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Sociologia del cinema: appunti

I temi principali

I due temi principali della sociologia del cinema sono la natura umana e la socializzazione. L'uomo è visto come un essere manchevole, vuoto, generico e privo di qualsiasi caratteristica naturale, disposto a modellarsi in qualsiasi forma (La fabbrica della natura umana moglie). Quindi il concetto di vuol dire che l’uomo è per natura disponibile ad assumere qualsiasi forma, è un concetto visto come qualcosa di immutabile. Madre e bambino sono attaccati, non c’è nessuna distanza tra loro, poi però una realtà esterna (la società) interviene e separa i due corpi creando uno spazio tra loro; le norme e la cultura prenderanno possesso di questo spazio e il bambino si troverà a fronteggiare la società.

Processo di socializzazione

Il processo di socializzazione nel rapporto madre-figlio rompe l'armonia mente-corpo, estirpa la vita e inserisce un’idea, la società si interpone tra madre e bambino, il bambino deve ricostruirsi ad immagine e somiglianza della società, rifacendosi sempre agli altri. Una volta plasmato secondo le direttive della società, l’uomo, costruito sul sociale, dipenderà da quella realtà esterna. La socializzazione è il processo di “addomesticazione” dell’uomo. Quando si parla di società si intende qualcosa di estremamente relazionale, che ha a che fare con i rapporti. Il concetto di socializzazione ha bisogno del concetto di natura umana, che vede l’uomo come disponibile ad assumere qualsiasi forma.

I modi di uscita dal sociale

L’uomo può uscire dal sociale attraverso i seguenti quattro modi, attraverso questi l’uomo può tornare dentro sé stesso, abolire la distanza mente-corpo:

  • Sogno → Il sogno è visto come una realtà invisibile, la specificità degli individui diventa invisibile nel momento in cui vengono socializzati. Il sogno è una de-socializzazione dove la mente si svuota del sociale e incontra sé stessa, il corpo e quindi la vita.
  • Solitudine → Nella solitudine riscopro me stesso, è un’arma antisociale (gli stati autoritari la temono, ma dovrebbe essere l’obiettivo di ogni individuo).
  • Innamoramento → L’innamoramento è un atto anti-sociale, è liberatorio perché si riprende un po’ di vita, la si recupera, mentre il matrimonio è una forma sociale.
  • Pianto → Controllare il pianto significa sopprimere le proprie emozioni, questo è sbagliato ma per la società è giusto. Il pianto è naturale e liberatorio, mentre le “lacrime di coccodrillo” sono lacrime finte, caratteristica degli individui socializzati.

Altri modi di evasione dal sociale

  • Musica e lettura → Anche la musica e la lettura sono forme di evasione dal sociale, perché sono attività che avvengono in disparte, lontani dalla società.
  • Etica → Conflitto dell’individuo con se stesso, cioè la parte sociale di lui. In questo modo è possibile scoprire (non imparare) la parte più profonda di noi stessi. È vista come una de-socializzazione, una liberazione.

Il sé è uno stato di natura che si rifà all’ambiente madre, è un essere già compiuto che non può mantenere la sua identità ed è quindi costretto a lacerare il rapporto madre-bambino per entrare a far parte della realtà sociale; il nuovo corpo in cui entra è la società.

Ipotesi di un nuovo ambiente

J. Bowlby parla di attaccamento riferendosi al legame emotivo che il bambino sviluppa nel contatto fisico con la figura materna come base sicura per un’adeguata crescita di un sé individuale e sano. Questo attaccamento accompagna l’uomo per tutta la sua vita, in tutti i suoi rapporti con il mondo esterno. La tendenza di un bambino a cercare protezione è una condizione che si iscrive nel patrimonio genetico di ogni essere umano. Attaccamento implica la consapevolezza della presenza di un ambiente, sensibile e disponibile, in grado di intervenire in ogni momento in cui la vita umana lo richiede. Crescendo, nell’adolescenza e nell’età adulta, questo attaccamento subisce una trasformazione con una “figura di attaccamento secondaria” che assume la forma dell’appartenenza dell’individuo ad un gruppo di lavoro, religioso o politico. Tale attaccamento però è sempre più connesso ad una forma di valorizzazione del sé individuale, aspetto del tutto estraneo alla funzione svolta dall’ambiente materno.

Autonomia individuale

Il termine autonomia individuale sta ad indicare un comportamento umano in grado di fare riferimento esclusivamente a se stesso, di disporre delle proprie potenzialità, allo scopo di costruire una personalità in sintonia con le esigenze dell’ambiente esterno. È quindi dalla riuscita di questo processo che dipende la capacità dell’uomo di stare in società.

Bisogna studiare la società enfatizzando il suo carattere relazionale, questo concetto di società (madre-bambino) prima si trasforma nell’organizzazione gerarchica, poi si dissolve nel sociale. Fuori di noi troviamo il sociale, troviamo la generalizzazione, il senso della relatività, una esperienza vale l’altra, ogni cosa è intercambiabile.

Il fatto di ipotizzare una natura umana costituita su predisposizioni potenziali che aspettano solo di essere espresse e che spingono il soggetto a definirsi in un ambito esterno alla specificità biologica, provoca il meccanismo della dipendenza, e crea forti disturbi nell’ambito della percezione del sé. Può rinviare ad un’immagine distorta, un falso sé, sempre in ritardo con gli ideali di normalità trasmessi dalla società in cui vive, che possono produrre effetti negativi sul suo equilibrio bio-psichico.

Bibliografia

  • La società dello spettacolo - Guy Debord (1967)
  • Pasquale Stanziale

Introduzione

La società dello spettacolo ovvero la crisi della modernità e sconfitta della politica. Nella seconda metà del XX secolo l’intero sistema economico, sociale e politico del moderno capitalismo stava dando mano, fra altre strategie ad ampio raggio, ad una trasformazione dell’individuo di epocale e devastante portata, oggi sappiamo che quella trasformazione è avvenuta. Debord descrive la spettacolarità generalizzata con questa frase: “Lo spettatore diffuso accompagna l’abbondanza delle merci, lo sviluppo non perturbato del capitalismo moderno, è in questa cieca lotta che ogni merce realizza qualcosa di più elevato: il divenir mondo della merce, che è divenire merce del mondo”.

Il momento in cui si definisce il contesto al cui interno la spettacolarità giunge a rappresentare la strategia del capitalismo della globalizzazione, con i suoi assetti relativi alla fine della modernità, alla sconfitta della politica, alla crisi finale della democrazia (intesa come sintesi di rappresentanza, libertà e governo).

Metafisica del marketing

La società dello spettacolo si presenta dunque come l’ideologia unificatrice caratteristica del capitalismo del terzo millennio, nel contesto di una crisi politica sempre più marcata. Nello scenario del mercato mondiale, il primato dell’economia capitalistica sulla politica costituisce un quadro nuovo dei rapporti sociali di produzione in cui al disprezzo della produzione e al rinnegamento della fabbrica corrisponde un’ideologia spettacolare centrata sul marchio: entità in grado di trasmettere una serie di valori che la società dello spettacolo è chiamata a riconoscere e condividere nel consumo. È una vera e propria precarizzazione del processo produttivo, con crescente limitazione degli investimenti ad esso dedicati, a vantaggio di investimenti massicci nel marketing divenuto settore sempre più autonomo e decisivo.

Ultime frontiere dello spettacolo

L’imperiale e il virtuale. Ovvero non c’è più un fuori, siamo tutti dentro → Mentre da una parte si realizza la spettacolarità diffusa descritta da Debord, dall’altra si apre una dimensione simulativa, il virtuale, contrassegnato da un dileguarsi dalla realtà. È il feticismo della merce informatica, dello spettacolare simulato che sul piano ideologico tende a stabilizzare la presa dell’economia dell’immaginario.

Lo spettacolo dell’impresa è l’impresa dello spettacolo. Ovvero il padrone plus-gode come un pazzo → L’impresa si afferma come modello organizzativo basato su un ordine sociale e su una logica produttivistica e di mercato. La cultura economica prevalente è divenuta destino per gran parte degli individui che passivamente la accettano nonostante le conseguenze negative evidenti. Si tratta del dominio generalizzato dell’impresa che si propone come spettacolo globale di un ordine e di una logica che gli individui si trovano a condividere come attori dello spettacolo vincente. L’impresa è fondamentalmente comunicazione di massa nella società dello spettacolo.

La società dello spettacolo: proposta per un détournement

La società dello spettacolo corrisponde a una fase storica di ristrutturazione del capitale, nella seconda metà del ‘900, che consolida le strategie di dominio nell’ambito produttivo e dà origine a nuove direttrici di consumo relative al passaggio all’avere e al baudrillardiano simulare. Per leggere il testo della società dello spettacolo di Debord è necessario avvalersi della tecnica di détournement, che consiste nelle seguenti fasi:

  • Partire dalle analisi critiche del dibattito teorico del movimento operaio alla fine degli anni ’60;
  • Prendere atto di un processo critico che abbraccia temi quali il tempo, il territorio e la cultura;
  • Approdare quindi all’ambito profetico della fenomenologia della società dello spettacolo, aspetto fondamentale e costitutivo della critica del capitalismo colto nel suo sviluppo storico.

Il lavoro di Debord è strutturato in 221 tesi, a loro volta raccolte in nove capitoli. Il tragitto del détournement si conclude aprendosi ai primi tre capitoli che disegnano tesi il cui valore è continuamente avvalorato dal riscontro periodico con la realtà del capitalismo contemporaneo. Il testo racconta il dominio proprio di una società che è dello spettacolo, in cui più ad affermarsi l’apparire, più l’uomo è separato dalla vita. Lo spettacolo quindi di fa rapporto sociale e visualizza in modo totalizzante e pervasivo il suo essere capitale.

La divisione perfetta (tesi 1 - 34)

In questo capitolo Debord riprende il concetto di alienazione di Hegel, Feuerbach e Marx. Questo periodo storico è caratterizzato dall’alienazione del lavoratore, che non lo è più solo sul luogo di lavoro, ma in tutta la sua vita; lo spettacolo ha contribuito a trasformare il lavoratore in consumatore. Anche il concetto stesso di alienazione, come Marx l’aveva descritto, cambia: mentre in passato era essenziale per il rivoluzionario mettere a buon fine il proprio tempo libero, oggi il consumatore passa le proprie ore a istupidirsi di fronte agli spettacoli che i suoi sfruttatori generano per lui.

Lo spettacolo è diventato ormai la principale produzione della società attuale. In questa società di massa il consumatore (lavoratore) è vittima del capitale, costantemente bombardato da messaggi che lo spingono a comprare; spettacoli che gli inculcano falsi bisogni da soddisfare. Il perché di tutto questo è da attribuirsi alla nuova società in cui contano solo economia e denaro, un mondo che è ormai diventato il mondo delle merci, prodotte per essere vendute e per trarne guadagno.

Le merci hanno un valore meramente economico, di scambio e di guadagno; ma si lavora per caricarle di significati e valori aggiuntivi che possano colpire l’immaginario dei consumatori. Ci si concentra di più sulle qualità rappresentate delle merci, non sulle qualità reali. Così si abbandona la realtà in favore dell’irrealtà, infatti il termine spettacolo significa apparenza, rappresentazione. Lo spettacolo è un rapporto sociale tra le persone mediato dalle immagini, è il risultato e il progetto del modo di produzione esistente. In questa società l’immagine e lo spettacolo sono ormai una forma del rapporto sociale e la sua centralità.

L’economia crea e manipola i bisogni dei consumatori con l’unico fine di trarre un guadagno; e lo spettacolo è l’immagine dell’economia dominante, la principale produzione della società attuale. In una società mercificata, sostiene Debord, non può che essere la merce ad avere un ruolo centrale. Ogni merce promette il soddisfacimento dei bisogni, e quando arriva l’inevitabile delusione, dovuta al fatto che tali bisogni sono fittizi e manipolati, subentra una nuova merce pronta a mantenere la promessa disillusa dall’altra. Si crea così una concorrenza tra le merci, rispetto alla quale il consumatore frustrato è un mero spettatore.

Lo spettacolo secondo Debord ha trionfato su tutta la linea: cominciando con il prestarsi per rappresentare le merci, si è prestato a rappresentare qualsiasi fenomeno, oggetto, idea, forma d’arte, pensiero politico, attività o altro. L’avvento della società dello spettacolo per Debord trasforma ogni individuo in spettatore di un universo non di cose, ma di rappresentazioni delle cose sospendendo la propria incredulità come si fa con le rappresentazioni (a teatro, al cinema, leggendo un romanzo). Ogni individuo è propenso a credere a ciò che non dovrebbe essere creduto. Si tratta del dominio proprio di una società che è dello spettacolo, in cui più tende ad affermarsi l’apparire, più l’uomo è separato dalla vita. Lo spettacolo quindi si fa rapporto sociale e visualizza in modo totalizzante e pervasivo il suo essere capitale.

La società dello spettacolo vede il suo valore legato alla sua spettacolarità, l’uomo è passivo, è spettatore, è uomo non presente. Lo spettacolo è una rappresentazione del mondo che non è realtà, è ideologia. Lo spettacolo non è la tirannia dei mass media e del loro sviluppo tecnologico sempre più avanzato da rendere spettacolare ogni cosa: è il tipo di relazioni interpersonali costruite dalle immagini di società “spettacolarizzata”. È una visione del mondo.

La merce come spettacolo (tesi 35 - 53)

In questo capitolo Debord riprende il concetto di feticismo delle merci già introdotto da Marx e da Lukács, descrivendo come il valore di scambio vince sul valore d’uso; la forma di riscatto risiede nel fatto che l’economia dipende dalla società e dalla lotta di classi. La produzione delle merci è rimasta per lungo tempo artigianale, ma quando ha incontrato le condizioni sociali del grande commercio, ha ottenuto il dominio totale dell’economia; il lavoro umano è divenuto quindi lavoro-merce e salariato. La merce ormai sviluppa la quantità che la società e il mercato economico le impongono, a discapito della qualità.

Il consumatore anche durante il periodo di svago dal lavoro è bombardato da colossali investimenti in campo pubblicitario che garantiscono alla classe dominante di inculcare e imporre sempre più il modello di vita piccolo borghese, modello cinico, egoista, indifferente. Il valore di scambio ha finito per prendere il sopravvento sul valore d’uso; una volta quest’ultimo era implicitamente contenuto nel valore di scambio, ora deve essere esplicitamente proclamato in questa realtà dello spettacolo. Il valore di scambio non è l’utilità effettiva di quel dato oggetto (= valore d’uso), ma l’essenza stabilita dalle leggi del mercato, il prezzo che riporta alle qualità intrinseche della merce. L’uso, nella sua forma più povera (=mangiare, vestirsi, ecc.) non esiste più, se non nella ricchezza illusoria della sopravvivenza aumentata, il consumatore reale diventa consumatore di illusioni. Lo spettacolo è l’altra faccia del denaro; questo perché il denaro in sé non è nulla, è solo la convenzione economia-sociale che gli dà potere di essere un mezzo per rendere le merci scambiabili.

Unità e divisione nell’apparenza (tesi 54 - 72)

Nel suo essere fittizio, lo spettacolo maschera le contraddizioni e le lacerazioni della società e dei poteri che la dominano. Lo spettacolo, come la società moderna è unito e diviso. La divisione che mostra è apparente: la società dello spettacolo mostra come unito ciò che in realtà è diviso e come diviso ciò che in realtà è unito. La vedette è la rappresentazione spettacolare dell’uomo vivente; esistono per rappresentare tipi variati di stili di vita, le vedette del consumo rappresentano diversi tipi di personalità e questi tipi hanno accesso alla totalità del consumo in cui si trova la felicità. Il consumatore reale diviene consumatore di illusioni; perché la merce stessa è questa illusione effettivamente reale, e lo spettacolo la sua manifestazione generale. Ogni merce determina una lotta per se stessa, non può riconoscere le altre, pretende di imporsi ovunque come se fosse la sola e lo spettacolo rappresenta lo scontro tra queste merci. Ogni merce realizza il divenir mondo della merce che corrisponde al divenir merce del mondo.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valentinapaci96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Stauder Paolo.
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