APPUNTI SUL VOLUME “IMMAGINI CHE CI GUARDANO” DI HORST BREDEKAMP
l’autore apre il libro con un riferimento alla conferenza di Paul Klee del 1924,
Premessa:
dove il pittore affermava che non siamo noi spettatori a guardare le immagini ma il contrario,
offrendo quindi l’idea di immagine come soggetto. L’immagine infatti era considerata tale, e
dotata di un suo potere fino all’Illuminismo, che, con la sua carica razionale, mise in
questo potere. Secondo l’autore al giorno d’oggi, dove siamo immersi nelle
discussione
immagini (le quali non hanno solo un significato estetico, ma anche politico-militare) è
importante ripensare le immagini come soggetto. Bisogna cioè legare la loro azione a quella
dei media e cogliere l’occasione della “morte dell’arte” (si veda il celebre volume di Danto)
per ripensare una teoria dell’immagine e dell’atto iconico (cioè la vita artificiale
dell’immagine, lo scambio fra immagine e corpo e l’energia autonoma della forma).
Introduzione-il problema delle immagini: Bredekamp sostiene che era dai tempi
dell’iconoclastia della riforma protestante che non si rifletteva così tanto sul potere delle
immagini viste come soggetto. Questa attenzione è derivata dall’uso pervasivo che fanno i
media dell’immagine, rendendo evidenti i problemi delle implicazioni politiche o militari;
hanno altresì contribuito all’attenzione riservata all’immagine le discussioni scientifiche sulla
possibilità di raffigurare l’invisibile attraverso immagini schematiche (rappresentazioni
dell’atomo o del DNA). Inoltre, la nascita del problema del copyright sull’immagine ha
ulteriormente contribuito ad arricchire il dibattito.
Nostra guida nella scoperta dell’immagine-soggetto, è un aforisma di Leonardo da Vinci, in
cui un’opera coperta chiede al visitatore di non scoprirla se vuole restare libero perché: “il
suo volto è carceriere d’amore”. L’immagine dunque agisce come un’incantatrice, e in
questo ricorda le icone o le pale d’altare velate, che venivano scoperte solo in determinati
giorni dell’anno. Un esempio di un’immagine del genere è il Ritratto dell’arcivescovo Filippo
Archinto: questi ha il volto velato a metà perché il governo ha esautorato la sua nomina e
non può esercitare la sua carica. Esempi più contemporanei sono le opere coperte di Man
dove l’oggetto è nascosto proprio per essere evidenziato.
Ray o Christo e Jeanne-Claude,
Con l’Illuminismo si afferma l’idea che l’immagine è inattiva, che è solo un riflesso del
pensiero di chi la guarda, tuttavia questa consapevolezza non fa che aggravare il fatto che
le immagini hanno un potere che, come già aveva intuito Leonardo, limita la nostra libertà.
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Capitolo uno: origini e concetti
secondo l’autore è difficile sostenere quando si sia sviluppata nella
Homo Faber:
preistoria la differenza fra utensile e immagine. Le prime sculture registrate sono
quelle dedicate alla dea madre, è vero, ma parallelamente (cioè circa 40.000 anni fa)
si attestano statuette di uomini-animali. Queste hanno fatto pensare alla presenza di
un’età dell’avorio, anche per la presenza di utensili tridimensionali che suggeriscono
una sensibilità almeno decorativa; per esempio citiamo un fossile con la conchiglia al
centro, oppure vari reperti con un foro ottenuto con un colpo secco che ci fanno
pensare che potrebbero essere dei ciondoli e che il foro serva a farvi passare un
un’immagine quando è
nastro. Leon Battista Alberti sosteneva che siamo davanti a
presente un’elaborazione umana, ma nemmeno questa definizione si adatta a ogni
ambito dell’arte; per esempio non alle immagini casuali cinesi, non al ready-made né
alla land-art.
Platone, Heidegger, Lacan: in filosofia le immagini non sono così centrali come in
teologia, a causa del giudizio negativo su di esse formulato da Platone. Secondo lui
l’arte è negativa, perché propone “imitazioni di imitazioni”, ovvero, rappresentazioni
di cose o persone che sono già le imitazioni terrene della loro essenza eterna, ovvero
l’idea. La filosofia platonica fa emergere però tutto il potere delle immagini nel mito
della caverna, dove esiste sono più potenti della luce della verità (si veda
l’illustrazione di Saenredan del 1604). Quando poi il filosofo paragona lo stato ideale,
nella Repubblica, ad un ritratto, mostra tutta la sua contraddizione: in realtà Platone
è ben conscio del potere delle immagini, ed era contrario solo ad alcune, quelle
imitative della realtà, mentre ama l’arte egizia, schematica e simbolica, che serve
come modello di vita specialmente per i giovani.
Heidegger ritorna sull’opera d’arte chiedendo se essa possa vivere per sé, in quanto
L’origine
grandezza sovrastorica poiché non soggetta al tempo. Nel volume
dell’opera d’arte non è abbastanza coraggioso da portare in fondo il ragionamento,
divagando sui vari generi d’opera d’arte e preferendogli infine la poesia. Va meglio in
una conferenza sul leprotto disegnato ad acquerello da Dürer, il cui sguardo non
e lo fa sembrare un’entità a sé.
incrocia lo spettatore
Lacan, psicologo e filosofo, nel 1974 tiene un seminario sulla capacità dell’opera di
guardare lo spettatore. Fa l’esempio di un pescatore che vede galleggiare in mare
aperto una scatola di sardine: questa non è visibile da un punto di vista preciso
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perché si muove continuamente. Quindi è una tache, una macchia, che non si lascia
cogliere, e noi non possiamo separare soggetto che ci guarda e oggetto guardato.
Atto iconico e atto linguistico: la storia dell’arte non solo sull’osservatore
si interroga
attivo, ma anche sulle funzioni e azioni delle immagini. La questione degli effetti delle
immagini è molto vicina a quella di atto iconico. Lefebvre, nel 1961, scriveva sugli
effetti nel quotidiano del feticismo delle merci, che diventavano immagini simboliche.
L’atto iconico deriva da quello linguistico, che, come ha definito Austin, è un continuo
di parole correlate ad azioni che danno vita ad una situazione. Si veda la cerimonia
del varo di una nave, dove alle parole, che indicano il nome della nave, segue
un’azione, la rottura di una bottiglia di vetro sullo scafo, e viene legittimata una
situazione, ovvero la possibilità per la nave di iniziare la navigazione. Bredekamp
apre una prospettiva diversa, ponendo l’immagine non al posto della parola, ma al
posto della persona che parla, portando così l’atto iconico a confronto. Ovviamente
l’immagine è muta e non può pronunciare la formula che attua il fatto, però può
sempre esprimere la sua forza, mediante la fruizione visiva dello spettatore, sarebbe
a dire le reazioni degli provoca. Per riassumere:
ATTO LINGUISTICO: SOGGETTO FORMULA + AZIONE VERSO
L’OGGETTO
FATTO (esempio della nave)
POTERE DELL’IMMAGINE
ATTO ICONICO: OGGETTO (immagine)
(caratteristiche) REAZIONE NEL SOGGETTO (ha un’efficacia immediata
Di atto iconico Bredekamp ne individua tre tipi: schematico
di composizioni di tipo autonomo), sostitutivo (scambio di corpo e immagine, presente in
ambito religioso, politico e nell’iconoclastia) e (forza dell’immagine
intrinseco per come
modellata, ad esempio la pathosformel warburghiana).
Capitolo 2: le opere, i primi testimoni della teoria
l’atto iconico è noto in diverse culture, soprattutto in relazione
Origini della forma-io:
ovvero ad un’opera che parla in prima persona, di cui abbiamo
alla forma-io,
conferma in diverse culture, dalla greco-romana, dove le opere riportano il nome del
creatore e la loro funzione o destinazione (si veda la fibula di Preneste, oppure le
varie opere con scritte del genere “mi ha fatto l’artista x per il committente y come
dono al tempio z”), alla ebraica (nella Bibbia un oggetto di argilla dice: “non mi hai
tu”), alla orientale (storia del calice in rame che si lamenta con l’artigiano di non
fatto
essere abbastanza bello). Molto importanti sono le iscrizioni in prima persona che,
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se lette ad alta voce, ci danno l’idea che l’opera d’arte sia vivente. Questo vale
particolarmente per le statue funebri dell’antica Grecia, come quella della fanciull
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