Tracciati sociologici
Genius loci
Oltre il limite
Difficilmente, quando ci accostiamo a un luogo, ci limitiamo ad osservare i caratteri manifesti con un occhio freddamente nazionale. L’istinto talvolta ci spinge inconsciamente ad attribuire sembianze antropomorfiche a quei luoghi. Gli esseri umani hanno sempre sospettato che la realtà andasse oltre l’apparenza. Un volo di uccelli significa qualcosa; le viscere di una vittima sacrificale ne suggerivano un’altra; la disposizione dei ciottoli lanciati casualmente sulla sabbia un’altra ancora. L’uomo ha cominciato a immaginare l’esistenza di una divinità proprio a partire dalla morfologia della natura: gli egiziani hanno visto nel sole la presenza di Amun-Ra. Quasi tutte le popolazioni hanno individuato nel sole il dio supremo, quello che dà luce, calore e vita. Ma altrettanto importante appare la funzione dell’acqua: come il sole, essa garantisce la vita. Nelle credenze antiche anche una grotta possiede un significato religioso: essa infatti costituisce il passaggio misterioso attraverso il quale si giunge a un più intenso rapporto con la dea madre, la terra.
Ma i Greci, soprattutto i Greci, hanno sviluppato un vero e proprio culto dei luoghi. Nell’immaginario greco anche un bosco, una fonte, un fiume sembravano celare una divinità che occorreva riverire e rispettare. I Romani avevano ereditato già dalla cultura etrusca la concezione di una realtà fenomenica fortemente condizionata dalla presenza di forze sovrannaturali. Ma l’incontro con la religione greca non fece che rafforzare le credenze dei Romani. È allora, in un periodo che va dal III al II avanti Cristo, che sembra diffondersi con particolare intensità l’idea dell’esistenza di uno spirito in grado di sovrintendere, ma anche di esprimere, plasmare e rappresentare pressoché ogni luogo: un genius loci.
Molti autori Latini consigliano di entrare in armonia con il genio del luogo, per poter assaporare il piacere di una simbiosi totale con la natura: il locus amoenus, cioè un ambiente di particolare suggestione, che evoca pace, tranquillità e bellezza. Si poteva credere che il cristianesimo avrebbe spazzato via queste credenze; ma non fu così. Al contrario, il cristianesimo deve il suo travolgente successo anche alla capacità di sovrapporsi a culti, liturgie e credenze fortemente radicate nelle religioni del Mediterraneo e del Vicino Oriente.
Anche il genius loci sopravvive al cristianesimo; lo spirito del luogo cominciò ad essere sempre più spesso incarnato da un “santo protettore”. Il rinascimento, il classicismo e poi il romanticismo, rievocando la cultura classica, ritrovarono anche i concetti di locus amoenus e di genius loci. Fu probabilmente il Gran Tour a favorire questa riscoperta; per quasi tre secoli viaggiatori francesi, tedeschi e inglesi invasero l’Italia e la Grecia alla ricerca delle testimonianze del mondo classico. Emblematico appare il pensiero di John Ruskin, scrittore e critico d’arte, appassionato protagonista di più di un Gran Tour in Italia nell’800. Secondo Ruskin le rovine devono essere lasciate al loro destino, senza alcun intervento a loro sostegno, al fine di preservarne la vita, l’identità e le impronte che su di esse hanno lasciato i nostri predecessori. Nella visione di Ruskin è chiaro che “le pietre parlano” e quindi possiedono un’anima che non può essere restaurata.
A partire da Ruskin, dunque, si delinea un nuovo aspetto del genius loci: non più soltanto quella sorta di spiritello del paesaggio naturale, ma anche rappresentante e simbolo di un prodotto all’opera dell’uomo, sia esso un’architettura o una città. Tuttavia, il concetto di genius loci, quando si attribuisce all’opera dell’uomo, suggerisce un approccio allo “spirito del luogo”. Non è un caso, infatti, che esso sia stato ripreso dalla storia dell’architettura soprattutto per analizzare l’identità urbana.
L’identità dei luoghi
L’identità è quel complesso di caratteristiche che rendono qualcuno distinguibile da tutti gli altri. Ciascuno di noi ha la consapevolezza della propria identità, acquisendo una autocoscienza. Ma a questo processo di introspezione si associa anche la capacità di riconoscersi allo specchio, e di riscontrare che quella specificità si ritrova anche nei nostri caratteri fisiognomici.
L’uomo possiede un istinto alla socialità che lo induce a realizzare compiutamente sé stesso solo nel rapporto interpersonale, cioè nella relazione con i propri simili. Allora, l’identità si completa e si rafforza nel processo di interazione sociale. Noi acquistiamo un’identità sociale quando mettiamo in gioco il nostro io nel rapporto con gli altri. Il concetto di identità si lega immediatamente a quello di appartenenza e acquista un’importanza cruciale comprendere il nesso tra i due. L’appartenenza costituisce uno dei primi elementi utili a definire l’entità dell’altro, ma allo stesso tempo anche noi, quando entriamo in contatto con l’Altro, comunichiamo la nostra identità. Riconosciamo l’uomo dalla donna in virtù di un diverso uso del vestiario, il poliziotto dalla divisa, ecc. Anche in passato accadeva che alcuni simboli avessero una forte funzione di rappresentanza e di appartenenza: basti pensare all’importanza degli stemmi cittadini e a quelli di famiglia. Si comprende allora quale sia l’importanza dei simboli di gruppo.
L’esistenza di simboli comuni non solo crea una unità sociale di tipo materiale, ma fonda una coscienza collettiva, un senso profondo di appartenenza. La fedeltà dell’individuo al gruppo viene rafforzata non soltanto da simboli. Ogni comunità sociale rafforza la propria identità anche facendo riferimento a uno specifico legame con il territorio. La città, con le sue case, le sue vie, le sue mura, i suoi manufatti “rappresenta un’entità permanente che sopravvive all’avvicendarsi di molte generazioni”, e diventa quasi la manifestazione concreta, materiale della comunità intesa come soggetto collettivo. È su queste basi che si sviluppa il senso della patria.
Il luogo dunque non è un mero spazio fisico: esso assume significato con la storia; e rappresenta un punto di riferimento per l’identità e per il senso di appartenenza dell’individuo. È la condivisione di uno spazio e l’assegnazione a questo spazio di un significato simbolico che rafforza la coesione sociale di un gruppo, di una comunità e persino di una nazione. La cultura, nelle sue varie manifestazioni, condiziona e consolida l’identità sociale e il senso di appartenenza degli individui. Dunque l’appartenenza costituisce un fattore di grande rilievo nel consolidamento della personalità e dell’identità sociale e il senso di appartenenza induce ad uno stato di disorientamento, ad un senso di alienazione.
In ogni caso, l’identità e il senso di appartenenza non riguardano soltanto i rapporti tra l’individuo e il gruppo o la collettività; essi sono strettamente legati anche a una componente territoriale. In effetti, si è notato che, qualora si profili all’orizzonte qualche minaccia al senso di appartenenza, una delle prime reazioni istintive degli individui consiste nel rafforzare la propria identificazione con il territorio (il campanilismo, o municipalismo, inteso come eccessivo attaccamento al luogo natìo).
Finora si è parlato di un’identità che appartiene agli individui e che costoro riservano sui luoghi; ma questa è soltanto una delle due facce della medaglia. In realtà, esiste un’identità che è propria dei luoghi. Un luogo costituisce un punto di riferimento per il senso di appartenenza dell’individuo nella misura in cui ad esso sia stato assegnato un determinato significato simbolico, nel corso della storia. Quel significato è esattamente l’identità del luogo. Si pensi al Colosseo: nella sua storia l’Anfiteatro Flavio è stato teatro di giochi gladiatori e di esecuzione di martiri cristiani; ma per almeno una dozzina di secoli è stato soprattutto cava di marmi, baraccopoli e fortilizio militare. Quale identità gli viene assegnata oggi? Certamente quella di duelli fra gladiatori da quando Benedetto XIV lo consacrò come luogo dedicato a Cristo e ai martiri cristiani, il Colosseo ha acquistato ancora di più il suo significato simbolico.
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