Introduzione alla semiotica
La semiotica è la disciplina che si occupa dei segni e della comunicazione, interrogandosi sul modo in cui gli esseri umani tentano di dare senso al mondo che li circonda. Non vi è un rapporto diretto con il mondo, bensì siamo guidati dalle rappresentazioni (mappa che media il nostro rapporto con le cose esterne) che danno ordine al disordine dell’esperienza. Dopo che ognuno di noi ha creato la propria mappa cognitiva, la si confronta con le mappe altrui, passando così dalla significazione alla comunicazione; quindi, i segni da personali diventano condivisi e culturalizzati. La semiotica affronta sia il modo in cui il segno arriva alla nostra mente, sia come noi lo interpretiamo.
Capitolo 1: Definire la comunicazione
Dato che negli ultimi decenni si è parlato moltissimo di comunicazione (introduzione di nuovi mezzi), questa parola ha assunto diversi significati. Vi sono due accezioni del termine comunicazione: la prima (dal latino cum munus → con incarico) significa condividere o spartire (es. Rodolfo comunica a Giuditta la sua decisione); in questo caso, la frase esprime un’azione che provoca un mutamento cognitivo nel soggetto. La seconda significa collegare o unire (es. la sala da pranzo comunica con la cucina); in questo caso, invece, comunicare significa essere fisicamente unito.
Nel primo caso, l’oggetto della comunicazione deve possedere alcune caratteristiche; infatti, se il termine venisse utilizzato per riferirsi allo spostamento di un oggetto materiale da un luogo ad un altro, si presenterebbe un’anomalia (es. la cucina ha comunicato alla sala da pranzo il piatto di salumi). Quindi non si comunicano cose materiali ma significati, pensieri o semplicemente informazioni.
Riassumendo, vi sono due accezioni del termine. La prima riguarda la possibilità di un collegamento fisico tra un luogo A e un luogo B. Il secondo senso ha invece a che fare con la trasmissione di un “oggetto cognitivo” (di un significato, di un contenuto, di un’emozione, di una sensazione) da una fonte (non necessariamente umana e non necessariamente intenzionata a comunicare qualcosa) ad un destinatario. La comunicazione può essere provvisoriamente definita come una trasmissione di informazioni.
La soglia minima della comunicazione
Nel copiare dei file da un computer A ad un computer B non viene trasmessa alcuna informazione in quanto si tratta solo di duplicare un file che è solo un oggetto concreto (non un’informazione). Dato che non viene prodotto nessun effetto cognitivo sull’apparato ricevente, questa trasmigrazione di oggetti va sotto la soglia minima di comunicazione. Lo stesso discorso vale in biologia con la trasmissione dell’informazione genetica in quanto è un fenomeno di stimolo-risposta.
Invece, il caso di scambio di informazione tra essere umano ed entità meccanica (chiamare l’ascensore, prendere un caffè alla macchinetta) sembra funzionare. Il passaggio di informazioni è puramente meccanico in quanto l’ente si limita a svolgere ciò che gli è stato detto di fare e non è in grado di capire tutto il resto (prendo il caffè perché sono stanco, prendo l’ascensore perché devo visitare qualcuno) e non vi è spazio per il fraintendimento. Siamo proprio di fronte a una serie di fenomeni che sembrano collocarsi lungo i margini del campo della comunicazione vera e propria, senza uscirne del tutto. Questi fenomeni si situano sulla soglia minima della comunicazione, in quanto l’apparato meccanico che riceve l’informazione ha solo una possibilità di interpretazione. Questi fenomeni rivestono un ruolo rilevante perché sembrano ridurre la complessità della comunicazione al minimo, esibendone solo gli aspetti essenziali.
I modelli informazionali della comunicazione
Sotto la soglia minima si collocano tutti quei fenomeni in cui il passaggio di informazioni da un dispositivo A ad un dispositivo B avviene attraverso un processo puramente meccanico di cause ed effetti materiali. Per capirne il funzionamento usiamo i modelli postali della comunicazione. Il primo modello fu quello di Claude Elwood Shannon e Warren Weaver nel 1949, che non tratta della comunicazione umana ma delinea i passaggi essenziali che caratterizzano i diversi momenti del trasferimento di “pacchetti di informazione” da un apparato meccanico a un altro.
Innanzitutto, vi sono i dispositivi che partecipano allo scambio di informazione: la fonte e il destinatario. Alla fonte è abbinato un dispositivo trasmittente (trasforma il messaggio in segnale) e al destinatario il ricettore (ritrasforma il segnale in messaggio); questi sono collegati attraverso un canale che può essere di varia natura (cavo telefonico, aria) ed ha una sola capacità (non può trasmettere più di un segnale alla volta). Ciò che la fonte deve comunicare è il messaggio, il quale deve essere trasformato in qualcosa di materiale, che in questo caso è il segnale (impulsi elettrici, onde sonore), per poter essere lanciato sul canale e colpire così l’apparato ricettivo del destinatario. A questo punto, l’unica cosa che può ostacolare il segnale è il rumore (presenza di disturbi sul canale che alterano la forma del segnale) creando così uno scarto tra segnale originario e segnale ricevuto. Una volta arrivato al destinatario, il ricettore ritrasforma il segnale in messaggio.
Il modello si applica a processi elementari di trasferimento di informazioni come il funzionamento del termostato. Nella comunicazione, spesso l’assenza di segnale è tanto significativa quanto la presenza. Questo modello si può applicare ad un certo numero di fenomeni comunicativi; la comunicazione linguistica potrebbe superficialmente essere descritta negli stessi termini: quando si parla con un’altra persona, il cervello di chi parla è la fonte dell’informazione, l’apparato fonatorio è l’apparato trasmittente, le vibrazioni sonore costituiscono il segnale e l’aria è il canale della comunicazione; l’orecchio dell’interlocutore è il ricettore e il suo cervello è il destinatario finale del messaggio. Tuttavia, quando si descrive la comunicazione umana, allo schema di Shannon e Weaver sembra mancare qualcosa.
Per spiegare la teoria della comunicazione bisogna trovare una spiegazione scientifica: come prima cosa bisogna rendere qualcosa di immateriale (pensiero) materiale, come seconda cosa bisogna trasportare questa cosa da una parte all’altra (come?) e infine come ultima cosa bisogna ritrasformare da materiale a immateriale (replica dell’oggetto di partenza). La prima e la terza parte sono analoghe, ma non sappiamo se ad entrambe può essere data la stessa spiegazione. Shannon e Weaver si sono concentrati solamente sul secondo punto (come trasportare il segnale evitando che si rovini), ma l’interesse del semiotico si concentra in realtà sul primo e terzo punto.
Il modello di Jakobson (1960)
Circa 10 anni dopo Shannon e Weaver, Roman Jakobson rielaborò il loro modello. Individuò sei fattori essenziali della comunicazione: mittente e destinatario, il messaggio che deve avere un contesto (ciò di cui si parla, realtà esterna a cui ci si riferisce) ed un codice (sistema di equivalenze tra pensieri e manifestazioni espressive), infine un contatto (canale fisico o psicologico).
Vengono appunto introdotti due nuovi elementi (codice e contesto) e tolta la distinzione tra fonte-trasmittente e ricettore-destinatario, ciò viene fatto perché Jakobson ha una concezione preminentemente umana degli attori della comunicazione come esseri senzienti dotati di apparati percettivi e di sistemi complessi per l’elaborazione dell’informazione. Infatti vengono anche chiamati codificatore e decodificatore. Non vi è più distinzione tra segnale e messaggio, ma predilige il messaggio perché ciò che gli interessa è il modo in cui il messaggio assume una veste materiale (sapere che cosa mette in relazione ciò che noi pensiamo con ciò che noi comunichiamo, e viceversa → CODICE) e il rumore scompare (no fattore rilevante).
Il mittente ha qualcosa che vuole comunicare, un proprio pensiero. Per poterlo comunicare, deve trasformarlo in messaggio avvalendosi delle regole del codice (insieme di associazioni tra i significati e le espressioni o significanti). L’azione che permette di formulare il messaggio è chiamata codifica, mentre l’azione di deciframento del messaggio è chiamata decodifica. Una volta codificato, il messaggio viene lanciato sul canale che a sua volta viene decodificato dal destinatario (circolo comunicativo). Per Jakobson, la comunicazione fallisce quando non vi è la comprensione del codice.
Funzioni di Jakobson
Un’altra novità sono le funzioni; ad ogni fattore della comunicazione ne corrisponde una. Jakobson ne individua sei:
- Referenziale, ciò di cui si parla (mondo esterno).
- Emotiva o espressiva, mette in risalto la situazione del mittente concentrandosi sul suo stato d’animo (voglio comunicare le mie emozioni, uso di interiezioni → uffa, ahi).
- Conativa, induce il destinatario a far qualcosa (imperativo).
- Fatica, è la più importante perché senza questa le altre non possono esistere, mira a stabilire/prolungare/interrompere un contatto (verificare se il canale funziona).
- Metalinguistica, si discute del codice stesso (dare una definizione ad esempio).
- Poetica, l’attenzione si rivolge al messaggio in quanto tale (I like Ike, incentrata sulla funzione poetica che dirige l’attenzione sul messaggio).
I modelli di Jakobson e Shannon e Weaver non sono poi così differenti; entrambi sostengono che la comunicazione è possibile solo se vi è un codice condiviso. Vengono riconosciute solo due ragioni per cui la comunicazione possa fallire: o perché i due partner non condividono il medesimo codice oppure perché un rumore sul canale altera il segnale o messaggio. Ma questi modelli non spiegano i fraintendimenti che a volte vi sono nel caso in cui emittente e destinatario condividano lo stesso codice di base o con l’assenza di un rumore. Infine, tra codificatore e decodificatore vi è una perfetta specularità; i lavori svolti sono identici.
Fare a meno del codice: la comunicazione come sesto senso
Se prendiamo come esempio l’ascensore, attribuendo all’umano il ruolo dell’interprete e all’ascensore quello dell’esecutore, possiamo descrivere questa situazione nei termini del modello di Jakobson; ma se invece supponessimo che l’umano non abbia mai visto un ascensore e nonostante ciò non faticherà molto nel capire a cosa servino quei numeri al suo interno (non vi è condivisione di codice). In questo caso, la situazione appena delineata si pone fuori dal modello di Jakobson, il quale presuppone la condivisione di un codice come condizione indispensabile dell’atto comunicativo.
Ma vi sono anche altre differenze. Stando ai modelli informazionali, oltre alla non condivisione del codice, l’unica ragione che può far fallire la comunicazione è l’interferenza di un rumore lungo il canale. Se tuttavia noi ricostruiamo il ragionamento formulato dall’interprete, ci rendiamo conto che le ragioni che potrebbero condurlo a una “decodifica aberrante” del messaggio sono molteplici (l’interprete potrebbe pensare che i numeri invece che indicare i piani indichino il tempo).
Per queste situazioni serve un modello che non consideri la previa condivisione di un codice come condizione essenziale per la riuscita della comunicazione. Vi sono differenze tra un semplice trasferimento di informazione e comunicazione vera e propria. Come prima cosa, il fatto che gli esseri umani non si limitano a scambiarsi informazioni su ciò che viene esplicitamente detto; ma il destinatario riesce ad interpretare di più di quanto il mittente intende comunicare. L’interprete, oltre all’informazione che il mittente fornisce, recupera tutta una serie di dati connessi alla prima.
Per quanto riguarda la comunicazione umana, il fraintendimento è una parte inevitabile (meccanismo che permette di essere compresi); quindi, si può dire che la comunicazione umana è interpretativa di sua natura (non c’è strategia o regola che ne garantisca la riuscita). La comunicazione umana non permette di individuare un algoritmo che la descriva a priori, ma consente solo di ricostruire a posteriori come si suppone che siano andate le cose. Non vi è una risposta al perché la comunicazione tra esseri umani è interpretativa; è il modo in cui siamo fatti. Il suo scopo è rendere la nostra rappresentazione della realtà esterna sempre più adeguata alle nostre esigenze di sopravvivenza. La comunicazione svolge la stessa funzione delle operazioni messe in atto dagli organi di senso. Vedere, odorare, assaporare, e così via, ci sono utili perché ci permettono di costruire una rappresentazione mentale il più possibile adeguata dell’ambiente circostante.
Un modello inferenziale della comunicazione
Il codice non è una condizione necessaria e sufficiente della comunicazione umana: non necessaria, in quanto la nostra quotidianità è piena di scambi comunicativi che non hanno bisogno di previ codici comuni ma ne creano a posteriori; non sufficiente, perché senza la nostra attività inferenziale con una condivisione di codici si arriverebbe solo ad un puro scambio di dati.
Nel modello inferenziale, l’esecutore vuole comunicare qualcosa, MessaggioE, per renderlo trasmissibile mette in atto una strategia comunicativa che rende il messaggio materiale costruendo così un SegnaleE. Dopo aver lanciato il SegnaleE lungo il canale, l’apparato ricettivo dell’interprete viene sollecitato da quell’oggetto materiale, che essendo un dispositivo individuale capterà questi stimoli in modo idiosincratico (non gradito) trasformandoli nel SegnaleI (fornisce delle indicazioni per la strategia interpretativa ponendone dei limiti). A questo punto, l’interprete cercherà attraverso una sua strategia di ipotizzare cosa l’esecutore abbia voluto comunicargli, ottenendo così il MessaggioI. La comunicazione può dirsi riuscita se MessaggioE e MessaggioI sono ragionevolmente simili.
La principale novità di questo modello è la scomparsa della nozione di codice, il quale si inserisce più o meno nelle due strategie (comunicativa e interpretativa): l’esecutore cerca di plasmare nel modo desiderato le cognizioni dell’interprete, mentre l’interprete cerca di capire le strategie dell’esecutore in modo da reagire adeguatamente a esse. I loro lavori non sono per forza speculari poiché non seguono identiche strategie, ma è ovvio che se si ricorre a strategie già collaudate il lavoro dell’interprete sarà più semplice mentre se la strategia dell’esecutore sarà più personale, il lavoro dell’interprete sarà più difficile. Questo modello può essere paragonato al lavoro che svolgono assassino e detective; pensando a ciò, possiamo dire che le strategie messe in atto da esecutore e interprete tenderanno ad intrecciarsi e contaminarsi tra di loro.
Più si comunica più riesce meglio, ma si può anche dire che comunicando tanto con una determinata persona si tende a prestare meno attenzione a cose che prima erano importanti e quindi aumenta la possibilità di un errore o di un fraintendimento. Un altro aspetto è che non è sempre facile stabilire se uno scambio abbia avuto successo oppure no, ma non vi è un determinato criterio per stabilirlo perché la comunicazione non funziona sul principio on/off (comunicare o non comunicare). È una questione di gradi; più simili sono MessaggioE e MessaggioI, più si potrà dire che l’interprete ha capito ciò che l’esecutore gli ha detto, tra una grande similitudine e una totale estraneità vi è una scala di valori (alcune cose vengono capite, altre meno e altre no).
Una definizione cognitivamente plausibile di comunicazione
Secondo i modelli informazionali, l’aspetto cognitivo della comunicazione è successivo alla comprensione, ma ciò è sbagliato perché gran parte della comunicazione umana non può essere spiegata attraverso processi di codifica-decodifica partendo da codici condivisi. Sicuramente non è spiegabile in questi termini la comunicazione che avviene fuori dalle regole semantiche, come nel caso di buona parte della comunicazione gestuale. Non si può sostenere che prima si comunica e poi si pensa, perché ragionare e interpretare sono elementi essenziali della comunicazione stessa.
L’ambiente cognitivo
Dopo aver detto che la comunicazione ha come funzione primaria la cognizione (chi comunica vuole plasmare o intaccare le cognizioni del proprio destinatario), occorre parlare degli apparati che usiamo in questo processo cognitivo. Questi apparati hanno un ambiente di lavoro (luogo in cui fare reagire le nuove informazioni con informazioni già registrate in memoria) dotati di memoria a lungo e breve termine. Questo ambiente viene chiamato ambiente cognitivo (Sperber, Wilson 1986) che per un individuo è l’insieme dei fatti che gli sono manifesti. Il fatto manifesto sono determinate informazioni disponibili e attive nella mente di un individuo in un determinato momento.
Tutti i fatti che riempiono la mente di un particolare individuo in un determinato momento costituiscono l’ambiente cognitivo di quell’individuo, ma non tutti i fatti registrati nei diversi tipi di memoria fanno parte dell’ambiente cognitivo, bensì solo quelli che si riesce a rappresentare in quel determinato momento. L’ambiente cognitivo è suscettibile di continue variazioni, esattamente...
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