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Riassunto esame Sociologia del tempo libero, prof. Russo libro consigliato Consumare - investire il tempo libero", Lo Verde

Riassunto studiato per l'esame di Sociologia del tempo libero, del testo consigliato dal professor Russo: "Consumare - investire il tempo libero" di Lo Verde. Uniurb IMP, facoltà di Scienze della comunicazione, Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità.

Esame di Sociologia del tempo libero docente Prof. M. Russo

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disapprovazione che gli altri manifestano nei loro confronti. Ad alti livelli di

autostima corrispondono, tuttavia, maggiori probabilità di comportamenti

devianti, grazie alla più sviluppata capacità di sopportare vergogna e pressioni

sociali. Le emozioni sono quindi, contemporaneamente, causa e conseguenza

della riflessione, e si mostrano ambivalenti proprio in quanto fondate sia nel

corpo (parte “animale” dell’uomo) che nella mente (la sua parte sociale, che può

tuttavia essere talvolta ignorata).

Elias considera il “processo di civilizzazione” come un progressivo allontanamento

delle civiltà da uno stato naturale a uno sociale, meno influenzate dall’affettività e

dall’emotività, che riemerge in esplosioni che consideriamo patologiche a causa

dell’interiorizzazione di regole e forme di controllo. Si è quindi verificata una

progressiva liberazione dallo stato di natura con l'acquisizione di modelli culturali.

Il benessere emotivo è tuttavia diventato sempre più un affare pubblico alla cui

comprensione vengono destinati investimenti sempre maggiori di tempo e

denaro, con un conseguente aumento di offerte specializzate e occasioni di

“consumo emozionale” utile alla costruzione di legittime biografie emozionali. Le

istituzioni che sviluppano coesione sociale stanno infatti cercando di promuovere

l’uniformità ma soprattutto di organizzare le diversità da normalizzare e

gerarchizzare.

Il tempo libero è in conclusione il luogo privilegiato per la cura complessiva del

sé, grazie a specialisti capaci di mediare tra motivazioni individuali, dinamiche

relazionali e standard culturali, all’interno della cosiddetta “cultura emozionale”.

Illouz parla tuttavia di “intimità fredde”, ossia di emozioni rese funzionali alle

logiche di consumo, e del rapporto mercantile di costi-benefici che domina ogni

tipo di interazione privata e familiare, rendendo più difficile passare dal registro

d’azione economico a quello sentimentale.

3. Leisure e costruzione dell’identità.

L’identità sociale è uno degli oggetti classici della sociologia, che presuppone la

capacità dell’individuo di divenire oggetto a sé stesso (presupponendo un grado

di riflessività).

Il tempo libero è uno degli ambiti di vita quotidiana in cui essa si costruisce,

soprattutto per i giovani, che essendo ancora parzialmente svincolati dai ruoli

sociali, possono vivere esperienze di differenziazione sociale e ricercare la propria

autenticità. Nel comporre la propria biografia, l’individuo si trova tuttavia oggi

privo di riferimenti sociali e istituzionali a causa della disaffezione verso le forme

tradizionali di partecipazione politica e sociale e del ripiegamento verso la

privatizzazione della vita.

La pluralità dei mondi di vita accoglie le dinamiche dei ruoli segmentati e delle

esperienze parcellizzate dell’individuo, spesso inconciliabili con l’esigenza di

ordinare e integrare il tutto in chiave unitaria. L’identità è diventata quindi

processuale, cioè tesa a una continua costruzione del sé grazie al confronto con

l’esterno. Per Parsons, a tale proposito, l’individuo vive una condizione di

alienazione in cui non si appella più al bisogno di socialità e adattamento, ma

sviluppa una disaffezione sociale che gli consente di evitare le modificazioni che

rendono instabile l’identità.

Gli adolescenti in particolare modo sviluppano un bisogno di differenziazione

rispetto all’ordine sociale. I modelli che spiegano i comportamenti nel tempo

libero possono essere distinti in vari gruppi:

Una prima prospettiva considera le persone impregnate nella scoperta di

- immagini di sé da confermare successivamente attraverso comportamenti

adottati nel tempo libero;

La seconda prospettiva considera invece il sé come una costante nello sviluppo

- identitario, e il tempo libero come uno spazio per sperimentare tale identità.

Per i teorici della psicologia evolutiva, l’identificazione e la ricerca

dell’appartenenza ad un gruppo costringono l’individuo a riprodurne cultura e

modi di vivere. Persiste tuttavia un bisogno di individualizzazione, ossia di

separazione dagli altri, mettendo in relazione le nostre azioni con la nostra

essenza interiore e, di conseguenza, includendo o escludendo dalla nostra

costruzione biografica alcuni fatti della nostra vita. Questa si configura quindi

come un alternarsi di periodi di stabilità a periodi di transizione e confusione, in

cui si tende a rinviare le decisioni con effetti definitivi. Tale periodo di

sospensione (detto “moratoria”) consente di sperimentare senza subire

conseguenze sociali troppo pesanti, mettendo il mondo tra parentesi per sentirsi

liberi di trasgredire senza il peso di pressioni esterne. L’uso della rete, in questa

fase, può sostituire le dimensioni fisiche dell’esperienza e prolungare la

condizione di irresponsaiblità, data anche l’assenza di riti di passaggio che

marcano nettamente la transizione all’età adulta. Lo sviluppo dell’identità può

avvenire in maniera diversa per i vari marcatori identitari (politico, religioso,

lavorativo, ecc.), in quanto la valutazione delle visioni e la conoscenza delle

proprie skills può avvenire con tempi differenti. Robertson parla infatti di tensione

tra “relativismo globale”, ossia dell’acquisizione di forme simboliche (mediate

dalla tecnologia della comunicazione), influenzata però dalla classe sociale e dallo

spazio in cui ci si trova, sebbene la capacità di esperienza non sia più legata

all’incontro fisico.La teoria della riproduzione culturale di Bordieu sostiene che il

capitale culturale definito dalle condizioni sociali in cui si acquisiscono le

disposizioni (o “habitus”) degli individui, ossia i modi di percepire, agire e

comunicare, determinino un diverso modo di costruire e presentare sé stessi

nella vita quotidiana. La difficoltà di dissimulare le contraddizioni tra ciò che si

deve essere e ciò che si vorrebbe essere, nonché di mediare tra le diverse

richieste, può essere associata allo stress psicologico e al comportamento

antisociale. Pertanto, sebbene ordine e coerenza non siano a volte necessari, gli

individui creano azioni di routine quotidiane per riprodurre I modelli delle pratiche

sociali che costituiscono il senso di continuità e stabilità, ricercando un senso

coerente del sé che permetta di fronteggiare l’ambigua pluralità delle scelte

possibili. Sebbene il tempo libero sia un ambito di vita per definizione connotato

dalla libertà di scelta, si ipotizza quindi che gli individui siano guidati nei loro

comportamenti dall’esigenza di trovare un compromesso tra desideri individuali,

orientamento dei valori e azioni consentite da norme, ordine e morale, che

consentono spesso di fronteggiare situazioni in cui le proprie disposizioni non

costituiscono guide all’azione efficaci. Nasce così una preoccupazione intellettuale

circa la limitazione della libertà individuale, che Parsons sintetizza delineando la

figura dell’uomo moderno inautentico, guidato da forze di cui è inconsapevole e

con cui, qualora se ne rendesse conto, non sarebbe d’accordo.

Il tempo libero e le varie attività ricreative possono quindi avere diversi effetti

sullo sviluppo dell’identità. La televisione sembra avere, ad esempio, un basso

potenziale di sviluppo, al contrario delle attività che incoraggiano indipendenza e

autonomia.

Esiste inoltre una distinzione di genere: mentre i maschi prediligono attività che

rinforzano aggressività e competitività, le donne si dedicano maggiormente

all’aspetto fisico e al controllo emotivo, sebbene talvolta esse cerchino di sfidare

le nozioni tradizionali di femminilità attraverso, ad esempio, lo sport.

I cultural studies si sono invece soffermati sul concetto di viaggio come stile di

vita. Gergen ha infatti osservato il crescente indebolimento della connessione tra

cultura e luogo, dovuto a quello che Hannerz ha definito “cosmopolitismo”, ossia

la formazione di identità soggettive attraverso l’appropriazione selettiva di forme

culturali del mondo. Il contatto con l’altro e i viaggi sono opportunità per

ricostruire la propria identità, sebbene l’esposizione prolungata a una varietà di

culture possa provocare un confuso senso di identità.

In ambito sportivo, l’esistenza di un pubblico fa sì che gli atleti svolgano sempre

la funzione di attori. Il loro comportamento non è quindi determinato solo dal

raggiungimento di un risultato sportivo, ma anche dal riconoscimento conferitogli

da, ad esempio, la città che la squadra rappresenta. Il pubblico stesso è cosciente

di fare spettacolo, ed è quindi portato a enfatizzare l’ostilità nei confronti

dell’avversario, esprimendo sentimenti che riflettono la scena a cui partecipano e

all’interno di cui quel comportamento è comprensibile. L’identità prende quindi

corpo dal tipo di struttura sociale e dalle interazioni sociali che in essa si

svolgono: un comportamento “non prevedibile” in una data situazione genera

dunque l’attivazione di meccanismi spontanei di controllo. Al contrario,

l’accettazione delle regole assicura la prevedibilità dell’azione, così come

l’accettazione dei ruoli previsti genera conferme anche nella costituzione delle

identità degli altri membri.

I cultural studies concentrano la maggior parte delle loro analisi sul calcio,

soprattutto per i fenomeni di violenza ad esso associate. Secondo Taylor, tuttavia,

tali avvenimenti possono essere compresi solo nel quadro delle trasformazioni

sociali ed economiche maggiormente sentite da tali subculture e categorie,

nonché delle politiche adottate in merito. Un esempio è offerto dal football,

congeniale alla filosofia vittoriana di disciplina delle masse, che consentiva una

facile identificazione del gruppo in base al college o all’accademia, in linea con un

sistema educativo contraddistinto dalla differenziazione sociale basata sul

prestigio dell’istituzione selettiva all’ingresso e sul decentramento delle strutture

in campus che fornissero occasioni aggregative. I cambiamenti economici, politici

e sociali delle società capitalistiche provocarono la risposta violenta di gruppi

marginali di hoolingans, spesso considerati come una macchinazione dello Stato.

In conclusione, possiamo affermare che la costruzione dell’identità segue un

andamento funzionale alla strutturazione della società e ai vincoli di coesione

sociale in rapporto al mantenimento dell’ordine.

4. Il rapporto tra lavoro e tempo libero nella sociologia dei giovani in

Italia.

Il tempo dedicato al lavoro è uno dei temi costitutivi della sociologia dei giovani.

La rilevanza del tempo libero è invece emersa prima in ambito pedagogico (a

metà anni Sessanta), in quanto la funzione centrale del lavoro nella costruzione

delle identità giovanili si vedeva sempre più affiancata dalla partecipazione alla

sfera pubblica. Le differenze dei giovani venivano tuttavia interpretate soltanto

facendo riferimento a cornici di significato quali la condizione socioculturale, la

famiglia di origine, l’istituto scolastico frequentato e la posizione lavorativa. La

tendenza a interpretare separatamente i vari ambiti di vita si registra solo nel

momento in cui l’incapacità dei giovani di immaginare il proprio futuro li obbliga a

concentrarsi sul presente e sui bisogni quotidianamente appagabili attraverso i

consumi e le offerte istituzionali di impiego del tempo.

Una rappresentazione classica del tempo dei giovani è stata offerta a partire dagli

anni 80 dal rapporto IARD, che ha evidenziato una maggiore attenzione per le

condizioni materiali dello svolgimento del lavoro, un peso crescente acquisito dai

gruppi amicali che si formano all’interno della scuola e un nuovo modo di

intendere il tempo libero come liberato dal lavoro ma anche dagli impegni sociali.

La gioventù dura oggi sino ai 30 anni a causa del rallentamento dell'ingresso nel

mondo del lavoro.

Nel secondo rapporto IARD, invece, si notano gli effetti sul tempo libero di un

sistema scolastico governato da meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze:

si osserva infatti una correlazione tra provenienza sociale e successo scolastico. Il

lavoro viene tuttavia sempre più inteso come strumentale alla sussistenza,

mentre il tempo libero viene dedicato alla ricerca di inserimento e accettazione

sociale, attraverso i consumi.

Il terzo rapporto rileva un atteggiamento maggiormente intimistico, col primato

della famiglia che accentua la propria funzione protettiva nella transizione verso

l’età adulta. Il tempo libero va quindi investito nella realizzazione del sé.

Dalla metà degli anni 90 a quella degli anni 2000, si verifica una svolta nell’analisi

sociologica della condizione giovanile, con adolescenza, giovinezza ed età adulta

esaminate nella loro continuità secondo una logica congiuntiva. Gli usi del tempo

rappresentano legature sociali, ossia legami ambivalenti fra individui e società.

Il quarto rapporto IARD sottolinea ancora le differenze di genere, con un miglior

rendimento scolastico e professionale delle donne. I giovani non vivono più in una

condizione di “isolamento generazionale”, ma sono parte integrante delle società,

le cui condizioni possono essere comprese solo tenendo in considerazione le

azioni pubbliche loro rivolte e le conseguenti possibilità di realizzazione

personale. Secondo Ramella esiste inoltre una relazione tra incertezze dei giovani

e delusioni lavorative ed esperienziali dei genitori.

Con il sesto rapporto IARD, il tempo libero viene definitivamente inteso come lo

spazio in cui l’individuo apprende la propria identità osservando distinzioni e

somiglianze con gli altri.

Se Marx voleva liberare l’uomo dal lavoro come meccanismo di riproduzione delle

disuguaglianze sociali, riteneva anche che le possibilità dell’uomo di riconoscersi

nel prodotto del suo lavoro costituiscono la gioia di vivere, in contrasto con la

tendenza del senso comune a considerare il lavoro unicamente come fatica.

L’analisi del rapporto tra lavoro e tempo libero può quindi essere raggruppata in 4

periodi successivi alle principali ricerche sociologiche sui giovani:

da metà anni 70 a metà anni 80, il tempo viene analizzato come meccanismo

- di riproduzione sociale;

da metà anni 80 a metà anni 90, si è più attenti alle variabili contestuali e alle

- relative possibilità lavorative dei giovani;

da metà anni 90 al 2005, in seguito alla piccola rivoluzione sociologica, lavoro

- e tempo libero appaiono interconnessi in un “sociale” più ampio;

negli ultimi 5 anni, infine, le modalità di fruizione del tempo libero appaiono

- più contestualmente definite in base ai processi di socializzazione.

Seconda parte – Guardare, ascoltare, emozionarsi.

-

1. Leisure, media e minori. Verso una prospettiva multidimensionale.

Da categoria residuale del quotidiano (ovvero ciò che rimane del tempo occupato

da scuola e lavoro, connessi al “dover essere”), il tempo libero ha assunto la

valenza di “mondo vitale” nella società contemporanea, in cui gli individui godono

di maggiore libertà di auto-determinazione, scelta e azione. Il tempo libero legato

al consumo mediale è allo stesso modo diventato uno spazio esperienziale per

rilassarsi, divertirsi, condividere, partecipare, esprimersi e misurarsi con sé stessi

e con gli altri, con diverse valenze semantiche.

Per i minori, i media hanno sempre occupato il tempo del non-lavoro, andando a

modificare il lavoro stesso e configurandosi come un habitat in cui evolvono le

scelte soggettive e i percorsi di costruzione di identità e socializzazione. Gli

approcci semplicistici polarizzati su posizioni apocalittiche o integrate diventano

pertanto ostacoli alla comprensione dei processi ad esso legati.

Umberto Eco parla di “profeti” che esprimono valutazioni prima di conoscere a

fondo il rapporto tra individui e media, attribuendo a questi ultimi caratteristiche

intrinseche che prescindono da usi e circuiti sociali. Progressivamente è tuttavia

diventato evidente come il pubblico possegga un potere di produzione

interpretazioni diverse dei prodotti mediali.

Il progetto europeo EU Kids Online ha osservato l’attività in rete dei minori a

diversi livelli:

quello individuale, relativo ad atteggiamenti e competenze, che considera

- anche variabili sociografiche e mediazioni di attori sociali come genitori,

insegnanti e gruppo di pari;

quello nazionale osserva anche il dibattito pubblico, la regolamentazione e il

- sistema educativo.

In termini di rischi e opportunità, le esperienze online dei minori possono essere

classificate in:

esperienze di contenuto, in cui il minore riveste il ruolo di destinatario dei

- contenuti;

esperienze di contatto, in cui è partecipante nello scambio comunicativo

- attivato o guidato dagli altri;

ed esperienze di comportamento, in cui il minore è agente nello scambio

- comunicativo che ha creato o contribuito a creare.

Andare online risulta essere un’attività costante, con l’età del primo accesso

sempre più bassa. Si accede da luoghi o dispositivi che rendono tuttavia difficile il

controllo da parte degli adulti, non indispensabile se si pensa che l’uso è

prevalentemente “lavorativo”, ossia legato allo svolgimento dei compiti. Inoltre i

detentori di un profilo su social network lo tengono per la maggior parte privato,

e mostrano parallelamente anche un consumo maggiore degli altri media, che si

aggiunge alla logica di compresenza che sembra legare il tempo libero mediale e

non mediale.

La stessa socializzazione va ridefinita in termini di socializzazione comunicativa,

in quanto i media operano come catalizzatori della socialità: è la condivisione,

infatti, a generare sentimenti di identificazione collettiva nella relazione sociale.

La dimensione affettiva e ritualizzante delle esperienze risulta fondamentale

quindi anche nel tempo libero, le cui pratiche includono i piani: ideologico-

semantico (i significati attribuiti), affettivo (l’intensità dell’investimento emotivo)

e performativo (la materialità dell’azione sociale).

E’ inoltre opportuno chiedersi come le attività praticate nel tempo libero vadano a

riconfigurare le altre pratiche di leisure e forme di socialità del quotidiano. Negli

ambienti digitali si condivide infatti un senso dello spazio costruito in maniera

discorsiva senza che le relazioni siano percepite come meno reali di quelle vissute

nello spazio fisico. A causa dell’ansia per i pericoli esterni e dall’aumento del

reddito contrapposto al diminuito numero di figli, i genitori investono

maggiormente in corsi e attività extrascolastiche e apparecchiature high tech.

Parallelamente, l’obiettivo del consumo non sembra più essere la voglia di

acquisire e possedere qualcosa, ma la ricerca di sensazioni nuove. L’eccesso di

offerta coniugato al difetto di senso, determina quello che Bauman definisce

“paradosso della responsabilità”, ossia una condizione che esalta la libertà di

scegliere tra una gamma infinita di possibili configurazioni valoriali e azioni,

privando però gli individui di riferimenti, criteri e competenze necessari a un uso

critico del tempo libero, relegandoli quindi a una condizione di alienazione.

2. Spazi, tempi e pratiche del leisure nel ciberspazio: un’introduzione.

Internet e gli altri nuovi media sono quindi sempre più vere e proprie “location”

del leisure time. Nell’accezione di Lo Verde, il tempo libero è inteso come “tempo

per sé”, finalizzato alla realizzazione della propria persona, con un valore

soggettivo. Esso può diventare il contenitore di un’altra attività con

caratteristiche tipiche della prestazione lavorativa o della cura di sé. Il tempo

libero può infatti comprendere tutte le attività del discretionary time,

contrapposte agli impegni della family pressure o unpaid work.

Anche nel ciberspazio, gli usi del tempo libero scaturiscono dal setting di

interazioni che si intendono creare o dagli oggetti con cui si sceglie di riempire

tale spazio.

Pur essendo plasmate dalla cultura di produttori e utilizzatori, le proprietà di tali

luoghi delimitano il campo delle modalità di azione a disposizione degli individui

nel ciberspazio, intesi come universo parallelo creato dalle reti globali di

comunicazione via computer, all’interno delle quali avviene uno scambio globale

di conoscenze e divertimenti tra computer collegati al Sistema. Ne deriva che la

nostra collocazione fisica non determina più dove e chi siamo a livello sociale. Il

ciberspazio funziona secondo dei principi teorizzati da Benedikt al fine di

mostrare analogie e differenze con lo spazio fisico.

Il principio di esclusione afferma che non è possibile avere due oggetti nello

- stesso posto nello stesso momento, fatto che invece può verificarsi nel

ciberspazio, in cui un utente può essere collegato con un luogo diverso da

quello in cui si situa fisicamente, e praticare in ciascuno spazio diverse attività.

Il principio di indifferenza stabilisce invece che la realtà percepita di ogni

- mondo dipende dal grado di indifferenza alla presenza di un utente e dalla

resistenza ai suoi desideri. In altre parole, malgrado un utente cessi di

frequentare uno spazio, esso continua ad esistere. Ogni individuo ha tuttavia

un ampio margine di possibilità di incidere sulle caratteristiche dei mondi

virtuali (si pensi ai profili sui social network).

Il principio di transito postula che lo spostamento tra due punti del ciberspazio

- avviene attraverso punti intermedi e con costi proporzionali alla distanza,

sebbene nel ciberspazio spesso non occorra, ad esempio, scorrere interamente

la pagina, ma è possibile utilizzare link, contrariamente a quanto avviene nelle

dimensioni del viaggio e dell’incontro fisico.

Il principio di visibilità afferma invece che gli utenti del ciberspazio dovrebbero

- essere visibili a tutti gli utenti nelle vicinanze e possono decidere se e chi

vedere tra gli utenti nelle vicinanze. Nel ciberspazio, tuttavia, la compresenza

è mascherata, in quanto l’identità è raccontata spesso attraverso nick name e

immagini che non necessariamente corrispondono alla realtà, e possono

inoltre escludere dalla lista dei contatti o limitare la visibilità dei contenuti ad

altri utenti.

Infine, in base al principio di comunanza, i luoghi virtuali sono oggettivi per

- una definita comunità di utenti che possono quindi riferirsi alla stessa realtà in

quanto vedono e sentono per gran parte le stesse cose.

La mobilità viene definita da Urry in termini di viaggio:

corporeo (il movimento fisico degli individui),

- fisico (lo spostamento degli oggetti),

- immaginativo (con cui si fa esperienza di situazioni distanti, come il viaggio in

- poltrona degli spettatori della televisione),

e virtuale (in cui ci si incontra in forum e chat).

-

La confusione tra prossimità e distanza e tra compresenza e assenza è resa

possibile dai media mobile, che consentono di mantenere relazioni

potenzialmente attivabili in ogni momento e luogo: si parla infatti di

“compresenza replicata” e “contatto perpetuo”, cioè di onnipresente interazione.

La visibilità delle identità virtuali le rende inoltre “ispezionabili”, e con esse anche

gli avvenimenti pubblici: Moores definisce tale fenomeno “duplicazione del luogo”,

ossia la fine della coincidenza tra spazio sociale e fisico in cui eventi accadono,

ora in maniera simultanea. Boccia Artieri sostiene infatti che la presenza fisica

non sia più l’elemento indispensabile, applicando allo spazio virtuale la categoria

di “non luogo” in cui Augè aveva fatto rientrare anche le strutture per il tempo

libero: tali spazi si caratterizzano per essere punti di passaggio e mai mete

pienamente realizzate, ma sentieri che gli individui costruiscono. A dominare è

quindi il flusso.

Negli studi sull’impatto delle tecnologie di informazione e comunicazione, si sono

distinte attività di

mandatory (obbligatorie e lavorative),

- maintenance (rivolte al mantenimento della propria condizione di vita)

- e discretionary (liberamente scelte).

-

La più flessibile gestione del tempo ha tuttavia reso i confini sempre meno

definiti: la dedizione è meno esclusiva e più aperta alle opportunità offerte dal

multitasking, che influenza la scelta di modi, luoghi e tempi in cui svolgere

un’attività. Le attività virtuali manifestano, inoltre, 4 tipi di impatto su quelle non

virtuali:

l’integrazione tra i due tipi di attività;

- la ricollocazione del tempo dedicato alle attività dello spazio fisico verso altre

- situate nello spazio virtuale;

la riduzione del tempo dedicato alle attività dello spazio fisico;

- ed, infine, la loro eliminazione.

-

Media e spazi virtuali possono anche configurarsi come “mete” del tempo libero:

nascono infatti sempre più attività virtuali che non hanno equivalenti fisici. La

probabilità che le attività dello spazio virtuale sostituiscano quelle con location

fisica diminuisce quando:

le originarie attività sono costitutivamente legate a un luogo fisico o a un

- momento temporale;

implicano un coinvolgimento più fisico che intellettuale;

- sono poco frammentabili, ovvero implicano una dedizione esclusiva;

- hanno costi inferiori agli equivalenti virtuali;

- ed infine, quando implicano una partecipazione attiva (come nel caso dello

- sport).

L’attività di navigazione online può essere collocata:

tra le attività svolte in spazi pubblici in forma individuale, se ci si muove in

- spazi virtuali che non coincidono con l’ambiente domestico ma con lo spazio

pubblico;

tra le attività svolte in spazi privati in forma collettiva, se negli spazi virtuali

- gli individui entrano in contatto accedendo alla rete da un ambiente privato

ma svolgono attività comuni.

La vita sociale, in sintesi, richiede momenti di prossimità fisica e interazione in

compresenza, ma l’aumentato tempo libero privatizzato, riducendo le occasioni di

conversazione faccia a faccia, ha comportato un declino di capitale sociale. E’

possibile quindi affermare che i differenti modelli di relazione sociale utilizzati

online si riversino anche nella vita quotidiana offline.

Esistono inoltre relazioni tra le attività svolte nel ciberspazio e variabili socio-

demografiche o relative agli stili di vita quotidiana, così come tra utilizzo del

tempo e significati attribuiti alla tecnologia.

3. Lo spettatore della serie A di calcio: condivisione dell’esperienza

allo stadio o isolamento davanti alla tv?

Oltre al divertimento, ci sono vari motivi per cui assistere a una partita di calcio:

la condivisione della propria passione, l’abitudine, il bisogno di identità e

appartenenza, la possibilità di contribuire al risultato attraverso incitamenti e

derisioni degli avversari. Negli ultimi anni i media hanno offerto la possibilità di

vivere l’evento sportivo in maniera coinvolgente anche da casa, considerando che

in Italia il calcio è lo sport più praticato e seguito, ma che il nostro Paese non

brilla per attività fisica.

La possibilità di assistere agli incontri da casa è stata spesso accusata di aver

ridotto, dagli anni Ottanta ad oggi, il numero degli spettatori sugli spalti, assieme

al costo dei biglietti e alla violenza negli stadi. Quest’ultima ha spesso costretto le

autorità a prendere provvedimenti che hanno scatenato ulteriori polemiche degli

ultrà, che non hanno rinnovato gli abbonamenti proprio per non sottostare alle

imposizioni.

Lo stadio viene infatti pensato come “luogo di sfogo” in cui tutto è permesso, in

modo che i suoi frequentatori possano poi tornare a sopportare con

rassegnazione le ingiustizie che la società infligge loro. Esso è quindi una valvola

di sfogo in cui si canalizza la violenza presente nella società.

Kotler distingue 4 ambiti di mercato interconnessi: tempo libero, ricreazione,

intrattenimento e istruzione. Esse rappresentano alternative tra cui l’individuo

opera una sequenza di decisioni, non solo tra modalità di impiego ma anche fra

tipologie di servizi e organizzazioni che li forniscono. Tali scelte si basano su

componenti sensoriali, affettive, emotive e razionali, nonché su variabili:

socio-demografiche e di contesto sociale (genere, età, reddito, istruzione,

- classe sociale, ecc.);

psicografiche (personalità, opinioni, valori, stili di vita, ecc.);

- attributi del bene (in termini di vantaggi ricercati e valori associati ad esso);

- comportamentali d’acquisto e consumo (es.: grado di fedeltà).

-

Dallo studio sul calcio è emerso come esso accomuni in un unico contesto le più

disparate diversità sociali, cosa che spesso viene meno nel momento in cui si

guarda l’evento da un mezzo tecnologico, con conseguente perdita di

condivisione sociale e di quella anche Benjamin chiama “aura”.

Pur essendo un evento culturale per tutti gli utenti, le caratteristiche di

appetibilità rilevanti cambiano per ciascuno spettatore. Esiste inoltre una

correlazione positiva tra spettatori televisivi e allo stadio, che conferma la non

validità della teoria secondo cui la tv tiene lontano gli spettatori dallo stadio,

nonché che tecnologia e violenza abbiano un identico effetto sulla disaffezione del

pubblico. Analogamente, la cattiva reputazione della tifoseria ospite non è

significativa, dato che gli ultras non seguono più allo stesso modo le squadre o

sono controllate dalle forze dell’ordine, sebbene la popolazione continui ad avere

effetti positivi nell’affluenza.

4. “Ritorno al futuro”: cinema e tempo libero nella riflessione

sociologica, inseguendo il piacere della vision.

L’interesse della sociologia per il cinema è sempre stato episodico e disorganico,

a causa della contrapposizione tra approcci scientifici e umanistici e della

popolarità della visione di tale arte come ricca di contenuti superficiali ed effimeri

finalizzati al solo divertimento. Esso viene tuttavia studiato sotto diversi aspetti:

come documento, testimonianza e rappresentazione della società e dei suoi

- mutamenti;

come forma di ideologia portata avanti dallo Stato attraverso la propaganda;

- come fattore d’influenza su valori, costume, linguaggio, opinioni e gusto;

- come attività industriale

- e come forma di espressione artistica.

-

Le sale cinematografiche nascono come momenti istituzionali di svago urbano in

una cornice di “ricreazione razionale” e controllata. Simmel sostiene infatti che

modernità e metropoli abbiano cambiato la struttura dell’esperienza visiva, con

spazi sociali razionalizzati attorno al lavoro di fabbrica e tempi, modi e luoghi del

divertimento sempre più definiti. I mutamenti accelerano e ridefiniscono ritmi

quotidiani e amplificano lo sguardo in un’esperienza collettiva in cui si assumono

comportamenti condivisi adeguati alla conformità.

L’istituzione del cinema si struttura quindi in un ampio quadro di controllo delle

attività di svago e tempo libero nelle società capitalistiche, in cui sostituisce altre

istituzioni sociali in declino. Lo spettatore trova gratificazione e svago in tale

fabbrica di emozioni e intrattenimento, ma, al contrario di quanto avveniva con le

opere d’arte tradizionali, Benjamin sostiene che si tratti di un “esaminatore

distratto”, che si sente deluso nel momento in cui le sue aspettative non vengono

soddisfatte, ma svelano il carattere illusorio delle rappresentazioni. Allo stesso

modo, l'individuo si avventura nella città per scoprire persone e cose con cui

confrontarsi, ricercando costantemente la felicità intesa come benessere. La

società del tempo libero diventa quindi la società dello spettacolo, che ruota

attorno all'industria ricreativa. Il tempo libero soprattutto dei giovani è infatti

caratterizzato dal forte impatto emotivo (oltre che dalla mobilità).

Gli aspetti industriali del cinema hanno portato alla visione del cinema come male

da combattere e immiserimento dell’espressione artistica. Il modello dell’industria

culturale considera negative le ripercussioni delle logiche capitalistiche con cui i

film vengono prodotti e contenuti e le modalità con cui vengono consumati dagli

spettatori hanno sulla loro capacità critica. La cultura di massa rappresenterebbe

infatti un ribaltamento in negativo dell’uguaglianza sociale.

Il cinema appare contemporaneamente alla riduzione della settimana lavorativa

nei centri urbani americani, con prezzi bassi che favoriscono la sua diffusione. La

produzione non è tuttavia soltanto una reazione alla domanda di massa, ma ne

determina spesso I desideri attraverso tecniche di mercato. Capita infatti che una

volta prodotto il film, il suo pubblico vada ancora individuato. Fondamentale è il

fenomeno del divismo, un sistema duraturo di personaggi con cui gli spettatori

potevano identificarsi: gli attori diventano modelli da imitare, oggetti di culto. Il

divismo teorizza una sovrapposizione tra personaggio e attore e produce

fenomeni di adorazione e isteria collettiva. I generi rappresentano invece un

modo di aggregazione della materia espressiva che predetermina il

comportamento dello spettatore, facilitando lo sviluppo di certe attese e

demotivandone altre.

Non è possibile stabilire nessi causali tra cinema ed effetti sociali come la

delinquenza: molti studi, pur riconoscendo al cinema un forte potere emotivo,

rifiutano l’ipotesi “ipodermica” proposta dal paradigma comportamentista. Il

paradigma dell’appropriazione/resistenza teorizzato dai cultural studies, invece,

prevede un ruolo di decodifica attiva, mentre quello dello spettacolo/performance

sostiene che gli individui usano i media come risorsa per rappresentarsi nella

società.

Il pubblico è progressivamente diventato più segmentato e giovane, ma la

dimensione rituale dell’andare al cinema persiste ancora. Se essa era inizialmente

considerata un’esperienza di immediatezza con l’oggetto dello sguardo, vissuta

all’interno di una collettività, oggi la nuova spettatorialità instaura un regime di

possesso del film, da parte di uno spettatore collezionista. Le teorie

contemporanee sullo spettatore si muovono lungo 4 direttrici.

Storicizzazione e contestualizzazione dell’esperienza della visione. Gli elementi

- di ritualità ed immersività sono stati a lungo considerati come un habitat

favorevole alla proliferazione di condizionamenti ed effetti, che dipendono

tuttavia anche da fattori come l’identità culturale e il modo di rappresentarsi

degli spettatori. Le pratiche sociali connesse al cinema coinvolgono infatti

anche il mondo dei fan, il gossip, la moda, e i modi con cui essi vengono fruiti

quotidianamente.

Problematizzazione del rapporto tra spettatore e testo filmico. 5 sono le

- posizioni teoriche idealtipiche:

lo spettatore ipnotizzato (anni 10-20), prigioniero del meccanismo stimolo-

o risposta;

lo spettatore posizionato (dagli anni 70), a cui si impongono

o l’identificazione psicologica e il rispetto delle regole del gioco interpretativo

deciso dagli autori;

lo spettatore complice (anni 80), decodificatore;

o lo spettatore resistente (anni 80) dei cultural studies, che tende a

o sovvertire le indicazioni del testo;

e lo spettatore negoziale (seconda metà degli anni 80), che prende

o distanza dalle suggestioni.

Tre sono inoltre le modalità di vision tipiche della contemporaneità:

il gazing (lo sguardo solitario, immersivo e attento, utilizzato dallo

o spettatore aristocratico che investe nell’esperienza di vision come marca

identitaria e di status sociale, spendendo in tecnologie),

il glance (sguardo disattento)

o e lo sguardo multicentrico (dell’iperspettatore attento, ma creativo e

o disperso nella selezione dei fuochi d’attenzione).

Analisi della tensione pubblico/privato. Il cinema svolge infatti una funzione di

- socializzazione e costruzione della realtà, sia attraverso il mantenimento delle

tradizioni sia testimoniando i cambiamenti sociali.

Riflessione sulle tecniche di ricerca e aperture disciplinari verso la

- spectatorship.

Negli anni Venti, lo spettatore era visto come portatore di nuove istanze di

fruizione con cui rivendicava nuove identità sociali e culturali, collegate a quadri

valoriali che a loro volta producevano importanti cambiamenti negli apparati

produttivi. La comunicazione viene invece oggi vista come un processo finalizzato

non tanto alla produzione di senso quanto di affetti, attraverso l’ampio uso di

tecnologie immersive e al ritorno del fantastico come evasione dalla realtà e

messa in scena del desiderio. Il corpo è invece messo in scena dall’horror e

soprattutto dal porno, che infrange la barriera schermo e spettatore con le

pratiche di autoproduzione.

Il cinema viene spesso considerato popolare, ossia disimpegnato e commerciale,

ma un contenuto può avere diverse collocazioni a seconda dei cambiamenti

storici e sociali, andando a costituire un terreno di lotta tra gruppi per la


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del tempo libero e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Russo Massimo.

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