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La socializzazione: come si costruisce l'identità sociale

Capitolo 1: La socializzazione del bambino nella psicologia di Piaget e i suoi sviluppi sociologici

Il termine socializzazione, applicato al bambino, designa uno degli oggetti essenziali della psicologia genetica. La letteratura dedicata allo sviluppo del bambino è immensa e rappresenta una riserva importante di risultati e di analisi empiriche per la teorizzazione dei processi di socializzazione. È raro, tuttavia, trovarvi riflessioni epistemologiche sulle condizioni per un approccio scientifico e sui problemi posti dal confronto tra le prospettive disciplinari (biologia, psicologia, sociologia).

Piaget affronta la questione delle relazioni tra la spiegazione sociologica e le spiegazioni psicologiche e biologiche e sviluppa posizioni sulle questioni relative alla socializzazione. Queste posizioni costituiscono il primo tentativo di superare le contrapposizioni tra la prospettiva psicologica e quella sociologica e di definire un approccio sociologico alla socializzazione che sia complementare e non contrapposto agli approcci psicogenetici. Questo nuovo approccio è stato parzialmente utilizzato sia nel campo della sociologia dell'educazione che in quello della sociologia politica.

1. L'approccio di Piaget alla socializzazione

Piaget si interessa allo sviluppo mentale del bambino, definendolo come una costruzione continua, ma non lineare, che procede per stadi successivi e costituisce quello che egli chiama un processo di regolazione dell'equilibrio, cioè il passaggio perpetuo da uno stato di minore equilibrio ad uno stato di equilibrio superiore. Questo processo mette in gioco due elementi:

  • Le strutture variabili, definite come “forme di organizzazione dell'attività mentale”;
  • Il funzionamento è costante e provoca il passaggio da una forma all'altra, attraverso un movimento di squilibrio seguito dal ristabilimento di un equilibrio per mezzo del passaggio a una nuova forma.

Questo sviluppo mentale ha sempre una doppia dimensione, individuale e sociale: le strutture attraverso le quali passano normalmente tutti i bambini sono sempre al tempo stesso cognitive (interne all'organismo) e affettive (relazionali, orientate verso l'esterno). Secondo Piaget, queste strutture evolutive non sono dissociabili dalle condotte, definite come risposte a bisogni nati dall'interazione tra l'organismo e le risorse dell'ambiente fisico e sociale.

In questo modo ogni azione è concepita come un tentativo di ridurre uno squilibrio tra i bisogni dell'organismo e le risorse dell'ambiente. Essa termina quando il bisogno è soddisfatto, cioè quando l'equilibrio è ritrovato. Questo modello omeostatico (il movimento definito come ristabilimento di un equilibrio con l'ambiente) conduce Piaget a concepire lo sviluppo del bambino, e quindi la sua socializzazione, come un processo attivo di adattamento discontinuo a forme mentali e sociali sempre più complesse. Questo adattamento è descritto da Piaget come la risultante di due movimenti complementari:

  • L'assimilazione consiste nell'incorporare le cose e le persone esterne nelle strutture già costruite. Per ciascuno stadio di sviluppo del bambino, esistono forme di assimilazione specifiche: esse costituiscono una modalità di rapporto con il mondo adattata al grado di maturazione biologica del bambino. Quando questo si evolve, nuove forme di assimilazione diventano possibili e necessarie.
  • L'accomodamento consiste nel riaggiustare le strutture in funzione delle trasformazioni esterne. I cambiamenti dell'ambiente sono fonti perpetue di aggiustamenti. Queste variazioni contribuiscono a ciò che Piaget chiama la "costruzione dello schema pratico dell'Oggetto", condizione per la scoperta attiva della permanenza degli oggetti (materiali e umani) anche quando sono assenti.

Esse consentono anche le strutturazioni dello spazio e del tempo e l'emergere delle successive modalità di riconoscimento dei rapporti di causalità. Questi quattro elementi (schemi pratici, spazio, tempo, causalità) entrano nella composizione delle strutture mentali caratteristiche di ciascuno degli stadi significativi di sviluppo del bambino. Queste strutture mentali sono inseparabili dalla forme relazionali attraverso le quali si esprimono rispetto all'altro. Quindi, a ciascuno degli stadi individuati da Piaget si possono far corrispondere delle forme tipiche di socializzazione, che costruiscono delle modalità di relazione del bambino con gli altri esseri umani. Si passa così, secondo l'autore, dall'egocentrismo iniziale del neonato, caratterizzato da una "confusione dell'io con il mondo", all'inserimento finale dell'adolescente scolarizzato nel mondo professionale e nella vita sociale dell'adulto.

Tra questi due estremi, il bambino avrà appreso a esprimere dei sentimenti differenziati, avrà appreso a imitare le persone a lui prossime differenziando nettamente il polo interno (l'Io) dal polo esterno (l'Oggetto) e successivamente a praticare, grazie alla comunicazione verbale, gli scambi interindividuali, scoprendo e rispettando al tempo stesso i rapporti di costrizione esercitati dall'adulto. Infine, avrà appreso a passare dalla costrizione alla cooperazione, grazie alla padronanza congiunta della "riflessione come discussione interiorizzata con se stesso" e della discussione come "riflessione socializzata con l'altro".

Questo passaggio dalla costrizione alla cooperazione, cioè dalla sottomissione all'ordine sociale (genitoriale e scolastico) all'autonomia personale nella cooperazione volontaria (con gli adulti e con gli altri bambini), costituisce un punto essenziale nell'analisi della socializzazione di Piaget. È su questo punto che Piaget definisce il nocciolo duro della sua concezione e la differenzia da quella di Durkheim.

Piaget distingue quattro stadi corrispondenti a quattro concetti di norma:

  • Lo stadio motorio e individuale (prima dei 2 anni): non si può parlare propriamente di norma all'infuori delle regole motorie.
  • Lo stadio egocentrico (dai 2 ai 5 anni): inizia quando il bambino riceve dall'esterno l'esempio di regole codificate. In questo stadio i bambini, anche quando giocano in compagnia, giocano ciascuno per sé. Vi è una confusione tra l'io e il mondo esteriore e una mancanza di cooperazione.
  • Lo stadio della cooperazione incipiente (7-12 anni): ogni giocatore cerca di vincere i suoi compagni, cosa che provoca la comparsa della preoccupazione del controllo reciproco e della unificazione delle regole, che restano però informali.
  • Lo stadio della codificazione delle regole (dopo i 12 anni): i giocatori prendono coscienza della necessità di regole formali.

Piaget riassume il processo della socializzazione del bambino nelle seguenti quattro trasformazioni:

  • Il passaggio dal rispetto assoluto (dei genitori) al rispetto reciproco (bambini/adulti e bambini tra loro);
  • Il passaggio dall'obbedienza personalizzata al senso della regola;
  • Il passaggio dell'eteronomia completa all'autonomia reciproca;
  • Il passaggio dall'energia alla volontà, che costituisce una "regolazione attiva dell'energia" e presuppone una gerarchizzazione tra dovere e piacere.

Al termine del processo di socializzazione del bambino, i valori morali si organizzano in sistemi autonomi comparabili ai raggruppamenti logici. Si ritrova qui il nocciolo duro della concezione della socializzazione di Piaget: la reciprocità tra strutture mentali e strutture sociali, la corrispondenza, ad ogni stadio, tra le operazioni logiche e le azioni morali, cioè sociali.

2. Durkheim e Piaget: una discussione incompiuta

Nella seconda parte de “Il giudizio morale nel fanciullo”, Piaget avvia una costruttiva discussione con Durkheim. Questa discussione mostra una serie di convergenze iniziali tra i due. Piaget assume infatti la definizione di Durkheim dell’educazione come "socializzazione metodica della giovane generazione", a condizione di precisare che tale socializzazione non è fatta solo dalle generazioni precedenti, ma anche dagli individui stessi. La socializzazione è anche per Piaget un'educazione morale, ma è prima di tutto una costruzione, sempre attiva ed anche interattiva, di nuove regole.

Inoltre, proprio come Durkheim, egli riconosce come la socializzazione, storicamente, si è fondata sulla conformità naturale a modelli esteriori. Condivide con lui anche la teoria del crimine: "è soltanto a condizione che vi siano delle sanzioni che l’esistenza stessa della morale è assicurata". In questo senso, la socializzazione ha una funzione repressiva. Piaget e Durkheim sono anche d’accordo nel riconoscere l’individualizzazione crescente della vita sociale in relazione allo sviluppo degli scambi.

Dove Piaget si distingue da Durkheim è nel momento in cui il secondo stabilisce un’equivalenza pura tra gli obiettivi e gli effetti della costrizione esterna e quelli della cooperazione volontaria. Secondo una pertinente osservazione di Nisbet, negli studi successivi di Durkheim, la società diventa un insieme di elementi sociali e psicologici. Comunque Piaget rifiuta quest’equivalenza perché non condivide la sua concezione della società moderna e non interpreta nello stesso modo il passaggio dalle società tradizionali alle società industriali.

Contrariamente a Durkheim, Piaget stabilisce una rottura effettiva tra i rapporti di costrizione fondati su legami di autorità e sul sentimento del sacro (società tradizionali), ed i rapporti di cooperazione fondati sul rispetto reciproco e sull’autonomia della volontà (società moderne). Il passaggio dai primi ai secondi è presentato da Piaget come il risultato congiunto di una evoluzione intellettuale e di uno sviluppo morale che rendono possibile la costruzione intenzionale di nuovi rapporti sociali, compresi quelli tra gli stessi bambini. Ciò che secondo Piaget Durkheim non ha visto, è che esistono rapporti sociali propri agli stessi raggruppamenti infantili. Infine, l'ultima divergenza fra i due è relativa al fatto che la società moderna possa essere considerata unificata. Durkheim lo pensa, Piaget ne dubita.

Questo perché la società è l’insieme dei rapporti sociali, e tra questi, i rapporti di costrizione e cooperazione sono diversi secondo Piaget, che quindi non può semplicemente definire la socializzazione come integrazione in una società unificata. Di conseguenza, la socializzazione può essere definita come un processo discontinuo di formazione individuale e collettiva delle condotte sociali, articolato in tre aspetti:

  • Aspetto cognitivo: rappresenta la struttura della condotta e si traduce in regole;
  • Aspetto affettivo: rappresenta l’energetica della condotta e si esprime in valori;
  • Aspetto repressivo (o conativo): rappresenta i significanti della condotta ed è simbolizzato in segni.

Questi tre contenuti della socializzazione costituiscono, secondo lo studioso, i materiali di base con i quali si struttura lo sviluppo del bambino e si costruisce la sua socializzazione attiva. Questa costruzione si fonda sulla correlazione tra strutture sociali e strutture mentali, cioè tra la socializzazione intesa come costruzione di forme di organizzazione delle attività e la socializzazione intesa come modalità dello sviluppo degli individui.

3. Un'applicazione in sociologia dell'educazione

J. Lautrey ha tentato di dimostrare, attraverso una ricerca empirica, l’ipotesi secondo la quale le condizioni di lavoro e di vita dei genitori determinano le loro pratiche educative, che influenzano lo sviluppo intellettivo dei bambini. Per operazionalizzare questa ipotesi, Lautrey ha costruito, per un campione di bambini della scuola elementare, tre tipi di strutturazione dell'ambiente familiare:

  • Una strutturazione debole, corrispondente all'assenza di regole e di prevedibilità e quindi poco favorevole alla ristrutturazione in caso di squilibrio;
  • Una strutturazione rigida, fatta di regole immutabili e costrittive e quindi poco favorevoli allo squilibrio iniziale necessario per lo sviluppo;
  • Una strutturazione flessibile, corrispondente a regole condizionali favorevoli nello stesso tempo allo squilibrio e alla ristrutturazione.

L'autore stabilisce la seguente relazione: "quanto più alta è nella gerarchia la professione del padre, tanto più flessibile è il tipo di strutturazione, e quanto più bassa è, tanto più rigida sarà la strutturazione". Infine dimostra anche che i bambini cresciuti in una strutturazione flessibile dell’ambiente familiare hanno raggiunto uno stadio più avanzato nel loro sviluppo operatorio rispetto agli altri due gruppi.

L’autore cerca quindi di stabilire una doppia relazione tra l’ambiente educativo familiare e la riuscita scolastica da un lato, e l’ambiente familiare e il ruolo dei genitori nel sistema di produzione dall’altro. Quindi, se i bambini che hanno un’educazione flessibile e di conseguenza un ambiente familiare flessibile hanno maggiore riuscita scolastica, è perché il loro ambiente familiare facilita il loro sviluppo mentale.

Tuttavia, se è vero nel complesso che sono i bambini i cui genitori si trovano in condizioni più difficili ad avere la minore riuscita scolastica, questo non significa che si possa dedurre l'esistenza di una determinazione diretta delle condizioni economiche dei genitori sullo sviluppo intellettivo dei bambini. Esistono altri meccanismi che influenzano la strutturazione cognitiva dei bambini oltre a quelli che regolano l'organizzazione familiare in un dato momento.

Resta comunque il fatto che questa ricerca rappresenta un tentativo di applicazione degli schemi elaborati da Piaget. Essa infatti rappresenta una traduzione empirica del processo di regolazione dell’equilibrio come costruzione di strutture mentali sottoposte a condizioni sociali necessarie: per passare da una forma delle relazioni ad un'altra si devono poter cambiare le regole e anche il rapporto con esse. È necessario quindi trovarsi in un ambiente sociale flessibile ma strutturante: la capacità di costruire, nella famiglia, questo tipo di ambiente di socializzazione dipende dalle condizioni di vita, dai valori e dal sistema educativo familiare. La socializzazione del bambino dipende fortemente dalle condizioni sociali, familiari, ma anche scolastiche della sua costruzione.

4. Una trasposizione alla socializzazione politica

A. Percheron (1974) sviluppa un nuovo approccio ai fenomeni della socializzazione, che si colloca in continuità con i temi affrontati da Piaget. Criticando l’approccio di Durkheim, l’autrice propone una definizione della socializzazione come acquisizione di un codice simbolico risultante da transazioni tra l’individuo e la società. Da questa impostazione di base, la sociologa fa derivare un insieme di conseguenze che costituiscono il nucleo centrale del suo lavoro in riferimento alla socializzazione politica:

  • La socializzazione è un processo interattivo e multidirezionale: presuppone una transazione tra chi socializza e chi è socializzato; non è acquisita una volta per tutte, ma implica delle rinegoziazioni permanenti.
  • La socializzazione è lo sviluppo di una certa rappresentazione del mondo, e in particolare di mondi specializzati, nei quali è compreso anche il mondo politico; questa rappresentazione non è imposta come già data dalla famiglia o dalla scuola, ma ogni individuo se la compone da sé.
  • La socializzazione non è il risultato di apprendimenti formalizzati, ma il prodotto, continuamente ristrutturato, delle influenze presenti o passate dei molteplici agenti della socializzazione; questa socializzazione latente è spesso impersonale, se non addirittura non intenzionale.
  • La socializzazione è una costruzione lenta e graduale di un codice simbolico che non costituisce, come in Durkheim, un insieme di valori e credenze ereditati dalla generazione precedente, ma un sistema di riferimenti e di valutazione del reale che consente di comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro in determinate situazioni.
  • La socializzazione è un processo di identificazione, di costruzione di identità, cioè di appartenenza e di relazione. Socializzarsi è assumere la propria appartenenza a dei gruppi. Non c'è un'unica identificazione degli individui, innanzitutto a causa della molteplicità dei gruppi di appartenenza o di riferimento, ma anche per effetto dell'ambivalenza delle identificazioni: tra il desiderio di essere come gli altri e l'apprendimento della differenza, il bambino deve costruire la sua identità attraverso un'integrazione delle sue diverse identificazioni, positive e negative.

Questa integrazione delle identificazioni dipende dal sistema relazionale del soggetto ma si manifesta attraverso il linguaggio. È per questo che, pur definendo la socializzazione del bambino come processo di costruzione di un'identità, Percheron sceglie di studiare alcuni aspetti dei processi di socializzazione attraverso lo studio della costituzione del vocabolario politico dei bambini.

I risultati della ricerca della Percheron confermano un’ipotesi importante: la strutturazione del vocabolario politico dei bambini dipende tanto dalla loro età quanto dalle caratteristiche socio-politiche dell’ambiente da cui provengono. Sia le rappresentazioni che le scelte politiche non sono trasmesse e date una volta per tutte, ma si costruiscono sotto forma di nuovi arrangiamenti periodici, dando luogo a nuove assimilazioni di elementi attinti dai diversi settori dell'ambiente (famiglia, scuola, compagni, quartiere, comune ecc).

5. Un approccio "genetico" e "limitato" alla socializzazione

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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