Estratto del documento

La sociologia visuale

Che cosa è, come si fa

Che cos'è la sociologia visuale

Parte I – Nascita e sviluppi della sociologia visuale

1. Le origini

1.1. In Italia si parla di sociologia visuale. Il 1984 è l’anno in cui per la prima volta quel qualcosa che si faceva già in Italia venne chiamato sociologia visuale.

1.2. I neochicagoans. Tutto nasce dalla nuova Scuola di Chicago, che negli anni ’60 si dedica allo studio dell’underground metropolitano, della devianza, dell’emarginazione, ma anche della vita quotidiana nella società. I neochicagoans sono ricercatori giovani, una generazione di sociologi fermamente convinta di dover stabilire intensi rapporti di collaborazione con le altre scienze sociali. Girano per le vie della città, si avventurano nelle baraccopoli, nei ghetti urbani, a prendere appunti, a osservare; quelli sono anche gli anni del Vietnam e della vera e propria esplosione di un fotogiornalismo. Così, anche i sociologi d’avanguardia si impossessano della macchina fotografica, sostituendola al blocco-notes. Uno dei maggiori esponenti dei neochicagoans è Howard Becker.

1.3. Il rafforzamento dell’identità. La visual sociology assume delle sembianze proprie, determinate dai suoi prodotti: nel 1974 Bill Aron cerca di recuperare i segni della cultura ebraica nel vecchio ghetto del Lower East Side di New York; nel 1976 Sandra Titus analizza le foto di famiglie per ricostruire le fasi fondamentali del ciclo familiare; nello stesso anno Douglas Harper convive per sei mesi con i tramps che attraversano gli Stati Uniti sui carri merci e Bruce Jackson racconta la vita in un penitenziario. Nel 1983 si costituisce l’International Association of Visual Sociology.

1.4. America, Europa e… Italia. Già negli anni ’60 in Francia si erano posti il problema dell’uso della fotografia nella ricerca sociale. In Italia, negli anni ’70 Franco Ferrarotti dedica un intero libro all’argomento, “Dal documento alla testimonianza. La fotografia nelle scienze sociali”. Ferrarotti attirò su di sé l’attenzione di molti fotografi italiani e di ricercatori e fece anche scuola tra alcuni sociologi che praticavano l’analisi qualitativa (con l’obiettivo di denunciare la ghettizzazione delle periferie, l’esclusione del sottoproletariato, e di rivalutare il folclore del profondo sud). L’attenzione dell’Europa nei confronti della sociologia visuale cresceva a vista d’occhio. Il terzo congresso dei sociologi visuali, nel 1986, si tenne in Europa (a Bielefeld). Il confronto tra sociologi nordamericani ed europei mise in evidenza alcune criticità. La stragrande maggioranza dei contributi dei convenuti riguardava la ricerca applicata, dove quasi sempre mancava un adeguato riferimento alla teoria e alla metodologia. Con il risultato che, se all’interno della comunità tutti si sentivano incoraggiati a buttarsi a capofitto nelle sperimentazioni più ardite, all’esterno si sviluppava un atteggiamento di sostanziale diffidenza che si manifestava soprattutto in Europa. In Italia si vengono infatti a distinguere almeno tre orientamenti: il primo, (appresso al sottoscritto) si aprono alle esperienze nordamericane; il secondo, è rappresentato dagli allievi di Franco Ferrarotti, che tendono a praticare una ricerca visuale di stampo qualitativo; il terzo, raccoglie il resto dei sociologi. La svolta avviene nel 1993, a Parma viene organizzato un convegno sul dibattito qualità-quantità nella ricerca sociologica Il sociologo e le sirene, la sfida dei metodi qualitativi.

2. La tradizione precedente: fotografia

2.1. La fotografia nel XIX secolo, tra sviluppo, sviluppo tecnologico e vocazione sociale. La fotografia nasce come strumento scientifico. Il suo inventore è riconosciuto in Louis Jacques Daguerre, il quale nel 1839 esibì i suoi primi “dagherrotipi”, immagini ricavate facendo passare la luce attraverso una lente che procurava un annerimento selettivo di sali d’argento spalmati su una lastra di metallo. Questa invenzione riscosse grande successo tra gli scienziati (prima foto alla Luna nel 1839). Subito dopo, se ne estese l’uso per riprendere panorami urbani e rurali, ma ben presto sorse la curiosità e l’esigenza di riprendere anche le persone. I primi tentativi in tal senso ebbero esiti modesti: i problemi tecnici – lunga esposizione, di vari minuti; necessità di forte illuminazione _ costringevano gli esseri umani a restare immobili per un tempo molto lungo. Ben presto la tecnologia si perfezionò: nel 1844 l’inglese Henry Talbot trovò il modo di “stampare” le immagini su carta. Intorno al 1860 fu possibile, scattare fotografie pressoché perfette in bianco e nero e dilagò la moda del ritratto (poiché un ritratto a olio era costoso se non per i nobili, quello fotografico era alla portata di tutti). Una fotografia che metteva in crisi l’arte pittorica. In realtà, l’arte pittorica, svincolata dal dover riprodurre fedelmente la realtà, passò in poco più di mezzo secolo dall’impressionismo di Monet all’espressionismo di van Gogh fino al cubismo decostruzionista di Picasso. Dal ritratto al desiderio di rappresentare la condizione umana. Tra le prime fotografie che tentano di riprendere nuove e diverse realtà vanno annoverate quelle che riguardano la guerra. Il filone più cospicuo tuttavia resta quello delle fotografie a sfondo sociale. Ma la cosiddetta “questione sociale” stava ormai montando drammaticamente; non si trattava soltanto di una contraddizione dello sviluppo della società industriale, ma di un potenziale pericolo. I fotografi assumono quindi un ruolo di notevole importanza in questo periodo, perché sono in grado di documentare oggettivamente certe condizioni di arretratezza e le loro immagini, i loro reportages possono smuovere l’opinione pubblica. Nel 1888, George Eastman aveva presentato una fotocamera di dimensioni limitate che adottava una pellicola avvolgibile; più o meno nello stesso periodo veniva commercializzato il “lampo al magnesio” che consentiva di illuminare la scena in sincronia con lo scatto fotografico. Jacob Riis, nel 1890, descrive la vita negli slums metropolitani (aiutandosi con incisioni e disegni tratti da fotografie). Collaborando con sociologi, criminologi e assistenti sociali, redige il volume Darkness and daylight, una documentazione dettagliata dell’emarginazione e dell’esclusione sociale a fronte del prodigioso sviluppo della Grande Mela. La sistematicità della sua raccolta fotografica rivela un atteggiamento quasi “scientifico” del suo lavoro documentario. I suoi lavori, “riscoperti” negli anni ’40 gli valgono la proclamazione di “padre della fotografia sociale americana”. Il secondo padre fondatore della sociologia visuale americana è riconosciuta in Lewis Wicker Hine. Il suo interesse si rivolge soprattutto al mondo del lavoro industriale, poi si dedica alla documentazione-denuncia del lavoro minorile. Lavorando un ventennio più tardi di Riis, Hine trova un’opinione pubblica molto più attenta e disponibile e un legislatore più sensibile, e il suo lavoro guadagna un notevole successo.

2.3. Il ruolo del fotogiornalismo nella società XX secolo. Alle porte del XX secolo il fotogiornalismo ebbe la sua consacrazione, favorito dalla crescente diffusione di fotocamere portatili e dalla possibilità di scattare “istantanee”. Nel 1890 negli Stati Uniti usciva il vero e proprio giornale illustrato il Daily Graphic e contemporaneamente aprirono le prime agenzie di fotogiornalismo, che subito dopo si diffusero anche in Europa. Gli anni ’20 sanciscono la definitiva affermazione del fotogiornalismo anche in questo caso favorito dagli sviluppi della tecnologia. La nuova stagione del fotogiornalismo prende le mosse dalla Germania di Weimar che ebbe il merito di formare o influenzare gran parte dei grandi fotografi europei tra le due guerre. I personaggi di maggior spicco del fotogiornalismo tedesco di quegli anni sono Eric Dalomon e Felix Man. Il primo, tra il 1928 e 1933, realizzò una produzione fotografica, tutta in luce naturale, dedicata ai grandi appuntamenti della politica che dimostra come la fotografia potesse ormai introdursi in qualsiasi ambiente. Man, tra il ’29 e ’35, descrive la vita quotidiana di grandi città tedesche come Monaco e Berlino, e si distingue per le sequenze di immagini, quasi a voler documentare in modo più completo i suoi soggetti. In Francia si distingue la rivista Vu. In Italia, solo nel 1939, con Tempo nacque un vero giornale illustrato. Ma a dare il maggior impulso al fotogiornalismo furono gli Stati Uniti. Nel 1936 esce Life, ed è con essa che la fotografia si consacra definitivamente come mezzo di comunicazione di massa.

2.4. La fotografia sociale tra le due guerre e l’esperienza della F.S.A. Nella prima metà del ‘900 le figure importanti di questo periodo si contano sulle dita di una mano: il tedesco August Sander, il francese Henri Lartigue, e l’inglese Billy Brandt. Sander crea un vero e proprio atlante fotografico della popolazione tedesca. Anche Lartigue ha raccolto migliaia di immagini; pur lavorando senza un disegno preciso ha raccolto una testimonianza ineguagliabile della società del ‘900. Brandt con le sue fotografie descrive in modo quasi sistematico le famiglie povere al fine di smuovere l’attenzione dell’opinione pubblica britannica e del governo. Lo sviluppo del fotogiornalismo si andava a confrontare, se non a contrapporre, a un filone che progressivamente si era andato delineando in modo sempre più autonomo: la fotografia d’arte. Nella foto d’arte si vengono a delineare due diversi indirizzi estetici: da un lato i “pittorialisti” e dall’altra i “naturalistici” (quelli della cosiddetta straight photography per i quali il “bello” può ritrovarsi in qualsiasi immagine. Fu Alfred Stieglitz a delineare il nuovo corso della fotografia statunitense. Con la sua rivista fotografica Camera Work influenzò una generazione di fotografi. In un primo tempo egli trovò la forte opposizione di alcuni grandi fotografi dell’epoca: Edward Steichen, Edward Weston e Paul Strand. Ebbero un ruolo importante nel saldare il concetto di fotografia “bella” a quello di fotografia “realistica”, che era la premessa per quel vasto interesse che la fotografia del ‘900 avrebbe riservato alla diversità. Con la crisi del 1929 le conseguenze furono pesanti anche per l’agricoltura, ma il colpo di grazia lo dette una fortissima siccità che investì proprio il cuore della produzione agricola (corn belt), gettando sul lastrico sia i piccoli agricoltori che tutta la massa del bracciantato. Il Dipartimento dell’Agricoltura istituì un’apposita sezione con il compito di affrontare e risolvere il grave problema: Farm Security Administration (FSA). Alla sua guida fu posto Tugwel (che un decennio prima si era avvalso della collaborazione di Roy Striker) che avviò una campagna di documentazione e di denuncia fotografica sulle condizioni miserevoli degli agricoltori statunitensi, con l’obiettivo di colpire i sentimenti dell’opinione pubblica. Centocinquantamila fotografie scattate (operazione diretta da Striker) in otto anni di lavoro (1935-1943) dai migliori esponenti della fotografia statunitense dell’epoca, e in questa vastissima produzione si incontrarono tendenze diverse. Nell’équipe della FSA il personaggio che ci interessa maggiormente tra i tanti è Dorothea Lange, quella che più di altri dimostrò una spiccata sensibilità per la foto di interesse sociale. Nelle foto della Lange è facile riscontrare e in gran parte delle sue immagini la volontà di colpire al cuore l’osservatore. Nessuno si sognerà di affermare che il fotografo sociale non debba curare l’aspetto estetico della sua produzione e possa anche scattare in modo sciatto e impreciso, ma è chiaro che se l’estetica diventa la sua preoccupazione principale ne soffrirà inevitabilmente la precisione e l’incisività delle sue attività di ricerca e di documentazione. Il più famoso dei fotografi della FSA è Walker Evans. Il successo dei fotografi della FSA sul piano sociale si deve al fatto che l’America di quegli anni era particolarmente sensibile. La FSA fece da scuola e finì per influenzare tutta la fotografia sociale e il fotogiornalismo dei decenni successivi.

2.5. Verso la sociologia visuale: fotografia concerned e fotografia militante. La seconda guerra mondiale innescò nuovi motivi, nuove ispirazioni, soprattutto in Europa. Nel 1947 fu fondata l’Agenzia Magnum Photos, i cui fondatori si erano fatti una solida esperienza nel decennio che racchiudeva la Guerra Civile in Spagna, la Seconda Guerra mondiale, gli orrori dei campi di concentramento nazisti e la difficile ricostruzione fisica, politica e civile dell’Europa. Per alcuni il loro lavoro risultò anche fatale. L’intento dell’Agenzia era duplice: da un lato tutelare la figura professionale del fotografo; dall’altro, descrivere attraverso la fotografia la storia del mondo. Questo nuovo fotogiornalismo era più impegnato politicamente. Si andò evidenziando quella che è stata definita oltreoceano una fotografia Concerned, cioè impegnata nel sociale che in questo caso esprimeva esplicitamente una propria vocazione politica. A partire degli anni ’50 si possono notare due tendenze: l’una è rappresentata ancora dalla scuola estetizzante e “statica”; l’altra, trova la sua espressione in un giornalismo più spregiudicato che si insinua nella vita quotidiana, ma anche in luoghi proibiti o ignoti, che registra la realtà in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più sgradevoli o imprevedibili. Negli anni ’60, lo sviluppo della televisione rende meno attraenti le immagini fotografiche; eppure, in quegli anni ’60 e ’70 la fotografia di cronaca è sulla cresta dell’onda. Sono gli anni della recessione economica, della crisi energetica, del Sessantotto, del Vietnam e delle crisi in Medio Oriente e in America Latina. Nel 1955 fu pubblicato il reportage di Paul Strand Un paese, dedicato all’Italia, che probabilmente è l’opera che ha influenzato almeno in parte una generazione di fotografi italiani concerned. Agli albori degli anni ’60, in ogni caso, si verifica una forte presa di coscienza politica dei fotografi italiani che da un lato rafforzano la propria inclinazione verso un ruolo prioritariamente di denuncia sociale, dall’altra intendono prendere le distanze sia da una certa fotografia commerciale che da una fotografia meramente artistica. Non c’è fotografo concerned che non si sia cimentato in inchieste, ricerche, denunce, che non abbia ritratto gli emarginati, gli esclusi, i diversi, le vittime di qualsivoglia cataclisma. Possiamo tentare di riassumere la storia della fotografia sociale, quella che mette l’essere umano e la società al centro dell’attenzione, in quattro scenari: all’inizio prevale una fotografia di commiserazione, in cui il fotografo, membro di una classe sociale medio/alta borghese, cerca di calarsi nell’inferno dell’emarginazione e della miseria per portare a conoscenza del mondo una realtà pressoché ignorata e bisognosa di aiuto; a cavallo tra ‘800 e ‘900 si afferma una fotografia filantropica in cui il fotografo si fa operatore sociale, interviene per denunciare le contraddizioni dello sviluppo industriale (la forma più evoluta di questa tendenza è la FSA); il terzo periodo è quello della fotografia di solidarietà, in cui il fotografo comincia a condividere lo stato d’animo degli emarginati (è il caso dell’Agenzia Magnum); infine, negli anni ’60 si delinea la fotografia di intervento.

Anteprima
Vedrai una selezione di 6 pagine su 21
Riassunto esame Sociologia dei processi culturali, prof. Mattioli, libro consigliato La sociologia visuale, Che cosa è come si fa, Mattioli Pag. 1 Riassunto esame Sociologia dei processi culturali, prof. Mattioli, libro consigliato La sociologia visuale, Che cosa è come si fa, Mattioli Pag. 2
Anteprima di 6 pagg. su 21.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Sociologia dei processi culturali, prof. Mattioli, libro consigliato La sociologia visuale, Che cosa è come si fa, Mattioli Pag. 6
Anteprima di 6 pagg. su 21.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Sociologia dei processi culturali, prof. Mattioli, libro consigliato La sociologia visuale, Che cosa è come si fa, Mattioli Pag. 11
Anteprima di 6 pagg. su 21.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Sociologia dei processi culturali, prof. Mattioli, libro consigliato La sociologia visuale, Che cosa è come si fa, Mattioli Pag. 16
Anteprima di 6 pagg. su 21.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Sociologia dei processi culturali, prof. Mattioli, libro consigliato La sociologia visuale, Che cosa è come si fa, Mattioli Pag. 21
1 su 21
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucas_89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Mattioli Francesco.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community