Il tramonto dell'Europa
Finanza e società nel vecchio continente
Enzo Lombardo
L'ascesa
Capitolo II: banchieri nel medioevo
Secondo Pirenne, i primi banchieri del Medioevo furono i cambiavalute che si erano arricchiti grazie alla diversità delle monete circolanti oppure i grandi mercanti che prestavano i loro ingenti capitali derivanti dal commercio. Il potere dei richiedenti però, metteva spesso in pericolo il rimborso della somma. A seconda del rischio gli interessi potevano andare dal 5 al 24%. Era la guerra a richiedere soprattutto grandi spese, ma anche i tornei cavallereschi e le spese voluttuarie (cibi, spezie, abiti, compensi di corte).
Allo stesso tempo, le monarchie di quel periodo non riuscivano a conseguire fonti di finanziamento stabili e adeguate mediante il fisco. A volte furono incaricati gli stessi banchieri per la riscossione delle imposte. Nei primi decenni del 300, alcune famiglie fiorentine e norditaliane misero in piedi un vasto sistema di credito, rivelatosi alla fine troppo fragile. I Bardi possedevano almeno 25 banchi (oggi filiali) in Italia e in Europa, nei quali si poteva cambiare monete, ricevere prestiti, incassare o scambiare banconote.
Nel 1290, Edoardo I re d’Inghilterra perseguì e cacciò gli usurai ebrei dal suo regno, dai quali aveva preso in prestito una somma notevole per conquistare il Galles e per l’ottava e nona crociata. Edoardo I si affidò a nuovi creditori, la Lega anseatica e i banchieri fiorentini Frescobaldi, per difendere il ducato della Guascogna da Filippo IV il Bello, re di Francia.
Lo stesso Filippo si faceva finanziare da famiglie di banchieri italiani come i Ricciardi di Lucca e i Chiarenti di Pistoia che furono cacciati dal regno determinandone la crisi. Le famiglie di finanzieri lucravano anche sul debito pubblico delle proprie città: una % delle entrate cittadine era impiegata per ripagare gli interessi del debito, che generava una spirale inarrestabile; di conseguenza, i creditori vivevano di rendita, mentre le città perdevano la possibilità di investire e le tasse per far fronte a tali spese generavano rivolte.
Tornando all’Inghilterra, il potere dei nuovi banchieri si consolidò durante il regno di Edoardo II. Nel 1311 però i Frescobaldi furono imprigionati e i loro beni confiscati. Sotto Edoardo III, furono i Bardi e i Peruzzi i finanzieri più importanti. I mercanti facevano credito ai re inglesi anche per ampliare il lana: l’Inghilterra riforniva le industrie laniere fiorentine, oltre ai tessitori delle loro commerci delle Fiandre che producevano per le fiere della Champagne.
In cambio dei prestiti, i fiorentini chiedevano come garanzia il controllo doganale dei porti inglesi; i Bardi e i Peruzzi, che avevano chiesto a loro volta notevoli prestiti da altri creditori per sostenere la corona inglese, erano soliti prendere molti rischi e avevano già rischiato il crack. Nello stesso periodo, le finanze pubbliche fiorentine erano in forte dissesto: quando i Peruzzi nel 1343 crollarono, molte famiglie di finanzieri erano andate in bancarotta trascinandosi tutta l’economia reale della città. I Peruzzi dichiararono l’insolvenza e patteggiarono coi creditori i rimborsi che li portarono alla rovina. I Bardi si ritrovarono nella stessa situazione nel giro di poco tempo.
Durante una grande crisi, dovuta alla peste bubbonica che dimezzò la popolazione di Firenze e colpì tutta l’Europa, un sistema di credito fu riscostruito dagli Alberti. La morte aumentò le ricchezze pro capite, i salari crebbero più del prezzo delle merci e la deflazione da insolvenza fu battuta.
La compagnia degli Alberti era presente a Londra e su molte piazze europee, aveva un rapporto consolidato con le Fiandre e con il papato. Dopo il “tumulto dei Ciompi”, la famiglia fu bandita da Firenze; così Rucellai, Pazzi, Strozzi e Medici ne presero il posto. Il gran periodo di prosperità di questi ultimi avvenne con Cosimo de’ Medici e durò un ventennio senza però raggiungere l’importanza che ebbero i Bardi.
Le banche fiorentine avevano uno scarso capitale di riserva con un forte sbilanciamento tra attivi e passivi, non avevano una banca centrale che potesse salvare un banco in difficoltà, fornendogli la liquidità temporanea e la mancanza di un potere coercitivo: era improbabile che Firenze potesse ingaggiare una guerra con gli Stati debitori. I surplus dei paesi produttori di materie prime (Inghilterra, Regno di Napoli) finivano presso le banche, poi però le vicende della politica e della guerra mettevano in crisi un sistema creditizio privo di forza coercitiva e di autocontrollo.
Le origini del dominio inglese
L’Inghilterra fu il primo Stato ad affrancarsi dalle pastoie del frazionamento feudale. Il feudalesimo si sviluppò tardi, senza sovrapporsi ad alcun regime aristocratico, nello stesso momento in cui il cambiamento delle condizioni economiche e spirituali in tutto l’Occidente cominciava a favorire l’accentramento statale. Grazie al Domesday Book, già nel 1086, i re inglesi potevano conoscere ogni possedimento o introito dei signori dell’isola e imporre tasse, richieste militari.
Fino al XV sec. furono le città italiane a governare buona parte dei commerci, con una preminenza di Venezia nei commerci marittimi, di Firenze prima e di Genova poi nella finanza. L’ Inghilterra, dopo la Guerra dei 100 anni, perse la capacità di influire sulle vicende europee. La marginalità significò anche una maggiore attenzione all’economia e la fine di guerre dispendiose. La politica protezionistica a favore del settore produttivo proseguita da Enrico VII, il primo re moderno d’Inghilterra.
Al periodo 1529-1533 risale la rottura con Roma, il re diventa anche capo della Chiesa anglicana e le vendite delle terre già appartenute al clero forniscono entrate importanti. Il regno di Elisabetta I si caratterizzò per la spietatezza con cui fu assoggettata l’Irlanda e con cui furono represse le ambizioni scozzesi rappresentate dalla regina cattolica Maria Stuart. L’Inghilterra di Elisabetta e dei pirati fedeli alla Corona batté l’Armata spagnola, all’epoca “invincibile”, ponendo le basi sul futuro dominio dei mari, senza intervenire più di tanto nelle vicende continentali. Dopo le colossali spese belliche, nasceva il mito della solidità della sterlina e dei conti pubblici inglesi. Per ripagare i propri debiti in valuta straniera, l’Inghilterra cominciò a rivalutare la propria divisa; fu infatti un fatto storico: la sterlina conserverà il proprio valore fino al 1920 o al 1931.
Quando Elisabetta vietò le esportazioni dei tessuti non tinti per sviluppare tutta la filiera dell’industria tessile, l’Olanda reagì proibendo ogni importazione di tessuti stranieri tinti e rifiniti. Così, l’Inghilterra dovette tornare sui suoi passi, perché Amsterdam aveva in quel periodo le redini del commercio mondiale. Vi era, dunque, un alto grado di interdipendenza tra il commercio olandese in merci di grande valore e l’industria olandese, che si rafforzavano continuamente a vicenda.
Per arrivare ad essere nazione leader, gli inglesi dovettero liberarsi anche dei troppi “intermediari che vivevano da parassiti alle spalle dello Stato”: fu una rivoluzione finanziaria che partì con l’avvio di un mercato di titoli di Stato a lungo termine con pagamenti regolari e tassi di interesse bassi, non gestiti più da finanzieri esterni.
I prestatori potevano essere diversi, banche inglesi e scozzesi, moneyed men, piccoli risparmiatori, grandi mercanti, capitalisti olandesi, ma chi si indebitava aveva almeno il parziale controllo della situazione. Nel 1694, venne fondata la Banca d’Inghilterra, che aveva lo scopo di raccogliere fondi per il governo e la custodia dell’oro importato, ed altri depositi. La collaborazione fra Tesoro e governo rese possibile una gestione migliore del debito per gli anni a venire, tanto che la Gran Bretagna era passata da paese debitore a paese creditore.
Per comprendere meglio i successi della Gran Bretagna, è necessario un passo indietro: con il declino dei commerci nel Mediterraneo, si assistette in Italia ad uno spostamento dal mare alle attività finanziarie e alle compravendite terriere. Le eccedenze finanziarie delle città-Stato italiane furono dirottate dai commerci e dalle industrie ai mutuatari stranieri. I mercanti investivano in case, beni lussuosi e obbligazioni di Stato. Dal 1430, i mercati si spostarono ad Anversa e successivamente nei porti ispano-portoghesi. Gli Olandesi già nel XVI sec dominavano i mari con navi più leggere e tecniche più evolute rispetto ai commercianti veneziani e portoghesi. Erano meno costose delle altre, grazie al legno e agli altri materiali provenienti dal Baltico. Il legname cominciò a scarseggiare nella penisola italiana già nel 300, così come i marinai. Gli Olandesi nel periodo d’oro avevano una flotta immensa pari all’insieme delle altre flotte europee.
I ricchi commercianti genovesi si trasformavano in banchieri, finanziatori delle spedizioni commerciali ispano-portoghesi; i veneziani acquistavano terre e beni di lusso. L’egemonia dei finanzieri italiani fu soppiantata dall’avvento degli olandesi. Punto di partenza delle fortune di Amsterdam furono i commerci baltici; poi gli olandesi riuscirono a riequilibrare, meglio dei portoghesi e dei genovesi, gli squilibri fra domanda e offerta in Europa. Amsterdam diventò anche la piazza finanziaria principale, fino alla metà del 700.
Sfruttando anche il declino di Anversa, a causa dell’occupazione spagnola, Amsterdam attirava i capitali inattivi e le eccedenze monetarie di tutta Europa, determinate anche dall’afflusso di argento dalle Americhe. Il mercato dei valori non era una novità, i titoli del prestito di Stato erano già commerciati a Venezia, Firenze e Genova nella prima metà del 300. Nella capitale olandese, però, il volume d’affari, la speculazione, la fluidità erano ben maggiori.
Nel 1634, scoppiò la famosa “bolla dei tulipani” che arricchì molti speculatori e ne rovinò altri, poiché i rari bulbi venivano scambiati come azioni qualsiasi in molte borse valori olandesi. Intorno ai locali della Borsa di Amsterdam, in cui potevano entrare solo mercanti e sensali, i caffè erano presi d’assalto da piccoli giocatori che compravano e vendevano “in bianco” senza il possesso di azioni, lucrando o perdendo su fluttuazioni rapidissime.
I magazzini di Amsterdam erano sempre pieni, soprattutto delle merci in quel momento più costose, in particolare delle spezie. Tutto ciò creava dei surplus incredibili, capitali che non potevano trovare sbocchi nell’industria, come di lì a poco in Gran Bretagna. Molti capitali eccedenti finirono a Londra determinando la crescita dell’economia reale inglese. Il mecenatismo laico dei mercanti olandesi permise a pittori come Rembrandt di sviluppare il proprio talento barocco in quello che è stato definito il secolo d’oro della pittura.
Secondo Arrighi, gli olandesi riuscirono, rispetto ai portoghesi, a conciliare il consolidamento territorialista e guerriero tipico di Venezia, con le virtù commerciali tipiche di Genova. Così come Firenze molto tempo prima, anche gli olandesi prestarono ingenti somme di denaro che non vennero più restituite. Le capacità belliche furono superate da inglesi e francesi, grazie alla sempre maggiore forza delle loro economie nazionali.
I tentativi delle Compagnie olandesi nelle Indie occidentali furono infruttuosi, specie se paragonati ai precedenti successi in Oriente, dove però la Compagnia olandese dovette subire la concorrenza della Compagnia inglese delle Indie orientali. La Est India Company, fondata per il consenso della regina Elisabetta nel 1600, fu la prima forma di impresa a capitale diffuso dell’età moderna, diventando col tempo una multinazionale in forma di società per azioni, caratterizzata da capitale diviso in azioni trasferibili che divennero sempre più lucrose. Compagnia, gli inglesi conquistarono l’India, penetrarono in Cina, dove svilupparono un lucroso commercio di oppio. Le 4 guerre anglo-olandesi segnarono la rimonta dell’Inghilterra sull’Olanda e la conquista delle Province unite da Napoleone mise fine alla loro supremazia. L’Olanda, dopo il suo apogeo, si era trasformata in una potenza finanziaria, lasciando il passo ad un’altra nazione leader: l’Inghilterra.
La prima rivoluzione industriale
Perché la rivoluzione industriale si è sviluppata proprio in Gran Bretagna? L’industrializzazione ha interessato inizialmente alcune città e regioni della Gran Bretagna per poi propagarsi, qualche tempo dopo, nel continente europeo. Come abbiamo visto, l’Inghilterra a metà 700 aveva ormai preso in mano le redini del commercio mondiale, il capitale olandese si era spostato verso Londra: a metà del XVIII sec. esso deteneva 1/5 del debito pubblico inglese e fu anche grazie a questi investimenti che l’Inghilterra poté aver ragione della Francia nella Guerra dei 7 anni. I porti della costa occidentale si svilupparono moltissimo. Gli intermediari finanziari indirizzavano la ricchezza proveniente dai commerci nella produzione industriale.
Le country banks (banche provinciali) svolsero un ruolo fondamentale: l’industria e i commerci godevano di una grande espansione creditizia. Per molti studiosi, le banche furono più determinanti per lo sviluppo degli stessi reinvestimenti industriali. Un contesto favorevole, aspettative di crescita durevoli, il sostegno di una domanda interna ed esterna: la Gran Bretagna calamitava gli investimenti. In quel periodo, il potere di acquisto e il tenore di vita erano più alti rispetto al continente: il contadino inglese consumava carne più volte a settimana, pane bianco e vestiva con lana e scarpe di cuoio; gli stessi salari erano doppi rispetto alla Francia. L’alta domanda fu una delle grandi spinte al miglioramento tecnologico della produzione, specie per quel che riguarda il mercato dei manufatti.
Agli inizi del 700, l’alfabetizzazione era diffusa anche nelle campagne, benché l’intervento statale fosse basso e la prima legge a regolare l’istruzione pubblica è stata il Forster Act del 1870. Un altro fattore importante era quello naturale, che si legava agli investimenti. Il problema dei costi di trasporto era un freno insormontabile nell’epoca preindustriale, le barriere naturali erano spesso più costose di quelle doganali. Il miglioramento delle strade a pedaggio e la costruzione di canali navigabili furono dei fattori decisivi per lo sviluppo. Le ferrovie, invece, si svilupparono e diedero il loro impulso all’economia solo successivamente.
Durante la Gloriosa Rivoluzione, buona parte della gentry aveva appoggiato il Parlamento: verso la fine del 600, esso assunse il controllo diretto della finanza pubblica ed istituì un debito pubblico distinto dalle finanze di re e fondò la Banca d’Inghilterra. Di lì in poi, la monarchia restò un simbolo dell’unità della nazione, ma non governò più. In merito alle classi inferiori, il cartismo e altri movimenti collettivistici e radicali furono soppiantati da una più decisa accettazione dell’economia di mercato; le simpatie politiche delle masse rivolsero verso i partiti esistenti, compreso quello conservatore.
Le organizzazioni sindacali allentarono il legame con la politica per richieste più riformistiche e settoriali, legate al miglioramento della vita degli operai. I capi di governo più importanti del 700, Walpole e Pitt, guidarono con successo esecutivi whig: quella inglese era una società con meno disuguaglianze, meno interessata da quelle stratificazioni sociali che in Francia o in Germania erano derivazioni del medioevo. A partire dal 1870, la “Lunga deflazione” interessò anche la Gran Bretagna e le classi più legate alla terra furono quelle che subirono maggiormente il calo dei prezzi; ma la forza inglese non nacque dalle istituzioni democratiche: esse furono una componente di uno Stato accentrato, forte dal punto di vista militare e fiscale, epicentro del mercato e della finanza.
Una separazione tra nobiltà di campagna e commercianti non esisteva in Gran Bretagna: la produzione artigianale era decentrata, i coltivatori erano spesso manifatturieri. L’acqua era la forza motrice dei mulini, la produzione tessile si trovava vicino agli allevamenti ovini, quella metallurgica vicino alle miniere di carbone. È chiaro che i borghi si ingrandivano e le piccole cittadine conobbero una crescita impetuosa, diventando grandi città famose e disordinate, con quartieri degradati (un esempio è quello di Manchester).
Il carbon fossile fu la materia prima e la fonte d’energia della rivoluzione industriale: la fusione dei minerali di ferro con il carbone fossile, a causa delle sue impurità, rendeva il ferro fragile e dunque inutilizzabile. L’ingegnere Coke trovò il modo di eliminare le impurità del carbon fossile e di trasformarlo in una sostanza chimica utile. Nel 1709 Darby operò la prima fusione del ferro con il carbon coke in sostituzione del tradizionale carbone di legna. Da materia grezza qual era, il carbon coke era divenuto un combustibile fondamentale per le ferriere.
Il miglioramento dei trasporti fece il resto in un paese ricco sia di carbon fossile che di ferro, ma che ancora nella prima parte del XVIII sec era costretto a importare il ferro dalla Svezia. Il problema era dovuto forse alla diminuzione di legna e al taglio delle foreste, anche se la storiografia più recente sembra...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame sociologia dei mutamenti, prof. Enzo Lombardo, libro consigliato La globalizzazione, Steiger
-
Riassunto esame sociologia dei mutamenti, prof. Enzo Lombardo, libro consigliato Espulsioni. Brutalità e complessit…
-
Riassunto esame estetica della comunicazione, docente Lombardo, libro consigliato Tra poesia e physiologia di Lomba…
-
Riassunto esame Psicodiagnostica, prof. Lombardo, libro consigliato Psicologia clinica, Cornoldi