SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI
CAPITOLO 1 : LA NASCITA DEL CONCETTO SCIENTIFICO DI CULTURA
Esistono due concezioni della cultura che si sono affermate nel corso di secoli e che sono state chiamate
concezione umanistica o classica e concezione antropologica o moderna. La concezione umanistica,
passando attraverso l’idea rinascimentale di humanitas, si diffonde nel XVIII secolo, quando entra a far parte del
vocabolario illuministico, spesso seguita da una specificazione per cui si parla di “cultura delle arti”, “cultura delle
scienze”!ecc. Si osserva che l’idea di cultura rispecchia l’universalismo e l’umanesimo dei philosophes. Appartiene
all’uomo, senza distinzioni, ed è!associata all’idea di progresso, in particolare alla fiducia che l’educazione possa
migliorare l’essere umano, purificare l’intelletto distogliendolo dall’errore. La nozione di cultura si avvicina fino a
sovrapporsi a quella di “civiltà”!e di “civilizzazione”.
Arnold à!per lui la cultura rappresenta “quanto di meglio è!stato pensato e conosciuto”!nell’arte, nella letteratura e
nella filosofia. Essa è!un mezzo per rendere più!umano un mondo minacciato dagli effetti inaridenti
dell’industrializzazione. Quest’ultima comincia a mostrare anche il suo volto oscuro. Arnold propone una terapia
che ha al suo centro l’ideale greco della cura e perfezionamento dell’uomo.
Cultura alta!à!indica gli aspetti maggiormente valutati all’interno di ogni società!–!come l’opera, il teatro e la Divina
Commedia –!e ad essere usata in opposizione alla “cultura popolare”!che indica le manifestazioni e pratiche
culturali delle classi sociali meno privilegiate, come la musica, i fumetti o la letteratura rosa.
Herder à!afferma la diversità!tra culture. La storia non consiste nell’avvento di una ragione astratta e identica
ovunque, ma nell’intreccio e nel conttrasto tra diverse individualità!culturali, ciascuna delle quali costituisce una
comunità!specifica in cui l’umanità!esprime ogni volta in modo insostituibile un aspetto di se stessa.
Con i movimenti nazionalisti, la nozione tedesca di Kultur finisce per contrapporsi alla concezione umanistica e
universalista di cultura elaborata nell’ambito del pensiero illuminista e alla nozione omologa di civiltà!e
civilizzazione.
Elias à!descrive la genesi sociale dell’antitesi tra il significato che il termine Kultur assunse fin dal XVIII secolo e
quello di civiltà. Elias spiega l’evoluzione del significato della nozione di cultura in Germania. Sarebbe stato il
risentimento degli strati intellettuali del ceto medio a dare al concetto di cultura quei caretteri di autenticità!e
profondità!legati ai valori e alle prestazioni spirituali, scientifiche e artistiche che costituivano la loro specifica
legittimazione di ceto sociale. Il concetto di cultura viene quindi costruito in opposizione ai comportamenti e stile
di vita dell’aristocrazia. L’antitesi cultura-civiltà!nasce dunque inizialmente su un terreno sociale, di opposizione ai
comportamenti sociali e umani dello strati di corte e solo dopo si evolve in un’antitesi nazionale.
Tra ‘800 e ‘900 entrano in campo le varie scienze sociali e si diffonde un nuovo modo di guardare all’uomo e alla
società. Si afferma uno sguardo oiù!neutro, più!interessato a descrivere com’è!la realtà!sociale che a prescrivere
come dovrebbe essere e a riflettere sulla varietà!dei costumi, norme, tradizioni che caratterizzano le società. E’!la
diversità!dei costumi e delle abitudini a formare il nuovo contenuto della nozione di cultura che dilata i propri
confini: dall’universalismo cosmopolita dei dotti a cui faceva riferimento la concezione umanistica alla enorme
varietà!dei costumi e delle abitudini locali. Inoltre, la cultura non si applica più!all’individuo, ma riguarda una
collettività, né!rappresenta più!un ideale normativo, ma il suo significato diventa descrittivo. La sfida lanciata
dalle scienze sociali consiste nel pensare l’unità!dell’umanità!attraverso la diversità!delle culture, ossia attraverso
abiti acquisiti, invece che attraverso “razze”!biologicamente determinate.
L’antropologia è!la scienza sociale che ha cercato di fondere la propria autonomia disciplinare sul concetto di
cultura. E’!a Tylor che si deve la prima definizione del concetto antropologico di cultura: La cultura, o civiltà,
intesa nel suo senso etnografico più!vasto, è!quell’insieme complesso che include le conoscenze, le
credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità!e abitudine che l’uomo
acquisisce come membro della società. Si riconosce l’esistenza di una cultura primitiva, del tutto trascurata
dalla tradizione illuminista.
Tre componenti fondamentali della cultura:
1.! Ciò!che gli individui pensano: la religione, la morale e il diritto, cioè!quei complessi di norme e di
credenze esplicite
2.! Ciò!che gli individui fanno: i costumi e le abitudini acquisite dall’uomo per il fatto di vivere entro una
comunità.
3.! I materiali che gli individui producono: gli artefatti, cioè!i prodotti oggettivati del lavoro umano.
In questa definizione vengono indicati quali sono i caratteri principali che costituiscono la cultura. Sono soprattutto
tre. •! Innanzitutto la cultura èappresa. Poi risulta essere qualcosa di specificamente umano, che distingue
l’essere umano dagli animali. L’antica opposizione natura/cultura assume con l’antropologia una nuova
variante secondo la quale l’uomo si distingue dagli animali per la variabilità!dei suoi costumi. La vera
natura dell’uomo sarebbe culturale. Più!recentemente alcuni antropologi ritengono che solo gli essere
umani avrebbero la capacità!di utilizzare una comunicazione simbolica, un linguaggio cioè!che produce
un significato anche in assenza del referente. Ma questa linea di demarcazione si è!dimostrata meno
netta di quanto potrebbe sembrare. In definitiva, l’uomo non sembra essere l’unico “animale simbolico”.
Un antropologo sostiene, inoltre, che la scoperta tra varie specie animali di “complessi procedimenti di
comunicazione, che impiegano veri e propri simboli, ha reso la linea di demarcazione tra natura e cultura
“se non meno reale, certo più!tenue e tortuosa”. L’ipotesi a cui giunge è!che la differenza non sia di
qualità, ma di complessità!e di grado di organizzazione. Quindi sembra venir meno la possibilità!di
tracciare una differenza di qualità!tra mondo umano e animale, basata sull’aspetto simbolico, ma
rimangono notevoli le differenze di grado tra il linguaggio umano e i sistemi di comunicazione vocale
degli altri primati, per quanto riguarda la varietà!dei simboli utilizzati, la capacità!di combinare suoni e
quindi anche di produree un’infinita varietà!di significati.
•! La cultura rappresenta la totalità dell’ambiente sociale e fisico che è!opera dell’uomo. Ciò!deriva dalla
tesi prevalente della discontinuità!fondamentale tra il biologico e il mentale da un lato e il culturale
dall’altro che comprende nel concetto di cultura tutto ciò!che l’uomo apprende e crea insieme ai membri
della propria comunità. Quindi nella cultura rientrano anche istituzioni, come la famiglia, parentela,
organizzazione politica e sistema economico. Il concetto di cultura finisce per sovrapporsi interamente a
quello di società. il carattere totale della cultura comporta anche l’idea dell’individualità!e organicità!del
patrimonio culturale di ogni popolo.
•! Un terzo carattere è!quello della condivisione. Si ritiene che per essere definito culturale un fenomeno
debba essere condiviso da un gruppo. La cultura deve essere uniformemente distribuita all’interno della
società. Secondo Benedict le culture seguono dei modelli culturali che caratterizzano e dominano un
intero gruppo sociale. Quello della condivisione rimane un assunto di base che ha orientato studi e teorie
importanti nella tradizione antropologica. In definitiva, l’immagine della cultura che emerge è!quella di
una totalità!sociale omogenea e organica al suo interno che si differenzia in rapporto ad altre culture
altrettanto omogenee e organiche. Se quest’immagine è!stata persuasiva e influente è!perché!
l’antropologia ha identificato il proprio oggetto di studio nelle popolazioni primitive, privilegiando cioè!
quella società!in scala ridotta che ruota intorno alla piazza del villaggio. Si tratta di una società!faccia a
faccia, in cui gli individui interagiscono sempre tra loro, all’interno di un ambiente limitato. La
comunicazione è!continua in quanto la divisione del lavoro è!scarsa. Tutti si conoscono dalla nascita e
usano gli stessi linguaggi. Le persone si somigliano tra loro e ogni generazione si ripete e ritiene giuste le
stesse cose.
Antropologia!à!privilegiava gli studi empirici descrittivi delle società!tribali. Aveva assunto come proprio oggetto di
studio le popolazioni primitive.
Sociologia!à!scienza generale dei fenomeni sociali. Era sorta con l’intento di determinare la struttura della moderna
società!industriale e dei processi di rapida trasformazione che l’avevano caratterizzata. La sociologia ha trattato
temi diversi da quelli dell’antropologia, tra cui l’inurbamento, le modificazioni nella strutta di classe, la
riorganizzazione della politica e dello stato. Tuttavia, all’inizio, i rapporti tra antropologia e sociologia furoni stretti,
sia nel senso che i lavori di ricerca antropologici influenzarono vari studi su comunità!urbane, sia nel senso di una
vera e propria allenza tra le due discipline. Esistono tre tradizioni sociologiche nazionali di inizio ‘900: l’americana,
la francese e la tedesca à!comunità!scientifiche che hanno affrontato lo studio della cultura all’interno di una più!
generale teoria sociologica.
Concezione Americana
Il concetto di cultura ha influenzato la società!americana, in particolare la Scuola di Chicago resa famosa per
l’analisi dei processi sociali innescati nelle metropoli americane dai flussi ininterroti di arrivo di immigrati
dall’Europa. William Thomas, uno dei protagonisti di questo periodo, analizza il processo attraverso cui la cultura
di orgine degli immigrati polacchi incide sul modo in cui si inseriscono nella comunità!di arrivo. Viene valorizzato un
nuovo metodo di indagine, vicino al metodo etnografico, basato su fonti statistiche e su materiale
autobiografico, su documenti personale, registri verbali…!Viene messo in luce il tentativo dei polacchi di mantenere
una propria identità!culturale anche nello sforzo di integrazione nella società!americana. Per capire i processi di
inserimento e conflitto diventava necessario considerare il ruolo di mediazione svolto dal sistema di
atteggiamenti, prodotto dalla socializzazione a una specifica cultura che ogni individuo porta con sé. La realtà!
sociale è!dunque oggettiva, ma in certa misura modificabile dal soggetto che l’interpreta. Thomas mostra di aver
assimilato la lezione dell’antropologia culturale quando imputa le differenze delle immigrati allo specifico
patrimonio culturale di cui ognuno è!portatore. Questo patrimonio non è!fisso. Rispetto alla tradizione
antropologica, Thomas accentua l’aspetto socialmente costruito di questo patrimonio che si forma all’interno
della definizione della situazione. Thomas delinea la teoria dell’uomo marginale che sarà!poi sviluppata da Robert
Park. L’uomo marginale è!colui che sperimenta un’incongruenza tra il sistema culturale della comunità!da cui
proviene e quello della società!di arrivo, vivendola come una duplice perdita: di status e di senso del proprio sé.
Thomas descrive la crisi che sopraggiunge quando il modello culturale con cui l’immigrato interpretava il mondo
non funziona più!come un sistema indiscusso di orientamento. Nel nuovo contesto sociale egli deve mettere in
discussione tutto ciò!che per gli altri è!dato per scontato. Viene messo in luce il rapporto tra identità-cultura, che
è!il centro della riflessione sociologica contemporanea. Si fa strada l’idea che preservare le radici e la memoria
possa essere un modo positivo di far fronte ai problemi di inserimento degli immigrati e di influire sui processi di
riorganizzazione sociale.
Più!tardi i coniugi Robert e Helen Lynd danno avvio agli studi di comunità!volgendo l’attenzione ad una città!
americana che si chiama Middletown. Non solo adottarono un metodo etnografico di studio, ma accettarono
l’assunto che la vita complessa, tipica della società!americana, fosse riducibile agli stessi generi di attività!
riscontrabili in un villaggio dell’Australia, come guadagnarsi da vivere, fare una famiglia, educare i figli…!Questa
convinzione si basava su due idee ingenue. La prima era quella che studiando una comunità!“media”, questa fosse
rappresentativa della cultura americana nel suo complesso. Si affronta, quindi, la cultura di una società!complessa,
urbanizzata e industrializzata come quella degli Stati Uniti, allo stesso modo della cultura australiana. Il risultato
più!interessante è!che la popolazione tendeva a resistere al nuovo ambiente accentuando il proprio conformismo.
Emergeva un quadro di assenza di significato delle relazioni umane e sociali, di isolamento tra le persone e di
distruzione dei legami tradizionali di vicinato. Altri autori esplorarono la diversità!culturale della vita urbana
americana, accentuando gli aspetti conflittuali, i diversi stili di vita, credenze che caratterizzavano gruppi o spazi
sociali del microcosmo sociale.
Comprensione eminentemente culturale della città!à!la città!possiede una propria cultura. Park, il metodo
etnografico e la prospettiva con cui l’antropologia aveva studiato i popoli primitivi, intende applicarli alla
investigazione dei costumi e degli stili di vita che caratterizzano l’organizzazione locale della città, cioè!i diversi
quartieri e aree, considerandoli come vicinati, cioè!reti di relazioni sociali con propri sentimenti, tradizioni e una
propria storia. Il vicinato è!per Park la “più!piccola unità!locale”!nell’organizzazione sociale e politica della città. Egli
descrive la differenziazione culturale dei sobborghi a carattere occupazionale, delle enclaves residenziali, dei ghetti
di immigrati su base etnica come altrettante varianti subordinate della più!ampia cultura metropolitana, come
“città!entro città”, le cui rispettive popolazioni sono il risultato di un processo selettivo. La descrizione che Park fa
della vita urbana moderna ci presenta un’immagine dei processi culturali che vi si svolgono molto diversa da quel
modello culturale tipico della società!in scala ridotta, proposto dalla tradizione antropologica. I moderni mezzi di
trasporto e forme di comunicazione hanno generato un incremento delle mobilità!della popolazione, creando
possibilità!di confronto e di scambio tra le persone. Le relazioni primarie sono state in gran parte sostituite dalle
relazioni secondarie, ossia indirette. La pubblica opinione sostituisce il pettegolezzo che nel villaggio
rappresentava lo strumento di circolazione dell’informazione e il principale mezzo di controllo sociale. Park, infine,
identifica i tratti salienti della complessità!culturale delle condizioni di vita urbane nella moltiplicazione degli stimoli
che bombardano gli individui e nella pluralizzazione dei contatti e delle forme associative in cui è!coinvolto
contemporaneamente. Quanto più!questi si moltiplicano tanto più!diventano instabili e transitori generando effetti
di estrema individualizzazione.
George Herbert Mead à!sviluppa una teoria complessa della socialità!della mente e dell’identità!in cui l’aspetto
simbolico della comunicazione umana era messo in primo piano. Ci limitiamo a sottolineare l’importanza che per
l’analisi della cultura e dei processi di socializzazione alla cultura ha l’avere identificato nell’usi di simboli
significativi il meccanismo centrale tramite cui l’individuo impara ad assumere il ruolo degli altri, a divenire oggetto
a se stesso, a sviluppare il proprio pensiero. Il pensiero e il sé!non si formano in solitudine, ma scaturiscono
dall’interazione con gli altri, quando, tramite il linguaggio, riusciamo a richiamare in noi stessi il significato che
quel gesto vocale evoca negli altri con cui comunichiamo.
Concezione Francese
La tradizione centrale della sociologia nasce in Francia ed è!legata a Durkheim. Ci sono due caratteristiche
peculiari degli studi di questo autore. In primo luogo, più!che subire l’influenza dell’antropologia, contribuisce alla
sua costituzione. Inoltre, mentre la scuola francese di sociologia utilizzava i dati etnografici ricavati dalle società!
semplici per formulare una teoria generale dell’origine e della funzione delle rappresentazioni collettive e del
simbolismo sociale.
Durkheim non distingueva sociologia e antropologia in base all’oggetto di studio. Per lui, l’etnologia rappresentava
la descrizione empirica delle società!primitive. Sulla base dei dati etnografici, la sociologia doveva poi produrre
un’analisi teorica, formulare delle leggi generali che spiegassero il funzionamento della società!nel suo complesso.
Quindi la distinzione non riguardava il campo d’indagine, ma il tipo di analisi. Si trattava di un’opizione
metodologica. I dati raccolti rappresentavano un materiale di primaria importanza perché!consentivano di far
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