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Riassunto esame Semiotica e analisi del testo narrativo

Riassunto per l'esame di semiotica e analisi del testo, basato su appunti personali e sul libro di testo consigliato dal docente "Semiotica", Pisanty - Zijno. Gli argomenti trattati riguardano in particolare i capitoli 1, 2, 3 e 5 del libro. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Semiotica e analisi del testo narrativo docente Prof. V. Pisanty

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ESTRATTO DOCUMENTO

L’ordine delle premesse è indifferente poiché si possa individuare il tipo di inferenza con cui si

ha a che fare, dato che qualunque coppia di elementi fornisce le premesse di un’inferenza,

possiamo scambiare l’ordine delle 3 tra loro (caso, risultato, regola) dando origine così a tre

tipi di inferenza (inferenza si caratterizza per l’ultimo elemento che la compone e non per

l’ordine delle 2 premesse):

deduzione, inferenza di un risultato da un caso e una regola

 induzione, inferenza di una regola da un risultato e un caso

 abduzione (ipotesi), inferenza di un caso da una regola e un risultato

Fagioli

Deduzione (sicuramente): in una stanza, su un tavolo c’è un sacco con scritto fagioli bianchi,

sappiamo quindi che se dovessimo estrarne una manciata, avremmo la certezza che

sarebbero tutti fagioli bianchi.

Il ragionamento deduttivo non comporta un accrescimento del sapere, la deduzione produce

un risultato cioè permette di attribuire ad un individuo certi caratteri, sulla base del fatto che

questo fa parte di una classe di individui che possiedono tutti questi caratteri.

Induzione (probabilmente): nella stanza, sul tavolo c’è un sacco ma non sappiamo cosa c’è

all’interno quindi infiliamo la mano più volte (procedimento sperimentale) fino ad essere certi

che tutti i fagioli all’interno del sacco siano bianchi.

Il ragionamento induttivo ci permette di allargare orizzontalmente la nostra conoscenza del

mondo, l’essenza è la generalizzazione poiché ciò che è vero per un certo campione preso a

caso da un insieme sarà vero anche per gli altri.

Abduzione (forse): nella stanza, ci sono fagioli bianchi sparsi sul tavolo ma non sappiamo da

dove provengono, guardandoci intorno vediamo che ci sono dei sacchi con al loro interno

fagioli bianchi quindi ipotizziamo che i fagioli sparsi provengano da quel sacco ma potremmo

sbagliargli.

Il ragionamento abduttivo è rischioso poiché implica un salto logico, il rapporto tra risultato e

regola non è immediato e inevitabile. L’ipotesi permette di attribuire un individuo a una classe

poiché esso ha caratteri costituenti di quella classe, sulla base del fatto che possiede altri

caratteri espressi da un risultato.

Tipi di abduzione

Il meccanismo dell’abduzione avviene ogni volta che ci sia l’interpretazione, ma anche se la

struttura logica di questa sia sempre la stessa, non tutte le ipotesi sono ugualmente creative.

La maggior parte delle nostre abduzioni quotidiane avviene in maniera automatica ma

un’abduzione diventa più originale se si allontana dai percorsi interpretativi già battuti, a

seconda del modo in cui l’interprete ricava la regola alla quale attribuire il risultato, si possono

distinguere 3 diversi tipi di abduzione:

Primo tipo abduzione ipercodificata, la legge-mediazione cui ricorrere per inferire il caso

 dal risultato è data in modo obbligante e automatico. La correlazione tra caso e regola

è già registrata nell’Enciclopedia (conoscenza corrente del mondo) e viene trovata in

modo obbligatorio, ovvero che grazie a questa legge-mediazione il soggetto che

percepisce considera lo stimolo come occorrenza di un tipo già noto (impronta come

risultato percepibile che l’interprete riconosce perché è già registrata nella memoria).

Secondo tipo abduzione ipocodificata, la legge-mediazione cui ricorrere per inferire il

 caso dal risultato è trovata per selezione nell’ambito dell’Enciclopedia disponibile.

L’ipotesi non è data in modo univoco e scontato in quanto ci possono essere altre

possibilità per spiegare lo stesso fenomeno. Di fronte ad un fatto sorprendente,

l’interprete usa le sue conoscenze per trovare una regola che potrebbe spiegarlo ma

finché la legge non viene verificata, l’ipotesi rimane nel possibile in quanto ci possono

essere altre spiegazioni (caso dei fagioli di Peirce). Quando le ipocodificate si assimilano

diventano ipercodificate.

Terzo tipo abduzione creativa, la legge-mediazione cui ricorrere per inferire il caso dal

 risultato è costituita ex novo, inventata. Sono rare, ipotesi così innovative che non

hanno ancora una legge-mediazione e sta all’interprete formularla ex novo. L’interprete

deve contemporaneamente ideare una legge-mediazione originale e immaginare che

tale legge si applichi al fenomeno riscontrato. Eco chiama meta-abduzione il fatto che

tiriamo ad indovinare non solo intorno alla natura del risultato (causa) ma anche

intorno alla natura dell’Enciclopedia (propria esperienza). Quindi possiamo dire che la

meta-abduzione è l’ipotesi di secondo livello.

Il macroargomento

Il secondo passo della ricerca è la fase deduttivo-induttiva dell’argomento scientifico (esempio

dei bambini col mal di pancia). La sequenza abduzione-deduzione-induzione per Peirce

rappresenta l’impalcatura di ogni indagine (inquiry) scientifica: da un fatto sorprendente,

l’interprete avanza per tentativi un’ipotesi (abduzione), successivamente vengono tratte le

conseguenze sperimentali dell’ipotesi proposta (deduzione) e quanto più i frammenti

indipendenti suggeriscono una stessa interpretazione, tanto più quest’interpretazione risulta

corroborata (rinforzata), infine le conseguenze vengono verificate o falsificate (induzione) e

quindi l’ipotesi di partenza viene conservata o scartata.

L’indagine

L’indagine è avviata da qualcosa che colpisce l’attenzione dell’interprete che ritaglia tale cosa

dal proprio sfondo e la rende pertinente attraverso una messa a fuoco. Secondo Peirce un

fatto non può definirsi sorprendente sempre, l’esperienza di un’irregolarità non è sufficiente

per stimolare una richiesta di spiegazione perché se no dovremmo meravigliarci

continuamente di fronte al disordine del mondo. La richiesta di indagine scatta quando vi è

una rottura di regolarità (fenomeno che non ci si aspetta accadere) quindi quando si è in

presenza di una regolarità imprevista. Un fatto è più sorprendente se si dimostra inconciliabile

con i pre-giudizi dell’interprete e suggerisce che sia possibile formulare un’ipotesi alternativa.

Il fissarsi della credenza

Avendo un fatto sorprendente, l’indagine procede secondo il macroargomento (abduzione-

deduzione-induzione) che è premessa del ragionamento scientifico basato sul concetto di

prova, ma ci sono altri metodi per fissare la credenza che non ne condividono la struttura

logica. Per Peirce la credenza è uno stato mentale che si oppone al dubbio (credenzasola

funzione del pensiero, dubbionasce all’insorgere di un’anomalia), è l’unica soluzione per

placarlo; la credenza (regola interpretativa) verrà poi registrata in memoria ed entrerà nella

memoria di credenze dell’interprete. Il passaggio dal dubbio alla credenza può avvenire in

diversi modi:

Metodo della tenacia, aggrapparsi alle opinioni precedentemente accettate evitando il

 contatto con ciò che potrebbe disturbare queste credenze (ci credo perché si è sempre

detto così)

Metodo dell’autorità, di fronte ad un vago sospetto che le opinioni altrui possano valere

 quanto le proprie, l’individuo sceglie di ancorare le proprie credenze a quelle di

un’autorità superiore (ci credo perché l’ha detto lui/lei)

Metodo della ragione a priori, caratterizzato dall’idea che le credenze siano fisse,

 universali e in accordo con la ragione (ci credo perché è così e basta)

Metodo scientifico, le caratteristiche che lo distinguono dagli altri sono:

 1. Il suo realismo, l’unico che non accetta ma ricerca continuamente il confronto

con l’esperienza, per Peirce reale è quel concetto che abbiamo avuto per la

prima volta quando ci siamo imbattuti in un nostro errore e autocorretti.

2. La sua natura inferenziale, la realtà esterna non si conosce direttamente per

intuizione o illuminazione interiore ma attraverso una serie di tentativi ed errori.

3. La fiducia, nella comunità degli interpreti di distinguere tra ipotesi plausibili e

inverosimili, attraverso verifiche e ipotesi essa seleziona le credenze che si

adattano meglio all’ambiente.

Peirce non afferma mai che il metodo scientifico è sempre migliore degli altri ma l’importante

e che se si usano i primi tre metodi per produrre credenze, non ci si basi sul metodo

scientifico per fondare le proprie opinioni.

L’abito

Con il fissarsi di una credenza, il suo esito è la provvisoria eliminazione del dubbio attraverso

l’accettazione di una regola detta abito mentale. L’abito è la tendenza a comportarsi

effettivamente in modo simile in circostanze simili in futuro, questa nozione può essere estesa

a ogni forma di conoscenza acquisita. La distinzione tra credenza e abito sta nel fatto che la

prima è il punto d’arrivo di un’indagine, mentre l’altra è lo strumento che calcola le

conseguenze prevedibili in un contesto simile in futuro. Se funziona, l’abito diventa legge e

convenzione, altrimenti entra in crisi e bisogna costruirne uno nuovo.

La massima pragmatica

Nel saggio Come rendere chiare le nostre idee, Peirce dice che per sviluppare il significato di

qualsiasi cosa dobbiamo semplicemente determinare quali abiti produce perché ciò che una

cosa significa è semplicemente l’abito che comporta (es, il significato di durezza comprende

tutte le azioni che potremmo fare su un oggetto con questa caratteristica per constatarne

solidità, robustezza e resistenza).

Il significato di un concetto sono l’insieme delle operazioni che si possono compiere per avere

l’esperienza percettiva dell’oggetto che il termine denota e dei suoi usi possibili (appena

sento una parola attivo uno degli abiti possibili che associo a questo concetto).

La portata di questo principio è vastissima perché si applica ad ogni tipo di segno, quindi

possiamo dire che il segno porta con sé l’insieme di abiti che l’interprete associa a quel segno

e ogni volta in cui questo segno verrà impiegato, l’interprete selezionerà l’abito migliore per

quella determinata situazione (pertinenza). Se nessuno degli abiti già registrati va bene, allora

sarà necessario registrare un nuovo abito.

La semiosi secondo Peirce

Il concetto di pertinenza svolge un ruolo fondamentale nella definizione che Peirce da di segno

e quindi di semiosi. Per Peirce un segno (representamen) è qualcosa che sta per qualcos’altro

sotto qualche rispetto o capacità, si rivolge a qualcuno creando nella mente dell’interprete un

segno più sviluppato chiamato interpretante. Un segno è qualsiasi cosa riferita a una seconda

cosa, il suo oggetto, rispetto ad una qualità, in modo tale da portare una terza cosa, il suo

interpretante, in rapporto con lo stesso oggetto.

Nella definizione di P c’è un elemento in più: qualcosa, chiamato representamen sta al posto

di qualcos’altro, chiamato oggetto, questo rapporto non è di sostituzione ma il representamen

sta per l’oggetto in base a qualche scelta di pertinenza (R disegno di una mela O concetto

di mela). Il segno non è perfettamente equivalente al suo oggetto ma ne seleziona solo alcune

proprietà, possiamo dire che il segno media tra le nostre rappresentazioni mentali e gli oggetti

che popolano la realtà rivelando ogni volta aspetti diversi ma senza rivelarcela mai in totale.

A questo punto c’è bisogno di un interprete (qualcuno) in grado di cogliere il rapporto

selettivo tra representamen e oggetto, per cogliere la relazione che li lega è necessario

formulare un altro segno che, riferendosi allo stesso oggetto, lo illumina sotto un nuovo punto

di vista, chiamato interpretante (secondo segno, interpretante del primo: disegno di una

melasegno o representamen, concetto di melaoggetto, parola melainterpretante).

Quindi la relazione di rinvio introduce un terzo elemento, l’interpretante, che entra in rapporto

contemporaneamente con representamen e con il suo oggetto. Questa rapporto triadico si

chiama semiosi: azione o influenza che implica la cooperazione di tre soggetti, il segno, il suo

oggetto e il suo interpretante.

L’interpretante si congiunge con la nozione di abito in quanto è l’effetto prodotto dal segno

sulla mente e sulle disposizioni all’azione di qualcuno (interprete), una volta stabilito che

l’interpretante del disegno è la parola mela, l’interprete acquisirà tale interpretante in forma

di abito o regola interpretativa stabile. Per P un segno-interpretante non ha confini ristretti

poiché pensare è necessariamente collegare segni.

Oggetto dinamico e oggetto immediato

Peirce si rende conto che c’è ambiguità nel termine oggetto perché potrebbe riferirsi al

referente come al concetto, quindi decide di distinguerlo in:

Oggetto dinamico, è l’oggetto quale esso è nella realtà esterna e quindi esiste

 indipendentemente dal fatto che qualcuno lo pensi (es. si tratta della mela reale)

Oggetto immediato, è l’oggetto così come il segno lo rappresenta, ovvero il modo in cui

 l’oggetto dinamico viene focalizzato nel segno (es. mela come entità concettuale, idea)

L’oggetto immediato è l’idea in sé che ha bisogno di un supporto espressivo di un

representamen per acquisire la propria esistenza semiotica (rossa, croccante, dolce).

Riassumendo possiamo dire che il segno è la combinazione di un representamen

(espressione) e di un oggetto immediato (contenuto), mentre l’oggetto dinamico è lo stato

delle cose esterno al segno.

La semiosi è il processo interpretativo che coinvolge il segno (representamen+ oggetto

immediato), l’oggetto dinamico e l’interpretante.

Oggetto immediato e interpretante

Per quanto riguarda la differenza tra oggetto immediato e interpretante possiamo dire che è

abbastanza sfumata e a volte i due concetti sembrano sovrapporsi. Entrambi hanno a che fare

col significato del segno ma l’oggetto immediato è un qualcosa all’interno del segno (modo in

cui l’oggetto dinamico viene focalizzato dal segno) mentre l’interpretante è il secondo segno

che scatta nella mente dell’interprete quando i sistemi percettivi sono stimolati dal primo

segno. Quindi si può dire che l’oggetto immediato appartiene alla sfera del segno (corrisponde

all’insieme degli abiti interpretativi) mentre l’interpretante alla sfera della mente e dei

comportamenti dell’interprete.

Tuttavia l’oggetto immediato non può essere descritto se non tramite gli interpretanti che il

segno produce, ma per Peirce il significato non è un oggetto ma una relazione quindi

possiamo considerare l’oggetto immediato come un’interfaccia: da un lato determinata

dall’oggetto dinamico (motore primo della semiosi) e dall’altro suscita un numero infinito di

interpretanti negli interpreti empirici.

Interpretante immediato, interpretante dinamico e interpretante logico-finale

Peirce suddivide l’interpretante in tre diversi tipi:

Immediato, interpretante come il segno che lo rappresenta o effetto previsto del segno

 sulla mente dell’interprete che scatena effetti e tensioni interpretative

Dinamico, effetto realmente prodotto sulla mente dell’interprete

 Logico-finale, ipotesi interpretativa più comprensiva ovvero un abito che blocca

 temporaneamente il processo infinito dell’interpretazione

Esempio della diagnosi medica: l’oggetto immediato coincide con la causa che si suppone

abbia scatenato il sintomo medico (macchia rossa), l’oggetto dinamico, ovvero la malattia

(reazioni fisiche, fisiologiche…), si manifesta attraverso il sintomo (representamen) e nel

momento in cui l’interprete pone attenzione al sintomo, egli sta mettendo a fuoco l’oggetto

dinamico sotto il profilo dell’oggetto immediato.

Quindi l’interprete formula una serie di interpretanti che possono essere scanditi in 3 fasi:

Interpretante immediato (emozionale), sentimento che interpretiamo come prova

 evidente che abbiamo compreso il senso proprio del segno (fase in cui il medico

riconosce il sintomo e attiva la rete di abiti di cui dispone)

Interpretante dinamico (energetico), la tensione abduttiva provocata dall’interpretante

 immediato sfocia nel flusso della semiosi in azione (medico analizza le varie ipotesi di

cui dispone e seleziona la più adeguata)

Interpretante logico-finale, coincide con lo stabilirsi di un abito interpretativo (medico

 approda ad una determinata diagnosi)

Fuga degli interpretanti e semiosi infinita

L’interpretante essendo un segno ha bisogno di essere interpretato da un altro interpretante,

cioè da un altro segno. Ogni interpretante rinvia ad un interpretante successivo creando così

una fuga infinita di interpretanti, ogni nuova interpretazione rivela qualche aspetto

inesplorato dell’oggetto iniziale e del segno corrispondente.

La fuga degli interpretanti costituisce l’essenza del pensiero in azione. Il fatto che la semiosi

sia illimitata non significa che essa non arrivi mai ad una conclusione definitiva, la semiosi

potrebbe procedere all’infinito tuttavia, di solito si arriva al punto in cui l’interpretazione si

ferma poiché si è raggiunto il proprio scopo (determina gli aspetti o le capacità sotto i quali il

segno va inteso), o in altre parole quando l’interprete pensa che un determinato abito

interpretativo fornisca una soluzione soddisfacente.

Icona, indice e simbolo

Il segno di Peirce copre una gamma di situazioni comunicative molto più estesa di quella di

Saussure: per Saussure un segno deve rispondere a regole di un codice socialmente condiviso

mentre per Peirce un fenomeno è un segno se può essere interpretato. Per Peirce il compito

della semiotica è studiare la natura essenziale e le varietà fondamentali di ogni possibile

semiosi, perciò decide di elaborare una griglia di classificazione dei segni fondata sull’incrocio

di tre tricotomie. La tricotomia più nota è la triade icona, indice e simbolo che riguarda le

diverse relazioni tra segno e il suo oggetto dinamico.

Icona, un segno può essere iconico perché può rappresentare il suo oggetto attraverso

 la sua somiglianza, ovvero un rapporto tra qualità manifestate del representamen e

qualità dell’oggetto.

Per Eco similitudine è la proprietà di due figure che sono uguali in tutto tranne che nel

formato.

Esempio, tra Napoleone e il suo ritratto non ci sono elementi comuni da un punto di

vista materiale ma ciò che può essere considerato simile è l’effetto percettivo

provocato dal volto e dal ritratto.

Per cogliere il rapporto di somiglianza tra representamen iconico (ritratto) e l’oggetto

dinamico (Napoleone), c’è bisogno di uno schema percettivo o modello o meglio

pattern di relazioni spaziali che verrà chiamato Tipo cognitivo e sarà quel qualcosa che

consente il riconoscimento (l’interprete deve rievocare una rappresentazione mentale

registrata in memoria, relativa alla fisionomia di Napoleone).

Possiamo dire che l’interpretazione dei segni iconici è fondata sull’applicazione di abiti

culturalmente acquisiti, per Peirce sono segni iconici le immagini, i diagrammi, le

metafore…

Un segno iconico è motivato nella misura in cui deve la sua capacità di significare

l’oggetto non a un rapporto arbitrariamente posto ma ad un legame di somiglianza che

fa si che il representamen iconico partecipi dei caratteri dell’oggetto a cui si riferisce.

Indice, è un altro tipo di segno motivato che deve la propria capacità di significare il

 proprio oggetto dinamico al fatto di essere fisicamente o causalmente connesso.

Questa connessione fisico-causale esiste indipendentemente di essere interpretata

come tale, ad esempio l’impronta di Apollo 11 sulla Luna, diventa un segno solo quando

qualcuno decide di interpretarla come tale. Tutti i segni naturali che rinviano al proprio

oggetto per un evento fisico-causale o pre-semiosico sono indici (graffi e cicatrici

rinviano ad evento traumatico, scie di profumopassaggio fisico di qualcosa di

profumato, sintomi medici) ma anche i segni artificiali possono avere una forte

componente indicale (firma traccia del contatto fisico tra firmatario e la carta,

bandiera segnaventosta per la direzione del vento).

Indice e icona sono segni motivati poiché c’è o c’è stato un rapporto tra representamen e il

suo oggetto prima che intervenisse un interpretante a mediare i due.

Simbolo, è un segno che deve la sua capacità di significare il proprio oggetto

 esclusivamente all’intervento di un interpretante e correla un certo tipo di

representamen-tipo a un determinato oggetto, senza l’intervento di un interpretante

non ci sarebbe nessun rapporto tra simbolo e il suo oggetto. Il simbolo è l’unico segno

genuinamente triadico: non c’è nulla se non un abito interpretativo che collega una

parola, ad esempio cane, con l’oggetto, canino. Con i simboli si può parlare di tutti gli

altri segni e delle operazioni inferenziali con cui colleghiamo i segni tra loro, come per

Saussure il segno appartiene al dominio della langue e non della parole, per Peirce un

simbolo è un tipo ovvero un’associazione di idee generali e non un’occorrenza.

Ogni occorrenza del representamen simbolico (ogni occorrenza concreta della parola

cane) è replica di un tipo espressivo preformato quindi per interpretare il

representamen-occorrenza è necessario interpretare quello tipo di cui esso è la replica;

anche l’oggetto a cui tale tipo espressivo rinvia è per Peirce un tipo e non

un’occorrenza (la parola cane non sta per un cane particolare ma per l’insieme).

Infine come il rapporto arbitrario tra significato e significante di Saussure, per Peirce il

legame tra representamen e il suo oggetto è dato da una legge (convenzione o abito),

la differenza sta nel fatto che Saussure impiega indifferentemente i termini

convenzione e rapporto arbitrario (come se si riferissero allo stesso concetto), mentre

Peirce sembra voler distinguere tra abiti intesi come convenzioni e abiti intesi come

inferenze.

CAPITOLO 3

LINGUA, CODICE ED ENCICLOPEDIA

Per Saussure il segno non ha alcun valore in se stesso ma ne acquista solo se inserito in una

rete di rapporti con altri segni, questa rete di rapporti viene chiamata lingua (codice). La

lingua è un ingranaggio molto complesso che coinvolge diversi piani reciprocamente

relazionati, ognuno con le proprie regole. La parola lingua quindi si riferisce a sistemi tra loro

eterogeni di regole che andranno definiti più dettagliatamente.

Espressione e contenuto

Una caratteristica della lingua è il fatto di mettere in rapporto una serie di significanti con una

serie di significati, inoltre i diversi significanti intrattengono relazioni reciproche delimitandosi

l’un l’altro attraverso un principio di organizzazione interna.

Louis Trolle Hjelmslev è un linguista danese che ha sviluppato un modello di lingua come

struttura, riprendendo le principali dicotomie saussuriane e depurandole, ha sviluppato una

dottrina quasi algebrica in cui la lingua è intesa come un sistema chiuso di parti interagenti.

Possiamo quindi parlare del principio di immanenza ovvero il principio secondo cui la lingua va

studiata in sé per sé, l’obiettivo è formulare una teoria linguistica che identifichi la struttura

specifica della lingua senza ricorrere a premesse extralinguistiche (contesto sociale e

culturale, identità e psicologia dei parlanti o rapporti tra lingua e mondo esterno).

Hjelmslev chiama la definizione saussuriana di segno funzione segnica, i due funtivi sono

espressione e contenuto che si definiscono in base al loro essere funtivi l’un l’altro,

espressione e contenuto sono i due piani del linguaggio (sistema linguistico complessivo).

Sul piano dell’Espressione si dispiegano i significanti, con le loro regole di correlazione e

giustapposizione, mentre su quello del contenuto si dispongono i significati, anch’essi con le

loro regole di correlazione e di giustapposizione. Tutti i sistemi comunicativi presentano

entrambi piani, i quali sono interdipendenti così come lo erano le due facce del segno

saussuriano.

Materia, forma e sostanza

Hjelslev riprende l’opposizione saussuriana tra langue e parole per distinguere due strati del

linguaggio, che egli chiama:

Forma (langue), è la costante in una manifestazione, sistema astratto dei tipi

 dell’espressione e dei tipi del contenuto

Sostanza (parole), è la variabile della forma ovvero la realizzazione concreta degli

 elementi dei due piani

Nella fonologia esiste una forma e una sostanza dell’espressione: la forma dell’espressione è

la matrice opposizionale, la griglia vuota delle opposizioni fonologiche mentre la sostanza è

l’insieme dei fenomeni espressivi concreti ovvero i suoni articolati dalla voce (fonemi).

Sull’altro piano del linguaggio si potrebbe distinguere tra forma del contenuto e sostanza del

contenuto.

Riassumendo: la sostanza dell’espressione può essere nella lingua la voce articolata, in pittura

le pennellate, nella musica l’esecuzione di una nota mentre la forma dell’espressione può

essere il sistema fonologico, morfologico o sintattico; la forma del contenuto è il modo in cui

la materia del mondo è organizzata (per la lingua, lo schema lessicale), mentre la sostanza

del contenuto può essere considerato il nostro modo di percepire il mondo sulla base dello

schema lessicale proiettato dalla forma.

C’è un terzo elemento, la materia, che è l’universo non ancora semiotizzato che comprende

gli stati fisici del mondo e quelli psichici. Si può dire che la materia è il fattore comune ad ogni

lingua e viene ritagliata arbitrariamente a seconda della lingua e delle necessità. La materia

non interessa alla linguistica ma è rilevante solo quando entra in rapporto con la forma per

dare luogo alla sostanza (es. se la sabbia è la materia e il secchiello è la forma, il castello di

sabbia che ne risulta è la sostanza). Quindi la forma può essere descritta come uno stampino

che viene sovraimpresso nella materia amorfa per produrre sostanza. Come le masse amorfe

di Saussure, la materia è un continuum senza suddivisioni interne prima che la forma ne

incida le sue forme/tagli.

La funzione segnica è quindi una relazione formale e interna che non riguarda le sostanze: i

funtivi correlati sono da un lato l’insieme strutturato dei tipi dell’espressione e dall’altro

l’insieme strutturato dei tipi del contenuto. Ma l’unico modo che abbiamo per accedere alla

forma è attraverso l’analisi delle sostanze che la manifestano, lo scopo della linguistica

strutturale è arrivare a una conoscenza delle forme sottostanti alle sostanze.

Linguaggi ristretti e linguaggi linguistici

Quando si parla di lingue si pensa a quelle storiche (italiano, inglese…), Hjelmslev dice che

siamo circondati da codici simili alle lingue storiche ma più semplici che permettono di

organizzare e veicolare le informazioni. Un esempio può essere il codice dei semafori che

possiede sia un piano dell’espressione (tre colori che si illuminano in successione) che un

piano del contenuto (ingiunzioni stop, rallenta, vai).

La differenza tra questi codici semplici e le lingue storiche sta nel fatto che con i primi si può

parlare solo di determinate cose mentre con i secondi di tutto, in altre parole possiamo

distinguere tra linguaggi ristretti (si adattano solo ad una classe definita di significati) e

linguaggi linguistici o passe-partout (possono essere usati per veicolare ogni significato

possibile).

Sistema e processo

Un codice deve possedere un piano dell’espressione e uno del contenuto, inoltre un tratto

comune a tutti i codici sono i tipi di relazione che gli elementi dei due piani intrattengono tra

loro. Riprendendo la distinzione di Saussure tra rapporti sintagmatici e rapporti associativi,

Hjelmslev dice che ci sono due assi del linguaggio:

Asse del processo, si dispongono i vari elementi che formano la catena del sintagma, le

 parole si concatenano per formare le frasi e i periodi, aggregandosi tra loro per dar

luogo a sintagmi sempre più complessi (anche nei codici ristretti c’è un analogo

principio sintagmatico, semaforo colori succedono in un ordine prestabilito)

Asse del sistema, si dispiegano gli elementi che potrebbero stare al posto dell’elemento

 effettivamente presente in quella determinata posizione del sintagma

Hjelmslev definisce i rapporti sintagmatici ‘funzioni e…e’ poiché gli elementi che entrano in

relazione reciproca si congiungono l’un l’altro in praesentia, mentre per quanto riguarda i

rapporti tra gli elementi di un sistema vengono definiti ‘funzioni o…o’ in quanto la presenza

dell’uno implica l’assenza degli altri.

I sintagmi che formano il processo realizzano alcune delle possibilità offerte dal sistema, ad

ogni anello della catena viene selezionato un solo elemento tra le varie opzioni rese disponibili

dalla lingua.

Quindi possiamo dire che la nozione di processo coincide con quella di testo (processo

linguistico, disposizione degli elementi) mentre quella di sistema con quella di lingua. Il testo-

processo appartiene allo strato della forma e non a quello della sostanza quindi ci possono

essere diverse realizzazioni concrete di uno stesso processo.

Il processo non si sviluppa sempre linearmente, l’ordine posizionale del processo è interno e

non va confuso con la manifestazione esteriore nello spazio e tempo, intendere il processo

così è come pensarlo come una serie di caselle da riempire dove la cosa importante è l’ordine

posizionale degli elementi che assumono all’interno del processo.

Reggenza e combinazione

Quando un elemento del processo ha una relazione di reggenza con un altro, significa che la

presenza del primo implica quella del secondo, mentre sono dipendenze più libere le

combinazioni in cui nessuno dei due elementi presuppone l’altro.

Ad esempio, sul piano dell’espressione il grafema q in italiano intrattiene una relazione di

reggenza con il grafema u mentre la u con la q ha una relazione di combinazione. La stessa

distinzione tra reggenza e combinazione si applica al piano del contenuto. Analizzare un testo

in questa prospettiva significa ricostruire il sistema di divieti e accostamenti presupposti dal

codice soggiacente.

Dal processo al sistema

Il fatto che il processo può essere inteso come una struttura di parti che hanno relazioni di

reggenza e combinazione, ha dato via ad una metodologia di analisi strutturale con il compito

di dissotterrare i livelli di organizzazione immanente dei testi.

Obiettivo ultimo di Hjelmslev è analizzare la lingua in quanto struttura, per fare ciò bisogna

smontare l’ingranaggio fino ad individuare le più piccole parti costitutive e ricostruire le

relazioni che tali parti intrattengono le une con le altre e ciascuna con la struttura

complessiva.

L’unico modo per accedere alla lingua è l’analisi dei testi, Hjelmslev propone un metodo

d’analisi che parte da un vasto corpus di testi non analizzati e li scompone nelle loro parti

costituenti attraverso un procedimento deduttivo, questo processo prende il nome di

partizione.

La prima partizione da fare è quella riguardante i due piani del sintagma (espressione e

contenuto), questa partizione deve essere fatta separatamente così che si potranno

individuare i mattoni primi di ciascuno dei due piani.

Per ciascun piano l’analisi procederà a stadi e ognuno dei quali si concluderà con

l’individuazione di un elenco di elementi invarianti di taglia sempre più piccola, che verranno

chiamate figure (elementi minimi di ciascuno dei due piani). Quindi al termine dell’analisi si

dovrebbe giungere a individuare le figure dell’Espressione e le figure del contenuto.

L’ipotesi di Hjelmslev è che a ogni stadio del complesso d’analisi il numero degli elementi

costanti si sfoltisca.

I paradigmi

Nell’operazione di smontaggio del testo abbiamo individuato due inventari disorganizzati al

loro interno ognuno per un piano. La compilazione di questi due inventari è il primo passo

verso la ricostruzione del sistema ma possono essere organizzati in base alla posizione che

possono assumere all’interno del processo.

L’insieme degli elementi che possono occupare la stessa posizione in un processo viene

chiamato paradigma, quindi attraverso un’ulteriori analisi di un insieme disorganizzato di

elementi del piano dell’espressione e del contenuto, si è riusciti ad organizzarli in un insieme

ordinato di paradigmi.

La nozione di paradigma semplifica e precisa quella saussuriana di rapporto associativo, qui le

relazioni in absentia vengono definite in base all’ordine posizionale che i vari elementi

possono assumere in ciascuno dei due piani.

La commutazione

Traini: “se i cambiamenti introdotti su un piano del linguaggio provocano trasformazioni

sull’altro piano, siamo in presenza di una mutazione e diremo che l’elemento in questione è

invariente. Se i cambiamenti introdotti su un piano non provocano trasformazioni sull’altro

piano, allora siamo in presenza di una sostituzione e diremo che l’elemento sostituito è una

variante del sistema”.

La commutazione riguarda la materia specifica in cui i paradigmi del contenuto e quelli

dell’espressione sono legati gli uni agli altri, ovvero una relazione tra relazioni del piano del

contenuto e del piano dell’espressione.

La prova di commutazione è un metodo già utilizzato dalla linguistica nella fonologia, ogni

piano d’espressione di qualsiasi lingua si fonda su un pacchetto ristretto di fonemi, le cui

combinazioni danno luogo all’infinita variabilità espressiva. Per identificare i fonemi di una

lingua, i fonologi di Praga hanno introdotto artificialmente un cambiamento nella catena

dell’espressione per vedere se questa variazione produce un cambiamento sul piano del

contenuto (es. sostituendo la g di gatto con la f o r).

La doppia articolazione

Il codice linguistico si organizza secondo il principio della doppia articolazione, dove i morfemi

(le unità minime dell’espressione fornite di significato) sono gli elementi di prima articolazione

e i fonemi sono gli elementi di seconda articolazione (unità minime senza significato). Grazie

alla doppia articolazione, il sistema espressivo del codice lingusitco offre la possibilità di

combinare una trentina di unità sfornite di significato (i fonemi) per produrre un numero

indefinito di unità fornite di significato, che, combinandosi tra loro formano a loro volta un

numero infinito di frasi. Non tutti i codici funzionano secondo il principio della doppia

articolazione pur avendo il piano dell’espressione doppiamente articolato.

Le figure

Il sistema dell’espressione si regge su un numero limitato di invarianti (unità di 2°

articolazione) che possono essere combinate infinitamente per produrre un numero aperto di

sintagmi, lo stesso dovrebbe valere per il sistema del contenuto che dovrebbe essere

riconducibile a un repertorio chiuso di invarianti non scomponibili.

L’obiettivo di Hjelmslev è individuare un inventario chiuso di elementi minimi non

ulteriormente scomponibile su entrambi i piani, Hjelmslev chiama questi elementi minime

figure.

L’analisi delle figure sul piano dell’espressione e delle figure sul piano del contenuto consiste

nell’analisi di entità che entrano in inventari illimitati in entità che entrano in inventari limitati

(più limitati possibile).

Applicata al piano del contenuto, la prova di commutazione consisterà nell’introdurre una

trasformazione semantica nel sintagma per vedere se tale trasformazione provochi un

cambiamento sul piano dell’espressione (es. sostituendo il significato di felino maschio con

felino femmina il cambiamento semantico produce una trasformazione sul piano

dell’espressione, quindi possiamo dedurre che maschio e femmina siano due invarianti del

sistema del contenuto).

Come ha osservato Eco, la matrice di Hjelmslev consente di spiegare alcuni fenomeni

semantici, come sinonimia, differenza, iperonimia e implicazione semantica. Possiamo quindi

dire che il modello hjelmsleviano permette di agganciare i significati dei termini gli uni agli

altri in maniera univoca, evidenziando la rete di relazioni che, a un certo livello di analisi, li

tiene insieme.

I primitivi semantici

Questo modo di rappresentare il sistema dei contenuti può essere obiettato, ci sono due

obiezioni principali: la prima riguarda il fatto che un sistema del contenuto che riproduce le

caratteristiche strutturali del sistema dell’espressione, dovrebbe essere in grado di definire

tutti i significati di una lingua e non solo una piccola parte di essa, ma così le figure

necessarie finirebbero per moltiplicarsi all’infinito invece che ridurre il piano del contenuto ad

un pacchetto chiuso e ristretto (es. per classificare tutti gli animali presenti bisognerebbe

espandere molto di più l’inventario); la seconda riguarda il carattere non primitivo dei presunti

primitivi semantici, ciascuna delle unità di contenuto è a sua volta definibile nei termini di

altre unità di contenuto, è problematico riconoscere la primitività delle figure del contenuto

(es. ovino, bovino e suino possono essere a sua volta scomposti in contenuti più generici

come mammifero, animale).

Alla base di tutte queste obiezioni, vi è una critica più ampia che investe l’intero progetto

strutturalista di considerare il piano del contenuto come isomorfo (strutturato in maniera

analoga) rispetto a quello dell’espressione: il sistema semantico non è riconducibile a un

inventario chiuso di primitivi e non ci sono elementi sul piano del contenuto che svolgano il

ruolo di mattoni primi che i fonemi svolgono sul piano dell’espressione (il sistema semantico

di una lingua non può essere descritto in termini uguali usati per descrivere il sistema

fonologico).

Le parole vengono interpretate in modi diversi a seconda della capacità con cui esse vengono

focalizzate e le proprietà semantiche rese ogni volta pertinenti, variano a seconda delle

circostanze comunicative e del contesto in cui sono inserite.

Le semantiche a tratti

Se è vero che il piano del contenuto non può essere analizzato in figure, è vero anche che se

si prende un campo semantico alla volta si possono definire adeguatamente i rapporti

differenziali che ci sono tra i vari termini che lo popolano.

Il significato di ogni termine si definisce in base alla presenza o assenza di una serie di tratti

che lo differenziano rispetto agli altri termini, ma oltre a definire i termini, la matrice di Pottier

fornisce delle definizioni esaustive di ogni termine catturandone il significato attraverso la

serie di tratti semantici che lo compongono. Le semantiche a tratti sono modelli semantici in

cui vengono scomposti i significati delle singole parole nei tratti semantici che le definiscono,

per ogni parola si può quindi individuare un insieme di condizioni necessarie e sufficienti

(CNS) per definirla. Tutti i tratti che concorrono alla definizione del significato di un termine

sono quelli che servono a definirlo e non possono essere né cancellati (poiché non sarebbe +

necessario) né aggiunti (poiché non sarebbe + sufficiente). Definire le CNS diventa

problematico in usi linguistici legati all’esperienza concreta poiché il linguaggio non è un

sistema in sé concluso. Un’altra obiezione è che, in base a tale modello, le categorie di oggetti

designabili da ciascun termine non dovrebbero poter avere contorni sfumati, ma dovrebbero

presentare confini netti.

Dal dizionario all’Enciclopedia

Alla base dei modelli dei primitivi semantici e delle semantiche a tratti c’è il tema comune che

sia possibile distinguere tra due tipi delle nostre conoscenze: quelle della lingua che fanno

capo a strutture chiuse di tratti semantici che il linguista dovrebbe identificare in modo

univoco; quelle del mondo che confluiscono in inventari aperti e infinitamente dilatabili. Eco

chiama le semantiche a tratti con l’espressione semantiche a dizionario: le proprietà

dizionariali sono quelle che permettono di decodificare frasi contenenti una determinata

parola (es. tigre) e quindi sono incancellabili mentre le proprietà enciclopediche sono quelle

che si possono cancellare o ignorare senza pregiudicare la disambiguazione semantica della

parola. Si tratta di decisioni che prendiamo a seguito di considerazioni pragmatiche e fattuali,

le proprietà messe in rilievo dal vocabolario sono legate alla sfera dell’esperienza, ovvero alle

rappresentazioni che la nostra cultura ha assegnato all’unità di contenuto ‘tigre’.

L’enciclopedia come postulato semiotico

Per Eco la nozione di Enciclopedia è in contrapposizione alle semantiche di tipo dizionariale

poiché è impossibile ridurre le unità di contenuto (semema) a un pacchetto chiuso di marche

semantiche dizionariali, ogni marca con cui si può definire un certo semema è a sua volta un

semema definibile attraverso altre marche (gioco di rimandi infinitamente ricorsivo). A ciò si

aggiunge anche il fatto che una marca può essere condivisa con altri sememi, il che rende più

complessa la rappresentazione dello spazio semantico globale.

Le marche semantiche degli strutturalisti assumono le sembianze dell’interpretante di Peirce

dove il secondo segno interpreta il primo sotto qualche capacità, l’enciclopedia è dominata

dal principio della semiosi illimitata e della fuga senza fine degli interpretanti. Ciò crea una

rete di interconnessioni in cui ogni marca semantica costituisce, all’interno del semema, una

sorta di embedded ovvero un semema che genera il proprio albero e così via all’infinito.

Eco definisce l’enciclopedia come una sorta di rete polidimensionale che riporta l’intero

patrimonio degli interpretanti elaborati, diffusi e registrati da una certa cultura, si potrebbe

pensare come un’immensa e ideale biblioteca contenente tutte le conoscenze accessibili in

forma di catene intrecciate di interpretanti.

In poche parole l’enciclopedia è una rete complessiva delle interconnessioni semantiche che

ha l’aspetto di un groviglio di nodi, Eco utilizza la metafora del rizoma ovvero una

configurazione caleidoscopica e complessa di connessioni, nella quale ogni punto è collegato

con ogni altro punto, è priva di centro e periferie, infinitamente smontabile, estendibile e

reversibile.

L’enciclopedia non è rappresentabile nella sua interezza perché:

È attraversata dalla contraddizione dal momento in cui registra tutte le interpretazioni

 prodotte in una determinata cultura, quindi accoglie anche le interpretazioni

contradditorie e incompatibili tra loro (es. universo tolemaico convive con quello

copernicano)

Non ospita solo le conoscenze scientificamente riconosciute ma anche le credenze, le

 leggende, creazioni finzionali elaborate da una certa cultura (es. nel caso della tigre,

tutto ciò che la riguarda, anche il logo dei Kellogg’s)

Si trasforma nel tempo grazie alle nuove esperienze, ai nuovi testi e alla produzione

 incessante di nuovi cortocircuiti tra i vari punti dello spazio semantico globale.

Le molte enciclopedie

L’enciclopedia è conosciuta e controllata in modi diversi dai suoi diversi utenti, perciò occorre

distinguere tra:

enciclopedia globale, intesa come l’insieme di tutti gli interpretanti registrati da una

 data cultura. Concetto troppo generico e virtuale per essere utile a una teoria della

comunicazione che vuole capire come succede che due persone si capiscano oppure

no.

competenza enciclopedica, posseduta in misura variabile da ogni individuo. Essendo

 soggettiva e individuale, non rende ancora conto del fatto che per comunicare bisogna

condividere in parte le competenze enciclopediche del proprio interlocutore.

Per potere impiegare il concetto di competenza enciclopedica nell’ambito di queste teorie

della comunicazione, c’è bisogno che i soggetti comunicanti condividano porzioni più o meno

ampie dell’Enciclopedia globale.

Per fare ciò è necessario distinguere diverse porzioni dell’enciclopedia globale che possono

essere condivise da gruppi di persone:

Enciclopedie locali, districano una o più reti di conoscenze che si riferiscono a campi

 semantici circoscritti. Fungono da collante culturale all’interno di una determinata

comunità e possono essere di varia estensione cioè riguardano campi semantici più o

meno vasti o possono essere condivise da gruppi più o meno allargati di persone.

Enciclopedie medie, l’appartenenza ad una determinata comunità linguistica

 presuppone un’enciclopedia fatta di conoscenze, credenze e regole il cui possesso è la

condizione necessaria per far parte a quella determinata comunità. I confini sono

sfumati poiché in un gruppo vi sono individui diversamente competenti.

Enciclopedie individuali, competenza enciclopedica di ciascun membro della collettività

 (l’enciclopedia media ne è il prodotto), si confrontano e intersecano durante la

comunicazione, stabilizzandosi su un nucleo di abiti interpretativi (E media) che

agevolano la comunicazione interpersonale.

Testo ed enciclopedia

Una teoria semiotica che adotta l’Enciclopedia come propria ipotesi regolativa rinuncia in

partenza all’obiettivo di rappresentare il piano del contenuto in modo esaustivo, ma ciò non

significa che le enciclopedie locali non possano essere delle realtà semiotiche operative

quando, interpretando un testo integriamo le informazioni fornite dal testo con informazioni

che attingiamo dal bagaglio delle conoscenze enciclopediche.

Ogni testo o discorso circoscrive un’area di consenso (topic) dentro la quale il discorso si

muove stabilendo quali parti dell’enciclopedia devono essere attivate e quali no. Quando

l’interprete riconosce l’argomento del testo è in grado di selezionare gli interpretanti dei vari

termini che compongono il testo che si dimostrano compatibili con il topic individuato. In

parole più semplici il topic è un’operazione di messa a fuoco/pragmatica attraverso la quale il

lettore stabilisce l’argomento di cui si parla e su questa base costruisce un certo percorso di

lettura e di interpretazione.

La scelta del topic è resa possibile dagli indizi supplementari che l’interprete ricava dalle

circostanze di enunciazione in cui avviene lo scambio comunicativo e dal cotesto ovvero ciò

che precede e succede la frase nel flusso del discorso. Se queste non ci sono la frase è priva

di significato, ma a questo proposito ci sono le teorie di testo (teorie di prima generazione)

che negano la possibilità di stabilire il significato di un termine a prescindere dalla situazione

enunciativa in cui esso viene detto.

Eco contrappone le teorie di seconda generazione a quelle di prima, le quali (2°) pongono dei

punti di raccordo tra uno studio della lingua come sistema strutturato e uno studio dei discorsi

o dei testi come prodotti di una lingua già parlata o in ogni caso parlanda”.

La tesi è che anche prima di calcare una parola o una frase all’interno di una determinata

situazione enunciativa, sia possibile prevedere più usi comunicativi a cui tale frase o parola

potrebbe dare possibilità.

L’Enciclopedia regista anche i contesti (e le circostanze) in cui è più probabile che ciascun

termine venga impiegato, i sensi più o meno “cristallizzati” che esso assume in ognuno di

questi contesti e gli altri sememi che prevedibilmente lo accompagneranno nei sintagmi (o co-

testi) in cui sarà inserito.

Possiamo quindi dire che l’enciclopedia funziona come una sorta di manuale di istruzioni per

l’inserzione testuale e contestuale dei sememi consentendo all’interprete di anticipare le

possibili espansioni testuali di un semema a seconda dei contesti in cui esso verrà utilizzato.

In questo modo funzionano i vocabolari che non registrano tutti gli usi possibili di un termine

ma solo quelli che sono più probabili (se p allora q p=espressione e x, y, z sono le condizioni

supplementari che specificano le selezioni contestuali e circostanziali, q=senso specifico che

p può assumere).

La semantica ad istruzioni di Eco è funzionale a una teoria della comunicazione poiché

gettando un ponte tra i segni isolati e le loro possibili espansioni testuali, essa spiega come

avvenga che le parole funzionino come artifici scenografici che danno luogo ad abduzioni

codificate negli scambi comunicativi.

CAPITOLO 5

NARRAZIONE

La narratologia è il ramo della semiotica che studia le caratteristiche e il funzionamento dei

testi narrativi, la sua ipotesi è che l’intera esperienza umana si organizzi secondo la logica del

racconto, non solo nel senso che gli umani hanno sempre raccontato storie ma anche perché

essi sembrano naturalmente portati a cercare un senso narrativo nelle cose che li circondano.

Che cos’è la narratività?

La narratività è un modo in cui gli umani sono portati ad organizzare i dati sconnessi

dell’esperienza, un frammento di esperienza che potrebbe sembrare insignificante, acquista

un senso quando gli si riconosce un ruolo all’interno di una catena narrativa (passante che

barbotta, forse il passante sta parlando con qualcuno di immaginario…). Allo stesso modo un

fenomeno sensibile può acquistare un senso narrativo se lo si inserisce in una catena

cronologicamente ordinata di cause ed effetti (fotografia di un uomo col braccio alzato, sta

per colpire qualcuno o salutare…). Un esempio della tendenza umana a creare narrazioni è

dato dall’effetto Kulesov: montando in 3 diverse sequenze la stessa inquadratura di un attore

(accostata ad una minestra, ad una bara, ad una bimba che gioca), egli chiese quale

espressione avesse l’attore e le risposte furono di fame, di dolore e di serenità.

Ciò dimostra che l’interpretazione di un segno dipende dal cotesto (ciò che viene prima e

dopo nel flusso comunicativo). Il legame che tiene insieme le due inquadrature è di causa-

effetto. Possiamo dire che il meccanismo della narratività è basato sulla nostra inclinazione a

interpretare la consequenzialità come causalità, ciò trasforma una sequenza cronologica di

eventi in una storia dotata di trama.

La molla della narratività è il principio del post hoc ergo propter hoc, ovvero dopo di ciò quindi

a causa di ciò, dovrebbe essere un principio fallace poiché non ci sono garanzie a priori che

due eventi consecutivi hanno una relazione di causa-effetto solo per il fatto di trovarsi sullo

stesso asse temporale, ma è proprio per questo che i testi narrativi funzionano (richiedono la

cooperazione di un interprete che tracci i raccordi causali dove non sono evidenti).

La closure è la saturazione degli impliciti narrativi di un testo (es. fumetto di McCloud), il

meccanismo grazie al quale lo spazio vuoto viene riempito, oltre ad essere inferenziale è

narrativo. Se è vero che il segno racchiude la somma dei suoi sviluppi possibili, certi sviluppi

sembrano più possibili di altri e tuttavia non è da escludere il colpo di scena.

La closure narrativa non riguarda solo i testi (fumetto e sequenza cinematografica) che sono

stati costruiti per essere interpretati narrativamente, basta decidere di attribuire senso a un

qualunque evento di interesse umano (il senso sarà narrativo).

Gli studi narratologici si fondano sull’ipotesi che in quanto animali sociali, siamo portati a

raccontare storie a noi e ad altri trasformando le nostre esperienze in stringhe di cause ed

effetti cronologicamente ordinate, attribuendo moventi e intenzioni agli individui coinvolti

nell’azione. Il principio della narratività talmente radicato nel nostro modo di pensare che è

iscritto nella grammatica delle lingue stesse se si considera che la forma sintattica della frase

racchiude un abbozzo di narrazione.

A cosa servono le storie?

La predisposizione umana a narrativizzare l’esperienza risponde a un bisogno adattivo

fondamentale, raccontare storie è una facoltà che ci permette di comunicare con gli altri sia

perché la narrazione crea legami di coesione sociale attorno ad uno stesso repertorio

narrativo, sia perché le storie insegnano a interpretare gli stati mentali degli altri e a reagirne

di conseguenza.

Miller, Galanter e Pribram avanzano l’ipotesi che il progetto è l’unità neuropsichica elementare

della consapevolezza e dell’azione umana, ovvero la struttura cognitiva minima con cui

rappresentiamo le azioni umane. I processi cognitivi che regolano le nostre azioni intenzionali

produrrebbero sequenze logicamente organizzate (progetti), registrate in memoria per

formare una sorta di inventario (che inciderà sull’esperienze successive) delle situazioni

problematiche di interesse umano.

All’origine di ogni progetto c’è qualcuno che vuole qualcosa per un motivo, questo qualcuno

escogita i mezzi per ottenere i propri obiettivi tenendo conto delle difficoltà e degli ostacoli.

Gli elementi costitutivi di un progetto sono: Agente, Situazione iniziale, Scopo non accessibile

da subito, Azione prevista per raggiungere lo scopo e Mezzi per realizzarla.

Possiamo definire l’essere umano come un animale progettuale che ha la capacità di

prefigurarsi degli scenari possibili alternativi rispetto a quello attuale e manipolare

mentalmente questi scenari in vista di obiettivi futuri (es. mentiamo sapendo di mentire).

La capacità di formulare progetti è una straordinaria capacità adattativa che ci permette di

controllare la realtà circostante, dominandola cognitivamente sia perché miglioriamo la nostra

abilità di anticipare il modo in cui la natura reagirà alle nostre azioni ma anche perché

impariamo a prevedere le reazioni degli esseri umani stessi.

Per assicurarci che i nostri progetti riescano c’è bisogno di un sistema interno di attese

consolidate circa ciò che ci si dovrebbe aspettare dagli altri in determinate situazioni, così

facendo diminuisce il rischio che insorga un evento imprevisto che potrebbe mandare i propri

progetti a monte. La facoltà progettuale umana oltre ad essere strumento di sopravvivenza è

quindi anche fonte di ansia e paura, infatti ciò che ci turba di più è un imprevisto

incontrollabile.

A questo punto interviene la cultura (nel senso dell’enciclopedia) che fornisce agli individui un

repertorio di schemi che riguarda le situazioni socialmente stereotipate.

Il repertorio narrativo fornisce un substrato comune di sceneggiature (fabulae prefabbricate)

che orientano il modo in cui membri di una certa comunità interpretano i comportamenti

propri e altrui, quindi ci si adegua ad un copione culturale che riduce il rischio di

incomprensioni.

La forza narrativa di una storia sta nella sua capacità di mettere in scena una violazione della

consuetudine sociale, infatti un ingrediente indispensabile nelle storie sono le peripezie

(mutazione degli eventi a causa di circostanze imprevedibili) dove il soggetto della narrativa si

trova di fronte ad un ostacolo, possiamo quindi dire che il grado di narratività che diamo ad un

testo sarà direttamente proporzionale all’imprevedibilità degli eventi raccontati.

A questo punto ci si può chiedere se abbiamo nel nostro cervello uno schema narrativo

profondo da cui scaturirebbero tutti i racconti, questa questione fa sfondo alle ricerche degli

anni ’60.

Analisi del testo narrativo

La narratologia strutturale è un filone di studi semiotici (ispirato dalla linguistica di Saussure e

da studi dei formalisti russi) che si interroga su ciò che fa di un testo un testo narrativo. La

teoria di fondo è che vi sia un’impalcatura logica comune che fissa determinati elementi

invariabili, che definiscono la natura narrativa di un testo. Quindi si tratterebbe di portare alla

luce la langue narrativa partendo dall’analisi concreta della parole, ovvero dei singoli racconti.

Si cerca di ricostruire una grande sintagmatica del racconto, cioè una storia tipo posta su un

piano generico e astratto.

Lo smontaggio della fabula: dai motivi alle funzioni narrative

I capostipiti della narratologia strutturale sono i formalisti russi che all’inizio del ‘900 hanno

inaugurato un modello di testo narrativo a livelli stratificati, dal più profondo e costante al più

superficiale e variabile.

Tomasevskij nel 1928 introdusse la distinzione tra fabula (catena di eventi collegati in senso

temporale e logico) e intreccio (insieme degli eventi nella successione data dal testo), in

alcuni generi narrativi semplici (fiabe) questi tendono a coincidere mentre nelle forme

narrative più complesse giocano sulle possibilità di scarto tra fabula e intreccio.

Andando più a fondo nelle strutture narrative si può rilevare l’esistenza di un unico modello o

schema compositivo da cui ne deriverebbe una molteplicità di fabulae, è ciò che fa Vladimir

Propp nella sua ricerca. Egli parte dal fatto che nella varietà del genere fiabesco sia possibile

trovare una struttura comune alle fiabe di magia, come prima cosa scarta gli intrecci poiché

sono poco sistematici dato che la stessa fiaba può essere inserita in una determinata

categoria a seconda del punto di vista prescelto. Egli decide di cercare i tipi fiabeschi a livello

degli elementi primari (divieto, danneggiamento, partenza, lotta, vittoria), le cui possibili

combinazioni danno luogo ad una varietà del repertorio fiabesco, questi elementi vengono

chiamati funzioni narrative e sono i mattoni primi della storia.

Le funzioni sono ad un livello più profondo della fabula poiché sono svincolate dai singoli testi

che le contengono, si tratta delle azioni che i personaggi compiono che compaiono con

regolarità in ogni fiaba.

Propp individua 31 funzioni dotate di simbolo che forniscono l’ossatura di una fiaba, la

successione è sempre identica in ogni fiaba ma ciò non vuol dire che ogni fiaba debba averle

tutte, ma che l’ordine delle funzioni è costante. La conclusione è che tutte le fiabe di magia

russe hanno una struttura monotipica mentre le diverse combinazioni non sono altro che

sottotipi della struttura fondamentale.

Attanti e schema narrativo canonico

I narratologi degli anni ’60, ispirandosi a Propp, hanno mirato a scavare sempre più a fondo

nella ricerca degli elementi invariabili fino a individuare una matrice profonda condivisa da

tutti i testi narrativi. Allargarono la categoria di testo narrativo fino a considerarla coestensiva

alla categoria dei testi tout court.

Per Greimas è possibile trovare un livello immanente sotto al livello apparente della

narrazione, dove la narratività si trova situata e organizzata anteriormente alla propria

manifestazione, egli vuole definire tale livello narrativo immanente rispetto al quale i singoli

testi costituirebbero altrettante manifestazioni variabili (narratività in termini astratti e quasi

algebrici).

Sono narrativi tutti i testi con una struttura profonda di tipo polemico-contrattuale basati sullo

scontro-incontro di due programmi narrativi complementari e opposti che sono il Soggetto e

l’Antisoggetto che a un certo punto si intersecano grazie all’Oggetto. Per poter estendere il

modello di Proop (sui ruoli fissi) ad altri generi narrativi, Greimas lo spoglia della specificità

fiabesca e colloca su un piano più astratto, chiamando le sfere d’azione di Proop ruoli

attanziali. Questi sono dei ruoli sintattici privi di specificità che formano lo scheletro del

racconto (attoriattanti rivestiti).

Soggetto e oggetto sono ruoli interdefiniti (non c’è l’uno senza l’altro), il soggetto si definisce

per la sua relazione di desiderio nei confronti dell’oggetto che ha un valore positivo o negativo

(assume una forma concreta o astratta).

I programmi narrativi sono azioni mirate compiute dal soggetto per raggiungere il suo scopo

(asse portante della storia).

Destinante e destinatario si trovano sull’asse della comunicazione e introducono la

dimensione cognitiva del racconto: il primo è colui che rende desiderabile l’oggetto agli occhi

del destinatario-soggetto (colui che da valore all’oggetto. La comunicazione tra destinante e

destinatario assume la forma del contratto ovvero il destinante propone una prova da

superare e il destinatario si assume l’impegno; all’interno del destinante se ne distingue uno

manipolatore (colui che convince/obbliga il destinatario ad affrontare la prova) e uno

giudicatore (colui che valuta l’operato del destinatario).

Aiutante e opponente si trovano sull’asse del potere: il primo pone il soggetto nella condizione

di superare la prova mentre il secondo la ostacola, entrambi sono legati all’acquisizione della

competenza del soggetto.

Gli attanti sono abbastanza indeterminati da non essere vincolati ad alcun genere particolare,

in poche parole basta che ci sia qualcuno che vuole qualcosa per qualche motivo e che per

raggiungere i suoi scopi debba fare qualche sforzo.

Greimas individua 3 prove che scandiscono il flusso dell’azione narrativa:

Qualificante, acquisizione della competenza da parte del soggetto che si equipaggia di

 mezzi necessari per intraprendere il suo programma narrativo (convocato dal

destinante)

Decisiva, scontro tra soggetto e antisoggetto, realizzazione del programma narrativo

 del soggetto

Glorificante, l’operato del soggetto viene sanzionato dal destinante giudicatore

Greimas osserva come le 3 prove in successione si trovano in tutte le narrazioni e anche in

molte delle nostre esperienze quotidiane.

Riformula la sequenza di queste nei termini dello schema narrativo canonico, articolabile nella

sequenza manipolazione-competenza-performanza-sanzione: al centro di ogni narrazione c’è

una performanza ovvero una serie di azioni congiuntive e disgiuntive tra Sogg e Ogg, ma

prima di ricongiungersi il primo deve munirsi della competenza necessaria per affrontare il

suo compito, il soggetto deve quindi sapere ciò che gli serve per realizzare la performanza e

potere affrontare il suo compito (la dimensione pragmatica dell’atto viene incorniciata dalla

dimensione cognitiva del contratto, prima di munirsi della competenza, il soggetto deve

volere o dovere affrontare la prova).

Lo schema narrativo canonico è un modello che rende conto della sintassi narrativa di tutti i

testi; Greimas elabora il modello semiotico del percorso generativo del senso in forma

stratificata, ovvero organizza una gerarchia di livelli testuali: partendo dalle strutture

elementari della significazione (opposizioni semantiche profonde del testo) che si articolano

nel livello intermedio costituito dallo schema narrativo canonico e della struttura attanziale, e

infine nelle strutture discorsive che attraverso l’enunciazione danno corpo alla superficie

espressiva del testo. Questo modello può essere applicato a una varietà illimitata di fenomeni

culturali diversi.

Figure del racconto

Lo schema narrativo canonico è una forma logica semanticamente scarna che assume

caratteristiche più determinate quando viene riprodotta su contesti culturali e situazioni

comunicative. Questa teoria viene messa al servizio della pratica di analisi testuale con

l’obiettivo di descrivere l’organizzazione interna dei testi in modo scientificamente accettabile

e non più con quello di cogliere i meccanismi che regolano la generazione del senso.

Genette, per quanto riguarda l’analisi narratologica dei testi, sistematizza diversi concetti

elaborati in letteratura in un quadro metodologicamente unitario, distinguendo tra concetti di

storia (fabula, concatenazione di eventi del racconto), racconto (discorso narrativo,

manifestazione espressiva del testo) e narrazione (atto concreto di narrare un racconto),

osserva che l’unico che si offre all’analisi testuale direttamente è il racconto.

Partendo dall’idea che il racconto può essere inteso come espansione di un verbo (es.

Odissea Ulisse torna ad Itaca), Genette introduce le categorie usate nell’analisi

grammaticale dei verbi (tempo, modo, voce) per impostare lo studio del racconto.

Tempo

Riguarda i rapporti tra tempo della storia e tempo del racconto, la disposizione cronologica di

una storia può essere scompigliata per creare anacronie (salti temporali) divisibili in analessi

(salti all’indietro, flashback o retrospezioni) e prolessi (salti in avanti, anticipazioni). Il lettore

deve ricostruire l’ordine mentalmente tirando fuori la storia dal racconto.

Inoltre, il racconto può avere diversi effetti di ritmo, espandendo o contraendo la durata di

uno stesso blocco narrativo, un’espansione dirige l’attenzione su un determinato segmento

narrativo e anche l’omissione frettolosa di dettagli può avere la stessa funzione poiché rivolge

il lettore a riempire le parti mancanti (reticenza).

Per capire gli effetti di durata in un testo di prosa bisogna stabilire un rapporto tra durata

variabile dei pezzi di storia (segmenti diegetici) e lunghezza del testo (la loro pseudo-durata)

nel racconto.

Non c’è modo per misurare la durata del racconto, quindi il grado zero (esatta coincidenza tra

durata della storia e pseudo durata del racconto) della durata non esiste se non come una

specie di uguaglianza convenzionale, il grado zero di riferimento è un racconto dalla velocità

costante, se vengono introdotte accelerazioni o decelerazioni si verificano anisocronie/effetti

di ritmo (pausa-descrizioni, scena-dialoghi, sommario-riassunti, ellissi-omissioni).

La sottocategoria della frequenza riguarda le relazioni di ripetizione tra racconto e storia:

racconto singolativo (raccontare x volte ciò che è successo x volte), ripetitivo (raccontare x

volte ciò che è successo 1 volta) e iterativo (raccontare 1 volta ciò che è successo x volte).

Modo

Le figure del modo hanno a che fare col dosaggio dell’informazione narrativa, una storia può

assumere sembianze diverse a seconda della distanza e della prospettiva da cui si guardano

gli avvenimenti.

Qualunque racconto presuppone uno sguardo attraverso cui viene filtrata l’azione narrativa, la

focalizzazione di un racconto può essere più o meno determinata:

Focalizzazione zero, onnisciente che quindi conosce tutto

 Focalizzazione esterna, prospettiva rimane al di fuori rispetto ai pensieri dei personaggi

 Focalizzazione interna, prospettiva coincide con il punto di vista di un personaggio

 1. fissa, punto di vista di un personaggio in tutto il racconto

2. variabile, punto di vista cambia da un personaggio ad un altro

3. multipla, stesso episodio raccontato da più punti di vista consecutivamente

Voce

La voce è l’istanza narrativa a cui fa capo il racconto, Genette osserva che ogni testo ha un

‘io’ che lo enuncia sia che questo si espliciti sotto forma di marche di enunciazione sia che si

nasconda dietro a forme impersonali.

Il concetto di enunciazione riguarda i rapporti che ci sono tra racconto e atto della narrazione

che tale racconto presuppone, se c’è racconto significa che da qualche parte c’è qualcuno che

lo ha enunciato. Ma il narratore non va inteso come la persona che produce fisicamente il

testo ma come l’istanza enunciativa, quindi bisogna distinguere autore in carne ed ossa dal

ruolo del narratore. Il compito della narratologia strutturale è quello di estrapolare dalla

superficie discorsiva indizi che permettono di individuare l’identità testuale del narratore,

cominciando dalla sua collocazione temporale rispetto alla vicenda narrata (tempo della

narrazione).

Genette distingue 4 tempi della narrazione:

ulteriore, posizione classica del racconto al passato

 anteriore, racconto predittivo al futuro

 simultanea, racconto al presente quindi contemporaneo all’azione narrativa

 intercalata, racconto al passato che si frammenta e inserisce tra i vari momenti della

 storia (specie di reportage immediato)

Infine ci sono i livelli narrativi, c’è un narratore extradiegetico (collocato fuori dal mondo

narrato) che racconta la sua storia, creando un secondo livello narrativo chiamato diegetico o

intradiegetico, si può concepire ciò come un inscatolamento progressivo e infinito di livelli

narrativi.

Il quadro si complica se il narratore è uno dei personaggi nella storia, Genette distingue le

persone del narratore eterodiegetico (assente come personaggio nella storia) e del narratore

omodiegetico (presente come personaggio nella storia). I due piani (livello e persona) possono

essere incrociati creando una griglia a 4 termini.

Oltre al narratore cioè l’io vi è un tu cioè il narratario che è colui a cui è destinata la

narrazione, una delle sue funzioni comunicative è di costituire un raccordo tra narratore e

lettore.

Enunciazione

Riprendendo l’opposizione saussuriana di langue e parole, lingua e discorso, Benveniste

osserva che la lingua assume una forma specifica e si attualizza nel discorso, prendendo vita.

È grazie a questa capacità della lingua di convertirsi in discorso che l’essere umana si

costituisce come soggetto come una propria identità culturale, sociale e individuale.

Nel concreto atto di discorso, l’individuo si impossessa del repertorio comune dei segni

astratti della lingua e pone sé stesso come soggetto parlante del discorso.

La conversione da lingua a discorso è possibile grazie al fatto che tra i segni della lingua c’è

ne sono alcuni vuoti, ovvero che non hanno un corrispettivo nel mondo esterno e si riferiscono

esclusivamente alla situazione di discorso in cui il parlante si trova, in altre parole sono

significanti il cui significato non cambia ma il cui referente è ogni volta diverso. È grazie a ciò

che la lingua è in grado di funzionare nei concreti processi di comunicazione, i segni vuoti

disponibili ad essere riempiti da ciascun parlante, garantiscono il funzionamento economico

del linguaggio.

Io e tu costituiscono l’ossatura fondamentale di ogni situazione di scambio comunicativo: io

significa sia persona che enuncia che persona di cui si parla nell’enunciato, mentre tu si

riferisce all’individuo a cui ci si rivolge. Io e tu si implicano a vicenda e costituiscono la

condizione di dialogo che è la condizione fondamentale del linguaggio in atto (comunicazione


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AUTORE

Aliverde

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6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione d'impresa
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aliverde di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semiotica e analisi del testo narrativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Pisanty Valentina.

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