La teoria della classe agiata
Introduzione
Veblen nella sua Theory fa una satira arguta, intessuta della società americana. Veblen conduceva il lettore in un universo fantastico, dove uomini e donne, ricchi e poveri, obbedivano a un’unica legge: quella di lavorare il meno possibile e di consumare ciò che possedevano nei modi più inutili.
Nelle biblioteche e negli studi i libri dalla manifattura pregiata e stampati artigianalmente che, a sfogliarli, avrebbero rivelato una quantità sterminata di errori tipografici e una rozzezza inaudita, soddisfacevano pienamente il gusto dei proprietari per le cose rare e costose. Nel guardaroba giacevano cappellini femminili, complicati, a più ordini, e cappelli maschili di foggia strana, esageratamente alti e lucidi; gonne lunghissime o troppo attillate, studiate per impedire qualunque tipo di movimento, anche il più banale, e bastoni da passeggio che, meglio di qualunque altra cosa, mostravano come chi li portava non potesse metter mano a nessun lavoro direttamente o immediatamente utile all’uomo.
Al vertice di quel mondo, in dimore immense, a capo di una servitù oziosa, c’erano dei ladri; non ladri comuni certo, ma gente raffinata, che sapeva rubare con abilità e destrezza. Mettevano insieme proprietà enormi corrompendo i politici, mentendo ai contadini e manovrando i prezzi attraverso accordi commerciali illeciti.
Un gradino al di sotto dei ladri gentiluomini, nella scala sociale del mondo vebleniano, c’erano personaggi altrettanto ambigui, ladri a loro volta, ma più in piccolo. Erano banchieri, i quali godevano della fiducia dei superiori e si erano conquistati una certa autonomia nello stringere accordi e alleanze. Gli avvocati venivano per ultimi: l’astuzia e la malvagità, che ai «Signori dell’industria» e ai loro collaboratori permettevano di cambiare il mondo, frenando imponenti processi industriali e bloccando rami di commercio fiorente, erano per loro strumenti convenzionali per fare e disfare cavilli.
Il mondo «fantastico» dei ricchi arrivava qui, agli avvocati, da dove invece tanto tempo prima, all’epoca degli Adams, esso cominciava. Da questo punto in poi la gamma dei tipi sociali si complicava enormemente: c’era una classe «povera e abbietta» di gentiluomini decaduti i quali, pur vivendo nell’indigenza, erano moralmente incapaci di abbassarsi a occupazioni lucrose. Quanto ai più poveri, neppure loro rinunciavano alle ultime voci della spesa superflua, «se non sotto la stretta della più cruda necessità».
Vista sotto questa luce, come l’invenzione di un mondo al contrario nel quale i ladri comandavano e la gente per bene li ammirava e avrebbe voluto diventare come loro, la Theory rivelava profondi legami con la letteratura americana contemporanea.
In questa prospettiva The Theory of the Leisure Class si inseriva effettivamente in una tradizione letteraria, che tuttavia non si presentava come semplice invenzione. Al contrario era una delle immagini che l’America aveva costruito di se stessa.
Per dare forma teorica alle leggende popolari sulla plutocrazia, Veblen si era rivolto alle teorie che circolavano nel mondo accademico americano ed europeo. Dagli antropologi aveva attinto gli strumenti di base con i quali reinterpretare in chiave scientifica il materiale un po’ grossolano che emergeva dai giornali.
Proprio mentre Veblen si preparava a scrivere la Theory, all’inizio degli anni Novanta, gli antropologi avevano importato dall’Inghilterra un modello di ricostruzione storica «a ritroso», che permetteva di studiare le società più antiche a partire dalle tracce o dai «residui» che avevano lasciato in quelle più evolute. Le storie della grande aristocrazia americana costruite dai giornali avevano fornito a Veblen numerosi esempi di «sopravvivenze» barbariche.
Reinterpretando lo stesso sistema istituzionale americano alla luce delle sue origini barbariche, Veblen era riuscito a conferirgli un aspetto completamente diverso. Non si trattava di un semplice espediente per divertire il pubblico: applicando le categorie antropologiche ai luoghi comuni messi in circolazione dalla letteratura giornalistica, Veblen aveva fatto una scoperta importante. Si era reso conto che all’origine di ogni forma di proprietà c’era il desiderio di emulare la ricchezza altrui: case, vestiti, servitù, soddisfacevano il bisogno di ottenere stima e considerazione sociale da parte di chi li possedeva prima ancora di soddisfarne la necessità di «conforto materiale».
Non si trattava di un semplice espediente per divertire il pubblico: applicando le categorie antropologiche ai luoghi comuni messi in circolazione dalla letteratura giornalistica, Veblen aveva fatto una scoperta importante. Si era reso conto che all’origine di ogni forma di proprietà c’era il desiderio di emulare la ricchezza altrui: case, vestiti, servitù, soddisfacevano il bisogno di ottenere stima e considerazione sociale da parte di chi li possedeva prima ancora di soddisfarne la necessità di «conforto materiale».
L’economista inglese John Hobson aveva dimostrato che il risparmio immobilizzava risorse altrimenti utilizzabili nel processo industriale, e che la spesa in articoli di lusso conferiva alla produzione un andamento discontinuo.
Veblen si era appropriato delle tesi di Hobson, e le aveva applicate con grande naturalezza alla propria teoria della competizione. La spesa diventava non più una funzione della produzione, in qualche modo in equilibrio con la quantità di beni prodotti: quando il benessere economico aveva raggiunto certi livelli, la spesa incominciava a diventare superflua, e sulle ragioni propriamente economiche dello sviluppo, quelle che gli economisti classici ritenevano intrinseche al processo economico, si inserivano motivi riconducibili all’esibizione della ricchezza.
Nella letteratura economica e sociale frequentata da Veblen l’interpretazione del risparmio era un tema cruciale. Il presupposto di questa tesi era l’idea che il risparmio avesse la propria destinazione «naturale» nella produzione di beni, una parte dei quali sarebbe stata a sua volta risparmiata per produrre ulteriori beni. E così il progresso economico si sarebbe prolungato indefinitamente.
Il consumo era un concetto classico delle teorie economiche, le quali lo ancoravano da un lato alla domanda, generata da bisogni, dall’altro alla produzione di beni. Quelle teorie miravano soprattutto a trovare le condizioni di equilibrio tra il consumo dovuto ai bisogni e l’offerta derivante dalla produzione: sullo sfondo c’era la temuta possibilità che si volesse consumare più di quanto si produceva o che i beni prodotti non fossero consumati in misura sufficiente.
Lo squilibrio del consumo diventava per Veblen un tratto «naturale» delle società industriali. Infatti da un certo livello in poi il consumo diventava «vistoso», e si faceva pura ostentazione di oggetti inutili e costosi, «sabotando» la società, cioè monopolizzando fondi che altrimenti avrebbero potuto essere investiti in nuovi processi industriali, per accrescere il livello dell’occupazione e aumentare la produzione di beni utili.
Prefazione dell’autore
Scopo di queste indagini è di discutere il posto e il valore della classe agiata come fattore economico nella vita moderna, ma è risultato impossibile restringere la discussione entro i limiti così definiti. In parte per motivi di convenienza e in parte perché fenomeni familiari a ciascuno si prestano meno a esser fraintesi, i dati impiegati per illustrare o confortare la tesi sono stati tratti di preferenza dalla vita quotidiana per mezzo dell’osservazione diretta o della notorietà generale, piuttosto che da fonti di seconda mano più recondite.
Si spera che nessuno si sentirà offeso nella sua competenza letteraria o scientifica da questo ricorso a fatti familiari. Supposizioni e prove decisive quali vengono tratte da fonti più remote, così come qualsiasi sorta di teoria o di deduzione venga presa dalla scienza etnologica, sono anch’esse fra le più usuali e accessibili, e persone discretamente colte le potranno prontamente riportare alla loro fonte. Pertanto, non si è seguito l’uso di citare fonti e autori.
Capitolo primo - Preliminari
L’istituzione di una classe agiata si trova nel suo miglior sviluppo nei più alti gradi della civiltà barbarica; come, per esempio, nell’Europa o nel Giappone feudali. In tali comunità la distinzione fra le classi è molto rigorosamente osservata. Le classi superiori sono per tradizione esenti o escluse dalle occupazioni industriose e sono riservate a certi impieghi, ai quali si annette un certo grado di onore.
Il primo fra gli impieghi onorevoli in ogni comunità feudale è quello militare; e di regola il servizio sacerdotale gli è secondo. Nelle comunità appartenenti alla più alta civiltà barbarica c’è una considerevole differenziazione di sottoclassi nel seno di quella che si può nel suo insieme chiamare la classe agiata; e c’è fra queste sottoclassi una corrispondente differenziazione d’impieghi. La classe agiata comprende come un tutto le classi nobili e sacerdotali, insieme con molti elementi del loro seguito.
In una fase meno recente di barbarie, ma non nella più antica, la classe agiata si trova in una forma meno differenziata. Né le distinzioni di classe né le distinzioni fra le occupazioni della classe agiata sono così minuziose e intricate. Lavoro manuale, industria, tutto ciò che riguarda direttamente il lavoro quotidiano per procurarsi i mezzi di sussistenza, è l’occupazione esclusiva della classe inferiore. Questa classe inferiore comprende gli schiavi e altri dipendenti, e ordinariamente anche tutte le donne. Se vi sono diversi gradi di aristocrazia, le donne di alto rango sono generalmente esenti dall’impiego nell’industria, o almeno dai generi più volgari di lavoro manuale.
Gli uomini delle classi superiori non solo sono esenti, ma per una prescrizione tradizionale sono loro vietate tutte le occupazioni industriose. Il governo, la guerra, le pratiche religiose e gli sport sono i generi di attività che dominano lo schema di vita delle classi superiori, e per il rango più alto - i re o i condottieri - questi sono i soli generi di attività che il senso comune o il costume della comunità consente.
Qualunque tribù di cacciatori del Nord America può servirci da esempio. Raramente si può dire che queste tribù abbiano una classe agiata definita. C’è una differenziazione di funzioni, e c’è una distinzione fra le classi in base a questa differenziazione. Le tribù appartenenti a questo livello economico hanno portato la differenziazione economica al punto in cui si apre una marcata distinzione fra le occupazioni degli uomini e delle donne: gli uomini sono esenti da tali volgari occupazioni e si riservano per la guerra, la caccia, gli sport e le pratiche religiose. Questa divisione del lavoro coincide con la distinzione tra classe lavoratrice e classe agiata, quale appare nella civiltà barbarica superiore.
Man mano che procede la diversificazione e la specializzazione degli impieghi, la linea di demarcazione così tracciata viene a separare le occupazioni industriali da quelle non industriali. Tale occupazione nello sviluppo posteriore sopravvive soltanto in impieghi che non sono classificati come industriali - la guerra, la politica, gli sport, gli studi e l’ufficio sacerdotale. Il lavoro degli uomini nella civiltà barbarica meno avanzata è non meno indispensabile alla vita del gruppo che il lavoro svolto dalle donne.
C’è in tutte le comunità barbariche un senso profondo della disparità fra il lavoro dell’uomo e della donna. Il lavoro dell’uomo può contribuire al mantenimento del gruppo, ma si sente che opera così attraverso una specie di eccellenza e di efficacia che non possono, senza venir menomate, essere paragonate con la piatta diligenza delle donne.
Inoltre, ci sono gruppi alcuni di essi non sono a quanto pare risultato di una regressione - i quali mostrano i tratti dello stato selvaggio primitivo con una certa fedeltà. La loro civiltà differisce da quella delle comunità barbariche per la mancanza di una classe agiata e per la mancanza, in misura rilevante, dell’animo o dell’atteggiamento spirituale su cui poggia l’istituzione di una classe agiata. Queste comunità che sono senza una classe agiata definita, si rassomigliano anche in alcuni altri tratti della loro struttura sociale e della loro maniera di vita. Esse sono piccoli gruppi e di struttura semplice (arcaica); sono usualmente pacifiche e sedentarie; sono povere; e la proprietà individuale non è la nota caratteristica del loro sistema economico.
La prova offerta dagli usi e dalle caratteristiche culturali delle comunità a un basso stadio di sviluppo, indica che l’istituzione di una classe agiata è emersa gradualmente durante il trapasso dal primitivo stato selvaggio alla barbarie; o più precisamente, durante il trapasso da un’abitudine di vita pacifica a un’altra costantemente bellicosa.
Le condizioni apparentemente necessarie al suo stabilirsi in forma consistente sono:
- La comunità deve avere un abito di vita rapace (guerra, oppure caccia di selvaggina grossa, o ambedue le cose).
- La sussistenza deve poter essere procacciata con sufficiente facilità al fine di permettere l’esenzione di una parte notevole della comunità dalla continua applicazione a un lavoro sistematico.
L’istituzione di una classe agiata è il risultato di una primitiva discriminazione fra le occupazioni, in conseguenza della quale alcune mansioni hanno dignità e altre no. Una distinzione viene ancora abitualmente fatta tra occupazioni industriali e non industriali; e questa distinzione moderna è una forma derivata della distinzione barbarica fra impresa gloriosa e lavoro degradante.
Uffici come la guerra, la politica, il servizio divino pubblico e i pubblici divertimenti, nell’opinione popolare sono considerati intrinsecamente differenti dal lavoro che s’occupa di elaborare i mezzi materiali della vita. Oggi la distinzione tacita, suggerita dal senso comune, è in effetti che ogni sforzo va considerato industriale solo fin dove il suo scopo ultimo è l’utilizzazione di cose non umane. L’utilizzazione coercitiva dell’uomo da parte dell’uomo non è considerata una funzione industriale; ma ogni sforzo diretto a sviluppare la vita umana vincendo l’ambiente non umano è raccolto sotto l’etichetta di attività industriale.
La differenza fra gesta e ordinaria sfaticata coincide con una differenza fra i sessi. I sessi differiscono non solo nella statura e nella forza muscolare, ma forse anche più decisamente quanto al temperamento, e questo deve aver dato origine per tempo a una corrispondente divisione del lavoro. La differenza nel corpo, nel carattere fisiologico e nel temperamento può essere minima fra i membri del gruppo primitivo; in effetti essa è relativamente leggera e priva di conseguenze in alcune delle comunità più arcaiche di cui noi siamo venuti a conoscenza. Ma non appena una differenziazione di funzione sarà ben avviata in base a questa differenza nel fisico e nell’animo, la differenza originaria fra i sessi aumenterà.
Come è già stato detto, la distinzione fra gesta e lavoro di poco conto è una distinzione di carattere antagonistico fra le occupazioni. Quelle mansioni che vanno classificate come gesta, sono degne, onorevoli, nobili; gli altri impieghi, che non contengono tale elemento di gloria, e specialmente quelli che implicano servilità o sottomissione, sono di nessun conto, degradanti, ignobili. Il concetto di dignità, valore o onore, com’è applicato o alle persone o alla condotta, ha conseguenze di prim’ordine nello sviluppo delle classi e delle distinzioni di classe, ed è perciò necessario dire qualcosa sulla sua derivazione e sul suo significato.
Per necessità selettiva, l’uomo è un agente. Egli è, nella sua propria concezione, un centro di attività dispiegantesi e impulsiva: attività «teleologica». Egli è un agente che cerca in ogni atto il compimento di qualche fine concreto, oggettivo, impersonale. In forza del suo esser tale, egli sente gusto per il lavoro efficiente e disgusto per quello futile. Egli ha un senso del merito dell’utilità o efficienza e del demerito della futilità, dello sciupio o incapacità. Tale attitudine o inclinazione si può chiamare l’istinto dell’efficienza.
Là dove le circostanze o le tradizioni di vita portano al confronto abituale di una persona con un’altra in fatto di capacità, l’istinto dell’efficienza opera attraverso un confronto di carattere emulatore o antagonistico tra persone. Il successo pubblico diventa un fine ricercato per se stesso come base di estimazione. Si guadagna la stima e si evita il disprezzo mettendo in mostra la propria efficienza. Il risultato è che l’istinto dell’efficienza si esprime attraverso una dimostrazione di forza emulatrice. Quando la comunità passa da uno stadio di vita selvaggio a un altro di rapina, le condizioni dell’emulazione cambiano. L’opportunità e l’incentivo all’emulazione crescono grandemente quanto alla portata e all’urgenza. L’attività degli uomini assume sempre più un carattere di gesta e il confronto antagonistico fra un cacciatore o un guerriero e un altro si fa sempre più facile e abituale.
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