali gli individui aderiscono.

Questo approccio richiede di concepire e analizzare la transazione oggettiva come un confronto tra domande e

offerte di identità possibili. Questa negoziazione identitaria costituisce un processo comunicativo complesso,

irriducibile ad un etichettamento autoritario con identità predefinite in base alle traiettorie individuali. L’approccio

così definito si fonda sull’ipotesi di un dualismo del funzionamento sociale ordinario. I due processi coesistono e

nessun meccanismo macro-sociale può garantire, ad esempio, che le traiettorie socio-scolastiche producano

individui dotati di capacità relazionali già adeguate al funzionamento ottimale dei sistemi sociali di domani.

Nessuna armonia prestabilita fa coincidere le anticipazioni strategiche degli individui con le esigenze comunicative

dei sistemi.

Un meccanismo comune ai due processi: la tipizzazione

Anche se i due processi concorrono alla produzione delle identità-il processo biografico ed il processo relazionale-

sono eterogenei, utilizzano tuttavia un meccanismo comune: il ricorso a schemi di tipizzazione(Berger e

Luckmann 1966). Queste categorie specifiche, che identificano sia se stessi che gli altri, variano in base agli spazi

sociali in cui avvengono le interazioni, sia in base alle temporalità biografiche e storiche nelle quali si sviluppano

le traiettorie. A priori non c’è niente che permetta di gerarchizzare i diversi campi di identificazione ne di

affermare che le categorie che servono ad identificare se stessi lungo il ciclo di vita siano le stesse o siano

facilmente comparabili tra loro. Si può formulare l’ipotesi che queste categorie dipendano molto dalle fasi del

ciclo di vita e che esista un’autonomia relativa tra le sfere di identificazione di uno stesso individuo in un dato

momento. Questo non implica comunque che si debba rinunciare alla nozione di identità sociale a condizione di

definirla. Nel processo di identificazione dell’altro esistono categorie più sintetiche- le categorie sociali- che

servono ad assumere delle omologie di posizioni in sistemi all’interno dei quali passa la quasi totalità degli individui

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di una stessa generazione. Questa categorizzazioni legittime influenzano necessariamente il processo di

costruzione delle identità per se. Da un lato gli individui di ogni generazione devono ricostruire le loro identità

sociali attuali a partire:

1.! Dalle identità sociali ereditate dalla generazione precedente;

2.! Dalle identità virtuali(scolastiche…)acquisite nel corso della socializzazione iniziale(primaria);

3.! Dalle identità possibili(professionali) accessibili nel corso della socializzazione secondaria;

Il processo identitario biografico

Se le modalità di costruzione delle categorie sociali a partire dai campi scolastico e professionale hanno acquisito

una tale legittimità, è perché le sfere del lavoro e dell’impiego, ma anche quella della formazione costituiscono

ambiti collegati di identificazioni sociali degli individui stessi. Storicamente non è stato sempre così ed è senza

dubbio dopo la crisi iniziata alla fine degli anni Settanta che queste connessioni impiego-formazione si sono

rafforzate all’interno dei processi identitari, perlomeno per gli individui della generazione interessata. La

formazione è divenuta una componente sempre più valorizzata non soltanto per l’accesso all’impiego, ma anche

per i percorsi di carriera e di uscita. Questo però non significa che si debbano ridurre le identità sociali a dei livelli

di formazione. È evidente , infatti, come ogni individuo, fin dall’infanzia, erediti un’identità sessuale, ma anche

un’identità etnica e di classe sociale che sono quelle dei suoi genitori, di uno di loro o di chi si occupa della loro

crescita. Tra gli avvenimenti più importanti per l’identità sociale, l’uscita dal sistema scolastico ed il confronto con

il mercato del lavoro costituiscono ormai un momento fondamentale nella costruzione di un’identità autonoma

soprattutto per la generazione che sta affrontando questa crisi; un tasso alto di disoccupazione; un rapido

processo di modernizzazione tecnologica e di mutamenti organizzativi di imprese e amministrazioni. È dall’esito

di questo primo confronto che dipenderanno le modalità di costruzione di una identità professionale di base,

che costituisce non soltanto un’identità sul lavoro, ma anche e soprattutto una proiezione di se nel futuro,

l’anticipazione di un percorso di carriera nell’impiego e l’applicazione di una logica di apprendimento, o meglio di

formazione. Si potrebbe chiamarla occupational identity. Quindi non si tratta più solo di scegliere un mestiere o

di ottenere un titolo di studio, ma di realizzare una costruzione personale. È sempre più probabile che questa

prima identità professionale non sia definitiva perché continuamente sfidata dalle trasformazioni tecnologiche,

organizzative e di gestione del lavoro da parte delle imprese e delle amministrazioni.

Il processo identitario relazionale

Per realizzare la costruzione biografica di un’identità professionale e quindi sociale, gli individui devono partecipare

attivamente a relazioni lavorative. Questa prospettiva ci conduce alla definizione che da Sainsaulieu: <<un modo

in cui i diversi gruppi sula lavoro si identificano con i pari, con i capi, con altri gruppi; l’identità sul lavoro è fondata

su rappresentazioni collettive distinte che costruiscono degli attori del sistema sociale di impresa.>> Questa

definizione, logicamente, fonda il concetto di identità sull’esperienza relazionale e sociale del potere. Secondo

l’autore, l’identità non è un processo puramente biografico di costruzione del Sé, ma un processo relazionale di

investimento del Sé; si parla quindi, di una transazione osservabile nell’analisi delle situazioni di lavoro. Dagli esiti

di questa transazione dipendono le identità di coloro che vi partecipano. Ma quali sono le dimensioni interconnesse

di questa transazione analizzata come relazione di potere per Sainsalieu?

1.! Il campo di investimento (accesso al potere) che consente di distinguere i tipi che implicano

l’investimento stesso nel lavoro(modelli negoziatore e promozionale e in grado minore di affinità) da

quello caratterizzato da un accesso al potere nel non-lavoro(modello del non coinvolgimento) e da

quello associato al non accesso a nessuno dei campi(fusionale);

2.! Le norme di comportamento relazionale che sono così definite: individualismo (non

coinvolgimento); unanimismo(fusionale), solidarietà e rivalità democratica(negoziatore),

separatismo(affinità) ed integrazione-sottomissione(promozionale);

3.! I valori generati dal lavoro che sono: economico(la figura dei capi) per i non coinvolti, lo status( la

regola ma anche la massa) per i fusionali, la creatività(il mestiere) per i negoziatori, le persone(il

capo e i colleghi) per gli affinitari ed una mescolanza dei valori precedenti per i promozionali;

La tabella sopra menzionata distingue cinque prodotti culturali del lavoro organizzato, associati a cinque gruppo

professionali:

1.! Gli operai specializzati donne, immigrati, giovani impiegati che sono associati alla norma del non

coinvolgimento ed al valore economico dominante(salario);

2.! Gli operai specializzati uomini, anziani ed impiegati di lunga data che sono definiti dalla norma

dell'unanimismo e dei valori di massa, dallo status, conformemente al modello fusionale;

3.! Gli operai specializzati, quadri intermedi e dirigenti che sono associati a norme democratiche ed ai

valori del mestiere(qualifiche) o della creazione(quadri dirigenti) conformemente al modello della

negoziazione;

4.! I nuovi operai specializzati che sono identificati con le norme ed i valori del modello di affinità;

5.! I capi reparto ed i quadri inferiori che sono definiti dalla norma integrazione/sottomissione e

condividono una parte del modello fusionale(la regola) e una parte del modello del non

coinvolgimento(la figura dei capi).

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Sembra che quest’ultimo gruppo non corrisponda ad una identità sul lavoro tipica. Sanisalieu ne cita quattro che

si fondano su una forte coesione tra logiche degli attori sul lavoro e norme relazionali all’interno di uno spazio

ortogonale strutturato dalla doppia dicotomia individuale/collettivo e opposizione/alleanza:

•! L’identità del ritiro combina le preferenze individuali con una strategia oppositiva;

•! L’identità fusionale combina la preferenza collettiva con una strategia di alleanza;

•! L’identità negoziatrice unisce la polarizzazione sul collettivo con una strategia oppositiva;

•! L’identità affinitaria unisce la preferenza individuale con una strategia di alleanza;

Ciò che è in discussione qui è il riconoscimento dell’identità attraverso ed all’interno degli investimenti relazionali

degli individui. Questo processo implica una transazione che può essere conflittuale tra gli individui portatori di

desideri e di identificazione e di riconoscimento e le istituzioni che offrono degli status. Mette in gioco degli spazi

di identificazione prioritari all’interno dei quali gli individui si considerano sufficientemente riconosciuti e

valorizzati. I partner di questa transazione sono molteplici : il gruppo dei pari, il superiore gerarchico o altri

responsabili dell’impresa, il dirigente sindacale, il formatore, mediatore dell’universo di formazione, il coniuge e

l’universo della famiglia, Si può quindi ipotizzare che l’investimento privilegiato in uno spazio di riconoscimento

identitario dipenda strettamente dalla natura delle relazioni di potere in questo spazio e dal posto che vi occupano

l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza. Parlando invece di transazione oggettiva, la riconosciamo come

quella organizzata intorno al riconoscimento o non-riconoscimento delle competenze, dei saperi e delle immagini

di se che costituiscono il nucleo centrale delle identità rivendicate.

Identità come spazio-tempo generazionale

Si può ora vedere l’articolazione dei due processi identitari. Se il processo biografico si identifica come una

costruzione nel tempo da parte degli individui di identità sociali e professionali sulla base delle categorie offerte

da una successione di istituzioni e considerate al tempo stesso accessibili(transazione soggettiva), il processo

relazionale riguarda il riconoscimento, in un dato momento ed in uno spazio determinato di legittimazione, di

identità associate ai saperi, alle competenze ed alle immagini di se preposti ed espressi dagli individui nei sistemi

di azione. L’articolazione di questi due processi rappresenta la proiezione dello spazio-tempo identitario di una

generazione rispetto alle altre. Le forme sociali di questa articolazione costituiscono la matrice delle categorie che

strutturano lo spazio delle posizioni sociali(Alto/basso, ma anche dentro fuori dall’impiego) e la temporalità delle

traiettorie sociali(stabilità/mobilità, ma anche continuità/rottura). L’identità sociale non è trasmessa da una

generazione all’altra; essa è costruita da ogni generazione in base alle categorie e alle posizioni ereditate dalla

generazione precedente, ma anche attraverso le strategie identitarie messe in atto nelle istituzioni che gli individui

attraversano e che contribuiscono a trasformare concretamente . Questa costruzione identitaria assume una

particolare importanza nel campo del lavoro.

CAPITOLO 6 : dinamiche delle identità professionali e sociali

Il lavoro è al centro della costruzione e della trasformazione delle identità nel mondo moderno. Il lavoro non è

soltanto ciò che procura un reddito alla grande maggioranza di chi vive nella nostra epoca, è anche ciò che assicura

un posto nella divisione del lavoro.

La socializzazione professionale secondo Hugues

Hugues delinea uno schema generale di riferimento per studiare la formazione a professione molto diverse. La

socializzazione professionale al tempo stesso come un’iniziazione ad una cultura professionale che è un vero e

proprio mondo sociale, e come una conversazione ad una nuova concezione di sé e del mondo, in breve ad una

nuova identità.

3 meccanismi specifici della socializzazione professionale sono indicati più in particolare da Hugues. Il primo

passaggio attraverso lo specchio, consiste nel guardare lo spettacolo del mondo da dietro, in modo da vedere

le cose al contrario come scritte in uno specchio. È una sorta di immersione nella cultura professionale che appare

realisticamente come l’inverso della cultura profana.

Il secondo meccanismo riguarda ciò che si potrebbe chiamare l’insediamento nel dualismo tra il modello ideale

che caratterizza la dignità della professione, l’immagine che deriva dal suo valore sociale, la sua valorizzazione

simbolica, ed il modello pratico che riguarda i compiti quotidiani ed i lavori sporchi. Hugues segnala che questa

distanza tra i modelli sacri ed i diversi percorsi della pratica quotidiana. Nel processo di socializzazione avvengono

una serie di scelte di ruoli, ossia di questo dualismo e rappresentano passaggi costanti da un modello all’altro.

Questo processo di proiezione personale in una carriera futura attraverso l’identificazione con i membri di un

gruppo di riferimento si rifà alla teoria di Merton della socializzazione. Questa identificazione anticipata è forte-

mente favorita dall’esistenza di filiere promozionali istituite che consentono di pianificare l’accesso a questo

gruppo.

L’interesse dell’approccio risiede nella sua fecondità operativa. Tra le ricerche empiriche che applicano questo

modello, una delle più famose è quella che Davis ha condotto presso gli allievi di 5 successivi anni di corso per

infermieri e che è stata oggetto di un’opera e di numerosi articoli. Vi sono 6 tappe della conversione dottrinale

delle infermiere:

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1.!Innocenza iniziale: è il regno incontrastato degli stereotipi professionali dell’infermiera devota, altruista e

disponibile.

2.!Coscienza dell’incongruenza: è il turbamento, la crisi che segue la presa di coscienza che la professione non

è esattamente come ci si aspettava.

3.!Interruttore(psyching out): è l’intuizione di ciò che si deve fare per conformarsi alle aspettative delle istrut-

trici, è l’arte di sentire.

4.!Simulazione del ruolo: è l’insediamento nel fittizio, nell’accettazione dell’abisso che separa il ruolo che si

deve interpretare dagli stereotipi precedenti. Essa comporta l’alienazione da sé.

5.!Interiorizzazione anticipata: è la tapa della costruzione di una doppia personalità in nome delle prospettive

di carriera; è l’accettazione di un dualismo tra il me profano ed il me professionale.

6.!Interiorizzazione stabile: è l’acquisizione di riflessi professionali, l’incorporazione del ruolo che consente la

rimozione stabilizzata del me profano.

La ricerca fu realizzata da Dan Lortie presso gli studenti di diritto di Chicago. Anche Lortie ritrova nei discorsi

dei giovani giuristi l’ammissione di una graduale sostituzione di immagini stereotipate con percezioni sottili, com-

plesse ed ambigue. L’autore osserva come lo sviluppo di una auto-concezione professionale avvenga dopo la

laurea, durante il periodo in cui il principiante interiorizza una nuova immagine professionale. Le risposte dei

giovani giuristi mostrano una forte omogeneità ed elevati livelli di consenso rispetto a:

1.!L’opinione che gli studi li abbiano preparati male.

2.!L’opinione che le esperienze pratiche e le abilità sociali siano molto più importanti delle conoscenze per eserci-

tare il mestiere.

3.! La constatazione che le trasformazioni importanti della loro personalità sonno avvenute in corrispondenza della

loro immersione nel mondo del lavoro.

L’ultimo meccanismo importante rappresenta la soluzione consueta della fase della conversione finale e del dua-

lismo tra modello ideale e norme pratiche. Riguarda l’adeguamento della concezione di sé, ossia della propria

identità in formazione, che implica la presa di coscienza delle proprie capacità psichiche, mentali e personali, dei

propri gusti e delle proprie avversioni.

Si tratta di mettere in atto strategie di carriera definite in termini di assunzione di rischi, di proiezioni del Sé nel

futuro e di previsioni più o meno realistiche sull’evoluzione del sistema. Hugues definisce la carriera come

somma totale delle disposizioni e degli orientamenti dei professionisti attraverso i diversi percorsi di carriera e le

diverse pratiche.

Alcune ricerche empiriche sulle identità professionali

Sono state analizzate 159 interviste di tipo non direttivo realizzate presso campioni casuali di dipendenti di 6

grandi imprese private che hanno introdotto delle innovazioni. Tutti erano incoraggiati a formarsi per cambiare i

propri atteggiamenti rispetto al lavoro, ampliare o modificare le proprie competenze e a volte cambiare occupa-

zione o servizio.

Le interviste condotte tra il 1987 ed il 1988 esplorano 3 ambiti fondamentali: il mondo vitale del lavoro, la

traiettoria socio-professionale ed i rapporti dei dipendenti con la formazione.

Queste diverse ricerche giungono alla costruzione di 4 tipi di atteggiamenti o logiche di azione che combinano

rapporti con il lavoro e con la qualifica, traiettorie di occupazione o di disoccupazione e orientamenti rispetto alla

formazione.

Questi risultati suggeriscono conclusioni analoghe a quelle di diverse altre ricerche sociologiche sulle imprese in

Francia. Le ricerche mostrano differenze di atteggiamento, opinione, prospettive tra gli individui che apparten-

gono alle stesse categorie e che affrontano cambiamenti simili o situazioni nuove.

Le identità tipiche sono prodotte dall’articolazione di un’identità attribuita da altri e di un’identità rivendicata per

sé e costruita attraverso percorsi sedimentati precedentemente.

quattro forme identitarie tipiche dei dipendenti :

A. l’identità diseducassero stabile minacciato: una forma fuori dal lavoro

L’identità per l’altro: l’esclusione dal modello della competenza

Sono operai specializzati usciti dalla scuola per fallimento scolastico.

Identità per l’altro: attribuita da alcuni responsabili di imprese a coloro che sono giudicati a priori sprovvisti

delle nuove competenze richieste dall’impresa di domani e considerati come incapaci di acquisire. La denomina-

zione di OS(operaio non qualificazione), BNQ(basso livello di qualifica). Sono dei dipendenti che, assunti dalla

loro impresa per occupare dei posti di lavoro per i quali erano stati giudicati adatti, sono potenzialmente giudicati

incompetenti ad assolvere qualunque funzione nell’impresa di domani.

Questa identità sociale virtuale che assume la forma di un giudizio a priori di incompetenza, è l’esito di una

trasformazione del modello di gestione del personale che sostituisce alla quotazione dei posti di lavoro la valuta-

zione dei potenziali degli individui, quello che viene chiamato il modello della competenza.

L’identità per sé: conoscenze pratiche e stabilità dell’occupazione

La prima caratteristica come a tutti i dipendenti associabili a questa logica detta di non coinvolgimento è di

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non aver mai chiesto di usufruire di opportunità di formazione. Il fatto è che la loro identità di lavoratore si è

formata con l’apprendimento sul campo. Anche tra impiegati, capisquadra e tecnici non viene mai collegato alle

conoscenze scolastiche.

La seconda caratteristica non hanno alcuna speranza di evoluzione professionale e desiderano soltanto durare

e sopravvivere nel lavoro. La sola prospettiva futura evocata è quella del pensionamento. Hanno paura del

licenziamento, ma considerano questa eventualità come una sanzione intollerabile. Il mutamento è una sanzione

e non un progresso, perché distrugge le conoscenze pratiche accumulate. È invece l’esperienza a consentire il

controllo di tutti i rischi relativi ad uno stesso posto, alla stessa situazione concreta di lavoro.

L’identità relazionale: dipendenza dal capo e lavoro strumentale

La relazione tra lavoro ed esistenza al di fuori del lavoro è al centro di questa identità. Lo spazio potenziale di

riconoscimento si colloca all’interno della situazione concreta di lavoro per gli uomini o della situazione domestica

per le donne. L’impresa o il gruppo professionale non costituiscono mai uno spazio di identificazione pertinente.

La relazione che struttura la loro identità è quella che stabiliscono con il loro superiore diretto, il capo. L’universo

familiare e domestico interferisce molto più sovente con il lavoro nel discorso delle donne. Tra gli uomini le diverse

componenti dell’identità formano una sorta di sistema chiuso che integra una rappresentazione molto tradizionale

della famiglia.

Dal modello del non coinvolgimento al modello dell’esclusione

Nell’identità emerge più tra gli uomini rispetto alle donne, un forte dualismo tra un’identità sociale virtuale di

escluso e un’identità reale di dipendente con una posizione stabile ed esecutiva, che scambia l’uso della forza

lavoro per un salario. Questo dualismo tra rischio di esclusione ed attaccamento alla stabilità operaia assume la

forma di una vera e propria lacerazione in caso di licenziamento.

La loro identità è divisa tra l’attaccamento alle conoscenze pratiche in cui emerge il loro valore e la paura delle

conoscenze teoriche che vengono presentate come necessarie e che essi non pensano di poter acquisire. Mante-

nere forme di identificazione precedenti rischia di rafforzare la loro esclusione futura e di rappresentare una

conferma dell’impossibilità di qualunque conversione soggettiva.

Il pensionamento è raramente associato a progetti positivi, rappresentato come orientamento volontario. Esso

provoca uno stravolgimento.

I dipendenti che condividono l’identità di esecutore associata alla stabilità e poco coinvolta nel proprio lavoro sono

anche quelli che vivono più dolorosamente il processo di esclusione di cui sono oggetto. La soppressione del loro

posto di lavoro viene vissuta come un abbandono personale, come un tradimento. Questa identità di base è stata

riconosciuta con l’accesso alla loro occupazione, con cui si sono in quel momento identificati.

Nella ricerca del LASTREE, la maggioranza dei dipendenti associabili a questa identità avevano un’anzianità re-

lativamente alta nell’impresa.

La precarietà che è stata per i giovani la prima esperienza professionale tende a venire incorporata nella loro

identità professionale.

La dinamica identitaria caratteristica di questa fascia di dipendenti emerge abbastanza chiaramente: il rischio di

esclusione dal mercato del lavoro è ormai al centro di una configurazione che era prima organizzata intorno ad

una triade, stabilità dipendenza gerarchica.

La maggior parte delle persone caratterizzate da questa identità tende a non investire nel lavoro professionale,

perciò si può definire questa forma di identificazione con l’espressione fuori dal lavoro. Si tratta di una forma

identitaria che non si struttura sulla base del lavoro, ma di altre appartenenze generalmente attribuite. Questa

forma privilegia una definizione del sé di tipo comunitario e si fonda sull’interiorizzazione delle identificazioni per

l’altro piuttosto che sulla rivendicazione di identità per sé.

B. l’identità bloccata dell’operaio di mestiere : una forma categoriale

L’identità per l’altro: il modello di operatore polivalente con responsabilità gestionali

Un operaio che diventi gestore del proprio posto di lavoro e non soltanto esecutore.

In completa contrapposizione con la sua immagine dell’operaio non qualificato, il direttore tecnico del mobilificio

definisce l’operaio ideale. I dirigenti di questa impresa diffondono un modello della competenza che comprende

le seguenti componenti:

·! Il quadro di definizione e di strutturazione è l’impresa e la sua principale attività.

·! L’obiettivo è la padronanza di un impiego che comporta forme di polivalenza.

·! Un’esigenza che viene spesso inclusa nel modello è una minima padronanza intellettuale dei processi e delle

connessioni d’insieme.

·! La capacità di gestione dei dipendenti.

Questo modello ideale genera rappresentazioni e verbalizzazioni in cui il termine operaio è scomparso: operatore.

È attraverso il confronto con queste identità virtuali che i dipendenti così percepiti devono confermare o meno le

loro identità reali.

L’identità per sé: diplomi tecnici e filiere di mestiere

La maggioranza dei dipendenti interessati da questa offerta identitaria sono diplomati di istituti tecnici che hanno

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occupazioni esecutive più o meno ripetitive.

Hanno in comune il fatto di definirsi a partire da un mestiere legato alla formazione tecnica iniziale nel loro

campo di specializzazione.

Le regole del gioco sono cambiate. Questa minaccia diventa evidente quando questi lavoratori vengono messi in

concorrenza con giovani provvisti di titoli di studio più alti e che non condividono la loro identità di mestiere.

Assumono un atteggiamento di partecipazione dipendete ed attendista: fanno formazione senza crederci troppo

e moltiplicano i segni di buona volontà. Sono sdoppiati: attori senza illusione del nuovo modello della competenza.

L’identità relazionale: riconoscimento sospeso e conflitto latente

La maggior parte dei dipendenti che si definiscono come bloccati descrivono relazioni difficili con la dirigenza. Non

si sento più riconosciuti nel loro lavoro e lamentano di essere ridotti ad assumere ruoli da semplici esecutori. Nella

terminologia tradizione delle relazioni umane, questi dipendenti associano la consapevolezza di un elevato con-

tributo alla constatazione di una bassa remunerazione finanziaria e simbolica.

Questa messa in discussione del riconoscimento coincide con la diffusione di nuove forme di comportamento sul

lavoro. Essi distinguono nettamente tra le sollecitazioni ad ampliare i compiti intorno ad una specializzazione, che

approvano, e le riorganizzazioni finalizzate ad una rotazione su posti diversi, che contestano in nome della loro

concezione del mestiere. Queste forme di polivalenza rischiano di provocare una sorta di dissoluzione della loro

qualifica.

Dall’operaio di mestiere al nuovo professionista

Le imprese devono venire a patti con i blocchi vissuti dai dipendenti che condividono questa identità dal punto di

vista sociale non possono programmare la loro esclusione. Le esperienze di riconversione in massa di dipendenti

da una specializzazione tradizionale e ristretta ad una competenza ampia definita sulla base delle nuove esigenze

politiche di gestione si sono moltiplicate. Rispettando il modello della formazione dell’insegnamento tecnico alla

francese, fondato sull’alternanza lavoro/studi e adattandolo alle traiettorie identitarie dei dipendenti coinvolti,

queste esperienze di innovazione hanno tentato di articolare efficacemente le 2 transazioni.

La costruzione di un’identità di mestiere presuppone una forma di transazione soggettiva che consenta la con-

ferma costante della propria evoluzione, concepita come la padronanza progressiva di una specializzazione. Essa

presuppone anche conferme oggettive da parte di una comunità professionale dotata dei propri specifici strumenti

di legittimità.

La crescente penetrazione della ricerca sposta a monte della produzione le attività di progettazione che richiedono

il possesso di conoscenze teoriche sui processi. Lo sconvolgimento dei mercati riporta il settore dei mercati riporta

il settore dei servizi al centro delle dinamiche economiche.

L’accesso alle conoscenze di processo ha valore non soltanto per la performance economica del servizio, ma

anche per la costruzione di nuove identità di professioni riconosciuti. Queste nuove conoscenze professionali

presuppongono che vengano messe in relazione conoscenze tecniche, di natura teorica, con delle conoscenze

pratiche derivate dall’esperienza.

Il riferimento sindacale al mestiere resta sovente puramente difensivo, amplificando i conflitti potenziali con gli

attori della modernizzazione dell’impresa. Emergono spesso divisioni ideologiche.

Queste identificazioni rendono molto difficile la costruzione di relazioni reciproche tra gli uomini e le donne. L’in-

gresso in massa delle donne sul mercato del lavoro, ed il loro crescente accesso alla formazione professionale

permanente rende più difficile la riproduzione di identità maschili di questo tipo. I giovani che escono da corsi

professionali brevi cominciano la loro vita professionale con l’esperienza della disoccupazione, degli stages di

inserimento, del lavoro in affitto e dei lavori precari.

Un mestiere forma categoriale per mettere l’accento sulla comunità di appartenenza fondata sull’apprendistato,

l’identificazione con il gruppo e la difesa collettiva di valori specifici. Questa forma identitaria è minacciata dalle

trasformazioni economiche e coloro che sono stati socializzati da essa si descrivono come bloccati.

C. l’identità di responsabile in ascesa verticale interna : la forma impresa

L’identità per l’altro: il modello dell’evoluzione da e nell’impresa

Il termine chiave che lo designa è quello di evoluzione, in opposizione alla stabilità, ed il suo spazio di dispiega-

mento è quello dell'impresa che questo modello di dipendente divenuto responsabile contribuisce a far evolvere,

mentre al tempo stesso esso consente la sua evoluzione professionale. L'identità delineata è in primo luogo co-

struita attraverso l'impresa modernizzante ed all'interno di essa, sulla base di un reciprocità dinamica; in cambio

di un impegno soggettivo del dipendente per il successo della sua impresa, questa gli assicura al tempo stesso

la sicurezza dell'occupazione ed una probabile progressione di carriera.

La loro identità sociale virtuale è un'identità d'impresa: identificati con essa, con il suo successo ed il suo nome,

non possono definirsi a priori né in base al loro lavoro, né in base alla loro formazione iniziale. Attraverso la

profezia che si autoadempie, questi dipendenti dovranno costruire la loro identità in cammino.

L'identità per sé: riconoscimento reciproco e mobilitazione sul lavoro

La maggior parte dei dipendenti che condividono questa identità insistono sulle buone relazioni con la gerarchia

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dell'impresa.

Questi lavoratori di una dimensione gestionale dell'identità professionale, poiché sono i soli ad esprimere preoc-

cupazioni economiche nel loro lavoro, a valorizzare i compiti di contatto. La loro identità si colloca teoricamente

in un circolo virtuoso che combina un elevato contributo con un'elevata remunerazione ed articola, in maniera le

due transazioni.

Le 2 transazioni sono compresenti in un'identità che deve essere al tempo stesso riconosciuta all'interno dell'im-

presa e socialmente legittimata, grazie al posto che occupa l'impresa nell'immaginario collettivo. L'identità per sé

e l'identità per l'altro coincidono soltanto apparentemente. Fintanto che le prestazioni dell'impresa corrispondono

alle aspettative, l'identità d'impresa è valorizzata, ma quando non lo sono più i dipendenti che si sono mobilitati

si ritrovano sovente ad essere svalutati.

L'identità biografica: evoluzione professionale e formazione permanente integrata

L'insieme dei dipendenti con questa identità nelle 6 imprese del campione hanno in comune il fatto di aver cono-

sciuto diverse persone in ascesa all'interno dell'impresa.

La formazione sembra rappresentare il luogo privilegiato in cui questo tipo di identità si costruisce e deve eserci-

tarsi. È una formazione qualificata ed integrata, cioè comprende conoscenze teoriche, tecniche e pratiche. Si tratta

di conoscere e capire il prodotto, le tecnologie, il mercato. È l'impresa che garantisce la coerenza dei contenuti.

L'identificazione con l'impresa è rischiosa, perché può invadere quasi completamente la vita al di fuori del lavoro

e può generare l'illusione se non addirittura l'immersione nel fantasma dell'identificazione con se stessi. In caso

di invalidazione, le conseguenze psicologiche sono temibili.

Dal modello carrierista al processo di mobilitazione negoziata

ispirato o appassionato, è pronto a battersi per autodeterminare i propri percorsi. Ciò implica non soltanto la

competizione con i propri pari, ma la lotta contro l'organizzazione.

La chiave della costruzione di questa identità di futuro dirigente risiede nell'accesso alle conoscenze organizzative

che possono anche essere chiamate conoscenze sociali. L'impresa incoraggia una piccola parte dei propri dipen-

denti, considerati persone con potenziale, ad entrare in competizione per accedere a funzioni manageriali che

saranno più o meno riconosciute in seguito. L'impresa provoca effetti di divisione interna nello stesso momento

in cui la sua competizione richiede cooperazione e solidarietà. Si assiste ad una dissociazione tra l'identità virtuale

del responsabile animatore e fonte di mobilitazione collettiva e l'identità reale del futuro responsabile.

La promozione viene ottenuta talvolta in cambio di un investimento nella formazione e nell'organizzazione, al

termine di complesse negoziazioni. È negoziando il loro piano di formazione e di carriera in modo che si integri

con i processi strategici dell'impresa che i dipendenti trovano il modo per realizzare una traiettoria ascendente.

Questa si fonda sul modello della reciprocità.

Questa forma identitaria, chiamata identità d'impresa, è fortemente dipendente dalle strategie delle grandi

imprese globalizzate. Rischia di essere bruscamente mirata da un mutamento di congiuntura o di politica. Implica

una forte adesione all'organizzazione, richiedendo capacità strategiche per farsi riconoscere.

D. l’identità autonoma e incerta : la forma rete

L'identità per l'altro: dipendenti che creano problemi

Appare evidente che non è nell'impresa che vogliono costruire o consolidare la loro identità fluttuante. Sembrano

difficilmente classificabili in forme di identità dell'eccezione.

Anche alcuni dipendenti con una maggiore anzianità vengono etichettati come problematici. Essi si sono a volte

ritagliati delle situazioni che ritengono comode. Questi dipendenti hanno la propria rete di relazioni che sfugge

all'organizzazione formale. Hanno difficoltà ad immedesimarsi nelle norme e nei ruoli collettivi, per cui sono tal-

volta visti come individualisti rispetto alle condizioni necessarie per una mobilitazione collettiva. Questa

forma identitaria implica una distanza rispetto all'organizzazione ed il primato della transazione biografica sulla

transazione relazionale.

L'identità per sé: la contro-mobilità sociale

la grande maggioranza dei dipendenti appartenenti a questo terzo tipo non è di origine operaia. Si impegnano

per mobilitare una parte delle risorse dell'impresa: si iscrivono nel piano formativo per gli stages a cui sono

interessati, chiedono o arrivano a negoziare congedi individuali. Per questi dipendenti, la formazione è un diritto

individuale, un investimento personale che prolunga, rinforza o corregge la loro formazione scolastica, struttu-

rando la loro identità.

La loro identità è sdoppiata: la falsa identità, l'identità ufficiale, è quella che gli altri associano alla loro attuale

situazione lavorativa. La loro vera identità per sé è quella che perseguono attraverso la formazione o i consumi

culturali.

Tra le donne, le prospettive di progressione interna escludono esplicitamente l'accesso a funzioni dirigenziali: la

loro aspirazione identitaria è l'autonomia.

L'identità relazionale: atteggiamento critico e opportunista

Le relazioni che dipendenti sdoppiati stabiliscono con i superiori sono ambivalenti: reticenti, ribelli verso qua-

lunque forma di comportamento autoritario. Si presentano come partner attivi dei propri responsabili nella loro

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher universitaria2312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Giovannini Dino.

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