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Ossessioni collettive

Un tempo internet cambiava il mondo, oggi è il mondo a cambiare internet. Inizialmente internet colmava le lacune della vecchia sfera pubblica e rappresentava la nuova frontiera della libertà di espressione proprio in quanto struttura di comunicazione distribuita (da molti a molti) in grado di superare le asimmetrie verticali dei media tradizionali e della democrazia rappresentativa.

Oggi assistiamo invece al collasso del modello di consenso in stile liberitario. Evapora il concetto di internet come sfera autonoma non regolamentata, crescono le critiche sulla violazione della privacy e su quello che Dean definisce “capitalismo comunicativo”: il discorso acquista infatti importanza, ma non riesce a concretizzarsi a livello sociopolitico.

Allo stesso modo, gli utenti dei blog non perseguono grandi ideali, ma rivelano una cultura di “distaccato coinvolgimento”, con discussioni che hanno luogo in “camere di risonanza” in cui utenti accomunati dalla stessa opinione evitano (più o meno coscientemente) il dibattito con avversari politici o culturali.

Il ruolo di Google e il web 2.0

Google si propone di “organizzare l’informazione del mondo” sfruttando le tre caratteristiche del web 2.0: semplicità di utilizzo, facilitazione della socialità e offerta di piattaforme gratuite. Le aziende non guadagnano più a livello di produzione, ma controllando i canali di distribuzione.

  • Keen, che lo considera come “darwinismo digitale” in cui sopravvivono solo le voci più forti. In “The cult of the amateur” (uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero del web 2.0), egli sostiene come l’ignoranza, l’egoismo e il cattivo gusto delle masse incontrollabili abbiano portato a uno scenario in cui tutti ritrasmettono e nessuno ascolta. Il web 2.0 ha quindi decimato i “custodi culturali”.
  • Carr segnala invece la “svolta neurologica” avvenuta con la nascita del cloud computing (tecnologia che permette di memorizzare e elaborare dati grazie a risorse distribuite in un’architettura tipica client-server), grazie a cui si passa dall’epoca del pc autonomo a quella dei pc connessi tra loro. In tal modo Google potrebbe costruire un cervello artificiale superiore a quello umano, che aumenta intelligenza e profitto ad ogni nostro link cliccato, dando sempre più forma a ciò che vediamo e a come lo vediamo.
  • Wolf sottolinea invece come chi naviga parecchio online perda l’abilità di leggere e mantenere l’attenzione necessaria per una “lettura profonda” che consenta di apprezzare racconti corposi e monografie dettagliate. Gli spazi della rete sono infatti disimpegnati, i contenuti vengono consumati a ritmo frenetico, passando immediatamente ad altro.
  • Schirrmacher (appoggiando Carr) dimostra infine l’esistenza di cervelli umani deteriorati dalla tecnologia dell’online e approdati alla condizione di un “io esausto”. Le culture del web 2.0 hanno infatti creato ambienti online a tenuta stagna, che ospitano decine di milioni di persone impegnate a lavorare, chiacchierare, girovagare e giocare online, incuranti di quel che insegnanti, genitori, giornalisti o personaggi famosi abbiano da dire sui social network. Twitter e Facebook, secondo l’autore, si sono aggiunti al flusso di informazione di tv, radio e stampa, imponendoci di vivere in uno stato di allerta continua, piegati alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte.
  • Lanier, ricercatore informato appartenente alla cultura hippie dell’era pre-web ribadisce l’effetto riduttivo della “saggezza della folla”, che sopprime le voci dei singoli a favore delle norme imposte dalla massa. La cultura libera, oltre a ridurre drasticamente i ricavi di artisti ed esecutori, scoraggia anche la sperimentazione di nuove sonorità musicali, favorendo quello che egli definisce “l’esaurimento dei modelli” (in cui la cultura non riesce a produrre varianti dei modelli tradizionali).

Si trasformano tempo statico (espresso nelle pagine web) e flusso continuo di dati (visibile nelle chat). Si è infatti connessi 24 ore su 24, con tempo di risposta e disponibilità di aggiornamenti più veloci rispetto ai vecchi media.

Implicazioni sociopolitiche e culturali

Internet come progetto dotato di protocolli distinti dalla vita quotidiana ha perso senso e scopo. Se nell’ultimo decennio l’implementazione delle reti informatiche ha alterato l’attività quotidiana e il ritmo lavorativo, le procedure dell’iter decisionale sono tuttavia rimaste aderenti ai tradizionali impianti organizzativi (si pensi a Twitter, strumento di pubbliche relazioni per le figure politiche, ma incapace di incidere sulla legittimità istituzionale).

I link invitano a visualizzare contenuti o pagine, ovvero legami che simbolizzano la reputazione, creando un traffico che genera profitti indicano una positiva approvazione del contenuto. I “mi piace” creano connessioni meno relazionali, ma sono ugualmente utili. Vise sostiene infatti che il numero di link verso un sito può servire a misurarne la popolarità, così come il mi piace rappresenta il nuovo standard per promuovere siti e pagine web.

Nel web 2.0 vengono meno comportamenti corretti degli utenti, a favore di opinioni polarizzate ed estremiste e fenomeni come abusi, censura politica e pornografia infantile. Internet si trasforma quindi in un campo di battaglia, in cui tuttavia il web 2.0 consente di filtrare i contenuti.

Emerge infatti verso la fine degli anni 90 (in seguito alla prima ondata di utenti in rete) il concetto di netizen, persona in grado di moderare e calmare i dibattiti senza assumere atteggiamenti repressivi, ma agendo esclusivamente nello spirito della buona condotta. Col web 1.0 la rete era stata progettata per tenere alla larga i legislatori, ma poi nel ’95 internet si aprì alle masse e dopo l’11 settembre nacquero istituzioni di legislatori atti ad arginare il cybercrimine e programmi per monitorare il web nazionale.

Geolocalizzazione e controllo

Per monitorare ed isolare gli IP nazionali sono infatti nate tecnologie geolocalizzate, utilizzabili in due modi:

  • “Nazionalismo culturale”, ovvero negando l’accesso agli utenti fuori dai confini per salvaguardare il patrimonio culturale;
  • O impedendo ai cittadini residenti entro i confini di visitare siti stranieri.

La lingua funge da vincolo trainante del web nazionale grazie anche al sistema chiamato UNICODE, un protocollo che assegna una stringa di codice a tutti i simboli di ogni lingua del mondo. Gli spazi nazionali consentono inoltre alle agenzie di sicurezza di monitorare le comunicazioni per reprimere dissensi e opposizioni.

Teorie della rete e limiti della ricerca

Si sono riscontrate molte difficoltà nel creare una teoria della rete che superasse le analisi culturali ossessionate dall’identità ed evitasse di medicalizzare o moralizzare il dibattito su internet e società. La cultura di internet resta perciò bloccata tra autoreferenzialità e criteri istituzionali, rafforzando le attuali strutture di potere. Le ricerche post-universitarie non riescono a tenere il ritmo dei cambiamenti e si auto-condannano a investigare reti e percorsi culturali in via d’estinzione.

Dato che l’oggetto di studio è perennemente in stato di riflusso, ci si trascina in uno stato che Stiegler definisce “farmacologico” in cui nessuno si pone come guida (mentre editorialisti e comici trattano i new media come gadget). L’approccio sociologico all’analisi dei social network, basato su prospettive troppo umane e poco tecnologiche, si è rivelato inadatto per le contraddizioni della società in rete.

L’oggetto di studio è stato allora derivato diviso in più teorie (comunità virtuali e masse intelligenti con Rheignold, spazio di flussi con Castells, legami deboli di Gladwell, cultura partecipativa di Jenkins, saggezza delle folle con Surowiecki, web 2.0 con O’Reilly, ecc), che illustrano efficacemente il modo in cui emergono e crescono le reti, così come le forme da esse assunte, non soffermandosi tuttavia su come queste vengano integrate nella società e sui possibili conflitti.

È tuttavia impossibile limitarsi a studiare i modelli di potenzialità e crescita come fenomeni pseudo-naturali (le cosiddette forme matematiche delle reti). La psicopatologia del sovraccarico di informazioni è l’impossibilità di gestire un flusso di dati, sentita soprattutto dalle persone della classe medio-alta, che lavora maggiormente al pc e necessita pertanto di un maggior tempo nella ricerca di informazioni sul web.

Le cause della caduta d’attenzione sono quindi passate dalla proliferazione di canali tv e titoli di giornali ad enormi archivi online, che hanno tuttavia provocato sintomi analoghi: l’impossibilità di gestire il flusso dei dati e la decisione di lasciar accumulare i dati in arrivo fino al crollo del sistema.

L’utente cerca quindi di prendere parte alla società dell’informazione per non restare vittima della “questione generazionale”, a causa delle limitate capacità di multitasking (soprattutto maschili). I nativi digitali trascurano tuttavia maggiormente la dieta mediale e sono quindi colpiti in maniera più insistente dall’attacco di dati.

Molti cercano di compensare il sovraccarico sensoriale trascorrendo offline periodi qualitativamente importanti. Internet non è infatti un luogo in cui andare, ma un modo di pensare e pensarci che penetra costringendoci ad interrogarci costantemente sul nostro stare e rappresentarci nel mondo. La logica dei siti di social media è penetrata nelle nostre coscienze grazie alla capacità di offrire un eccesso di possibilità per dire chi siamo e cosa facciamo, dandoci un pubblico (rimodellando quindi esibizionismo e voyeurismo).

Secondo Sherry Turkle, nei mondi virtuali e nei videogiochi le persone trovano...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiovannaUrb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei new media e internet studies e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Boccia Artieri Giovanni.
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