Capitolo I – Stato e relazioni internazionali
I confini della disciplina
Le relazioni internazionali sono quelle che si svolgono tra unità politiche protagoniste in ciascuna epoca storica (città-stato, imperi, Stati nazionali...). Dietro l’apparente continuità delle relazioni internazionali nella storia, esse cambiano radicalmente (fino a risultare storicamente incompatibili) a seconda della natura degli attori principali e delle diverse entità che compongono il sistema. Per fare un esempio, una convivenza internazionale tra Stati territoriali, non potrà mai assomigliare a una convivenza tra imperi o città stato, per l’ovvia ragione che gli uni e gli altri non possiedono la stessa forma istituzionale.
Se l’esistenza di relazioni internazionali presuppone quella di unità politiche in grado di distinguere tra sfera interna e sfera esterna, allora le relazioni internazionali non possono sussistere in tutti quei contesti storici nei quali, al contrario, una distinzione tra interno ed esterno non esiste. Un contesto di questa natura era quello riscontrabile nel Medioevo, in cui vi era una combinazione tra universalismo e particolarismo (per intenderci: universalismo = i sudditi appartenevano a un sovrano, ma appartenevano anche al Signore Feudale = particolarismo).
È solo con il superamento del Medioevo che ha potuto quindi imporsi la distinzione tra ordine interno ed internazionale. Ma quando nasce la teoria delle relazioni internazionali? Nasce nei primi decenni del '900 in Inghilterra, dove nel 1919 fu istituita la prima cattedra di International politics. Essendo molto recente, la teoria delle relazioni internazionali così come la conosciamo noi, ha un limite fondamentale, e cioè quello di rivolgersi prevalentemente al secolo in cui è nata (Guerra Fredda…). Essa non considera tutti i passaggi storici precedenti è solo un determinato modello, storicamente e geograficamente limitato di politica internazionale.
Il sistema politico internazionale moderno
Oggi si dà per scontato che il Mondo attuale costituisca un sistema politico, economico e giuridico unitario, tenuto insieme da una rete sempre più fitta di interdipendenze che il linguaggio comune odierno riassume sotto il nome di globalizzazione. Questo presunto dato di fatto della politica internazionale contemporanea come politica interstatale su scala planetaria costituisce, in realtà, il risultato di un processo storico relativamente recente e, come tutti i processi storici, è reversibile.
Alla fine del Quattrocento, non si era in presenza di relazioni globali, in quanto il Mondo era diviso in sistemi internazionali pre-globali, privi di rapporti tra loro (come l’Europa con l’America in quel periodo). Solo tra il 1500 e il 1800, per effetto dell’espansione europea, il mondo cominciò a essere percepito come unità. Tale unità consisteva sul piano politico da un intreccio tra guerra, commercio e religione, e sul piano economico da una lenta formazione di un’economia-mondo, che aveva il suo centro in Anversa (Belgio) prima e in Londra poi.
Si dovette attendere la metà dell’800 perché l’unificazione del sistema subisse l’accelerazione decisiva: da una parte si consolidò il sistema capitalistico mondiale, dall’altra le diverse aree regionali si integrarono in un unico teatro politico-strategico. Il passaggio da Medioevo a età moderna avviene con l’affermarsi di una nuova forma di organizzazione coattiva, lo Stato, caratterizzato dalla piena sovranità, dal non riconoscimento di autorità superiori a sé e dall’esistenza di confini precisi tali da determinare l’appartenenza del popolo e delle risorse.
Il sistema internazionale moderno si forma con la Pace di Vestfalia del 1648. Per tale motivo il sistema moderno viene anche chiamato “sistema vestfaliano”. Tale pace segnò la fine della guerra dei trent’anni, che riguardò un lungo ciclo di guerre civili di religione e della diffusione che le aveva accompagnate di fazioni superterritoriali in mobilitazione permanente. Tutto ciò portò, a conclusione del conflitto, alla nascita di un sistema pluralistico di Stati indisponibili a riconoscere fonti di legittimità e autorità superiori a loro.
Anarchia, insicurezza e guerra
Qual è oggi la distinzione fondamentale tra politica interna e politica internazionale? Nella politica interna vi è un ambiente sociale nel quale un’agenzia dotata del monopolio dell’uso della forza legittima fornisce sicurezza (e benessere) in cambio di entrate fiscali. All’esterno di tale sistema, ovvero, nell’ambiente della politica internazionale, c’è la mancanza di un’agenzia dotata dello stesso potere, la qual cosa condanna tutti i soggetti a procurarsi gli stessi beni da sé, sebbene non necessariamente da soli, come dimostra il sistema delle alleanze.
Questa condizione per la quale, in mancanza di un governo mondiale, ogni soggetto sarebbe costretto ad avere cura di se stesso è ciò che viene definito anarchia internazionale. Riferita alla politica internazionale, tuttavia, la parola “anarchia” non conserva lo stesso significato che possiede nel linguaggio comune. Quest’ultimo tende a confondere la mancanza di governo come una situazione di disordine o caos. Ma l’anarchia internazionale non si riferisce necessariamente ad una situazione di caos. Il sistema politico internazionale è privo di governo, ma non per questo è disordinato.
Da qui nasce il problema principale delle relazioni internazionali, e cioè, come ottenere l’ordine malgrado l’anarchia. Ma l’anarchia internazionale non è sempre considerata un problema, anzi, la si vede spesso come il contrassegno del pluralismo e delle libertà europee, in contrapposizione al “dispotismo asiatico” e allo spettro di una “monarchia universale” o alla ricaduta nel precedente modello di convivenza internazionale.
La divisione stessa del continente in stati in competizione tra loro ha potuto essere considerata come uno dei segreti del “miracolo europeo”, sia per l’incentivo che ha offerto ai contendenti a migliorare continuamente la propria efficienza politica, economica e militare, sia per il riparo che i confini hanno procurato a minoranze e dissenzienti in fuga da uno stato verso un altro.
Cosa comporta trovarsi in un ambiente privo di governo? Nella tradizione europea questo porta necessariamente a pensare alla condizione dello stato di natura di Thomas Hobbes. Tale stato presuppone che tutti i soggetti siano condannati all’autodifesa, in mancanza di un’autorità che vigili sui propri diritti. Ciò porta ovviamente a sospettare continuamente delle intenzioni degli altri.
Questo gioco di percezioni (come il sospetto), risulta spesso attenuato, in politica internazionale, dai c.d. “produttori di fiducia”. Essi sono la somiglianza culturale tra i vari attori internazionali, le istituzioni o le stesse relazioni tra gli attori. Quando uno di questi produttori di fiducia cessa di operare, ci si trova però nella condizione del “dilemma della sicurezza”. Tale condizione porta a sospettare di nuovo degli altri attori internazionali (es. anche se uno stato non ha intenzione di attaccare un altro, quest’ultimo, non fidandosi delle intenzioni pacifiche del primo stato, tenderà comunque ad accumulare armi e alleati gli altri Stati, vedendo l’accumulo di mezzi offensivi di uno stato, accresceranno anch’essi la loro potenza = corsa agli armamenti della Guerra Fredda).
Tutto ciò avviene, poiché, a differenza che negli ordinamenti politici interni, nei quali il monopolio dell’uso della violenza legittima da parte dello stato obbliga tutti gli altri soggetti a competere in modo pacifico, declassando tutte le altre forme di violenza nella categoria dell’illecito, la mancanza di un’agenzia analoga nell’ordinamento internazionale legittima l’uso della forza da parte dei singoli stati, nel nome del principio comunemente riconosciuto dell’autodifesa.
Vi sono tre grandi tradizioni della riflessione sul sistema internazionale moderno:
- Hobbesiana: fondata sull’analogia tra l’anarchia internazionale e qualunque altra forma di anarchia. La condizione della vita internazionale richiamerebbe la condizione che subentra ogni volta che un ordine politico viene meno, quella cioè dello Stato di Natura. Nessun ordine umano né interno né internazionale è a prova di violenza. Mentre nei contesti interni ogni volta che qualcuno aggredisce qualcun altro incorre nella sanzione della forza politica, nel contesto internazionale, la mancanza di tale forza costringe a provvedere da sé alla sicurezza.
- Groziana: dal momento che nessun contesto sociale può sopravvivere senza soddisfare i bisogni primari della convivenza (limitazione della violenza, stabilizzazione del possesso…), anche il sistema internazionale moderno ha sviluppato un proprio tessuto di istituzioni necessarie per mantenere l’ordine e far fronte ai cambiamenti. A questo tessuto appartengono la prassi delle conferenze internazionali, il sistema diplomatico, la formalizzazione del principio di equilibrio, il diritto internazionale. Tali istituzioni, che Carl Shmitt ha riassunto nello “ius publicum europaeum”, sarebbero già sufficienti a discostare l’anarchia internazionale dalla raffigurazione hobbesiana dell’anarchia. Se, nella prospettiva hobbesiana. L’anarchia rende ineliminabile la possibilità della guerra, qui invece la guerra può figurare persino come il “contrario del disordine”, sia in quanto è chiamata a svolgere un ruolo di mantenimento dell’ordine internazionale, sia in quanto è vincolata a precisi limiti, come ciò che in ciascuna epoca è considerata la “giusta causa”. Inoltre, a differenza di quanto avverrebbe nello stato di natura hobbesiano, solo pochi soggetti, gli Stati, hanno diritto di combatterla legittimamente.
- Kantiana: se vi è un legame essenziale tra l’ammissibilità della guerra e la forma anarchica della convivenza internazionale, perché non liberarsi del tutto dalla prima? Ciò consentirebbe di superare anche la seconda. Questa tentazione fu suggerita dal “Progetto per la Pace perpetua” di Kant. Su questo poggiano oggi i programmi di trasformazione della convivenza internazionale, come quello realizzato dalle Nazioni Unite, che ha drasticamente limitato il ricorso legittimo alla forza da parte dei singoli stati. C’è inoltre un altro progetto, che prevede la costituzione di un governo mondiale, che replicherebbe su scala mondiale l’opera di pacificazione compiuta al proprio interno dai singoli stati.
Anarchia o anarchie? La politica internazionale come politica interstatale
L’analogia tra anarchia internazionale e stato di natura hobbesiano è solo apparente. È proprio nelle distinzioni tra l’una e l’altra che è possibile riconoscere il sistema politico internazionale moderno rispetto ad altre forme realizzate di anarchia. La prima differenza sta nella dimensione del potere. Nello Stato di Natura di Hobbes, l’“uguaglianza” era da lui intesa come eguale capacità di uccidersi: “Sono uguali coloro che possono fare cose uguali l’uno contro l’altro”.
Diversamente dallo stato di natura di Hobbes, nell’anarchia internazionale odierna, la soglia per uccidere altri attori può risultare più o meno alta ma, comunque, mai tale da poter essere attraversata da tutti nella stessa misura. Nel contesto internazionale attuale, per esempio, nessun soggetto può aspirare a invadere o distruggere gli Stati Uniti; nel contesto internazionale della Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica erano gli unici soggetti in grado di rivolgersi reciprocamente una minaccia mortale. Questa disuguaglianza di potere è quella che Aron e Waltz hanno definito come la “natura oligopolistica della politica internazionale”. Il numero dei giocatori che competono a livello internazionale è quindi molto ridotto.
Ma perché sono solo gli Stati i protagonisti della politica internazionale? Proprio perché essi hanno concentrato su di sé la maggior parte delle risorse di potenza. È ovvio che se un gruppo di individui, o un individuo singolo entrasse in possesso di mezzi di distruzione di massa, questo potrebbe essere considerato una minaccia e un attore concorrente nella politica internazionale. Restano comunque gli Stati i garanti più efficaci della loro tenuta e di quella più comprensiva della pace e dell’ordine internazionale.
La seconda differenza tra anarchia internazionale e altre forme di anarchia non fa più riferimento alla natura dei soggetti, ma alla densità delle loro relazioni. Gli attori che si muovono in un ambiente anarchico possono avere relazioni più o meno continue tra loro. A un estremo, possono non avere mai occasione di incontrarsi. All’altro estremo, possono essere condannati a non potersi isolare gli uni dagli altri neanche quando lo vorrebbero. Lo Stato di Natura di Hobbes si avvicina al primo estremo: gli uomini che vi si aggirano hanno rapporti occasionali tra loro, ma restano essenzialmente isolati.
Il Sistema internazionale degli Stati si avvicina invece al secondo estremo. Il termine “sistema internazionale” si diffuse infatti dal sei-settecento, man mano che si impose la consapevolezza che non fosse più possibile isolare la sovranità di ogni singolo sovrano rispetto ad un altro ma, al contrario, che tutti restassero “costretti ad avere riguardo per tutti gli altri”.
La terza differenza attiene al fatto che gli Stati, col passare del tempo, si sono imposti come gli unici titolari della piena legittimità internazionale. Il principio della sovranità statale ha quindi affermato l’idea della società di Stati come forma di organizzazione politica dell’umanità. Dov’è quindi la differenza con l’anarchia hobbesiana? Questa prevedeva la “guerra di tutti contro tutti” dello stato di natura. Nell’anarchia internazionale moderna, la “guerra di tutti contro tutti” non può sussistere, in quanto non tutti i soggetti sono ammessi all’universo della pace o della guerra. Per fare la guerra legittimamente dovrebbero assumere una forma determinata, cioè diventare stati, e rispettare quindi certe procedure, cioè quelle della società e del diritto interstatale (diritto internazionale). La statualità è quindi la soglia d’accesso alla piena soggettività internazionale.
Il sistema interstatale come eccezione storica
Quando si discute su quale ordine potrà assumere in futuro il nostro sistema internazionale, si ricorre all’alternativa tra unipolarismo e multipolarismo, cioè al numero delle grandi potenze. Il fatto che tali grandi potenze possano essere rappresentate solo da Stati, ha portato anche alla giustificazione della condanna del terrorismo internazionale, in quanto si dà per scontato che certi soggetti non siano autorizzati a impiegare la violenza, mentre altri (gli Stati appunto) abbiano il diritto o persino il dovere di combatterli. L’alleanza globale contro il terrorismo è stata infatti definita alleanza vestfaliana, raccolta da tutti gli Stati a difesa del proprio diritto esclusivo all’uso della forza.
L’equiparazione tra politica interstatale (tra Stati) e politica internazionale è quindi un’invenzione recente, risalente alla pace di Westfalia. Ma quali sono le caratteristiche di tale sistema vestfaliano? Martin Wight ne indica due:
- L’esistenza di unità politiche indipendenti che non riconoscono alcun superiore politico, e si proclamano sovrane;
- L’esistenza di relazioni continue ed organizzate tra tali unità politiche.
Questo è il sistema interstatale moderno. Noi abbiamo le unità indipendenti, che chiamiamo Stati, Nazioni, Paesi o Potenze, e poi un sistema altamente organizzato di relazioni tra loro, politiche ed economiche, diplomazia e commercio, a volte la pace e a volte la guerra.
Questo stato di cose non è affatto la regola della storia. Abbiamo l’illusione che sia normale. Ma se guardiamo più indietro scopriamo che esso è stato preceduto da qualcosa di diverso. Il punto di fragilità individuato da Wight di tale sistema sta proprio nella sua anomalia storica. Nella maggior parte dell’esperienza storica, al posto del complesso di prerogative e diritti proprio del concetto moderno di sovranità, convivevano molteplici forme di omaggio, dipendenza e semidipendenza (come nel Sistema Feudale europeo), insieme al riconoscimento (almeno nominale) di una fonte di legittimità comune. Non vi era il concetto odierno di confine: il potere di ciascuna unità politica degradava a poco a poco fino a intrecciarsi con quello di altre unità. Non vi era omogeneità istituzionale (Stati tutti uguali), ma vi era la convivenza di soggetti anche diversissimi tra loro, quali imperi, città stato…
Forse un precedente storico del sistema odierno poteva essere quello, tra l’altro ristrettissimo, delle città stato greche. Un altro elemento di fragilità di tale sistema sta nel fatto che esso è una proiezione di un’esperienza che, in origine, era prettamente europea, a livello globale. Europeo, e per questo eurocentrico era il sistema interstatale sorto nel Settecento sulle rovine dell’universalismo medievale. Lo stesso diritto internazionale è nato sulla scia dell’antico diritto romano.
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