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Sociologia visuale: che cos'è e come si fa

Prefazione

Per sociologia si intende la scienza che studia i fatti sociali con il metodo scientifico, mentre il termine visuale apre prospettive offerte da un diverso modo di considerare e comunicare la realtà. La sociologia visuale è un approccio innovativo nello studio delle scienze sociali, sia per i visual studies, descrivere e spiegare le forme della comunicazione visiva, che per i visual methods, adottare nuove prospettive di ricerca.

Che cos'è la sociologia visuale

La sociologia visuale sbarcò ufficialmente in Italia nel 1984, tuttavia era già praticata a cura di sociologi come Ferrarotti o etno-antropologi come De Martino e Mazzacane. Nel 1984 quindi Francesco Mattioli pubblica sul 14 numero della rivista "Sociologia e Ricerca Sociale", un saggio intitolato "Sociologia, fotografia, visual sociology, note sull'uso dei mezzi audiovisivi nella ricerca sociale." L'autore si era limitato a tradurre l'espressione visual sociology, già conosciuta oltreoceano da una quindicina di anni.

Le basi della sociologia visuale

Per Clarice Stars, le basi della sociologia visuale si ritrovano nella Nuova Scuola di Chicago. Qui, durante gli anni '60 del 1900, vengono ripresi gli itinerari di ricerca dei Park, dei Burgess e dei McKenzie, sull'underground, la devianza e l'emarginazione. I neochicagoans sono giovani ricercatori contrari all'establishment accademico nordamericano convinti di dover stabilire forti legami con le altre scienze sociali, come l'antropologia e psicologia sociale, e di dover porre maggiore attenzione alle contraddizioni della società post-industriale. In questi anni esplode anche il fotogiornalismo critico, che riporta al pubblico la verità dura e cruda, possibile grazie alla fotocamera Nikon, robusta e versatile. Tra i fotogiornalisti più famosi troviamo gli americani Griffith e Burrows e il vietnamita Ut, famoso per la foto di una bambina vietnamita che fugge nuda il napalm americano. Diane Arbus decide di immortalare la vita di personaggi emarginati, quali bambini, prostitute e deformi. Da qui i sociologi impiegano l'uso della macchinetta fotografica, chiedendosi però quali criteri tecnici e metodologici si debbano adottare. Nel 1974 Deborah Barndt comincia a fare il punto della situazione, un anno più tardi Becker, autore di Outsiders, inaugura un filone di interventi di ragionamento sull'impiego della fotografia negli studi sociologici.

L'affermazione della visual sociology

La visual sociology inizia ad affermarsi nel 1974 quando Aron documenta la cultura ebraico nel ghetto della Lower East Side di New York. Nel 1976 Sandra Titus ricostruisce il ciclo familiare a partire da foto di famiglia, Harper vive e documenta per sei mesi i Tramps, mentre nel 1976 Baird presenta uno studio sulle dinamiche di gruppo utilizzando il videotape, mezzo di grande versatilità: la videocamera. Nel 1979 Wagner pubblica Images of Information, che affianca alla ricerca delle riflessioni teorico-metodologiche di sociologi come Curry, Clarke e Cheatwood. Iniziano ad interessarsi alla sociologia anche i filmmakers, infatti nella mostra itinerante 6 Sociology, si sente la gran influenza della fotografia d'arte social concerned, mentre riviste come Videosociology e Afterimage riescono a coniugare espressività artistica e sensibilità sociologica. Nel 1983 si costituisce l'International Association of Visual Sociology, composta principalmente da statunitensi e canadesi, istituendo il primo congresso dell'associazione. Vedrà poi luce la rivista International Journal of Visual Sociology, che si trasformerà nell'autorevole Visual Sociology Review.

Tradizione precedente: la fotografia

Nicephone Niepce nel 1829 produce le prime immagini fotografiche, tuttavia viene considerato come il padre della fotografia Louis Jacques Daguerre, che produce i primi dagherrotipi, in cui la luce passa attraverso una lente che provoca l'annerimento selettivo dei sali d'argento su una lastra di metallo. Quest'invenzione venne quindi presentata dall'astronomo Jean Francois Arago, che si rivelò uno strumento di grande utilità per l'astronomia. Le prime fotografie erano tuttavia molto difficili, in quanto i soggetti dovevano essere immobili per più di due minuti, per questo le prime foto ritraggono spesso persone sedute o che si reggono la testa con le mani. La tecnologia si perfezionò e già nel 1844 Henry Talbot trovò il modo di stampare le immagini su carta. Nel 1860 si potevano scattare fotografie in bianco e nero in un trentesimo di secondo, alla portata di tutte le borse. Questo mise inevitabilmente in crisi l'arte pittorica, Delaroche affermò addirittura "la pittura è morta". La pittura passò quindi dalla ritrattistica alla rappresentazione di qualsiasi inibizione creativa. Le prime fotografie che rappresentano realtà tragiche o nuove sono quelle della Repubblica Romana, e della guerra di Crimea, poiché risultava più facile fotografare i morti dei vivi. I fratelli Nadar riprendono il sottosuolo e le fogne di Parigi aiutandosi con illuminazione artificiale e dei manichini per sostituire gli operai. Grande curiosità viene poi suscitata dalle fotografie a sfondo sociale: l'esperienza della Comune di Parigi porta attenzione verso le piaghe sociale, quali analfabetismo, povertà ed esclusione sociale. I fotografi documentano oggettivamente queste condizioni, al fine di smuovere l'opinione pubblica. La tecnologia continua la sua evoluzione, e nel 1888 Eastman presenta una fotocamera di dimensioni limitate, che utilizza una pellicola avvolgibile ad alta sensibilità al posto delle lastre fotosensibili. Nello stesso periodo viene commercializzato il lampo al magnesio, per illuminare la scena. Eugene Atget fotografa le vie di Parigi e i mestieri artigiani più umili, fornendo una preziosa descrizione della capitale dell'epoca, mentre in Italia i fratelli Alinari documentano la vita agreste.

Sociologia visuale americana e i suoi padri fondatori

La sociologia visuale americana individua i suoi padri fondatori in Jacob Riis, che nel 1890 scrive How the other half lives, fotografando la vita degli slums metropolitani. Egli poi collabora con dei sociologi per il volume Darkness and Daylight, or Lights and Shadows of New York life, in cui descrive l'emarginazione e l'esclusione sociale utilizzando la detective, piccola e maneggevole, e il lampo di magnesio. I suoi lavori riscoperti nel 1940 lo proclamano come padre della fotografia sociale americana, grazie alla sistematicità della sua raccolta fotografica. Altro padre fondatore è Lewis Wicker Hine, che si interessa al lavoro industriale, nel 1908 realizza reportages sulla vita di portuali e minatori, dedicandosi poi alla documentazione e alla denuncia. Dalle sue immagini tuttavia non scaturisce particolare sensibilità sociologica, poiché orientate verso un intento estetico. Padre fondatore della sociologia visuale italiana è Franco Coletti, che influenzato dalle parole del senatore Paolo Mantegazza, per cui la fotografia debba essere uno strumento scientifico a sostegno della democrazia, coordina inchieste sulle condizioni dei contadini meridionali e dei minatori. Nell'Introduzione egli riflette sulle potenzialità e sui limiti delle tecniche di documentazione qualitativa e quantitativa. Il contributo di Coletti garantisce alla ricerca visuale credibilità scientifica. L'American Journal of Sociology pubblicò numerosi articoli corredati di fotografie su temi come la povertà, illustrando quindi i progressi fatti dagli interventi di assistenza sociale. Bushnell utilizza le illustrazioni come fonte di informazione accanto allo scritto principalmente su tre temi: l'ambiente di lavoro (affollamento e alienazione), la vita degli operai fuori dalla fabbrica e i provvedimenti presi dalle aziende per migliorare il tenore di vita dei propri operai. Sul Journal nel 1915 vengono pubblicate in serie i Chicago Housting Problems, che descrive la vita nelle baraccopoli della periferia della città americana. La fotografia dimostra così credibilità scientifica per le scienze sociali, anche se in relazione ai fenomeni sociali essa era più attratta dall'interpretazione artistica, come anche la fotografia sociologia soffriva dello stesso problema (Hine). L'immagine infine non poteva a pieno sostituire la comunicazione linguistica-letteraria. Si concluse così il breve incontro tra sociologia e fotografia.

Il fotogiornalismo nel ventesimo secolo

Nel ventesimo secolo il fotogiornalismo si afferma grazie alle fotocamere portatili e grazie alla possibilità di scattare istantanee. Le prime foto sui giornali apparirono nel 1885, mentre nel 1890 negli Stati Uniti nasce il Daily Graphic, primo vero giornale illustrato. In Italia già nel 1876 l'Illustrazione Italiana utilizzava le fotografie, mentre nel 1848 la Domenica del Corriere alterna fotografie, litografie e disegni. Nel 1904 la telefotografia contribuisce in modo determinante allo sviluppo del giornalismo fotografico. Gli anni '20 del 1900 definiscono l'affermazione del fotogiornalista grazie alla Leica, macchina fotografica versatile, silenziosa e maneggevole, a cui si affiancheranno la Contax, l'Exacra e la Rolleiflex, apparecchio a obbiettivi multipli vengono sviluppate inoltre pellicole sempre più fotosensibili. Il nuovo fotogiornalismo prende spunto dall'azienda Dephot della Germania di Weimar, a cui capo si trova Stefan Lorant, per cui i fotografi dovevano scattare immagini spontanee, eliminando le immagini in posa. Personaggi di spicco del fotogiornalismo tedesco sono Eric Salomon, che realizza una produzione fotografica dedicata agli appuntamenti politici, e Felix Man, che descrive la vita quotidiana di grandi città tedesche come Monaco e Berlino, distinguendosi per la predilezione alla sequenza di immagini, riprese in varie pose e angolature diverse. Il Nazismo spingerà la gran parte dei fotogiornalisti a migrare oltreoceano, mentre in Francia nasce la rivista Vu, e in Italia nel 1939 nasce il Tempo, primo vero giornale illustrato comparabile a quelli tedeschi e francesi. Il maggior impulso del fotogiornalismo negli Stati Uniti ha tre ragioni: la filosofia giornalistica americana privilegiava il fatto, la prova, incline quindi all'uso di prove visive, uno più stretto contatto tra fotografia e opinione pubblica ormai abituata all'uso della fotografia ed infine l'immigrazione in massa di giornalisti tedeschi e di altri paesi europei a causa del nazismo. Nel 1936 esce Life, ispirato a Vu, che diventa il giornale illustrato più famoso ed una guida del fotogiornalismo.

La sociologia europea della prima metà del Novecento

Nella sociologia europea della prima metà del '900 i contributi di metodologia della ricerca sono rari. Tra le figure più importanti troviamo Sander, che crea un atlante fotografico delle classificazioni di tutte le classi e ceti sociali. Lartigue, che documenta trasversalmente la vita di gente comune, raccogliendo quindi una testimonianza della società del '900. Brandt invece, influenzato dall'ottocento, descrive sistematicamente le famiglie povere al fine di smuovere l'opinione pubblica. Lo sviluppo del fotogiornalismo si confronta con la divisione tra foto d'arte, attenta alla perfezione tecnica di ispirazione estetica e opera in studio, e foto giornalistica. La fotografia d'arte si divide in pittorialisti, per cui la foto deve esprime contenuti lirici, e naturalistici, e quelli della Straight Photography, per cui il bello si trova in qualsiasi immagine, soprattutto quelle che rappresentano l'uomo, influenzati dalla poetica di Walt Whitman, per il quale la bellezza si può trovare in qualsiasi particella del mondo. Alfred Stiegliz, direttore di Camera Work, delinea il nuovo corso della fotografia statunitense, influenzando generazioni di fotografia ad usare fotocamere portatili anche a fini artistici. Steichen, Weston e Strand saldarono la differenza tra fotografia bella e realistica. La crisi del '29 toccò soprattutto l'economia Americana, quindi anche il settore agrario che aveva provveduto alla meccanizzazione del lavoro. Venne quindi istituita una sezione con il fine di affrontare e risolvere il problema: la Farm Security Administration (FSA), alla cui guida vi era Redford Guy Tugwell, un economista, affiancato da Roy Striker, economista e fotografo dei problemi sociali americani. Insieme avviarono una campagna di denuncia fotografica sulle condizioni di vita degli agricoltori: 150mila foto in 8 anni di lavoro, dove si incontravano tendenze diverse, come istantaneisti e statici. Tutti i fotografi partecipanti intendevano scattare belle fotografie, tra questi Dorothea Lange spicca grazie ad una maggior sensibilità per le foto di interesse sociale. Per lei la fotografia poteva costituire uno strumento, un mezzo di ricerca al pari di grafici e questionari. La Lange aveva partecipato al gruppo di fotografi F:64 fondato da Weston con lo scopo di produrre fotografie nitide, per cui il suo lavoro viene contrassegnato da un'estetica fotografica. Altro personaggio di spicco è Walker Evans, noto al pubblico per la raccolta American Photographers, in cui si dedica ai paesaggi, alle strade e alle vedute d'insieme. Nel 1945 John Collier JR. entra nella FSA. Venti anni più tardi sarà un'autorevole esponente di antropologia e sociologia visuale. La FSA influenzò profondamente la fotografia e il fotogiornalismo degli anni successivi.

La seconda guerra mondiale e la fotografia

La seconda guerra mondiale influì anche sulla fotografia. Nel 1947 venne fondata l'agenzia Magnum, da Capa, Cartier Breton, Roger, Eisner e Vandivert, tutti accomunati dall'esperienza delle numerose guerre in corso. A loro si aggiunsero Freund e Seymour. L'intento dell'agenzia era quello di tutelare il fotografo professionale e di descrivere la storia del mondo attraverso immagini vere. Il fotogiornalismo risulta impegnato anche politicamente, esercitando una forte influenza sulla fotografia sociale (evidenziando la fotografia concerned). A partire dagli anni '50 si registrano due tendenze: la scuola estetizzante e statica (alla Weston e Evans) che si manifesta nella mostra "The Family Man", che esalta i vincoli familiari. E una forma di giornalismo spregiudicato cui punto di riferimento è "The Naked City" di Weegee, dove illustra la vita notturna di New York. Su questa scia nel 1959 Robert Frank pubblica "The Americans", in cui raffigura personaggi del sottobosco metropolitano e di periferia agricola, colti per la strada con una fotografia istantanea, prettamente giornalistica. Anche Diane Arbus si dedica ai fenomeni da baraccone dell'underground newyorkese, come nani, prostitute, travestiti e barboni. Negli anni '60 del 1900 vi è la crisi dei rotocalchi a causa della televisione, le fotografie del mondo risultano meno attraenti, e riviste come Life, Look e Match chiudono i battenti, nel frattempo però la fotografia di cronaca raggiunge il suo apice. Negli anni '70 in Italia si delinea uno scontro tra i puristi alla Weston e gli istantaneisti. Nel 1955 Stand, esponente della Straight Photography, pubblica il reportage: "Un paese", manifestando interesse per la fotografia sociale. Vi sarà quindi un susseguirsi di reportages ed inchieste, coniugando interesse entrografico, sensibilità, immedesimazione e critica sociopolitica. Le generazioni ispirate dall'agenzia Magnum, saltano così dal fotogiornalismo alla foto militante. Emerge allora la figura del paparazzo, attento narratore di espressioni di costume della vita metropolitana. Negli anni '60 i fotografi decidono di distanziarsi sia dalla fotografia commerciale, che da quella artistica, ribadendo l'impegno alla denuncia e alla presa di coscienza. All'Incontro di Sorrento del 1971 si delinea il programma dei fotografi: la fotografia deve svolgere un ruolo nella rivoluzione di classe, ponendosi come memoria storica. Nei confronti di questa tendenza Gilardi critica alcuni esiti fotografici e programmi che si impossessavano perfino della sociologia. Questo movimento caratterizza gli ultimi decenni del 1900, in cui la fotografia ormai era diventata alla portata di tutti, da questo ne deriva alla fine degli anni '60 la raccolta di ottanta mila foto di dilettanti, a cura del Centro di Informazione Ferrania usate nella mostra "La Famiglia Italiana in 100 anni di Fotografia." Sulle stesse orme la Fiat nel 1971 pubblica: "L'uomo in Fabbrica", con l'intento di documentare il lavoro in fabbrica (venne però fatto a pezzi dalla critica di sinistra.)

La storia della fotografia

La storia della fotografia può essere quindi riassunta in quattro fasi:

  • La fotografia di commiserazione, per cui il fotografo si cala nell'inferno dell'emarginazione e della miseria per conoscere una realtà ignorata e bisognosa d'aiuto. Una fotografia (come quella di Thompson) a metà tra compatimento e curiosità etnografica.
  • La fotografia filantropica (Riis e Hine, a cavallo tra ottocento e novecento) in cui il fotografo diventa operatore sociale e denuncia le contraddizioni dello sviluppo industriale, il lavoro viene favorito dalla diffusione delle fotografie a mezzo stampa, cui forma più evoluta è la FSA.
  • La fotografia di solidarietà, in cui il fotografo condivide lo stato d'animo degli emarginati, esempio sono l'Agenzia Magnum e Walter Benjamin con la Link Melancholie: la tendenza ad assimilare il disagio e a denunciarlo in una visione Marxista.
  • La fotografia di intervento o militante, in cui il fotografo diventa testimonial della lotta di classe, accompagnandosi con la sociologia e l'antropologia. Ad oggi questa tendenza si è ridimensionata, sperimentando nuovi itinerari culturali o forme espressive. Cambia anche il ruolo del fotografo dilettantista con il digitale 2.0 grazie ai selfie e a Facebook. Da tale declino degli anni '80 nasce quindi la sociologia visuale, all'inizio.
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Uranus75 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Mattioli Francesco.
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