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Capitolo primo: La politica

Dimensione interna e dimensione internazionale

Spiegare la politica

Nel lessico comune il termine politica ricorre per indicare un insieme di soggetti che godono di una posizione privilegiata. Nel linguaggio scientifico, il termine assume un connotato neutrale. Designa un oggetto d’indagine e viene spesso accompagnato da aggettivi che ne precisano il significato: politica interna, estera, comparata, locale, internazionale. Il ricorso ai metodi di controllo empirico, che impone allo scienziato politico l’obbligo di sottoporre alla prova dei fatti le teorie, fa sì che i fenomeni politici vengano studiati scientificamente.

Spiegare la politica significa individuare i fenomeni propriamente politici, ordinare una serie di eventi all’interno di una griglia concettuale ed elaborare una teoria. La comprensione di questi passaggi implica due aspetti: l’autonomia e l’essenza. Autonomia si riferisce al progressivo affrancamento della politica dalle altre sfere: la politica è dotata di una specifica area di competenza e di un preciso modus operandi. L’essenza si focalizza sugli aspetti peculiari dei comportamenti politici che si differenziano dai comportamenti sociali, economici o religiosi. Tuttavia, il concetto di politica non si presta ad essere contraddistinto con nettezza, sebbene sia possibile ritrovare una sfera di attività propria ed esclusiva della politica.

Autonomia

Il percorso che consente alla politica di affermare la propria autonomia segue un percorso storico e uno disciplinare. Sul piano storico, l’affrancamento della politica dalle altre sfere è il risultato di un processo che può essere riassunto in quattro tappe principali:

  • Separazione tra potere spirituale e temporale. Fino al Medioevo, la politica è contaminata dall’etica, dalla religione e dall’economia. I contrasti tra papato e impero si concludono con la delimitazione delle specifiche aree di competenza, consentendo alla politica di perdere la propria sacralità.
  • La seconda tappa, con l’opera di Niccolò Machiavelli, stabilisce la definitiva separazione tra politica e morale. La politica per la prima volta ha delle proprie leggi che il politico deve applicare per salvaguardare lo Stato.
  • La terza tappa scorpora sociale e politico passando attraverso la divaricazione tra politica ed economia. La divisione tra pubblico e privato individua nei limiti posti all’intervento statale la possibilità, per ciascun individuo, di perseguire in modo più efficiente i propri interessi economici. Esiste una sfera privata non regolata dallo stato accanto ad una sfera pubblica sottoposta ad esso.
  • L’ultima tappa storica è quella che segna l’autonomia della politica nei confronti del diritto. La rivoluzione può essere definita come l’abbattimento per via violenta dell’ordinamento politico esistente e l’instaurazione di un nuovo ordinamento. Essa non è un fatto giuridico perché nel vecchio ordinamento non esiste, mentre rappresenta la fonte del nuovo ordinamento che verrà instaurato. È dunque un fatto normativo che produce diritto al di fuori dell’ordinamento giuridico vigente. Carl Schmitt pone l’accento sulla superiorità della politica rispetto al diritto: l’esigenza di autoconservazione può determinare la sospensione dell’ordinamento vigente senza che la legge lo preveda. Il potere politico continua a sussistere mentre il diritto viene meno.

La politica assume una capienza maggiore rispetto all’economia, alla società e al diritto perché è questa che determina i margini di manovra delle sfere non politiche. Sul piano disciplinare la politica si afferma come scienza autonoma intorno agli anni Cinquanta, nonostante la sua origine si faccia convenzionalmente risalire alla pubblicazione degli "Elementi di scienza politica" di Gaetano Mosca. Il clima culturale della prima metà del ‘900 era contrario all’introduzione di uno studio sistematico dei fenomeni politici. I crociani e i marxisti concordavano sul fatto che la politica fosse una componente mutevole, provvisoria, dipendente da altri fattori. La conquista dell’autonomia è l’esito di un riconoscimento accademico della propria specificità.

  • La diversità disciplinare rispetto alla storia consiste prevalentemente nei metodi utilizzati: mentre quest’ultima privilegia uno studio idiografico, analizzando gli eventi come fatti irripetibili, la scienza politica adotta un approccio nomotetico, finalizzato all’elaborazione di teorie di portata più generale, sebbene non universali, in grado di cogliere determinate regolarità.
  • L’autonomia rispetto al diritto attiene all’oggetto di ricerca. Il giurista studia i comportamenti umani regolati dalle norme di un dato ordinamento giuridico; lo scienziato politico indaga sulle motivazioni e sulle conseguenze di quei comportamenti rispetto ai fini proposti.
  • La differenza con la filosofia è legata all’atteggiamento dello studioso: la filosofia è un sapere speculativo e fa uso di un linguaggio astratto; la scienza politica è una disciplina empirica, fondata sull’osservazione dei fatti sui quali indaga.
  • La diversità con la sociologia emerge dal rapporto tra variabile dipendente e indipendente. La sociologia politica ha come interesse primario lo studio della dimensione orizzontale delle interazioni interoggettive, la scienza politica si concentra sulla natura verticale del rapporto.

A partire dal secondo dopoguerra, negli Stati Uniti, la diffusione del comportamentismo contribuisce a risollevare e a gettare le basi della futura affermazione della scienza politica in Europa.

Essenza

Il termine “politica” ha un’origine antichissima: lo ritroviamo già nel mondo greco. Aristotele utilizzava il termine zoon politikon per definire l’uomo compiutamente realizzato nel suo vivere politico all’interno della polis. Nella polis non esisteva la distinzione tra politico e sociale: i due significati venivano espressi dallo stesso termine politikon. Mancava dunque un’associazione del concetto di politica con l’idea di potere, di comando, di uno Stato posto sopra la società civile. La politica nel mondo greco veniva intesa in una dimensione esclusivamente orizzontale. La tradizione romana e medievale ha iniziato a recepire la verticalità del rapporto governanti/governati che veniva espressa però da altri termini; la voce politicum designava ancora una visione orizzontale, l’ottima città. È solo con "Il Principe" che il termine politica acquisisce quella dimensione verticale alla quale siamo abituati ad associarla oggi e diviene mero strumento di conquista e conservazione del potere.

Possiamo affermare che uno degli aspetti che contribuiscono a determinare l’essenza della politica è dato dalla sua intrinseca ambivalenza: è contraddistinta da una identità sovra-individuale, ma nel momento in cui unisce, esclude, è un rapporto chiuso, comprende coloro che fanno parte di una certa comunità, ma esclude chi è al di fuori di essa, lo straniero, il nemico pubblico (hostis). L’ambivalenza della politica insita nella diade amico/nemico è stata sottolineata da Schmitt. Il conflitto amico/nemico rappresenta l’essenza della politica. Il politico non indica un settore concreto particolare ma solo il grado di intensità di un’associazione o dissociazione di uomini. La guerra, nell’analisi schmittiana, è l’extrema ratio della contrapposizione amico/nemico, il mezzo politico estremo che consente di annientare il nemico.

Esiste anche una politica istituzionale, moderata, che si esprime nelle fasi di ordinaria amministrazione, che si fonda sulla capacità delle istituzioni politiche di regolare i conflitti e sottomette la forza al diritto. Tuttavia, è impossibile cogliere l’essenza della politica privandola della sua natura più autentica, quella conflittuale. La dimensione verticale della politica denota l’essenza della politica anche nelle fasi di ordinaria amministrazione, grazie alla presenza di un’unica autorità allo scopo di preservare l’integrità di una comunità politica da possibili attacchi interni ed esterni.

Politica e potere

Fin dall’antichità la riflessione sulla politica è sempre stata associata alle modalità di acquisizione, distribuzione ed esercizio del potere. Weber ha definito il potere una causazione sociale intenzionale che indica la capacità di un attore di influire sulle decisioni di un altro attore. Tale capacità è fondata su un’azione di conformità, che può essere libera (potere persuasivo) o non libera (potere costrittivo). La relazione tra A e B può inoltre configurare tre situazioni diverse: una situazione di dominio caratterizzata da un esercizio del potere a senso unico, una situazione di scambio ed una situazione di egemonia in cui i comandi sono considerati obbligatori e legittimi.

La definizione di potere si ricollega all’essenza della politica per la presenza in tutte le società di gruppi intenzionati a realizzare determinati scopi, cui si contrappongono gruppi portatori di interessi diversi. Il potere si basa essenzialmente sul fatto che alcuni gruppi riescono ad assicurare la propria superiorità sugli altri attraverso il controllo delle risorse. Ne individuiamo tre tipi:

  • Economiche fondate sul possesso di beni necessari in una situazione di scarsità per indurre ad una determinata condotta coloro che non riescono ad accedervi;
  • Ideologiche derivate dall’influenza esercitata sulle preferenze altrui;
  • Politiche caratterizzate dal possesso degli strumenti mediante i quali si esercita la forza fisica.

Il potere politico, definito da Parsons, è la capacità generalizzata di assicurare l’adempimento delle obbligazioni vincolanti in un sistema di organizzazione collettiva, in cui le obbligazioni sono legittimate dalla loro essenzialità ai fini collettivi, e che pertanto possono essere imposte con sanzioni negative. Lo Stato tende a collocarsi nella sfera del potere politico, ma questo non significa che il ricorso alla violenza esaurisca le sue modalità di esercizio di quest’ultimo. Nessuno Stato può sussistere senza una forza di polizia, ma solo quando tutte le altre possibili sanzioni si sono rivelate inefficaci si può ricorrere ad una violenza definitiva. Il potere politico esercitato dallo Stato non si riferisce al ricorso diretto e frequente alla violenza, ma piuttosto al controllo sugli strumenti materiali della violenza (monopolio legittimo della forza).

Un rapporto di potere politico è tanto più solido e l’esercizio di esso tanto più efficace e tanto meno faticoso, quanto più può fare appello a principi su cui si fondano quell’autorizzazione e quell’obbligo. Se questo si verifica, possiamo chiamare legittimo quel potere. Nessun regime politico può esercitare il controllo sugli strumenti coercitivi fondandosi solo sulla violenza. Anche i regimi non democratici hanno bisogno di legittimarsi. Questo riduce i costi relativi alla gestione del potere e agevola il mantenimento dell’ordine interno.

Differenze tra politica interna e politica internazionale

Individuando l’essenza della politica nella ricerca del potere o lotta per il potere, la definiamo come un’arena nella quale si svolge la competizione tra i vari attori politici e il contesto nel quale si prendono le decisioni vincolanti per la società. Il rapporto politico si caratterizza per la rilevanza che assume il ricorso alla forza fisica e alle limitazioni delle libertà individuali, fino all’estremo atto dell’uccisione. Altri rapporti non politici, anche in assenza della coazione, continuano a sussistere poiché si fondano su altre logiche (la famiglia sull’amore).

Il ricorso alla coazione, per quanto limitato dalle norme, si rende necessario nella misura in cui il consenso non sia sufficiente a garantire la sopravvivenza di una comunità politica. Si attribuisce ad un soggetto istituzionale il titolo a organizzare e gestire la violenza.

Sul piano interno, l’istituzionalizzazione di un meccanismo di risoluzione pacifica dei conflitti consente a tutti i regimi politici di tutelare la comunità che risiede all’interno del proprio territorio. Ad esempio, il principio ereditario (il diritto a governare si trasferisce per nascita), o nei regimi autoritari il ricorso alla volontà del leader, nelle democrazie il principio maggioritario temperato dalle garanzie per le minoranze che attribuisce al partito che vince le elezioni il diritto a gestire direttamente il potere. L’efficacia di questi meccanismo è data proprio dalla loro legittimità. Al contrario, se una parte del regime non si riconosce più in quelle regole, quel sistema politico sarebbe destinato a disgregarsi ed ad un mutamento istituzionale.

Sul piano internazionale la mancanza di un’unica autorità dotata del monopolio legittimo della forza costringe gli Stati all’autodifesa. L’anarchia internazionale pone gli Stati in una situazione di costante insicurezza. L’assenza di un’unica autorità che gestisca legittimamente la forza a livello internazionale va ricercata proprio nel principio di sovranità degli Stati. Nessuno Stato è disposto a cedere le proprie prerogative e a riconoscere un’autorità posta al di sopra di esso. Formalmente ciascuna unità è uguale a tutte le altre: nessuna ha il diritto di comandare e nessuna ha il diritto di obbedire. Solo alcuni Stati sono in grado di utilizzare in modo efficace lo strumento militare, obbligando quelli più deboli a subire gli effetti delle proprie decisioni.

A livello interno i regimi politici sono organizzati in modo gerarchico, a livello internazionale le unità del sistema si collocano in una relazione di coordinazione seguendo il principio anarchico. Secondo Waltz, il discrimine tra politica interna e politica internazionale è il modo di gestire la violenza, un sistema internazionale si fonda sull’auto-difesa.

Ricerca di una definizione comune

Non sembra possibile elaborare una definizione esaustiva di politica che comprenda sia la dimensione interna che quella internazionale, poiché entrambe le parti assumono caratteristiche proprie. Se intendiamo la politica secondo la definizione di Easton come assegnazione imperativa di valori, essa assume un grado di generalità abbastanza elevato, tale da comprendere entrambe le dimensioni, rischiando però di non evidenziare le differenze.

Tale ostacolo può essere parzialmente aggirato partendo dal presupposto che le interazioni politiche configurino un rapporto di scambio che è sempre ineguale, dove una parte guadagna più dell’altra. Ciò per il fatto che qualsiasi attore, interno o internazionale, per promuovere i propri interessi deve accettare le regole e limitare la propria azione entro i vincoli che gli sono imposti, salvaguardando il diritto dell’attore più debole a non essere completamente sottomesso. Il margine d’azione che i singoli possono esercitare sugli altri è direttamente proporzionale all’ampiezza della zona di incertezza controllata, ovvero gli attori politici agiscono in modo da rendere imprevedibile il proprio comportamento, riducendo l’imprevedibilità del comportamento altrui. Il controllo sulle zone di incertezza dipende dal grado di legittimità, se questa è ampia, la capacità di ottenere conformità è generalizzata a tutti gli attori del sistema e stabilizzata nel lungo periodo.

Una definizione di politica, che comprenda tanto la sfera internazionale quanto la sfera interna, deve separare l’essenza, comune ad entrambe, dagli esiti, che si differenziano in relazione al grado di legittimità. In un contesto gerarchico i suoi esiti sono rappresentati da decisioni prese da un singolo attore legittimo che vincolano l’intera collettività. In un contesto anarchico i suoi esiti sono rappresentati da decisioni prese da uno o più attori in posizione di egemonia che vincolano le altre unità del sistema internazionale nella misura in cui il loro potere è considerato legittimo.

Interazioni tra politica interna e politica internazionale

Sebbene politica interna e internazionale seguano regole e stili differenti, non possono fare a meno di interagire e di influenzarsi a vicenda. Otto Hintze sottolinea l’impossibilità di esaminare isolatamente ogni singolo Stato e la necessità di collocarlo all’interno di un contesto più ampio. Per Hintze politica interna e estera costituiscono soltanto i lati diversi dello stesso processo di vita politico. Le istituzioni devono rispondere alla duplice esigenza di adattarsi alle caratteristiche delle società che governavano e organizzarsi per poter agire militarmente nell’arena internazionale. In base alla pressione politico-militare esercitata sui confini degli stati deriva la classificazione fra:

  • Stati continentali, sottoposti a forti pressioni lungo i confini e caratterizzati da strutture amministrative fortemente centralizzate e burocrazie plasmate su modello militare;
  • Stati periferici non sottoposti a pressioni esterne e caratterizzati da strutture amministrative decentrate e liberali.

La cesura con la tradizione precedente emerge dal fatto che per Hintze il concetto di politica è unitario, scevro da qualsiasi distinzione fra interna e internazionale. Morgenthau afferma che la continuità in politica estera non è questione di scelta ma di necessità, deriva dalla geografia e nessun governo può ignorarla correndo il rischio del fallimento. Ciò non ha impedito di indagare sulle interazioni tra politica interna e internazionale. Deutsch definisce l’intreccio causale interni...

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara.tresoldi01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Palano Damiano.
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