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ESTRATTO DOCUMENTO

al monopolio si impongo un principio di legittimazione del potere e un principio di risoluzione

pacifica dei conflitti.

Gianfranco Poggi definisce lo Stato come un complesso vasto e differenziato di strutture

istituzionali di domani o operanti tramite le attività continue e regolamentate di individui considerati

come titolari di uffici. Lo Stato riserva l’attività ad una società territorialmente delimitata che

monopolizza tutti gli strumenti che permettono l’esercizio della violenza fisica.

La sovranità implica il controllo su un territorio, su una popolazione e su determinate risorse.

Rispetto al passato il territorio dello Stato è delineato con confini difesi e difendibili.

Centralizzazione e amministrazione costituiscono ulteriori caratteri che differenziano lo Stato dalle

altre forme di organizzazione politico territoriale: la centralizzazione del potere è l’esito di un

processo che conduce alla riduzione dei poteri alternativi allo Stato e all’unitarietà

dell’organizzazione statale. Centralizzazione, sovranità, controllo e difesa dello Stato sono resi

possibili dalla crescita delle amministrazioni pubbliche e dalla burocrazia. I burocrati affermano la

presenza dello stato nelle periferie, assicurando l’esecuzione delle sue decisioni e il

coordinamento fra le branche dell’amministrazione.

Processi rilevanti sono la secolarizzazione, distinzione fra morale e politica, e la separazione tra

Stato e società civile a cui si riconosce una dimensione non politica.

La crescita dello Stato implica l’evoluzione del concetto di cittadinanza che istituzionalizza un

criterio di esclusione, implica nella configurazione di certi vantaggi per i membri inclusi nel

territorio.

Accanto alla dimensione intra-statale esiste quella inter-statale. Con il trattato di Westfalia emerge

un sistema di Stati sui quali non si esercita l’autorità di un potere superiore.

Box 3.1Il fallimento dell’Urss e le difficoltà della Russia

La crisi degli Stati è più probabile nei contesti multinazionali. Uno sviluppo democratico non può

prescindere da accorsi e patti tra le parti. Il caso russo mostra come dopo il crollo del regime

comunista, gli esiti della riforma statale e della transizione democratica possano essere percepiti

come incompatibili. Alla fine degli anni Novanta, la Russia presenta molti indicatori della fragilità

statale: incertezze e sfide sui confini, limitato controllo del territorio, carenze nel funzionamento

dell’apparato statale, divisioni culturali. Grazie anche alle enormi risorse a disposizione, Putin

procede ad una ricentralizzazione del sistema. Nell’élite russa cresce al consapevolezza che

l’affermarsi della democrazia avrebbe alimentato quel processo disgregativo dello Stato.

3.2 Perché si affermano gli Stati?

La diffusione della forma stata si ha nel corso del Novecento e costituisce una riduzione della

complessità portando l’Europa ad avere 20-30 unità politiche rispetto alle 500 del Medioevo.

Questo processo di convergenza politico-istituzionale trova una convincente spiegazione nei

caratteri comuni dell’Europa del Cinquecento. Tilly scrive che la precedente unificazione sotto

l’impero romano aveva prodotto una convergenza di linguaggio, leggi, religione, inoltre ovunque

prevaleva la struttura feudale. Una volta costituito lo Stato tende a trasformarsi. Lo stato nazionale

costituisce un obiettivo da raggiungere in concomitanza con l’affermarsi dell’idea di nazione. Prima

di ciò l’unica lealtà richiesta ai sudditi era quella verso la dinastia e la corona. Con la nascita

dell’idea di nazione, lo Stato si afferma sempre più come un’entità distinta rispetto alla dinastia

regnante. I cittadini sono tenuti ad identificarsi con la storia, le tradizioni, la cultura, la lingua,

l’etnia, il territorio, i confini dello Stato. La Stato Nazione si contrappone ad altri stati nazione.

L’idea di nazione impone un indirizzo verso la frammentazione e la disgregazione: con

l’affermazione delle diverse identità nazionali, l’omogeneità dell’Europa del Cinquecento si

stempera in un processo di differenziazione.

Le condizione che favoriscono la crescita e lo sviluppo delle aggregazioni statali sono

1. Lo sviluppo di poteri concentrati e centralizzati. Una soglia minima di concentrazione del

potere è necessaria per favorire la formazione di un centro.

2. Lo sviluppo statale fu favorito dalla maggiore specializzazione ed efficacia delle nuove

forme di organizzazione amministrativa. Anche il grado di sviluppo delle forze armate ebbe

13 un ruolo decisivo: il successo militare garantì l’eliminazione dei nemici interni, favorì il

consolidamento territoriale, la centralizzazione, l’acquisizione e consolidamento del

monopolio della forza.

3. il fatto che due terzi della superficie dell’Europa era libera da pressioni dall’esterno costituì

per la genesi statale una condizione favorevole.

4. L’intensa attività commerciale in Europa rese praticabile la tassazione e motivò le vecchie

autorità a sviluppare nuove forme di controllo sulla popolazione. L’acquisizione e la

disponibilità di risorse per gli Stati appena sorti furono poi decisive per conseguire il

consolidamento.

5. Lo sviluppo economico portò alla formazione di centri urbani rilevanti e potenti: questi

assunsero la fisionomia di vere e proprie capitali, capaci di imporsi come il centro

aggregatore.

6. L’esistenza di una regione più forte in grado di assumersi il compito della centralizzazione.

7. L’omogeneità dei sudditi costituì un’ulteriore grande risorsa e rimanda al ruolo delle nazioni.

3.3 Le differenze tra gli Stati

Possiamo distingue due ordini di differenza fra gli stati: quelle che fanno riguardano lo state-

building, la genesi dello Stato; e quelle che fanno invece riferimento alla fisionomia strutturale

dell’assetto statale.

Una divisione fra le diverse modalità di state-building fu proposta da Rokkan e Urwin:

1. Lo Stato unitario costruito attorno ad un centro che tiene saldamente il potere;

2. Lo Stato di unione in cui l’incorporazione dei territori avviene attraverso l’unione dinastica

personale, mediante trattati, matrimoni, eredità. L’integrazione è tutt’altro che perfetta;

3. Il federalismo meccanico creato dall’alto, con strutture introdotte da un centro, che rimane

politicamente più forte;

4. Il federalismo organico è il risultato di un’azione dal basso che implica l’associazione

volontaria di diverse entità territoriali che conservano ampia autonomia.

Il vero spartiacque è tra i modelli dello Stato unitario e del federalismo meccanico, il cui percorso è

imposto dall’alto e privilegia l’uniformità delle istituzioni e l’omogeneità nazionale, e tra i modelli

dello Stato di unione e del federalismo organico, in cui invece si mantengono e rispettano le

culture.

Alle quattro classi se ne può aggiungere una quinta: lo Stato si forma in seguito a processi

disgregativi.

Distinguiamo dunque fra tre tipi ideali di formazione statale:

a. Unificazione ed espansionismo ad opera di un centro. Lo Stato costituisce il risultato delle

politiche espansionistiche di un’unità politica più forte;

b. Aggregazione volontaria;

c. Disgregazione di una precedente entità politica.

Differenza di ordine strutturale. Malgrado le condizioni diverse e percorsi differenziati, prevale

un’idea di Stato caratterizzata dalla concezione di una sovranità forte e indivisibile. L’ideologia

dello stato nazionale radicalizza e approfondisce tale concezione di Stato: il potere è più facilmente

gestibile se si conseguiste un’omogeneità culturale dei cittadini. Paradossalmente gli Stati che

includono una sola nazione costituiscono un obiettivo che nella grande maggioranza dei casi non è

stato realizzato. Rispetto a questo quadro dominante sono rilevabili in Europa altre esperienze

devianti.

Una prima esperienza è quella svizzera dove si forma una confederazione di repubbliche a scopo

difensivo, fondata su un patto fra popolazioni di territori diversi, e quella dei Paesi Bassi, le cui

province settentrionali si erano costituite in leghe di libere comunità. L’esperienza federale

olandese finisce ma confluisce in una nuova esperienza di autonomia e pluralismo delle comunità

religiose ed ideologiche che darà luogo al modello consociativo. In Svizzera il modello confederale

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risorse su imitazione del modello federale americano. Le cause di questa diversa evoluzione

possono essere ricondotte a:

• Differenza di ordine genetico, ossia le modalità che hanno caratterizzato il processo di

state-building. In uno Stato formatosi per aggregazione volontaria, le unità politiche

conservano quote rilevanti di autonomia.

• Un secondo gruppo di ragioni derivano dall’evoluzione dei rapporti interni fra le componenti

dello Stato in seguito alla maturazione delle spinte nazionaliste e localiste degli ultimi

decenni.

Fra i due modelli di Stato, il primo unitario, centralizzato e mononazionale e il secondo federale,

decentrato e multinazionale, si ritrovano casi misti. Germania e Austria sono sistemi federali

impiantati su società mononazionali e monolingui, mentre la Gran Bretagna è stato un sistema

statale centralistico includente varie culture e nazionalità.

Le dinamiche degli ultimi quaranta anni in Europa inducono a pensare che si stia lasciando il posto

ad un modello di Stato meno centralista e più vicino al modello federale. Probabilmente fra le

cause che hanno spinto gli Stati europei a rafforzare il modello centralinista ci sono le guerre.

Finite le guerre il ruolo dello Stato tendeva a restare quello dilatato durante il conflitto, abituando

individui e attori collettivi a rivolgersi sempre più allo Stato. Il lungo periodo senza guerre dopo la

fine della Seconda guerra mondiale hanno contribuito a ridare fiato ai localismi avviando un

processo di trasformazione delle loro strutture interne. La diffusione del modello federale e delle

autonomie può avere una simile spiegazione.

3.4 Nazioni e nazionalismi

Stato e nazione sono concetti utilizzati in sovrapposizione ma definiscono processi diversi.

Lo Stato è un insieme di strutture coordinate fra loro che operano in un determinato territorio,

mentre la nazione è una comunità percepita come tale dai sui membri.

Lo Stato nasce con la fine del feudalesimo e è il frutto di guerre e di azioni militari; l’idea di nazione

scaturisce dalla Rivoluzione francese in seguito al rafforzamento di legami comunitari intorno ad

alcuni caratteri condivisi e simboli comuni;

Lo Stato ha una dimensione strutturale e organizzativa, le nazioni hanno una struttura naturale e

culturale. La nazione può condividere con lo Stato la connessione con il territorio.

L’unione tra Stato e nazione è un matrimonio di convenienza: le nazioni hanno bisogno dello Stato

per rafforzarsi e ottenere autonomia e autodeterminazione rispetto a tutte le altre nazioni, gli Stati

si servono dell’identità nazionale per consolidare la legittimità interna e svolgere una politica di

potenza all’esterno.

Un tentativo di classificare le relazioni fra Stato e nazione è quello che distingue fra Stati nazione e

nazioni Stato. Gli Stati nazione sono culturalmente più omogenei, i confini della nazione coincidono

con le frontiere dello Stato e le minoranze sono piccole e poco intense; le nazioni stato sono entità

multiculturali o multinazionali, in cui le nazioni non ambiscono a formare propri Stati nazione ma

condividono un’identificazione e una lealtà comune verso lo Stato.

Il nazionalismo scaturisce dall’intreccio dei processi di nation building e state building. Con il primo

processo si formano le nazioni, nel senso che nasce la coscienza nazionale come consapevolezza

di appartenere ad una stessa comunità nella quale si condividono cultura, tradizioni e territorio;

nella seconda fase nasce un idem sentire, un senso di appartenga, la coscienza di essere diversi

dalle altre comunità: questa fase accelera l’omogeneizzazione.

Il percorso che conduce verso la formazione della nazione può ricevere una spinta decisiva da:

• Unificazione linguistica (Italia e Germania)

• Una religione nazionale (Irlanda, Polonia, Grecia)

• Esigenza di difendere le tradizioni locali (Svizzera).

Il ruolo della lingua nella formazione delle nazioni diviene insostituibile quando si afferma il

principio che una nazione deve possedere una propria lingua.

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L’identità nazionale nasce nella storia delle singolo nazione, quella concatenazione di eventi che

spiega il passaggio alla presa di consapevolezza di essere nazione. La condivisione di un

cammino storico genera ideali e obiettivi da perseguire insieme.

Si passa da un’identità nazionale concepita in chiave naturalistica, fondata su caratteri permanenti

come il sangue, la razza, a un’identità frutto dell’educazione e delle varie forme di socializzazione.

E’ sempre la storia a spiegare le differenza fra un nazionalismo essenzialmente difensivo

(Svizzera) e un nazionalismo visto come un ideale da perseguire che renda giustizia a popoli non

liberi (Polonia).

La seconda competente dell’identità nazione è di natura istituzionale e si riferisce a quell’insieme di

organizzazione e agenzie che trasmettono e stabilizzano in ogni parte del territorio le

caratteristiche culturali dell’identità nazionale. Il ruolo dell’istruzione in questo ambito è

fondamentale.

Una volta formato, lo Stato nazione vede sempre più come prioritario il conseguimento

dell’omogeneità nazione e si trazione in Stato nazionalizzatore. Esso mette in atto una serie di

comportamenti politici destinati a completare lo state-building: l’assimilazione delle minoranze, la

promozione e valorizzazione di una lingua e di una cultura nazionali.

Tutto ciò scaturisce anche dalla crescente incorporazione delle masse nei processi politici: quanto

più la popolazione è coinvolta nei processi politici e quindi identificata come la nazione, tanto più si

afferma la visione integralista dello Stato nazione e si avverte l’esigenza non solo di coltivare un

senso di identità nazionale, ma anche di imporre un’unità nazionale in termini oggettivi.

Box 3.4 Federalismo

Secondo Riker il federalismo è un’organizzazione politica nella quale le attività di governo sono

divise tra governi regionali e un governo centrale, in modo tale che ciascun governo abbia settori di

competenza sui quali possa assumere decisioni definitive. Una costituzione è federale se:

a. Uno stesso territorio e una stessa popolazioni sono soggetti ad almeno due livelli di

governo;

b. Ogni livello dispone di almeno un’area di competenza e di azione nella quale gode di

autonomia;

c. Tale sfera di autonomia è garantita a livello costituzionale.

Ci sono almeno quattro criteri di differenziazione dei federalismi:

1. In base al tipo di percorso che ha portato alla formazione degli Stati federali, per

aggregazione volontaria o per progressiva decentralizzazione dello Stato unitario o per

imposizione.

2. Se alle sottounità federate sono attribuite le medesime funzioni, si parla di federalismo

simmetrico, oppure funzioni differenziate, federalismo asimmetrico;

3. Il grado di rappresentatività delle sottounità federate nella camera territoriale, o un’unità

federale, un voto o si tiene conto delle dimensioni demografiche;

4. Il peso esercitato dalla fisionomia del sistema partitico sulla struttura federale dello Stato.

Sfide, trasformazioni e fallimenti degli Stati

3.5

Il processo che porta alla formazione degli Stati si interseca ed è influenzato da altri grandi

processi quali la formazione delle nazioni, i grandi conflitti, lo sviluppo del capitalismo, l’avvento

della democrazia e l’emergere dei sistemi di welfare. Molti autori mettono in risalto il ruolo del

sistema internazionale nella nascita, morte e trasformazione degli Stati. Sono le pressioni esterne,

oltre quelle interne, a portare verso lo sviluppo degli Stati. Il pluralismo europeo degli Stati ha

potuto sopravvivere grazie al fatto che ogni tentativo imperiale ed egemonico compiuto dallo Stato

momentaneamente più forte del continente è stato sempre contrastato da potenti coalizioni di Stati.

Negli ultimi due secoli vi sono state varie ondate di trasformazione statale come effetto di grandi

accadimenti quali conciliati su larga scala, fine degli imperi europei, coloniali ed ideologico.

Cambiamenti che se non investono necessariamente il numero degli Stati, certamente ne possono

mutare fisionomia e funzioni.

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La crisi dello stato passa attraverso l’indebolimento del controllo delle frontiere, sia all’entrata che

all’uscita e la secessione di territori, lesivo dell’integrità territoriale, dei suoi interessi economici e

politici e dell’immagine dello Stato.

Certi sviluppi hanno contribuito al de-consolidamento statale: la maggiore permeabilità delle

frontiere a seguito della globalizzazione economica, le migrazioni fuori controllo che minacciano la

stessa idea di cittadinanza. Le nuove domande di autonomia interna, i regionalismi, i nuovi e

vecchi nazionalismi, i localismi hanno provocato una erosione della sovranità.

Quando uno Stato non è capace di esercitare compiutamente il controllo su porzioni importanti del

territorio e sulle frontiere, la situazione di crisi è certificata e la sua persistenza e integrità sono

minacciate. Da qui derivano le difficoltà nell’erogazione dei servizi ai cittadini.

Rotberg distingue tra:

• Stati deboli (weak) che presentano situazioni conflittuali evidenti pur solo latenti e non

ancora esplose;

• Stati falliti (failed) quelli in cui i è una situazione durevole ed estesa di guerra civil, con

assenza di controllo su porzioni di territorio, senza che le istituzioni centrali riescano a

restaurare l’ordine;

• Stato crollato (collapsed states) è una mera espressione geografica, senza più un potere

centrale sovrano. Le istituzioni cessano di funzionare, si creano vuoti di potere oppure il

territorio è controllato da qualche potenza esterna.

3.6 La sfida sovranazionale: il processo di integrazione europea

Una delle sfide alla sovranità statale viene dalle forme di aggregazione sovrastatale che erodono e

sottraggono poteri, funzioni e competenze agli Stati.

L’Unione Europea è stata voluta dai singoli Stati membri con lo scopo di perseguire determinati

obiettivi di cooperazione economica. Le strutture hanno assunto una progressiva indipendenza nei

confronti degli Stati.

Le difficoltà nel coordinamento delle politiche europee hanno obbligato i governi a delegare

sempre più poteri alla Commissione.

L’Europa è un ordinamento post-nazionale e a più livelli la cui autorità ultima è da ricercare negli

Stati che lo costituiscono per questo è opinione condivisa che l’UE non appartiene alla famiglia

delle organizzazioni internazionali.

Vi sono alcune differenze fra il sistema politico europeo rispetto al sistema politico nazionale:

• La Commissione ha competenze diverse da quelle degli esecutivi nazionali;

• Il Consiglio dei Ministri riveste funzioni legislative e non solo esecutive;

• Il Parlamento non esercita autonomamente poteri legislativi;

• La Corte di Giustizia europea limita le proprie competenze alla regolazione di contenziosi

sull’interpretazione dei trattati e la costituzionalità delle norme.

L’esito della mancata separazione dei portieri ha prodotto un processo decisionale fondato

sull’accordo dei tre organi principali, soggetto a continue mediazioni e compromessi. L’UE

rappresenta un sistema di governance (relazioni orizzontali di deliberazione) piuttosto che di

government (strutture verticali di governo).

La coesistenza di governance e governi degli Stati nazione non consente la formazione di

un’istituzione legittimata a monopolizzare la forza.

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Capitolo quarto

I regimi non democratici

4.2 Gli autoritarismi

4.2.1 La definizione di Linz

Malgrado le varie ondate di democratizzazione i regimi non democratici sono ancora maggioritari e

si presentano come un’ampia varietà di forme e fisionomie. La più numerosa è quella dei regimi

autoritari. Per Linz sono autoritari quei regimi politiche con pluralismo politico limitato non

responsabile, senza la guida di un’ideologia elaborata, ma con mentalità caratteristiche, senza

un’estesa e intensa mobilitazione politica salvo che in alcuni momenti del loro sviluppo, e nei

quali un leader o un ristretto gruppo dirigente esercita il potere entro limiti formalmente mal

definiti ma abbastanza prevedibili.

• Lo scenario più frequente è quello definibile come pluralismo sociale ad influenza politica

indiretta: pur nell’assenza di un vero e proprio pluralismo politico, certi gruppi appaiono in

grado di veicolare valori e interessi nel sistema politico, senza incorrere nelle sanzioni

previste contro coloro che esprimono aperte dissenso politico. La tolleranza verso certi

gruppi sociali può trovare spiegazione nel tipo di legittimazione del regime o negli interessi

che lo sorreggono.

Gli scenari di pluralismo politico limitato appaiono meno frequenti in una condizione di

normalità autoritaria, mentre risultano più probabili in situazioni di crisi o di transizione.

• I regimi autoritari non manifestano la stessa intensità ideologica dei totalitarismi . Punte

elevate di intensità sono possibili solo nelle primissime fasi di vita del regime autoritario,

destinate poi ad attenuarsi. Il regime si fonda su una mentalità, ossia su valori generici,

privi di elaborazione intellettuale e di ogni tensione utopistica.

• Il grado di intensità ideologica influisce sia sui livelli di mobilitazione politica. Essa richiama

quell’insieme di azioni miranti a sollecitare e coinvolgere la popolazione in comportamenti

collettivi di sostegno al regime.

• Le modalità di esercizio del potere rinviano in larga parte alla capacità del regime di

condizionare o meno la società civile e l’autonomia dei sottosistemi.

4.2.2 Le dimensioni strutturali degli autoritarismi

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Per quanto riguarda gli aspetti strutturali occorre vedere se e quanto il regime utilizza assemblee

parlamentari e consultazioni elettorali controllate e non competitive; quel è il ruolo delle forze

armate.

 Per quanto riguarda i partiti, i regimi autoritari possono essere:

• Monopartitici; Huntington distingue tra monopartitismi forti (regimi totalitari) e deboli

(regimi autoritari), in base al ruolo svolto nelle funzioni di legittimazione del sistema

politico, di reclutamento della leadership e di aggregazione degli interessi. Il partito

unico forte può essere presente anche nella fase iniziale del regime autoritario. Nei

sistemi monopartitici il ruolo del partito unico appare indiscusso ed eventuali altre

formazioni politiche sono possibili solo in quanto satelliti di quello, privi di qualunque

autonomia politica e operativa.

• A partito egemone nella variante ideologica o pragmatica. Accanto al partito principale

esistono anche altri partiti dotati di una certa autonomia e relativamente liberi di

svolgere le proprie attività. Ad essi non è consentito di concorrere con il partito

principale in termini competitivi e antagonistici: non vi è dunque rotazione al potere.

Esiste tuttavia una presenza attiva nella società che opera all’interno del sistema che

consente un pluralismo politico limitato.

• Senza partito, in cui ogni distinzione dipende dalla fisionomia e dai caratteri della

coalizione e della struttura di potere al vertice che sostituisce il partito: leadership

personale, giunta militare, élite religiosa, élite civile.

 Una seconda dimensione strutturale rinvia al ruolo svolto nei regimi autoritari dai militari. I

regimi militari si caratterizzano per la forte influenza delle forze armate sul governo del

paese; si formano solitamente con colpi di stato che estromettono i civili dal potere e si

legittimarono quasi sempre con mentalità fondate su principi di lotta alla corruzione, di

ripristino dell’ordine e della sicurezza all’interno, di difesa dei valori nazionali e di

smobilitazione politica. I militari percepiscono il proprio coinvolgimento come temporaneo,

finalizzato appunto al perseguimento di questi obiettivi.

Il colpo di stato è di solito la modalità con cui i militari prendono il potere. Si tratta di una

presa del potere con la forza, resa possibile dall’organizzazione capillare sul territorio delle

forze armate e dal loro monopolio degli strumenti coercitivi. Vengono occupati i luoghi

strategici del potere politico, estromessi, espulsi o arrestati i principali leader politici e

sostituiti con nuovi leader.

4.2.3 Come distinguere tra gli autoritarismi

Le varie forme di coinvolgimento dei militari in politica si distinguono tra:

• Regimi militari, i militari controllano e occupano direttamente le cariche di governo;

• Regimi civili-militari, i militari sono politicizzati, controllano le politiche del governo fino ad

esprimere anche un vero e proprio potere di veto, minacciando la destituzione dei civili dal

potere;

• Regimi civili, le strutture militari sono subordinare al potere dei civili

Non è escluso che i regimi militari degenerino in regimi più o meno personalistici.

Esempi di regime militare istituzionale sono quelli del Brasile, della Grecia, dell’Argentina. Regimi

personalistici sono quelli della Repubblica Dominicana, della Repubblica Centroafricana, di

Gheddafi in Libia e in parte anche di Pinochet in Cile.

Linz aveva individuato alcuni sottotipi di regimi autoritario muovendo da alcuni casi empirici.

1. Regimi autoritari burocratico-militari, dominati da una coalizione di militari e burocrati;

19 2. Regimi di statalismo organico, si cerca di realizzare una partecipazione e mobilitazione

attraverso strutture organiche, valorizzando l’appartenenza degli individui a organizzazioni

come la fabbrica, le cooperative;

3. Regimi autoritari di mobilitazione in società post-democratiche, nella maggior parte dei casi

si verifica dopo le crisi di fragili democrazie come l’Italia negli anni Venti e la Germania nei

Trenta;

4. I regimi autoritari di mobilitazione post-indipendenza, sviluppatosi in aree liberate dal

colonialismo in cui emergono nazionalisti, fondati su una forte spinta mobilitazionale

iniziale, basati su leadership carismatiche, tendenzialmente monopartitici. Questi regimi si

diffondono soprattutto nell’Africa nera e nel Maghreb;

5. Democrazie razziali ed etniche, o democrazie oligarchiche, nelle quali l’esercizio del potere

avviene ad opere di una ristretta minoranza di popolazione, con l’esclusione sulla base di

un pregiudizio razziale, della grande maggioranza. Il Sud Africa dell’apartheid ne costituisce

l’esempio;

6. I regimi imperfetti e pretotalitari, situazioni favorevoli ad un esito totalitario. Alcuni casi sono

l’Italia nei primi anni del fascismo, la Germania prima della completa affermazione del

partito nazista, l’Unione Sovietica nel periodo di consolidamento del potere comunista;

7. I regimi autoritari post-totalitari costituisce il sottotipo che Linz elabora sulla base delle

vicende che caratterizzano l’area est europea dopo la morte di Stalin.

4.3 I totalitarismi

4.3.1 La definizione

Hannah Arendt ha aperto la strada allo studio scientifico del totalitarismo anticipandone alcuni

caratteri fondamentali. Il merito della Arendt è stato di aver inquadrato fin dall’inizio il totalitarismo

come un’esperienza nuova, senza precedenti storici. Il primo contributo alla definizione del regime

totalitario è quello di Friedrich e Brzezinski che mettono a punto i caratteri della sindrome

totalitaria.

1. Un’ideologia totalitaria comprendente un corpo ufficiale di dottrine riguardanti ogni aspetto

dell’esistenza umana;

2. Un partito unico di massa controllato da un’oligarchia;

3. Un sistema di terrore interno utilizzato sia contro i nemici reali del regime, sia contro interi

settori della società;

4. Il controllo monopolistico del sistema coercitivo, dei mezzi di comunicazione di massa e

dell’intero settore economico.

Una definizione minima di totalitarismo ha integrato questi quattro caratteri con due ulteriori

condizioni indispensabili:

1. Ostilità nei confronti dello Stato, considerato un residuato di un passato da distruggere.

Ostilità che ha avuto come effetto il dualismo Stato-partito: ogni funzione, competenza,

ufficio, agenzia dell’amministrazione statale, organo decisionale trovava un suo duplicato

nell’apparato del partito unico. Solo quando il partito è superiore allo Stato possiamo

effettivamente parlare di totalitarismo;

2. Pulsione radicalmente innovativa dei regimi totalitari. Il cambiamento viene imposto dall’alto

attraverso il terrore e l’universo concetrazionario: si tratta di un arcipelago di campo di

concentramento e di sterminio sulla base della logica del nemico oggettivo, denunciato e

perseguitato come tale sulla base di una proiezione futura di ostilità. Per la Arendt il terrore

20 è l’essenza del regime totalitario. Esso permette al regime l’istituzionalizzazione della

rivoluzione con l’obiettivo specifico di una trasformazione permanente della società.

4.3.2. Totalitarismo e fascismo

Per Fisichella è certo che il regime fascista non rasenta una sindrome tale da farlo iscrivere nel

novero delle forme politiche totalitarie per le seguenti ragioni:

1. Mancata destrutturazione della società, coesistenza di élites fasciste con élites non

fasciste, di istituzioni creata dal fascismo con la monarchia;

2. Ritmi di industrializzazione e di modernizzazione che non hanno mai assunto cadenze e

costi rivoluzionari;

3. Assenza di una guerra permanente nei confronti della Chiesa;

4. Apparato repressivo mancante della prassi del nemico oggettivo e della struttura

dell’universo concetrazionario;

5. Il regime fascista non realizza quel dualismo di Stato e partito e non viene mai messo a

rischio il predominio dello Stato.

Linz concede che il fascismo italiano possa essere considerato un totalitarismo interrotto o un

protototalitarismo oppure un totalitarismofallito, se si accetta che nel corso degli anni Trenta stava

evolvendo verso un regime totalitario.

4.4 Totalitarismo e post-stalinismo: i regimi post-totalitari

Linz propose la categorie del post-totalitarismo inizialmente come sottotipo di regime autoritario

anche se rimangono numerose strutture tipiche della fase totalitaria. Il regime non è più totalitario

nelle politiche ma nelle strutture e nei comportamenti degli attori politici. Successivamente quindi

Linz fa del post-totalitarismo una tipologia a se stante.

Esso è caratterizzato dalla quasi totale assenza di pluralismo politico ma dalla presenza di forme

variabili di pluralismo sociale, economico e istituzionale. Forze armate, servizi segreti, sindacati

ufficiali, burocrazia agiscono in difesa dei propri interessi, condizionando alcune scelte del regime.

L’ideologia ufficiale è sempre più debole e ritualizzati, la mobilitazione politica ormai attenuata e

mirante al mantenimento di un minimo controllo e conformità sociale, i leader sono raramente

dotati di carisma.

Un caso emblematico è quello dell’Ungheria tra gli anni Cinquanta e Ottanta.

Linz afferma che il post-totalitarismo si configuara al suo interno come un continuum che muove

da: • Post-totalitarismo precoce quello più vicino all’idealtipo totalitario e se ne allontana per

alcune prime limitazione al potere del leader (Bulgaria);

• Post-totalitarismo congelato si distingue per una certa tolleranza verso alcune critiche

provenienti dalla società civile, ma conserva intatte quasi tutte le strutture del partito-stato

(Cecoslovacchia degli anni Settanta e Ottanta);

• Post-totalitarismo maturo si avvicina all’idealtipo autoritario e si attuano trasformazioni

significative in tutte le dimensioni del regime, fermo restando l’intangibilità del ruolo guida

del partito unico (Ungheria anni Ottanta). Il pluralismo politico limitato prelude a ulteriori

trasformazioni politiche.

L’affermarsi del post-totalitarismo può essere il frutto di:

• Una scelta deliberata dalle élites (Unione Sovietica, Ungheria, Cina dopo Mao);

• Una conquista di alcuni gruppi della società civile (Cecoslovacchia anni Settanta o Ottanta);

• Il frutto di una decadenza del regime totalitario (Bulgaria).

4.5 I regimi sultanistici

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Il concetto di sultanismo è stato introdotto da Max Weber. Sultanistico è un potere patrimoniale, al

di fuori di ogni forma di autorità tradizionale e di potere legale-razionale

I regimi sultanistici sono diversi dai regimi autoritari personalistici, anche se il confine può essere

labile e sfumato: nei secondi l’istituzionalizzazione del regime, la legalità e la prevedibilità

nell’esercizio del potere sono certamente maggiori.

Si differenziano anche dai regimi totalitari per il fatto che ideologia e penetrazione del regime nella

società sono assai meno incisive e rilevanti. Presentano qualche analogia con i totalitarismi nella

tendenza ad alimentare il culto del capo, nella presenza di forme di mobilitazione e in una certa

imprevedibilità nell’esercizio del potere da parte del leader.

Nel sultanismo l’autorità del leader è alimentata da forme personali di patronage più che da

ideologie e mentalità, predominano le relazione di lealtà e dipendenza.

E’ proprio la combinazione di potere personale e dinastico che costituisce il tratto specifico dei

regimi sultanistici: la leadership è esercitata su base personale, elargendo favori, fondandosi su un

reclutamento limitato ai componenti del clan familiare e agli stretti collaboratori. Laddove è

possibile la successione del leader è assicurata su basi dinastiche.

L’ideologia è del tutto subordinata alle rielaborazioni e reinterpretazione periodiche del leader e

finalizzata alla glorificazione ed esaltazione del suo stesso carisma e del suo potere.

Allo stesso modo la mobilitazione è strettamente finalizzata al raggiungimento degli obiettivi del

leader.

Egli esercita il potere senza alcun vincolo, sulla base di un’assoluta discrezionalità e facendo

ampiamente leva sui membri della sua famiglia che occupano alcune delle più importanti cariche

direttive del paese.

Per tutto questo è corretto dire che si realizza una fusione tra regime e Stato.

4.6 I regimi ibridi

Tra i regimi democratici e quelli non democratici esiste una zona grigia nella quale sono collocati

regimi in cui convivono caratteri democratici con caratteri autoritari. Certi fallimenti delle

democrazie non riportano al regime di partenza bensì a esiti ibridi. Per esempio l’esito di alcune

democratizzazione nell’area post sovietica.

La definizione di questi regimi non può che essere molto generale, includendovi tutti quelli nei quali

istituzioni e procedure autoritarie convivono con istituzioni e procedure democratiche e nei quali

viene soddisfatta qualche forma di democrazia e elettorale, ma non il contenuto di sostanza della

democrazia liberale.

Dobbiamo considerare queste realtà come regimi in transizione oppure come una categoria di

regimi dotati di stabilità?

Oltre alle democrazie vere e proprie e ai regimi non democratici, che non contemplano alcuna

elezione, in merito alla presenza e ai caratteri delle elezioni si possono rilevare gli scenari

seguenti:

1. Democrazie elettorali con elezioni in cui le opposizioni possono svolgere un’attività libera

ma con ancora forti carenze sul piano delle libertà civili;

2. Autoritarismi elettorali nei quali le elezioni costituiscono il risultato di un processo di

liberalizzazione del regime con un pluralismo politico limitato, ma la competizione, la

correttezza e trasparenza delle elezioni democratiche sono ancora essenti: esse sono

ancora manipolate e i parlamenti poco influenti;

3. Regimi non democratici, il rito elettorale è privo di qualsiasi forma di competitività e

controllato in tutte le sue fasi, è semplicemente una pratica di controllo sociale, di

mobilitazione e di auto-legittimazione del regime.

Il primo gruppo di paesi è sicuramente parte dei regimi ibridi.

22

Capitolo quinto

Democrazie e democratizzazioni

5.1 Democrazia e democrazie

Il concetto di democrazia nasce nell’antichità ma col tempo ha profondamente modificato i suoi

significati. La libertà degli antichi consisteva nell’esercizio diretto e collettivo della maggior parte

delle funzioni della sovranità, attraverso decisioni prese sulla pubblica piazza, e non contemplava

la libertà individuale.

La libertà e la democrazia dei moderni si differenzia nettamente da quella antica in quanto fondata

sulle libertà dell’individuo e sulla rappresentanza.

La democrazia moderna matura in un contesto economico-sociale molto diverso da quello degli

antichi, caratterizzati dal ruolo assunto dall’economia nel perseguimento della felicità individuale e

dal rispetto della proprietà, considerata come un baluardo della libertà.

Non sono mai esistite democrazie stabile senza economia di mercato e proprietà privata: la

democrazia si è affermata solo in paesi con una prevalente economia capitalista. Essa può essere

vista come una condizione necessaria ma non sufficiente della democrazia.

L’adozione di una definizione sostantiva, ossia basata sul contenuto delle politiche, sovraccarica la

definizione con aspetti normativi e ci porta fuori strada, perché non discrimina in modo efficace dai

regimi non democratici che pure promuovono politiche simili.

Bisogno partire dunque da una definizione empirica e procedurale quale quella proposta da

Shumpeter: Il metodo democratico è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche in

base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha

per oggetto il voto popolare.

23

Affermare che una democrazia è tale solo quando agisce nell’interesse del popolo significa

introdurre nella definizione pesanti valenze prescrittive. La definizione di Shumpeter è stata definita

solo o troppo procedurale ma è proprio nella caratterizzazione procedurale che troviamo la vera

giustificazione della democrazia perché sono le procedure che garantiscono la maggiore

approssimazione possibile all’espressione della volontà popolare. Per procedure democratiche non

si intendono solo le elezioni, ma anche quell’insieme di regole, norme e opportunità che

consentono ai cittadini di influenzare l’azione di governo e che fanno di un regime una democrazia

rappresentativa.

In una prospettiva di definizione minima dunque anche l’assenza di uno solo dei seguimi caratteri

significa che siamo al di sotto della soglia accettabile di democrazia.

1. Elezioni libere, competitive, ricorrenti e corrette;

2. Suffragio universale;

3. Inclusione delle cariche politiche nel processo democratico;

4. Autonomia delle istituzioni democratiche e dei processi decisionali da poteri non elettivi o

esterni;

5. Diritto di partecipazione;

6. Pluralismo partito e garanzia di competizione;

7. Libertà di espressione, di associazione, di dissenso e di opposizione, nonché rispetto per i

diritti fondamentali della persona;

8. Libertà e pluralismo di informazione.

5.2 Le tre ondate di democratizzazione

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da un forte aumento delle democrazie, anche se negli

ultimi anni vi è stata una leggera flessione. La democratizzazione è il processo di trasformazione

da un regime non democratico ad uno democratico. Inizia quasi sempre con l’attenuazione dei

rigori repressivi e con aperture pluralistiche fino poi all’edificazione di un regime democratico vero

e proprio. Gli studi si soffermano sulle cause che la favoriscono.

Le democratizzazione si compiono attraverso fasi temporali che vanno dalla crisi e dal crollo del

vecchio regime, all’instaurazione, fino al consolidamento della democrazia, e possono essere

concomitanti ad altre forme di transizione (del sistema economica, della collocazione

internazionale).

Tali processi possono condurre a molteplici esisti e a diversi gradi di successo: una

democratizzazione può fallire attraverso una regressione oppure deviare verso un nuovo regime

non democratico; può rallentarsi e restare incompiuta instaurandosi procedure democratiche senza

che ne segue una democrazia nella sostanza e nelle prestazioni (regimi ibridi). Si ha invece un

esito positivo quando la democratizzazione è un processo concluso: il che non significa

stagnazione, ma sviluppo, riadattamento, riaggiustamento o incremento di qualità.

La democrazia è un regime che si è formato dagli inizi del XIX secolo fino alla fine del XX secolo in

tre grandi ondate.

La prima ondata si conclude poco dopo la Prima guerra mondiale. Essa portò ad un primo

incremento delle democrazie e fece seguito all’industrializzazione e fu fortemente connessa

all’esigenza di incorporare nei sistemi politici i nuovi ceti (contadini e operai).

Una prima ricostruzione è quella offerta da Dahl nota come scatola di Dahl.

La trasformazione dalla politica oligarchica a quella di massa è caratterizzata da due processi

fondamentali:

1. Il processo di liberalizzazione e competizione: crescono le opportunità di contestazione

pubblica, i diritti civili, le libertà;

2. Il processo di inclusività, partecipazione, espansione dei diritti politici.

La diversa sequenza di acquisizione e affermazione di questi due processi produce tre diverse

strade alla poliarchia, quel regime sostanzialmente liberalizzato e nel quale è stata riconosciuta la

legittimità della partecipazione del popolo al governo.

Dahl ha identificato tre diversi tracciati che hanno portato alla democrazia:

24 1. La liberalizzazione precede l’inclusività. La liberalizzazione trasforma le egemonie chiuse in

oligarchie competitive menerà l’ampliamento successivo della partecipazione porta alla

poliarchia. E’ il caso di tutte quelle democrazie che si affermano in modo graduale (Gran

Bretagna);

2. L’inclusività precede la liberalizzazione. L’affermarsi di inclusività e partecipazione

trasforma le egemonie chiuse in egemonie includenti.

3. I due processi si affermano simultaneamente, si prefigura un percorso diretto verso la

democrazia.

Per Rustow la genesi della democrazia deve possedere i seguenti ingredienti:

1. Formazione dell’unità nazionale;

2. Un conflitto scaturito dalla nascita di una nuova élite che si fa portatrice di nuove istanze;

3. L’adozione consapevole di norme democratiche;

4. Fase di adattamento alle nuove regole.

Rokkan individua quattro soglie da superare per giungere alla democrazia:

1. Soglia di legittimazione: riconoscimento dei diritti civili e cittadinanza;

2. Soglia di incorporazione: espansione del suffragio;

3. Soglia di rappresentanza: i nuovi partiti vengono rappresentati;

4. Soglia del potere esecutivo: il governo è responsabile verso il parlamento.

La prima ondata di democratizzazioni si interrompe e subisce un arretramento durante il ventennio

tra il 1922 e il 1942 con la crisi e il crollo delle democrazie più fragili.

La seconda e la terza ondata seguono tempi più stretti e accelerati rispetto alla prima.

Durante la seconda ondata la democrazia comincia ad essere esportata ed accettata anche al di

fuori del mondo occidentale. La fine del fascismo e del nazionalsocialismo, i processi di

decolonizzazione e quelli di formazione dello Stato nel Terzo mondo costituiscono il contesto

storico nel quali si sviluppa la seconda ondata.

Un’ondata di assestamento si ha nel corso degli anni Sessanta: le democrazie nate dal processo

di decolonizzazione si dimostrano fragili e non sempre capaci di governare con successo i conflitti

interni.

Le democratizzazioni della terza ondata, iniziate nel 1974 con la Rivoluzione in Portogallo,

coinvolgono Stati di quasi tutti i continenti con diversissimi livelli di sviluppo politico e socio-

economico.

L’ondata investe l’America latina, l’Asia, l’Africa, il Medio Oriente resta più impermeabile alla spinte

democratiche.

Sembra allontanarsi la prospettiva di una quarta ondata di democratizzazione: la sostanziale

impermeabilità alla democrazia dell’universo Cina mette alla provo coloro che ritenevano che una

forte crescita economica avrebbe aperto qualche breccia nel regime. Non è poi escluso che la crisi

economica e finanziaria mondiale del 2008 favorisca ulteriori forme di regressione.

Prendendo spunto dal contributo di Merlino il percorso da un regime non democratico alla

democrazia può essere diviso nelle seguenti fasi:

1. Crisi ed eventuale crollo del regime non democratico;

2. Transizione;

3. Instaurazione;

4. Consolidamento.

5.3 Verso la transizione: gli sforzi di sopravvivenza del regime non democratico

La crisi del regime può manifestarsi con:

1. La crescita della violenza,

2. L’incapacità del regime di governare le emergenza

3. Le divisioni interne all’élite

4. L’aumento della domanda di partecipazione

25 5. Rinascita di movimenti, sindacati e partiti

6. Queste condizioni interne possono essere poi ulteriormente aggravate dall’isolamento

internazionale e da minacce all’unità dello Stato proveniente da gruppi etnici interni.

Tre sono le reazioni più frequenti del regime alla sua crisi:

1. La repressione;

2. Tentativi di riformare e rilegittimare il regime, concessione di politiche di liberalizzazione;

3. L’avventura militare come diversivo trasferendo le tensioni interne sul versante

internazionale così da recuperare coesione e consenso.

Se questi tentativi di fronteggiare la propria crisi hanno successo il regime si consolida o guadagna

tempo con le opposizioni. Altrimenti è probabile che si accentuino le divisioni nella vecchia élite e si

moltiplichino le contrapposizioni. Gli esiti possono essere molteplici, inclusa la nascita di un nuovo

autoritarismo.

5.4 La transizione democratica

Esauriti tutti i tentativi di impedire la fine del vecchio regime, si apre la transizione democratica

vera e propria. La transizione è la fase intermedia tra due regimi e si apre quando è chiara la crisi

del regime non democratico o quando l’élite proclama l’intenzione di avviare una fase di

estensione in modo significativo diritti e libertà e fa seguire a tali dichiarazioni d’intenti alcune

scelte significative.

La transizione diviene effettivamente transizione democratica quando tra vecchi e nuovi attori si

apre un dialogo e si afferma un ragionevole grado di consenso sulle procedure necessarie per

dare vita ad un governo eletto. I diritti civili e politici sono ormai riconosciuti, il clima è sempre più

tollerante e pluralistico, nuovi partiti si affacciano sulla scena politica.

Può essere la stessa élite autoritaria a decidere di avviare la transizione (America latina, Europa

orientale). La decisione può essere il frutto di politiche e di decisioni che hanno peggiorato la crisi

oppure di sollecitazione della piazza e di proteste popolari oppure ancora di divisione interne

all’élite.

Vi sono due varietà di transizione:

1. Transizione continua quando il cambiamento è graduale, è l’élite precedente ad avviare il

cambiamento senza una traumatica rottura con le vecchie regole e istituzioni.

2. Transizione discontinua si riconosce dalla presenza di eventi traumatici, colpi di stato,

rivoluzioni, occupazioni militari, guerre civili. I vecchi autori vengono sostituiti da una nuova

élite emergente, cambiano le regole e le norme fondamentali, si modificano radicalmente le

istituzioni. Talvolta include anche una trasformazione della fisionomia dello Stato

(proclamazione di indipendenza). Un esempio di transizione discontinua è quella italiana

dal fascismo alla democrazia.

5.5 L’instaurazione democratica

L’instaurazione include i passi attraverso i quali nasce un regime politico e prendono forma il

potere, l’influenza e l’autorità che lo caratterizzano e legittimano. E’ la fase che vede l’edificazione

delle principali istituzioni del nuovo regime democratico.

Vi sono molteplici atti come i negoziati tra la vecchia e la nuova élite, i vari patti e compromessi,

che sono a cavallo fra transizione e instaurazione.

Centrale in questa fase è la constitution-building. La nuova costituzione rappresenta la base per la

costruzione delle nuove istituzioni politiche.

L’instaurazione si chiude quando, dopo le prime elezioni libere, il disegno costituzionale trova una

sua prima attuazione con la formazione di un parlamento, di un governo, di una corte

costituzionale e l’elezione di un capo dello Stato.

Uno dei principali problemi è connesso con il ruolo della classe dirigente del vecchio regime. Se il

regime precedente era un regime militare il problema è costituito dalla necessità di una

spoliticizzazione.

26

5.6 Il consolidamento democratico

La fase di consolidamento democratico costituisce il momento centrale dell’affermazione della

democrazia: il suo conseguimento riduce le probabilità di una regressione verso forme non

democratiche. La condizione principale è che una democrazia sia percepita dalla maggior parte dei

cittadini come l’unica alternativa politica praticabile. Anche in presenza di fasi critiche, la

maggioranza ritiene che ogni mutamento politico deve restare entro i parametri posti dalle regole

democratiche.

Morlino definisce il consolidamento democratico come quel processo di definizione-fissazione nei

loro caratteri essenziali delle diverse strutture e norme proprie del regime democratico, indotto

anche dal trascorrere del tempo. Devono poi seguire il progressivo ampliamento dell’accettazione

di strutture e norme per la risoluzione pacifica dei conflitti e un incremento della legittimazione del

regime. Questo deve essere riconosciuto non solo dall’opinione pubblica ma soprattutto dagli attori

collettivi e dalla istituzioni politiche chiave.

Fattori internazionali come la partecipazione ad un’organizzazione internazionale o l’aspirazione

ad entrarvi, aiutando il consolidamento.

Con il trascorrere del tempo cittadini, attori collettivi e istituzioni si abituano e si adattano alle nuove

regole e procedure, imparano a farle funzione e finiscono per accettarle.

5.7 Gli ostacoli al consolidamento

Non è possibile conseguire il consolidamento finchè resistono:

1. Poteri tutelari, strutture ereditate dal precedente regime, prive di ogni legittimità

democratica;

2. Domini riservati costituiscono aree decisionali sottratte alla sovranità e all’autorità dei

governi elettivi;

3. Sistemi elettorali non completamente competitivi.

Huntington sostiene che una democrazia può dirsi consolidata quando il partito o il gruppo di partiti

che ha preso il potere con le elezioni iniziali, al tempo della transizione, cede successivamente il

potere a nuovi vincitori, e quando i nuovi vincitori cedono a loro volta pacificamente il potere a

ulteriori vincitori, dopo una nuova elezione. Tale test del doppio turnover viene criticato da Lijphart

poiché sicuramente la realizzazione dell’alternanza al potere è uno dei sintomi del consolidamento,

ma non è il solo e forse nemmeno quello più rilevante (vedi il caso italiano e giapponese).

Riepilogando le caratteristiche di una democrazia consolidata:

1. La maggior parte dei cittadini e degli attori collettivi nonché delle istituzioni ritiene la

democrazia l’unico regime possibile, senza alternative praticabili;

2. Si è realizzata una routinizzazione delle prassi democratiche (elezioni che si tengono

regolarmente, il responso delle urne è accettato da tutti i principali attori);

3. Lo Stato esercita la sua sovranità sull’intero territorio nazionale e nessuna formazione o

gruppo sociale rilevante ne mette in dubbio l’esistenza, l’unità e la legittimità;

4. Le relazioni tra le istituzioni dello Stato sono improntate al reciproco rispetto e al

riconoscimento delle reciproche competenze;

5. La capacità di superare momenti di crisi economica o politico-istituzionale (colpo di stato).

Secondo Morlino le dimensioni del consolidamento sono

• La legittimazione, processo dal basso verso l’alto, atteggiamenti positivi verso le istituzioni

democratiche

• Ancoraggio, processo dall’alto verso il basso, consistente nella formazione e nel

cambiamento di ancora che tengono agganciata, vincolano e controllano la società civile,

ancorandola appunto alla democrazia. Queste sono le organizzazioni partitiche, il

clientelismo, il neo-corporativismo. La presenza capillare dei partiti nella società, la

stabilizzazione di loro legami con gli altri attori collettivi, la distribuzione di benefici a singoli

27 cittadini, la formazione di accordi stabili tra sindacati e governo: queste sono le azioni di

ancoraggio che possono contribuire allo sviluppo del consolidamento, anche in assenza di

una forte legittimazione iniziale.

5.8 Spiegare la democrazia: condizioni storiche e formazione dello Stato

Affinché nasca una democrazia vi devono essere tre condizioni favorevoli: quelle storiche, socio-

economiche e internazionali.

Riguardo alle prime, l’esperienza del feudalesimo occidentale, in particolare nei suoi aspetti

dell’equilibrio di poteri, pluralismo di istituzioni, separazione tra Stato e Chiesa, sviluppo del

commercio, nascita della borghesia e sviluppo di centri urbani sono da correlarsi positivamente

con la nascita della democrazia.

Uno degli aspetti preliminari allo sviluppo della democrazia e di qualsiasi altro tipo di regime

politico moderno è la configurazione dello Stato.

Ogni irrisolta questione di nation-building mal si concilia con la democrazia. In caso di contesti

multinazionali, una soluzione compatibile con lo sviluppo democratico non può prescindere da

accordi e patti tra le parti.

5.9 Sviluppo socio-economico e democrazia

La democrazia è il frutto di molteplici condizioni che la favoriscono. Secondo Lipset una di queste

condizioni è rappresentata dallo sviluppo socio-economico. Più una nazione è benestante, più

aumentano le probabilità che essa sostenga un regime democratico.

La tesi muove da una constatazione storica.

Un paese povero aumenta le probabilità del nepotismo e del clientelismo.

Non è la ricchezza in quanto tale ad aiutare la democratizzazione, ma i fattori correlati ad essa e

allo sviluppo socio-economico, come il più alto libello di istruzione e una più equa distribuzione del

reddito. Tutto ciò poi alimenta la legittimità nel sistema. Anche se non è sostenibile che un alto

livello di istruzione sia una condizione sufficiente per la democrazia, l’evidenza suggerisce che

essa è sempre più una condizione necessaria. Ricchezza e istruzione accrescono le prospettive

degli strati più bassi della popolazione e diminuiscono la loro disponibilità a farsi mobilitare da

ideologie estremiste. L’esistenza di un’economia di mercato evita che il potere politico costituisca

l’unica fonte di ricchezza e minore è la quantità di risorse economiche che lo Stato è in grado di

controllare.

Diamond oltre alla rilevanza della collocazione regionale suggerisce altre conclusioni:

1. Lo sviluppo socio-economico aiuta la promozione della democrazia sia dove già esiste sia

dove ancora non esiste;

2. A causare lo sviluppo democratico è quell’insieme di mutamenti sociali, crescita del reddito,

aumento dell’istruzione, miglioramenti nell’accesso alle cure mediche, fruizione delle

comunicazioni di massa;

3. Lo sviluppo socio-economico favorisce la democrazia solo se incide su

I. Cultura politica

II. Struttura di classe

III. Relazioni Stato-società

IV. Società civile.

4. Le probabilità di una democrazia crescono tra i paesi poveri, diminuiscono ai livelli

intermedi, tornano a cresce tra gli alti livelli di sviluppo. Non è affatto escluso che si sviluppi

una democrazia in paesi scarsamente sviluppati, ma per durare essi dovranno promuovere

forme di sviluppo interno, riducendo la mortalità infantile, incrementando l’istruzione,

accrescendo il benessere. La democrazia può promuovere lo sviluppo e non solo lo

sviluppo promuovere la democrazia.

Lo sviluppo socio-economico è solo una delle condizioni della stabilità democratica, essendoci tra

le altre anche il clima interazione, l’apprendimento politico.

28

La nascita delle democrazia può scaturire da una guerra, dalla morte del fondatore del regime, da

crisi economiche o da pressioni straniere.

Fisichella solleva delle obiezioni:

1. Lo sviluppo economico è portatore anche di crisi e di conflitti destabilizzanti;

2. La tesi di Lipset trascura alcune eccezioni rilevanti. Non tutti i paesi ad alto sviluppo

economico hanno fiuto di sistemi politici di democrazia stabile. Fisichella propone una

correzione alla tesi di Lipset. La stabilità economica non dipende dallo sviluppo economico

e anche dalla legittimità democratica, ma da quest’ultima e poi semmai anche dallo

sviluppo economico.

L’impatto dello sviluppo socio-economico sulla democrazia non solo varia da caso a caso ma varia

anche in funzione della fase che sta attraversando la democrazia: tale dimensione diviene

rilevante nel consolidamento dal momento che contribuisce ad accrescere la legittimità

democratica.

Sia lo sviluppo che il declino socio-economici mettono a rischio la stabilità dei regimi autoritari.

Con le democratizzazioni della terza ondata, la debolezza di alternative culturali e istituzionali alla

democrazia ha abbassato notevolmente la soglia di sviluppo socio-economico che prima si

reputava necessaria alla genesi democratica.

Non mancano eccezioni: accanto ad autoritarismi che persistono malgrado la presenza di

condizioni che dovrebbero causare una loro crisi imminente (paesi arabi, Cina), vi sono

democratizzazione che hanno successo nonostante condizioni interne negative (India, Mongolia).

Box 5.1 Perché l’India si è democratizzata?

L’India costituisce una democrazia già dal 1950 pur essendo ancora oggi un paese povero.

L’indipendenza dell’India si afferma grazie ad un’élite post-coloniale scaturita da una formazione

democratica conseguente all’influenza britannica, che ha saputo attirare sul modello democratico il

maggior consenso interno e che ha dato vita ad un grande partito democratico. L’unità nasce dal

conflitto contro il governo coloniale britannico, poi contro il Pakistan e periodicamente esplose

anche con la Cina: questi conflitti finirono per rafforzare l’identità e la coesione nazionale.

Lijphart attribuisce la longevità e la stabilità della democrazia in India alla sviluppo di un modello di

democrazia consociativa, unica possibile in una società divisa. Essa si fonda su quattro caratteri:

1. Governi di grande coalizione che includono rappresentanti dei maggiori gruppi linguistici e

religiosi;

2. Autonomia culturale;

3. Adozione del criterio di proporzionalità per tutte le cariche;

4. Diritto di veto delle minoranze.

Box 5.2 Perché la Cina non si democratizza?

Dalla fine degli anni Settanta, la Cina post-maoista ha sperimentato un’imponente rivoluzione

capitalista. Questa evoluzione ha alimentato le previsioni più ottimistiche circa una prossima

democratizzazione del paese. La Cina ha compiuto qualche passo verso la liberalizzazione

politica, tuttavia durante la repressione di piazza Tienanmen del 1989, non è stata più attuata

alcuna riforma in senso democratico.

La libertà religiosa, sindacale, di stampa non esistono. Il mondo dei media è sempre strettamente

controllato. Il potere giudiziario è nelle mani del partito. Editori, giornalisti e docenti universitari

devono stare allineati alle posizioni ufficiali.

Una possibile spiegazione della mancata democratizzazione passa per le questioni del nation-

building e dello state-building. Una democratizzazione può contribuire a riaprire vecchie

contrapposizioni e mettere a rischio l’integrità dello stato: un regime totalitario e autoritario è

riuscito a tenere sinora insieme le minoranze che in passato hanno avversato l’incorporazione

della Repubblica cinese. La democratizzazione indebolirebbe dunque uno stato già debole e poco

legittimato e potrebbe avere effetti devastanti sulla coesione della Repubblica popolare.

29

Box 5.4 La democrazia cosmopolitica

La globalizzazione si configura come una trasformazione nelle dimensioni dell’organizzazione

umana. Essa ha creato processi che travalicano i confini degli Stati e costituiscono una sfida al

ruolo centrala da essi svolto negli ultimi quattro secoli. Gli Stati sono sempre più vincolati da norme

e decisioni a livello sovrastatale. Accanto agli Stati operano ormai anche agenzie amministrative,

tribunali e organizzazioni internazionali. Da tempo si è sviluppata l’idea di una democrazia a livello

mondiale e cosmopolitica. La rappresentanza globale sarebbe garantita sia per gli Stati che per gli

individui. La sovranità dovrà essere divisa tra quella interna degli Stati e quella globale.

Nel lungo periodo dovrebbe prevedere un sistema mondiale unificato di istituzioni democratiche e

rappresentative.

Restano quattro gravi limiti:

1. Finora l’ambito di competenza di qualsiasi organizzazione sovranazionale è circoscritto a

singole materie;

2. Incapacità delle organizzazioni sovrastatali di applicare sanzioni sufficientemente efficaci

da indurre uno Stato refrattario al rispetto delle regole;

3. Difficoltà nel combinare il principio uno Stato, un voto con quello demografico;

4. Congruenza tra incidenza spaziale della decisione e il controllo sulla decisione stessa nel

momento in cui si decidono politiche che ricadono su comunità enormemente ampie.

5.10 I fattori internazionali e l’esportazione della democrazia

La diffusione, l’esportazione e perfino l’imposizione militare della democrazia possono avere

successo solo se si realizzano condizioni favorevoli all’interno dello Stato che ne è oggetto.

Per quanto vi siano ancora grandi regioni del mondo che respingono esplicitamente i principi della

democrazia liberale, le spinte internazionali contrarie alla democrazia si sono ridotte.

Spesso all’apertura dei processi di liberalizzazione e democratizzazione concorrendo eventi storici

imprevedibili come per esempio la crisi dell’impero colonia portoghese fra gli anni Settanta e

Ottanta.

• L’emulazione non costituisce un’esportazione intenzionale bensì presuppone che l’esempio

esterno indebolisca il regime non democratico, favorisca convergenze verso modelli esterni

da imitare e incoraggi le élite interne a rompere con il passato. La diffusione di informazioni

e conoscenze diventa strategica perché quanto più maturano le conoscenze sulle altre

democrazie e sulla collocazione del proprio paese sulla scala del grado di democrazia,

tanto più crescono la consapevolezza e l’insoddisfazione delle opinioni pubbliche.

• La promozione si ha quando attori esterni si adoperano volontariamente e intenzionalmente

per favorire le condizioni della democrazia in un determinato paese. Si articolano azioni

negative, sanzioni finalizzate a punire singoli comportamenti, sia azioni positive, aiuti

economici. Attori internazionali forniscono dunque aiuti, competenze e assistenza, in grado

di contribuire alla crisi di un’esperienza non democratica e all’avvio della

democratizzazione.

• L’imposizione della democrazia avviene invece attraverso mezzi coercitivi fino all’estremo

intervento militare. L’esito della Seconda guerra mondiale ha avuto come risultato

l’imposizione della democrazia in Germania, Italia, Austria e Giappone. Spesso si mira a

risanare una situazione interna che rischia di avere effetti negativi sulla stabilità

internazionale.

5.11 Le democrazie, come sono oggi

Le democrazie si distinguono tra tre tipi istituzionali sulla base dei rapporti che intercorrono tra

esecutivo e legislativo:

1. I presidenzialismi (Stati Uniti)

I. Il presidente della repubblica è eletto direttamente

30 II. Per un periodo fisso prestabilito

III. È a capo dell’esecutivo

IV. Non necessita dell’investitura parlamentare.

2. I sistemi parlamentari (maggior parte delle democrazie europee e paesi anglosassoni) in

cui il capo del governo

I. Deve avere la fiducia del parlamento

II. Non è eletto direttamente dagli elettori

III. Non è contemporaneamente capo dello Stato

3. Il semipresidenzialismo (Quinta Repubblica francese) è caratterizzato da

I. dualismo della leadership

II. Il presidente è eletto direttamente dal corpo elettorale

III. Vi sono anche un primo ministro e un governo che devono godere della fiducia del

parlamento.

Oltre che in base al rapporto fra esecutivo e legislativo, le democrazie si possono classificare sulla

base di due modelli polari: uno basato sul principio di maggioranza e l’altro sul principio

consensuale.

Il modello maggioritario prevede:

1. L’accentramento del potere in governi monopartitici;

2. Fusione dei due poteri con l’esecutivo presieduto dal leader del partito di maggioranza;

3. Un legislativo monocamerale;

4. Un sistema bipartitico;

5. Un sistema partitico nella quale prevale una sola linea di frattura;

6. Un sistema elettorale maggioritario;

7. Un governo unitario e centralizzato;

8. Una Costituzione non scritta;

9. Una democrazia solo rappresentativa;

10. Una banca centrale dipendente dall’esecutivo.

La Gran Bretagna costituisce un caso puro di democrazia maggioritaria, denominata anche

modello Westminster.

Il modello consensuale invece prevede:

1. La condivisione del potere esecutivo fra più partiti;

2. La separazione dei poteri esecutivo e legislativo;

3. Un bicameralismo equilibrato;

4. Un sistema multipartitico;

5. Un sistema partitico che scaturisce da diverse dimensioni conflittuali;

6. Un sistema elettorale proporzionale;

7. Un sistema di governo decentrato;

8. Una Costituzione scritta;

9. Forme di democrazia diretta;

10. Una banca centrale indipendente dall’esecutivo.

Belgio e Svizzera costituiscono casi quasi puri di democrazia consensuale.

31

Capitolo sesto: Élite e classi politiche

6.1. Classi politiche ed élite politiche

Accanto ad una dimensione orizzontale della politica, di comunità, che vede come protagonisti una

moltitudine di attori, permane una dimensione verticale, di potere, di rapporti di

comando/obbedienza. Tale dimensione fa si che, come riassume Mosca, i governanti, ossia quelli

che hanno nelle mani ed esercitano i pubblici poteri, sono sempre una minoranza, e che al di sotto

di questi, vi è una classe numerosa di persone, le quali non partecipando mai realmente in alcun

modo al governo, non fanno che subirlo; esse si possono chiamare i governati.

Nei sistemi politici contemporanei l’attività politica si è professionalizzata. Uno dei problemi che lo

studioso deve affrontare è la varietà delle espressioni: i termini maggiormente utilizzati, spesso

come sinonimi, sono quelli di classi politiche (Mosca), élite politiche (Pareto), politici di professione

(Weber). Mentre l’espressione classe politica fa riferimento alla constatazione oggettiva

32

dell’esistenza di un gruppo di persone che all’interno della società monopolizza il potere di

governo, il termine prescelto da Pareto sembra implicare un giudizio in qualche misura positivo

sulla qualità dei membri di questo gruppo.

• Non si può dire che Mosca fornisca una definizione univoca e chiara del termine classe

politica. Oggi tale espressione viene utilizzata per indicare l’insieme dei professionisti della

politica e fa riferimento a coloro che con continuità professionalità detengono il potere

politico.

Sartori scrive che classe politica è una sottospecie della classe dirigente che si occupa

dell’esercizio del potere politico.

Pasquino specifica che la classe politica è composta da persone, selezionate, premiate

promesse per l’attività svolta nei partiti, che vivono prevalentemente di politica, che

traggono risorse per il loro sostentamento dalla loro stessa attività politica.

• Nel linguaggio comune il termine élite denota un ristretto gruppo di persone che si distingue

per superiorità culturale, posizione economica e sociale.

Pareto lega il termine élite alle capacità degli individui, misurate in relazione al grado di

successo raggiunto. Le élite politiche sono persone che occupano posizioni strategiche in

organizzazioni e movimenti dotati di ampie dimensioni e di potere, tali da metterle in grado

di influenzare il processo di decisione politica in modo diretto, sostanziale e regolare. Non

solo i soggetti che si trovano ai vertici delle istituzioni, ma anche coloro che si trovano alla

guida di movimenti, o di altri attori che si attivano per esercitare influenza sul sistema

politico (vertici militari, politici e economici, vertici dei partiti, sindacati, media, gruppi di

interesse).

Se élite è il termine generale, soltanto una parte di costoro può essere considerata classe

dirigente, coloro che grazie alle loro posizioni di rilievo nei rispettivi settori di attività,

influenzano i comportamenti e le decisioni della classe eletta di governo. Nell’ambito della

classe dirigente soltanto una parte più ristretta può essere considerata classe eletta di

governo, ovvero la classe politica.

6.2 L’elitismo classico

Il termine élite viene utilizzato per indicare una teoria nota come teoria delle élite secondo cui in

ogni società è sempre e soltanto una minoranza quella che detiene il potere di contro a una

maggioranza che ne è priva. La teoria è nata con particolare riguardo allo studio delle élite

politiche: in ogni società il potere politico, cioè di pretendere e di imporre, anche ricorrendo alla

forza, decisioni valevoli per tutti i membri del gruppo, appartiene sempre a una ristretta cerchia di

persone.

La versione classi della teoria (èlitismo classico) prende forma sulla base dei contributi di Mosca,

Pareto e Michels. In nome del realismo gli elitisti classici conducono una critica delle ideologie che

non risparmia la teoria democratica. Con percorsi diversi i tre autori dimostrano che tutte le forme

di governo sono riconducibili a delle oligarchie. Nella realtà un piccolo numero di persone controlla

e gestisce il potere ed utilizza differenti ideologie per giustificare e legittimare agli occhi delle

masse il potere che detiene di fatto.

• Per Mosca la capacità posseduta da un ristretto numero di individui di darsi una struttura

organizzativa e di coordinarsi porta necessariamente al dominio di una minoranza sulla

massa disorganizzata. I membri della minoranza devono possedere anche altre qualità,

delle quali le masse non dispongono o credono di non disporre. Ogni classe politica

giustifica il suo potere attraverso un’ideologia che Mosca definisce come formula politica.

• Per Pareto i fattori decisivi ai fini della formazione di minoranze vanno ricercati nelle diverse

qualità individuali. Fanno parte della élite coloro che sono più capaci e che in tali attività

hanno ottenuto elevati successi. In virtù di predisposizioni psico-biologiche e delle attitudini

individuali, la minoranza diviene classe eletta o élite. Pareto è consapevole che fattori quali

l’ereditarietà, la ricchezza, le relazioni familiari consentono l’accesso alle posizioni

governative di vertice anche di individui che non risultano dotati di grandi capacità

individuali. L’unica possibilità di ritrovare i più capaci nelle posizioni di vertice è per Pareto

33 legato al continuo ricambio delle élite e al passaggio di individui da una classe all’altra, le

aristocrazie non durano, è incontestabile che dopo un certo periodo spariscono. E’ la teoria

della circolazione delle élite.

L’umanità agisce principalmente tramite azioni non logiche, frutto dell’istinto, dei sentimenti,

delle superstizioni ma per coloro che le compiono non sono illogiche. Esse costituiscono

una costante del comportamento umano a cui Pareto da il nome di residui. Le azioni non

logiche necessitano però di giustificazioni a cui Pareto dà il nome di derivazioni. In ambito

politico esse servono ad attribuire al dominio dei pochi una connotazione di necessità

sociale.

• Oggetto dell’analisi di Michels sono i partiti politici di massa e i sindacati, in particolare il

Partito socialdemocratico tedesco in cui aveva militato. Michels individua la legge ferrea

dell’oligarchia per cui il potere finisce per concentrarsi in una cerchia ristretta di uomini. I

fattori che portano a tale risultato sono l’apatia delle masse e il loro bisogno di direzione,

oltre che al naturale desiderio di potere da parte dei leader. Ma individua come cause

determinanti gli imperativi organizzativi propri di qualsiasi organizzazione. Chi dice

organizzazione dice tendenza all’oligarchia: una minoranza ha il compito di dirigere e una

maggioranza è diretta dalla prima. Indipendentemente dai fini originari, i partiti tendono a

divenire un fine in sé. Il fine principale diviene quello di perpetuarsi. Michels parla di

eterogenesi dei fini indotta da imperativi organizzativi che impongono quale priorità la

sopravvivenza dell’organizzazione.

6.3 Elitismo, pluralismo, democrazia

La fortuna della teoria delle élite al suo nascere dipese dal fatto che nonostante la sua pretesa di

valere come teoria scientifica, era nata con una fortissima carica polemica anti-democratica e anti-

socialista. Grazie ad una evoluzione del pensiero di Mosca la differenza tra regimi aristocratici e

autocratici e democratici e liberali non va più cercata nella presenza o meno di una classe politica

ma nel fatto che vi siano élite chiuse e ristrette o aperte e allargate.

Weber e Shumpeter ritennero l’elitismo compatibile con i caratteri e le procedure di una

democrazia, intesa come libertà di scelta dei governanti in elezioni competitive e come

rappresentatività e responsabilità di questi nei confronti dei governati.

In situazioni di competitività politico-elettorale esplicita, ricorrente e trasparente, è improbabile che

le classi politiche riescano a trasformarsi in élite del potere.

Oggetto dello scontro tra elitisti e pluralisti sono la struttura delle élite, la circolazione delle stesse,

l’assenza o la presenza della competizione.

• Gli elitisti (Mills e Hunter) affermano che il potere si fonda sulla ricchezza economica. La

distribuzione viene intesa come gioco a somma zero: ad un aumento del potere di un

soggetto si contrappone un’equivalente diminuzione di potere di un altro soggetto. Ne

consegue la teorizzazione di un potere verticistico e monocentrico: il potere sarebbe

concentrato nelle mani di pochi.

• I pluralisti (Dahl) affermano che i rapporti di potere sono determinati sia dalle risorse sia

dalle abilità in possesso dei singoli attori, oltre che dalle specifiche circostanze: si ha potere

nella misura in cui si riescono ad utilizzare al meglio le risorse disponibili nelle interazione

con gli altri. La distribuzione del potere non è quindi intesa come un gioco a somma zero.

Per i pluralisti il gruppo dominante di una società o di una comunità è sempre eterogeneo e

non strutturato: a decisioni diverse corrispondono diverse coalizioni di potere e si afferma

un modelli policentrico.

6.4 Il professionismo politico

Max Weber illustra in un saggio l’avvento della politica moderna e la sua massificazione, ovvero

l’entrata in scena di una categoria di persone che vivono di politica, che fanno della politica una

fonte di guadagno. Distingue tra diversi tipi di politici:

• Politici occasionali, ovvero tutti quanti noi quando ad esempio andiamo a votare;

34 • Politici dilettanti, coloro che svolgono l’attività politica come professione secondaria;

• Politici di professione coloro che si dedicano alla politica in modo continuativo ed a titolo di

professione principale. Chi vive per la politica costruisce in senso interiore tutte la propria

esistenza intorno a essa; chi vive della politica è colui che cerca di trarre da essa una fonte

durevole di guadagno.

I processi di democratizzazione determinano una trasformazione e un rafforzamento delle funzioni

dei partiti politici, con il passaggio dal partito dei notabili al partito burocratico di massa. I politici di

professione sono emersi nel corso della lotta dei principi contro i ceti, ponendosi al servizio dei

primi, la vittoria dei quali si tramuta nella nascita di un potere impersonale, che viene esercitato da

funzionari. Le trasformazioni politiche, sociali ed economiche della modernità hanno creato le

condizioni fondamentali e persino l’esigenza della comparsa di persona che dedichino tutto il loro

tempo alla politica.

Nella fase oligarchico-liberale della democratizzazione, caratterizzata da limitata inclusione, chi

desidera occuparsi di politica doveva procurarsi i mezzi economici per farlo: è la stagione dei

notabili, ovvero quelle figure che godono di notevole prestigio sociale e possono far perno sul loro

status per conquistare quella quantità di consenti che consente loro di ottenere cariche politiche.

La stagione successiva, caratterizzata dall’allargamento del suffragio porta all’entrata in scena di

nuove figure che sono ben riassunte dall’avvocato e dal funzionario di partito, il primo che vive per

la politica, la seconda di politica.

Le trasformazioni successive avvenute nel corso della seconda metà del XX secolo portano nel

partito coloro che giungono alla politica dopo un’esperienza professionale coronata da successo.

Essi hanno scelto o accettato di fare attività politica ben sapendo di godere di una rete di

protezione se decidessero di tornare alla loro attività professionale.

Il successivo avvento del partito pigliatutto, di quello professionale elettorale, di quello mediatico, e

infine del cartel party, oltre al crescente ridimensionamento della burocrazia di partito, porta con sé

la necessità di nuove competenze e di nuove figure di politici di professione. Si ha sempre più una

maggiore incidenza degli eletti provenienti dal settore pubblico, manager, liberi professionisti

diversi da avvocati.

In forme di governo tradizionalmente collegiali, emerge l’autonomia del capo dell’esecutivo e una

composizione dei gabinetti che vede i politici affiancati da tecnici-politici.

Un fenomeno collegato a quest’ultimo è quello che vede emergere forme di fidelizzazione dei

componenti del governo al leader più che al vertice di partito.

Una seconda tendenza è quella della mediatizzazione della politica: i media contribuiscono ad

accentuare caratteristiche come l’appeal personale, il linguaggio politico diretto, la capacità di

comunicazione.

Emergono nuove figure che non fanno politica in prima persona ma vivono ugualmente di essa: i

commentatori di professione, i consulenti politici, gli esperti di marketing elettorale e di sondaggi di

opinione.

6.5 Politici in carriera

Anthony King definisce politico in carriera quella persona che considera la politica come la propria

vocazione e cerca nella politica le proprie soddisfazioni.

Alfio Mastropaolo introduce la nozione di ceto politico per indicare uno strato numerosissimo,

ramificato e ultraprotetto che ha monopolizzato l’autorità e ha intrecciato intorno a sé una robusta

cintura di privilegi.

La complessità della politica democratica ha incrementato il novero degli aspiranti alla carriera

politica e in definitiva ha ingigantito il numero di persone che vivono di politica. Inoltre si sono

moltiplicati i modelli di professionismo politico.

Verzichelli definisce la carriera politica una continuità di impegno politico a tempo pieno cercando

di mantenere un’influenza pubblica sostanziale, coltivando la propria autonomia finanziaria.

35

L’avvio e soprattutto il successo di una carriera politica presuppone la disponibilità di risorse

finanziarie. Il nuovo politico in carriera può contare sui benefit e sui salari.

Coloro che intendono entrare e permanere nella sfera politica devono possedere, oltre che alla

vocazione, la necessaria professionalità. Verzichelli individua alcuni tipi ideali, utili per cogliere i

caratteri essenziali dell’evoluzione del professionismo politico:

1. Politico amatoriale, notabile ottocentesco

2. Politico d’apparato, funzionario di partito novecentesco

3. Politico in carriera che caratterizza le democrazie contemporanee.

6.6 Sulla qualità della classe politica

Un altro tema che ritorna spesso nei dibattiti relativi alle democrazie contemporanee è quello della

qualità della classe politica.

Shumpeter ha osservato che una delle condizioni essenziali affinchè il metodo democratico abbia

successo è che il materiale umano sia di qualità sufficientemente elevata.

Weber ha individuato tre qualità decisive per l’uomo politico: la passione, come senso di dedizione

a una causa, senso di responsabilità e lungimiranza, intesa come il contrario della mancanza di

distacco.

Bobbio individua due principi, risalenti al pensiero greco, per distinguere tra buon governo e

malgoverno: l’esercizio del potere in conformità di leggi prestabilite e il perseguimento del bene

comune.

Linz fa notare quanto sulla qualità della classe politica possano incidere le istituzioni che

strutturano il processo politico (populismo latino-americano governo presidenziale in un contesto

frammentato, irresponsabilità dei partiti, meccanismi di finanziamento dei partiti che possono

alimentare la corruzione). Per concludere Linz sottolinea che la qualità della classe politica non è

indipendente dalla qualità dell’elettorato, se quest’ultimo non si cura di chi lo rappresenti e lo

governi.

Capitolo settimo: Partiti e sistemi partitici

7.1 Premessa

Dall’età moderna i conflitti non vengono più considerati distruttivi per la convivenza sociale, ma al

contrario dal confronto tra i diversi orientamenti presenti all’interno della società inizia ad emergere

una nuova forma di lotta politica, espressa dalla competizione. Intorno alla metà del Settecento

inizia a legittimarsi una forma di pluralismo nell’ambito delle istituzioni rappresentative. Ciò

permette all’opposizione di uscire dalla clandestinità.

L’origine dei partiti moderni si deve a due processi: lo sviluppo di istituzioni rappresentative e

l’espansione del suffragio.

36

7.2 Cos’è un partito politico

Una delle prime definizioni di partito politico si deve a Burke il quale sosteneva la necessità di

creare organizzazioni politiche stabili e finalizzate a garantire l’interesse nazionale mediante il

confronto ideologico. Un partito è un insieme organizzato di uomini uniti per operare in comune

nell’interesse nazionale.

Max Weber definisce i partiti come associazioni fondate su un’adesione formalmente libera,

costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale

e ai propri militanti attivi possibilità, ideali o materiali, per il perseguimento di fini oggettivi o per il

perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il consolidamento della democrazia e il riconoscimento del

suffragio universale, le dimensioni del partito vengono individuate:

1. Nel carattere associativo;

2. Nella presenza di un’organizzazione stabile;

3. Nella partecipazione volontaria;

4. Nella condivisione di determinati principi e valori;

5. Nella finalità di conquistare cariche elettive.

La difficoltà di individuare una definizione universalmente riconosciuta, in grado di separare i partiti

dagli altri soggetti politici è dovuta a due problemi distinti:

1. Tentativo di mascheramento delle organizzazioni partitiche per sfuggire alle critiche che gli

vengono indirizzate che talvolta scelgono deliberatamente di chiamarsi alleanze, leghe o

raggruppamenti;

2. Natura del contesto, competitivo o non, nel quale i partiti operano.

Sartori individua una soluzione definendo il partito come qualsiasi gruppo politico identificato da

un’etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni ed è capace di collocare attraverso le elezioni,

libere o no, candidati alle cariche pubbliche.

7.3 Come nascono i partiti: approccio strutturale

Sotto il profilo strutturale Duverger suddivide i partiti in due grandi categorie:

• Partiti a origine interna nascono all’interno dei parlamenti in una situazione di suffragio

ristretto. I parlamentari eletti cominciano a suddividersi in gruppi ideologicamente

omogenei, iniziano a creare comitati elettorali sparsi sul territorio nazionale con la funzione

di sostenere le candidature e raccogliere voti (conservatori, liberali e radicali).

• Partiti a origine esterna nascono fuori dal parlamento. L’elettorato al quale si rivolgono non

ha ancora conquistato il diritto di voto. E’ il prodotto di una preesistente istituzione come

sindacati (partiti socialisti), confessioni religiose (partiti cristiano-democratici), associazioni

militari (partiti fascisti, nazionalisti), gruppi clandestini (partiti comunisti).

Lo sviluppo dei partiti attraversa quattro stadi:

1. All’inizio dell’Ottocento vede la nascita delle formazioni di origine parlamentare;

2. Verso la metà dell’Ottocento i partiti espandono la propria influenza elettorale e sono in

grado di presentare i candidati su tutto il territorio nazionale;

3. Negli ultimi decenni del XIX secolo si affermano i primi partiti di massa;

4. Successivamente alla Prima guerra mondiale nascono i partiti più estremisti.

E’ possibile individuare alcune categorie di partito in relazione alle loro caratteristiche istituzionali.

La bipartizione, ad opera di Weber, li suddivide in:

• Partiti di notabili caratterizzati da personale non professionale, risorse autonome, strutture

intermittenti attive solo durante le campagne elettorali, orientano la propria azione alla

tutela di interessi di un ristretto numero di elettori;

37 • Partiti di massa caratterizzati da politici di professione, traggono risorse dall’attività politica,

godono di una struttura organizzativa stabile estesa su tutto il territorio nazionale, ideologie

ben strutturate, organizzazioni di integrazione sociale.

7.4 Come nascono i partiti: approccio genetico

Stein Rokkan analizza la strutturazione della politica in Europa allo scopo di individuare le variabili

che hanno determinato le attuali costellazioni partitiche. Non si possono spiegare le differenze

senza fare riferimento ad una serie di eventi storici che ne hanno condizionato lo sviluppo. Alla

base di queste condizioni storiche, Rokkan colloca le fratture (cleavage) intese come conflitti

particolarmente prolungati nel tempo.

Secondo Rokkan le differenze nella strutturazione delle linee di frattura tra i vari paesi europei

sono dovute all’impatto di due grandi rivoluzioni:

• La Rivoluzione nazionale si riferisce al processo di costruzione degli Stati nazionali e ai

conflitti che nascono all’interno dello Stato che tanta di uniformare la cultura sia contro le

minoranze, sia contro la chiesa. Due fratture emergono dalla rivoluziona nazionale

o La frattura centro-periferia è il risultato del conflitto tra un centro politico, culturale ed

economico, e le aree periferiche che vengono progressivamente incorporate nelle

amministrative centrali. Da questa frattura nascono i partiti etno-regionalisti.

o La frattura Stato/Chiesa si verifica quando la Chiesa cattolica continua a rivendicare

competenze quali l’istruzione, il matrimonio, gli ospedali. L’esito di questa frattura è

lo sviluppo di partiti laici e confessionali, quali i liberali e i cristiano-democratici.

• La rivoluzione industriale stimola un profondo conflitto tra classi emergenti in merito alle

modalità di produzione e alla proprietà dei mezzi di produzione.

o La frattura città/campagna esprime il conflitto tra settore primario e settore

secondaria, ossia tra gli interessi agrari e quelli del nascente capitalismo industriale.

Questo cleavage ha dato origine ai partiti conservatori, agrari e contadini.

o La frattura di classe riassume lo storico conflitto tra imprenditori e operai. L’esigenza

di questi ultimi di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro ha dato luogo ad

un processo di mobilitazione dal quale nascono i partiti operai e socialisti. La

frattura di classe, diversamente dalle prime tre fratture, si diffonde in modo uniforme

in tutti i paesi.

Rokkan e Lipset sulla base di queste premesse, hanno parlato di freezing proposition per

sottolineare la progressiva stabilizzazione delle linee di frattura dagli anni Venti.

Negli anni successivi si è evidenziato un processo di scongelamento che avrebbe dato luogo a

nuove fratture, in particolare quella ecologica. La diffusione di conflitti originati dall’emergenza di

issues post-materialiste ha ridotto la salienza della polarizzazione di tipo classista.

7.5 Come sono organizzati i partiti

Duverger ha individuato quattro tipi di partito in relazione alla loro organizzazione interna.

1. Comitato: rappresenta la struttura di base dei partiti che nascono nella prima metà

dell’Ottocento. E’ formato da un numero ristretto di persone, che si riunisce saltuariamente.

I membri appartengono alle classi sociali superiori: la figura del politico gentiluomo è tipica

di questa organizzazione. Il comitato si affida a finanziamento esclusivamente privati.

2. Sezione: è una struttura aperta che mira ad ampliare il numero di iscritti. Essa rappresenta

la diffusione del partito a livello nazionale. La sezione nasce con i partiti socialisti e si fonda

su una struttura stabile e centralizzata. Il politico gentiluomo viene sostituito dal burocrate

che trae il proprio sostentamento grazie all’attività svolta presso il partito. Il carattere

permanente della sezione consente di allargare i consensi e di ottenere finanziamenti.

3. Cellula: costituisce la struttura organizzativa dei partiti comunisti. La cellula ha come unità

di base la professione. Gli iscritti sono organizzati in modo tale da garantire contatti

38 sistematici tra di loro sul luogo di lavoro. Una cellula è formata da pochi membri in modo da

adattarsi meglio all’azione clandestina.

4. Milizia: è una struttura di tipo militare formata da un numero ristretto di membri che

vengono ordinati gerarchicamente. Rappresenta l’organizzazione di base dei partiti fascisti

e nazional-socialisti.

Panebianco sottolinea come un partito sia una struttura in movimento, subisca evoluzioni e si

modifichi nel tempo per effetto di fattori ambientali e strutturali. Durante le fasi iniziali i leader sono

in grado di svolgere un ruolo cruciale, in quanto elaborano le finalità ideologiche. Successivamente

con la fase di istituzionalizzazione, l’organizzazione si trasforma e acquista valore in sé, al punto

che i suoi scopi diventano inseparabili da essa.

Un’organizzazione è fortemente istituzionalizzata quando:

• È in grado di controllare direttamente l’accesso alle risorse senza dipendere da altre

organizzazioni;

• E’ in grado di controllare a livello centrale l’accesso alle risorse delle sotto-unità locali.

Il grado di istituzionalizzazione può incidere sugli equilibri tra le componenti del partito:

1. L’apparato

2. Il gruppo parlamentare

3. Gli iscritti

Il partito inteso come forza istituzionale che sostiene le maggioranze parlamentari e le coalizioni di

governo, si oppone al partito degli iscritti legato alle istanze della base sociale di riferimento. La

tensione apparato/gruppo parlamentare si traduce in una continua oscillazione tra coesione e

fazionalismo.

In presenza di una forte istituzionalizzazione, la leadership partitica trae legittimazione dalla base

piuttosto che dal gruppo parlamentare; all’opposto un partito poco istituzionalizzato garantisce un

grado maggiore di democrazia interna, favorisce il fazionalismo a scapito della coesione ma anche

un rapporto più debole tra apparato e iscritti.

7.6 Come sono cambiati i partiti

Michels ha introdotto la legge ferrea dell’oligarchia per sottolineare la trasformazione dei partiti

socialisti da strutture democratiche e aperte in organizzazioni dominate da un’oligarchia interna

formata da un numero ristretto di dirigenti. L’allontanamento dell’oligarchia dalla massa dei

lavoratori si è tradotta non solo nel ridimensionamento delle finalità ideologiche del partito ma si

sostituiscono obiettivi legati al mantenimento delle posizioni acquisite. Michels formula una

previsione negativa sull’efficacia del controllo democratico esercitato dalla base: lo sviluppo

dell’organizzazione rende solo apparente tale possibilità di controllo.

Ostrogorski ha individuato una possibile degenerazione dei partiti di massa: a causa del

professionismo burocratico il partito rischia di divenire fine a se stessa, degradando l’ideologia.

L’esito è un processo di lotte interne, scissioni, accordi clandestini che portano all’anarchia interna

dei partiti.

La questione della fine delle ideologia ha portato autori ad individuare nuovi modelli organizzativi.

• Kirchheimer conia il termine catch-all party (partito pigliatutti) con cui descrive il definitivo

processo di destrutturazione ideologico per effetto dei cambiamenti socio-economici e per

l’avvento dei mass media. Viene accentuato il carattere inter-classista, l’obiettivo primario è

il successo elettorale. Il partito pigliatutti può ragionevolmente cercare di trovare più votanti

in tutte quelle categorie che non hanno tra loro evidenti conflitti di interessi.

• Il partito professionale-elettorale è un’istituzione debole, assumono maggiore rilevanza i

finanziamenti dei gruppi di interesse, il peso dell’elettore è superiore a quello dellìiscritto,

l’ideologia si diluisce in issues elettorali. A fronte di un pubblico più eterogeneo e

mediamente più istituto, i mass media spingono i partiti a campagne personalizzate,

centrate sui candidati.

• Il processo di mediatizzazione dei contenuti e delle strategie del partito è all’origine del

partito mediale. Si caratterizza per la leggerezza organizzativa: privilegia l’attività

39 pubblicitaria di tipo mediatico rivolta ad un elettorato inter-classista; ha una gerarchia

interna poco strutturata; si fonda sulla personalizzazione della leader-ship. La funzione

essenziale di partito del presidente o partito personale si realizza grazie alla visibilità del

candidato.

• Un ulteriore stadio di trasformazione è il cartel party. Si vuole evidenziare la crescente

collusione tra partiti che formano appunto cartelli allo scopo di ottenere risorse pubbliche.

Ciò è possibile grazie alla riduzione della distanza ideologica e da una maggiore

convergenza nei programmi. I partiti divengono così una struttura interna allo stato grazie al

finanziamento pubblico. La riduzione del numero degli iscritti ha avuto come conseguenza

la necessità di ricorrere a forme alternative di finanziamento. L’atomizzazione della base

avrebbe accentuato il potere della leadership favorendo sia il ricorso ai professionisti della

politica, sia l’allontanamento dei cittadini dai partiti.

I partiti sopravvivono secondo Pasquino, perché essi svolgono funzioni essenziali non assolvibili

da altre organizzazioni.

7.7 A cosa servono i partiti

I partiti organizzano le divisioni presenti nella società e le proiettano all’interno del sistema politico.

Storicamente i partiti hanno svolto sei funzioni:

1. Strutturazione delle domande: i partiti semplificano la complessità attraverso una selezione

delle domande che i cittadini pongono alla classe politica;

2. Strutturazione del voto: il partito attraverso l’elezione dei propri rappresentanti esprime

precise istanze politiche e gestisce il potere;

3. Socializzazione politica: il partito contribuisce a modellare e diffondere valori, ad integrare i

singoli nella comunità politica per mezzo delle proprie strutture organizzative;

4. Reclutamento della classe dirigente

5. Controllo politico: funzione dei partiti di opposizione che possono esercitare all’interno dei

parlamenti;

6. Formazione delle politiche pubbliche: attuazione dei programmi presentati durante la

campagna elettorale.

La qualità e la frequenza con le quali i partiti svolgono le proprie funzioni sono vincolate dalle

risorse e dai contesti istituzionali che ne circoscrivono l’azione.

Il ruolo dei partiti è significativo soprattutto in relazione al processo di semplificazione delle

posizioni politiche, che raggiunge la massima efficacia nei sistemi bipartitici.

7.8 I sistemi partitici: aspetti generali

Un sistema partitico, secondo Easton, può essere definito come un complesso di interazioni tra le

unità che lo compongono (i partiti). Tale sistema presuppone una relazione orizzontale,

competitiva, fra almeno due partiti, e un’interdipendenza verticale fra partiti, elettorato, parlamenti e

governi.

La suddivisione dei sistemi competitivi in bipartitici e multipartitici si è rivelata semplicistica.

Sartori ha elaborato uno schema interpretativo che rappresenta la proposta più articolata in

materia di sistemi partitici.

L’elemento di novità che introduce è la distinzione tra formato, il numero di partiti, e meccanismo, i

partiti che determinano il funzionamento. Sartori suggerisce di contare solo i partiti che hanno

rilevanza sistemica: non tutti i partiti che ottengono seggi in parlamento contribuiscono a

determinare il formato. Un partito può essere contato quando possiede un potenziale di coalizione,

l’utilità che i partiti ricoprono nel formare maggioranze di governo, o un potenziale di ricatto, la

capacità di condizionare le strategie degli altri partiti.

La meccanica funzionale può essere determinata dal grado di polarizzazione, ovvero la distanza

ideologica che intercorre tra i vari partiti di uno stesso sistema.

40

Sartori costruisce una classificazione a cinque voci distinguendo il formato dalla meccanica.

Formato numerico Meccanica funzionale

Sistema a partito predominante: un partito Sistema a partito predominante: un partito

rilevante. conquista per diverse legislature consecutive

la maggioranza assoluta dei seggi in

parlamento e governa da solo

Sistema bipartitico: due partiti rilevanti. Sistema bipartitico: due partiti sono in grado di

competere per la maggioranza assoluta dei

seggi in parlamento e uno di essi la conquista

governando da solo.

Sistema di pluripartitismo limitato: da tre a Sistema di pluripartitismo moderato: due

cinque. coalizioni si alternano al potere sebbene i

governi siano formati da più parti. Il grado di

polarizzazione ideologico è assento o

estremamente basso.

Sistema di pluripartitismo estremo: superiore a Sistema di pluripartitismo polarizzato: il partito

cinque. moderato di maggioranza relativa per formare

il governo deve poter contare su possibili

alleati. I partiti anti-sistema sono esclusi dalle

coalizioni governative. Il partito di maggioranza

relativa rimane sempre al potere grazie

all’appoggio di partiti minori.

Atomizzazione Atomizzazione

In entrambi i casi la voce atomizzazione indica uno stadio che precede la strutturazione dei partiti e

il loro radicamento nell’ambito nazione: in tale sistema è impossibile applicare sia i criteri di

conteggio che quelli di meccanica.

La corrispondenza fra formate e meccanismo non rappresenta una condizione necessaria.

I sistemi partitici non competitivi possono essere a partito unico e a partito elemento. La

caratteristica del partito egemone è data dalla presenza di altre formazioni che, pur non avendo

alcuna possibilità di gestire il potere, contribuiscono all’elaborazione della linea stabilita dal partito

al governo.

Sotto il profilo funzionale i sistemi non competitivi assumono una connotazione diversa a seconda

del grado di intensità ideologica e di penetrazione coercitiva.

Capitolo ottavo: I gruppi di interesse

I gruppi insieme ai partiti politici rappresentano i principali nodi di collegamento fra la società e il

sistema politico. I gruppi sono ritenuti attori di primaria importanza in ciascuna democrazia sia

perché contribuiscono alla formazione di una società attiva e consapevole, sia perché possono

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