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Riassunto esame Sociologia dei new media e internet studies, prof. Boccia Artieri, libro consigliato Ossessioni collettive, Geert, Lovink

Riassunto usato per l'esame di Sociologia dei new media e internet studies, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dal prof. Boccia Artieri: "Ossessioni collettive", Geert, Lovink. Università degli studi Carlo Bo - Uniurb, facoltà di Scienze della comunicazione. Scarica il file in PDF!

Esame di Sociologia dei new media e internet studies docente Prof. G. Boccia Artieri

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Ossessioni collettive

Un tempo internet cambiava il mondo, oggi è il mondo a cambiare internet.

Inizialmente internet colmava le lacune della vecchia sfera pubblica e

rappresentava la nuova frontiera della liberà di espressione proprio in quanto

struttura di comunicazione distribuita (da molti a molti) in grado di superare le

asimmetrie verticali dei media tradizionali e della democrazia rappresentativa.

Oggi assistiamo invece al collasso del modello di consenso in stile liberitario.

Evapora il concetto di internet come sfera autonoma non regolamentata,

crescono le critiche sulla violazione della privacy e su quello che Dean definisce

“capitalismo comunicativo”: il discorso acquista infatti importanza, ma non riesce

a concretizzarsi a livello sociopolitico. Allo stesso modo, gli utenti dei blog non

perseguono grandi ideali, ma rivelano una cultura di “distaccato coinvolgimento”,

con discussioni che hanno luogo in “camere di risonanza” in cui utenti accomunati

dalla stessa opinione evitano (più o meno coscientemente) il dibattito con

avversari politici o culturali.

Google si propone di “organizzare l’informazione del mondo” sfruttando le 3

caratteristiche del web 2.0: semplicità di utilizzo, facilitazione della socialità e

offerta di piattaforme gratuite. Le aziende non guadagnano più a livello di

produzione, ma controllando i canali di distribuzione.

Tra i critici del web 2.0 troviamo:

- Keen, che lo considera come “darwinismo digitale” in cui sopravvivono solo le

voci più forti. In “The cult of the amateur” (uno dei primi lavori critici del

sistema di pensiero del web 2.0), egli sostiene come l’ignoranza, l’egoismo e il

cattivo gusto delle masse incontrollabili abbiano porto ad uno scenario in cui

tutti ritrasmettono e nessuno ascolta. Il web 2.0 ha quindi decimato i “custodi

culturali”.

- Carr segnala invece la “svolta neurologica” avvenuta con la nascita del cloud

computing (tecnologia che permette di memorizzare e elaborare dati grazie a

risorse distribuite in un’architettura tipica client-server), grazie a cui si passa

dall’epoca del pc autonomo a quella dei pc connessi tra loro. In tal modo

Google potrebbe costruire un cervello artificiale superiore a quello umano, che

aumenta intelligenza e profitto ad ogni nostro link ciccato, dando sempre più

forma c ciò che vediamo e a come lo vediamo.

- Wolf sottolinea invece come chi naviga parecchio online perda l’abilità di

leggere e mantenere l’attenzione necessaria per una “lettura profonda” che

consenta di apprezzare racconti corposi e monografie dettagliate. Gli spazi della

Rete sono infatti disimpegnati, i contenuti vengono consumati a ritmo frenetico,

passando immediatamente ad altro.

- Schirrmacher (appoggiando Carr) dimostra infine l’esistenza di cervelli umani

deteriorati dalla tecnologia dell’online e approdati alla condizione di un “io

esausto”. Le culture del web 2.0 hanno infatti creato ambienti online a tenuta

stagna, che ospitano decine di milioni di persone impegnate a lavorare,

chiacchierare, girovagare e giocare online, incuranti di quel che insegnanti,

genitori, giornalisti o personaggi famosi abbiano da dire sui social network.

Twitter e Facebook, secondo l’autore, si sono aggiunti al flusso di informazione

di tv, radio e stampa, imponendoci di vivere in uno stato di allerta continua,

piegati alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte.

- Lanier, ricercatore informato appartenente alla cultura hippie dell’era pre-web

ribadisce l’effetto riduttivo della “saggezza della folla”, che sopprime le voci dei

singoli a favore delle norme imposte dalla massa. La cultura libera, oltre a

ridurre drasticamente i ricavi di artisti ed esecutori, scoraggia anche la

sperimentazione di nuove sonorità musicali, favorendo quello che egli definisce

“l’esaurimento dei modelli” (in cui la cultura non riesce a produrre varianti dei

modelli tradizionali).

Si trasformano tempo statico (espresso nelle pagine web) e flusso continuo di

dati (visibile nelle chat). Si è infatti connessi 24 ore su 24, con tempo di risposta

e disponibilità di aggiornamenti più veloci rispetto ai vecchi media. Internet come

progetto dotato di protocolli distinti dalla vita quotidiana ha perso senso e scopo.

Se nell’ultimo decennio l’implementazione delle reti informatiche ha alterato

l’attività quotidiana e il ritmo lavorativo, le procedure dell’iter decisionale sono

tuttavia rimaste aderenti ai tradizionali impianti organizzativi (si pensi a Twitter,

strumento di pubbliche relazioni per le figure politiche, ma incapace di incidere

sulla legittimità istituzionale).

I link invitano a visualizzare contenuti o pagine, ovvero legami che simbolizzano

la reputazione, creando un traffico che genera profitti indicano una positiva

approvazione del contenuto. I “mi piace” creano connessioni meno relazionali, ma

sono ugualmente utili. Vise sostiene infatti che il numero di link verso un sito può

servire a misurarne la popolarità, così come il mi piace rappresenta il nuovo

standard per promuovere siti e pagine web.

Nel web 2.0 vengono meno comportamenti corretti degli utenti, a favore di

opinioni polarizzate ed estremiste e fenomeni come abusi, censura politica e

pornografia infantile. Internet si trasforma quindi in un campo di battaglia, in cui

tuttavia il web 2.0 consente di filtrare i contenuti. Emerge infatti verso la fine

degli anni 90 (in seguito alla prima ondata di utenti in rete) il concetto di netizen,

persona in grado di moderare e calmare i dibattiti senza assumere atteggiamenti

repressivi, ma agendo esclusivamente nello spirito della buona condotta. Col web

1.0 la rete era stata progettata per tenere alla larga i legislatori, ma poi nel ’95

internet si aprì alle masse e dopo l’11 settembre nacquero istituzioni di legislatori

atti ad arginare il cybercrimine e programmi per monitorare il web nazionale. I

nuovi media hanno superato la fase introduttiva, continuando tuttavia a

scontrarsi con strutture sociali e politiche pre-esistenti, man mano che le

multinazionali e le tradizionali istituzioni della conoscenza si trovano a

fronteggiare le dirompenti implicazioni dell’attività in rete.

Per monitorare ed isolare gli IP nazionali sono infatti nate tecnologie

geolocalizzate, utilizzabili in due modi:

- “Nazionalismo culturale”, ovvero negando l’accesso agli utenti fuori dai confini

per salvaguardare il patrimonio culturale;

- o impedendo ai cittadini residenti entro i confini di visitare siti stranieri.

La lingua funge da vincolo trainante del web nazionale grazie anche al sistema

chiamato UNICODE, un protocollo che assegna una stringa di codice a tutti i

simboli di ogni lingua del mondo. Gli spazi nazionali consentono inoltre alle

agenzie di sicurezza di monitorare le comunicazioni per reprimere dissensi e

opposizioni.

Si sono riscontrate molte difficoltà nel creare una teoria della rete che superasse

le analisi culturali ossessionate dall’identità ed evitasse di medicalizzare o

moralizzare il dibattito su internet e società. La cultura di internet resta perciò

bloccata tra autoreferenzialità e criteri istituzionali, rafforzando le attuali strutture

di potere. Le ricerche post-universitarie non riescono a tenere il ritmo dei

cambiamenti e si auto-condannano a investigare reti e percorsi culturali in via

d’estinzione.

Dato che l’oggetto di studio è perennemente in stato di riflusso, ci si trascina in

uno stato che Stiegler definisce “farmacologico” in cui nessuno si pone come

guida (mentre editorialisti e comici trattano i new media come gadget).

L’approccio sociologico all’analisi dei social network, basato su prospettive troppo

umane e poco tecnologiche, si è rivelato inadatto per le contraddizioni della

società in rete. L’oggetto di studio è stato allora derivato diviso in più teorie

(comunità virtuali e masse intelligenti con Rheignold, spazio di flussi con Castells,

legami deboli di Gladwell, cultura partecipativa di Jenkins, saggezza delle folle

con Surowiecki, web 2.0 con O’Reilly, ecc), che illustrano efficacemente il modo

in cui emergono e crescono le reti, così come le forme da esse assunte, non

soffermandosi tuttavia su come queste vengano integrate nella società e sui

possibili conflitti. E’ tuttavia impossibile limitarsi a studiare i modelli di

potenzialità e crescita come fenomeni pseudo-naturali (le cosiddette forme

matematiche delle reti).

La psicopatologia del sovraccarico di informazioni è l’impossibilità di gestire un

flusso di dati, sentita soprattutto dalle persone della classe medio-alta, che lavora

maggiormente al pc e necessita pertanto di un maggior tempo nella ricerca di

informazioni sul web. Le cause della caduta d’attenzione sono quindi passate

dalla proliferazione di canali tv e titoli di giornali ad enormi archivi online, che

hanno tuttavia provocato sintomi analoghi: l’impossibilità di gestire il flusso dei

dati e la decisione di lasciar accumulare i dati in arrivo fino al crollo del sistema.

L’utente cerca quindi di prendere parte alla società dell’informazione per non

restare vittima della “questione generazionale”, a causa delle limitate capacità di

multitasking (soprattutto maschili). I nativi digitali trascurano tuttavia

maggiormente la dieta mediale e sono quindi colpiti in maniera più insistente

dall’attacco di dati.

Molti cercano di compensare il sovraccarico sensoriale trascorrendo offline periodi

qualitativamente importanti. Internet non è infatti un luogo in cui andare, ma un

modo di pensare e pensarci che penetra costringendoci ad interrogarci

costantemente sul nostro stare e rappresentarci nel mondo. La logica dei siti di

social media è penetrata nelle nostre coscienze grazie alla capacità di offrire un

eccesso di possibilità per dire chi siamo e cosa facciamo, dandoci un pubblico

(rimodellando quindi esibizionismo e voyeurismo).

- Secondo Sherry Turkle, nei mondi virtuali e nei videogiochi le persone si

appiattiscono in personae, ossia in profili. Ci su muove velocemente sostituendo

parole con lettere e sentimenti con emoticon, ponendo domande pratiche ma

che non aprono al dialogo sui sentimenti, generando un’intima solitudine.

- Jurgenson parla invece di feticizzazione dell’offline, ovvero dell’ossessione per i

modi in cui ci scolleghiamo, come se i media digitali erodessero il senso del

“reale”. Ciò accade perché viviamo in una realtà aumentata data

dall’intersezione tra informazione e materia, digitale e fisico, tecnologie e corpi,

atomi e bit, off e online, in una real life che comprende tutto. La società digitale

riprogramma infatti la vita interiore, in cui vengono interiorizzati i social media.

- Boyd afferma, infatti, che per esistere online i ragazzi vivono e si raccontano

contemporaneamente, “sporgendosi” nell’ambiente digitale in cui vedono e sono

visti. La tecnologia si limita quindi a rendere visibile le dinamiche culturali

dell’individualismo.

Dato che connessione e disponibilità non coincidono, la disconnessione è un

valore se serve a salvare carriera e vita privata dall’ansia e da ciò che non

dovrebbe essere pubblicato (comprensibile prendendo, ad esempio, la nonna,

come riferimento di pubblico). La connessione non è tuttavia causa di perdita di

sentimenti, bensì del collasso tra intimità e spazio esterno. Il panico morale

generato dalla riflessione su ciò che la tecnologia potrebbe togliere è tuttavia

simile a quello che i romanzi suscitavano a proposito della moralità delle donne.

Nella rete, l’identità è espressa anche attraverso meccanismo di giochi e second

life, in cui si impersona un ruolo diverso la quello della vita reale, all’interno di

comunità virtuali in cui l’idealizzazione si sostituisce alla conoscenza. Internet,

quindi non ci determina, ma ci fornisce della affordance tramite cui ci si ancora a

quelli che Goffman descrive come sé possibili e sperati, dando vita ad un self

branding in cui si utilizzano gli altri come mezzi di conferma del sé. Freud ha

infatti sempre sostenuto che mettendo in scena il proprio vissuto privato si

socializza di più.

La narcosi della presenza in rete è invece determinata dalla differenza tra quelli

che Berardi chiama il cyberspazio (concettualmente infinito) e il cybertempo (la

capacità dell’organismo cosciente di elaborare informazioni cyberspaziali, che ha

causato la frammentazione del tempo). Egli sostiene che per sopravvivere a

questa epidemia sociale bisogna essere competitivi, ossia restare connessi

ricevendo ed elaborando i dati, malgrado il costante stress per l’attenzione e il

calo del tempo per l’affettività. Nel tentativo di sincronizzare i propri corpi, i

lavoratori prendono medicinali come Prozac e Viagra o sostanze come cocaina e

amfetamine: applicando questa teoria ad internet, ci troviamo di fronte alla

cosiddetta “origine del caos contemporaneo”, di un mondo che va troppo veloce

per il nostro cervello. Per comprendere appieno il sovraccarico dobbiamo

concentrarci sui giovani, che, secondo Fisher, vivono ormai in uno stato di

edonismo depressivo, capaci di impegnarsi solo nella ricerca del piacere e

indifferenti verso una società percepita come statica e immutabile. Per Berardi

dobbiamo quindi sforzarci di immaginare un nuovo modo di crescere gli esseri

umani nell’infosfera, proprio in virtù del fatto che non stiamo più diventando

digitali, ma ci troviamo nel bel mezzo di un nuovo paradigma della rete, in cui,

secondo Fisher, il postmodernismo viene naturalizzato e definisce la sua

inespressa visione del mondo come “impotenza riflessiva” (che più di

un’osservazione passiva dello stato preesistente delle cose rappresenta una

profezia che si autoavvera).

Ostacolo all’emergere di reazioni è la possibilità di ritirarsi in una posizione di

indifferenza: i giovani sperimentano un mondo intoccabile. Berardi collega tutto

ciò alla perdita dell’affetto materno e della voce paterna, sostituiti dalla

meccanicità di tv e computer, fonti primarie per l’acquisizione del linguaggio. Non

ci si richiama più alla moderazione o al filtro delle informazioni, ma si naviga con

gli occhi bendati, così che i flussi non penetrano la nostra armatura mentale.

Berardi afferma infatti che il problema non è la tecnologia, bensì la combinazione

distruttiva tra stress da informazione e competizione, desiderio di essere i primi.

L’abbassamento di cultura in storia, arte e letteratura ha spinto le istituzioni

culturali a catalogare i loro capolavori. L’intenzione di Google è tuttavia quella di

manipolare i dati, e non di organizzare l’informazione nel mondo.

La capacità di autocontrollo sull’informazione si raggiunge quando, oltre ad

apprendere l’utilizzo degli strumenti, si riesce a padroneggiarli quando arriva il

momento di metterli da parte. Questa strategia del rifiuto non è però condivisa

dai giovani, soddisfatti dei servizi offerti e tendenti alla comunicazione in diretta,

ma la cui attenzione è sempre più focalizzata su loro stessi.

Carr si sofferma invece sull’impatto a lungo termine sulla società. La rete riduce

infatti la capacità di conoscere un tema per conto proprio, il pensiero profondo e

la lettura, a favore dello sviluppo dei meccanismi neurali riservati a multitasking

e filtraggio delle informazioni.

Si prospetta tuttavia una quarta fase di internet in cui gli utenti cercheranno di

trovare la dimensione di internet nella vita quotidiana. Secondo Freud, infatti,

nell’età dell’informazione dimentichiamo i nomi e facciamo errori grammaticali

per poi incolpare noi stessi, senza renderci conto che la nostra attenzione sfugge

dalla capacità di memoria per trasferirsi verso le architetture dei sistemi di

informazione.

L’ansia è oggi passata dal dimenticare qualcosa al trovare qualcos’altro:

rimaniamo interdetti se non troviamo il file giusto o inseriamo termini incompleti

nelle ricerche online. Quando invece ci imbattiamo in qualcosa di valido,

decidiamo di inoltrarlo, parlarne sul blog, farne un tweed o linkarlo. Cediamo alla

pressione di voler catalogare i dati e ci uniamo a sciami di “intelligenza collettiva”

per donare la nostra saggezza alle folle. I siti web di conseguenza mostrano i

materiali più letti, visualizzati e inviati, fornendo consigli agli utenti con gusti

analoghi tramite le liste di testi o brani che siamo invitati a creare.

Con la nascita della blogosfera nel 2003-2004, internet è stata inondata di

contenuti autopromozionali e Facebook ha innescato una progressiva crisi

dell’identità.

La molteplicità dell’io deriva dal desiderio degli utenti di diventare qualcun altro

attraverso gli pseudonimi, ovvero attraverso una serie di maschere

intercambiabili. All’epoca, internet rappresentava l’emancipazione distribuita, ma

dopo gli attentati dell’11 settembre, la guerra al terrorismo ha distrutto il

desiderio di una seconda identità all’emergere dei controlli globali.

La sociologa Illouz sostiene che l’io moderno è un’identità autonoma incapace di

valorizzare sé stessa. Il capitalismo è stato infatti trasformato in una cultura

emotiva (o capitalismo emotivo), nel momento in cui la vita privata è stata resa

pubblica tramite autoscoperta, autoproduzione e autorealizzazione.

La psicopatologia ha così decretato il trionfo dei cervelli svuotati dediti all’iper-

consumismo, ossia al consumo e all’accumulo di oggetti esterni e materiali. La

giornalista Gare prefigura infatti l’analisi sulla cultura pop dei new media, in cui i

giovani vivono in stato di sospensione, ossessionati dall’esigenza di navigare per

tenersi aggiornati ed essere connessi senza scopo, al punto da ignorare il crollo

dell’infrastruttura pubblica.

L’anonimato assoluto è stato sostituito dal desiderio di diventare qualcun altro

(anche a causa della sfera politi, che non consente più l’anonimato completo).

I commenti un tempo avevano un senso critico, mentre ora chiunque può

commentare anche i fatti più banali, attirando visitatori curiosi che offriranno

ulteriori repliche, aumentando il volume di traffico attorno a determinati siti con

temi specifici.


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10 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Informazione, media e pubblicità
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei new media e internet studies e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Boccia Artieri Giovanni.

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