Il dramma del bambino dotato
Il dramma del bambino dotato e come siamo diventati psico-terapeuti
Nella lotta contro i disagi psichici, è fondamentale scoprire la verità della nostra infanzia, talmente indispensabile che ne scontiamo la perdita con gravi malattie, prima che la sua rivelazione ci doni un nuovo spazio di libertà. Possiamo infatti cambiare e riparare noi stessi, riacquistando la nostra integrità perduta solo se impariamo a convivere con la nostra verità.
Gran parte delle persone non vuole sapere nulla della propria storia, cercando di evitare pericoli una volta reali, ma che ora non lo sono più. Essi cercano quindi di tenersi continuamente sotto pressione, per non lasciar emergere la quiete necessaria all'ascolto di sé stessi, difendendosi dai sentimenti che, se vissuti consciamente, potrebbero svelare la verità.
Il povero bambino ricco
Molte persone vanno in terapia con l'immagine di un'infanzia felice e protetta, in cui venivano lodati per doti e risultati raggiunti. I grandi talenti che avrebbero sviluppato li rendevano l'orgoglio dei genitori, dietro cui restava tuttavia in agguato la depressione, il senso di vuoto, autoalienazione e assurdità della propria esistenza, che li assaliva appena si esauriva la droga della grandiosità. Da ciò nascono sensi di colpa e vergogna che li spingono ad odiare il bambino che sono stati e a sviluppare un'attitudine all'introspezione. La mancanza di una comprensione emotiva autentica e la totale ignoranza dei propri bisogni, tuttavia, mantiene salva l'illusione di aver avuto una buona infanzia.
Il bisogno primario del bambino resta tuttavia quello di essere considerato e preso sul serio nei suoi sentimenti, sensazioni ed espressioni. Grazie a questa atmosfera, il bambino si sentirà in grado di rinunciare alla simbiosi con la madre e rendersene autonomo. Sarebbe tuttavia necessario che anche i genitori abbiano vissuto un'esperienza simile, anziché vivere in uno stato di carenza affettiva che li spinge costantemente a ricercare ciò che non è stato dato loro al momento giusto: qualcuno che si interessi totalmente a loro, che li comprenda e li prenda sul serio. Sebbene tale ricerca riguardi una situazione irrimediabilmente trascorsa, si cerca di soddisfarla per vie sostitutive.
A tale scopo si prestano più di chiunque altro i propri figli, la cui esistenza è legata alle cure parentali, di cui farebbero di tutto pur di non restare privi. Tale destino è caratteristico delle persone che scelgono professioni volte ad aiutare il prossimo, le cui madri profondamente insicure dipendevano dal bambino, costretto pertanto a sviluppare la capacità di percepirne i bisogni e darvi risposta assumendo la funzione che gli viene assegnata per assicurarsi l'“amore” dei genitori. I bambini vengono trasformati in madri (confidenti, consolatori, consiglieri) delle madri, sviluppando una sensibilità per i segnali inconsci altrui.
Il mondo perduto dei sentimenti
Per conformarsi alle aspettative di chi si prende cura di lui, il bambino deve rimuovere il suo bisogno di amore, comprensione, partecipazione, imparando anche a reprimere le reazioni emotive ai rifiuti che subisce e, per conseguenza, a sperimentarne i sentimenti legati (gelosia, invidia, ira, paura, impotenza). Tali sentimenti possono essere vissuti solo se c'è qualcuno che lo accetta con essi; in caso contrario, il bambino li rimuove, per non rischiare di perdere l'amore della madre. I sentimenti provati nel presente possono quindi essere compresi solo se collegati alla situazione originaria caratterizzata da un senso di abbandono e non comprensione.
Un bambino può quindi essere educato in modo da farlo diventare come più ci piace, affidandolo ad altri quando si è stanchi, o pretendendo che ci faccia sentire al centro dell'attenzione: una donna a suo tempo costretta a reprimere i propri bisogni, li sentirà infatti ridestarsi dal proprio inconscio e tenderà quindi al loro soddisfacimento. Per difendersi dal sentimento di abbandono l'adulto ricerca dei simboli da cui diventare dipendenti (sostanze, gruppi, culti, ecc.), oppure reagire tramite intellettualizzazioni, che possono avere effetti letali quando il corpo prende il sopravvento, come accade nelle malattie gravi.
L'individuo sviluppa un atteggiamento in cui si limita ad apparire come ci si aspetta che appaia, identificandosi con i sentimenti che mostra, ma lamentando un senso di vuoto e assurdo, che è reale proprio in quanto a mancare è un punto di riferimento, che elimina ed impoverisce così le loro possibilità. Ciò è testimoniato dai sogni in cui il soggetto si vive come parzialmente morto. Dalla difficoltà di manifestare i propri sentimenti autentici deriva inoltre la permanenza del legame, che non consente una limitazione reciproca. Mentre l'adulto trova un sostituto alla sicurezza che mancava loro, il bambino continua malgrado la crescita a dipendere in modo inconscio dai genitori, poiché non avendo fatto esperienza dell'abbandono ai sentimenti più veri, non conosce i suoi veri bisogni. Alla solitudine provata in casa dei genitori seguirà quindi in età adulta l'isolamento in noi stessi.
Alla ricerca del vero sé
L'esperienza della conoscenza della propria verità rende possibile il ritorno al proprio mondo affettivo con la capacità di vivere il proprio lutto, che ci restituisce la nostra vitalità. Il paziente deve quindi arrivare alla comprensione emotiva del fatto che l'amore conquistato con fatica rinunciando a esprimersi non riguardava l'individuo che era in realtà: l'ammirazione era dovuta alle sue prestazioni, non al bambino reale, con le sue rabbie, gelosie e confusioni. Ciò che è stato amato è ciò che egli fingeva di essere, ben lontano dal somigliare a un bambino. Egli realizza che l'abuso delle sue capacità è la ragione per cui le sue attuali manifestazioni non sono più minimizzate o ridicolizzate, ma possono ancora essere scavalcate finché ci si rende conto che gli è concesso essere arrabbiato o reagire senza per questo perdere quell'amore.
A questo punto ci si sente alleggeriti nel percepire in sé stessi cose che fino a quel momento si era abituati a soffocare. Ci si accorge che, per proteggersi, egli si è abituato a ironizzare sui propri sentimenti, cercando di scusarsene o minimizzarli, o evitare di percepirli o ancora percepirli in ritardo. La persona sofferente smette di cercare di distrarsi quando è commossa, impressionata o triste, ma si attende (basandosi sulla sua esperienza) che possa finalmente affrontare e comprendere i propri sentimenti.
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