Appunti di relazioni internazionali: Jackson & Sorensen
Le teorie classiche
Il realismo
Introduzione: gli elementi del realismo
Le idee ed ipotesi su cui si basa il realismo classico sono 4:
- Visione pessimistica della natura umana: ogni individuo punta ad una posizione di vantaggio nelle relazioni con gli altri, questo vale anche per le relazioni internazionali e per tutti i paesi. Morgenthau scorge una “volontà di dominio” in uomini e donne: la politica è una lotta per esercitare potere sugli altri.
- Visione conflittuale delle relazioni internazionali: La politica internazionale è descritta come “politica di potenza” che si svolge in un clima di perenne rivalità, di anarchia internazionale e di rapporto tra stati. Quelli più importanti sono le grandi potenze, in cima alla gerarchia internazionale.
- Sicurezza e sopravvivenza degli stati: il nocciolo normativo del realismo, sono i valori che ispirano la dottrina realista. Lo stato protegge e dà benessere ai propri cittadini.
- Scetticismo verso l’evoluzione della politica internazionale: L’unica responsabilità fondamentale degli statisti è quella di promuovere e difendere l’interesse nazionale. Ciò significa che non può esserci evoluzione positiva nella politica mondiale che sia paragonabile a quella della politica interna degli stati. La teoria realista è valida in qualunque momento storico poiché i tratti fondamentali della politica mondiale non cambiano mai.
Si deve differenziare l’analisi tra realismo classico e realismo delle scienze sociali:
- Classico: è uno degli approcci tradizionali alle relazioni internazionali che si basa sui valori normativi di sicurezza nazionale e sopravvivenza dello stato.
- Strategico e strutturale: è un’impostazione scientifica.
Il realismo classico
Tucidide – per lui le relazioni internazionali erano contrapposizioni fra città-stato greche (Ellade) e tra Ellade ed imperi non-greci. La disuguaglianza tra grandi potenze (Sparta e Atene) e piccole città era considerata naturale ed inevitabile. Tutti gli stati devono adattarsi alla realtà della forza diseguale e comportarsi di conseguenza, se lo fanno riescono a sopravvivere. Tucidide sottolinea la limitata capacità di manovra degli uomini di stato nella conduzione della politica estera. Raccomanda un’etica della cautela, lungimiranza, prudenza e discernimento. Tucidide e quasi tutti gli altri realisti classici si sforzano di distinguere la politica estera dalla moralità privata e dal principio di giustizia.
Machiavelli – la forza (Leone) e l’inganno (Volpe) sono gli strumenti principali della politica estera. Il valore politico supremo è la libertà nazionale, ossia l’indipendenza, e la principale responsabilità di chi governa è difendere il proprio stato e gli interessi nazionali. Il mondo è pericoloso ma pieno di opportunità. Per sopravvivere un individuo deve essere consapevole dei pericoli, prevenirli e prendere precauzioni. La conduzione della politica estera è un’attività opportunistica, basata sul calcolo intelligente della propria forza e dei propri interessi contrapposti a quelli dei rivali. Chi governa lo stato deve guardarsi dai principi dell’etica cristiana perché questa moralità sono la summa dell’irresponsabilità politica. La responsabilità politica si muove su un terreno molto diverso da quello della morale privata.
Hobbes – per capire fino in fondo la vita politica è indispensabile immaginare di vivere in uno stato di natura, quando cioè non esisteva lo stato sovrano. La vita dell’essere umano in stato di natura è estremamente sfavorevole, caratterizzata da un permanente stato di guerra, con la vita costantemente a rischio. L’uomo vivrebbe in un perenne stato di paura. Secondo Hobbes, l’unico modo di sfuggire allo stato di natura è la creazione dello stato sovrano, sottoscrivendo un patto di sicurezza che garantisca a ciascuno l’incolumità dai pericoli. Ciò che civilizza gli uomini è la paura della morte (Oakeshott 1975). In altre parole, l’istituzione dello stato sovrano avviene grazie alla passione (emozione) e non grazie alla ragione (intelligenza). L’istituzione dello stato sovrano porta insieme a sé l’istituzione del dilemma della sicurezza, in uno stato di natura tra stati, cioè il conseguimento della sicurezza personale porta insicurezza nazionale perché il sistema degli stati è fondamentalmente anarchico. Non essendo possibile costituire uno stato globale, si sarà sempre in uno stato di natura internazionale dove non c’è spazio per una pace permanente fra stati sovrani.
Morgenthau – realismo neoclassico. Secondo Morgenthau (1965), uomini e donne sono per natura animali politici, nati per perseguire il potere e goderne i frutti (animus dominandi). Il potere è strumento per ottenere vantaggio sugli altri e non subire imposizioni da altri. Lo spazio politico massimo all’interno del quale la sicurezza può essere garantita è lo stato indipendente. L’animus dominandi porta a concepire la politica di potenza. La politica è una lotta per esercitare potere sugli altri, quale che sia la sua finalità ultima, l’obiettivo immediato è il potere. Si deve giustificare il potere nelle relazioni umane, ma Morgenthau, seguendo le orme di Tucidide e Machiavelli, indica una doppia moralità: pubblica e privata. L’etica politica, pubblica, consente comportamenti che non sarebbero tollerati in quella privata (quindi critico nei confronti dei politici come Wilson che vorrebbero una sola moralità, privata, per entrambe le situazioni). Sottolinea la dimensione tragica dell’etica internazionale a causa dell’inevitabilità dei dilemmi morali, cioè la necessità di commettere talvolta azioni riprovevoli per prevenire mali ancora peggiori.
Indica sei principi di realismo politico:
- La politica è un prodotto della natura umana, egocentrica ed egoistica;
- La politica è una sfera d’azione autonoma, non solo economia e non solo etica;
- La politica internazionale è un’arena dove si scontrano gli interessi degli stati che però sono mutevoli;
- L’etica delle relazioni internazionali è etica politica, perciò diversa dalla morale privata;
- Nessuna nazione può imporre le proprie concezioni ideologiche ad altre nazioni;
- L’azione di governo deve essere sobria che richiede la conoscenza dei limiti e delle imperfezioni umani.
Schelling e il realismo strategico
Il realismo strategico concentra l’attenzione sui processi decisionali della politica estera. Derivando dalla rivoluzione behaviorista (dove si propone un approccio scientifico), cerca di fornire in modo scientifico degli strumenti analitici per il pensiero strategico. Schelling considera la diplomazia e la politica estera un’attività razionale-strumentale che può essere compresa più a fondo con il tipo di analisi definito “teoria dei giochi”. Uno dei principali concetti utilizzati da Schelling è quelli di minaccia e riguarda i modi in cui i governi possono affrontare razionalmente la minaccia nucleare: lasciare una via d’uscita al rivale è utile per non costringerlo a scegliere tra soluzioni estreme. Per Schelling, la conduzione della politica estera è libera da considerazioni di carattere morale ma non basa la sua analisi su una sottostante etica politica (come Machiavelli). I valori normativi in gioco nella politica estera sono in gran parte dati per scontati (presume ci siano e non li analizza). Ritiene che la coercizione sia più efficace dell’utilizzo della forza bruta, ma richiede un terreno di contrattazione dove gli interessi non siano totalmente contrapposti.
Waltz e il neorealismo
Kenneth Waltz è il più eminente pensatore neorealista contemporaneo. L’autore si basa sui presupposti di fondo del realismo classico e neoclassico ma si allontana da essi ignorando l’aspetto normativo e preoccupandosi invece di mettere a punto una teoria scientifica delle relazioni internazionali. Si propone di elaborare una spiegazione scientifica del sistema politico internazionale, quindi di riuscire a prevedere il comportamento degli stati. Nel realismo classico, l’analisi si concentra sui governanti e le loro valutazioni soggettive, mentre nel neorealismo l’analisi si concentra sulla struttura del sistema e sull’equilibrio di potenza tra stati.
Gli stati sono fondamentalmente tutti uguali sotto l’aspetto funzionale perché svolgono tutti gli stessi compiti. L’unico aspetto sotto il quale differiscono è la capacità di assolvere a tali compiti. La struttura di un sistema cambia al cambiare della distribuzione di tali capacità tra gli stati (tramite una guerra tra grandi potenze). L’equilibrio di potenza può essere raggiunto ma la guerra è sempre possibile in un sistema anarchico. Secondo Waltz, i sistemi bipolari sono più stabili di quelli multipolari e danno maggiori garanzie di pace e sicurezza, perché due potenze si comportano in modo tale da tutelare il sistema, difendendo il sistema difendono sé stesse.
A differenza del realismo strategico, l’approccio di Waltz non fornisce una guida esplicita ai governi. Affronta la gestione degli affari internazionali analizzando i vincoli strutturali della politica estera, al contrario di Schelling che considera il governo libero di scegliere sebbene in un contesto condizionato dalle circostanze ma può sempre scegliere (in modo abile o stupido). Waltz tiene meno conto dell’arte di governo e della diplomazia, la sua è una teoria deterministica in cui la struttura condiziona fortemente la politica.
Waltz utilizza il termine “indipendenza” riferito agli stati come un “diritto”, pone quindi una caratteristica normativa alla sua teoria dove dice che la sovranità statuale è “uguale” per tutti gli stati. Inoltre, Waltz dichiara che per gli stati vale la pena battersi, a conferma che il neorealismo si poggia sui valori di sicurezza e sopravvivenza degli stati. Richiama anche il concetto di interesse nazionale come una bussola che spinge in modo automatico i governanti ad agire. La differenza sotto quest’ultimo aspetto con Morgenthau è che per Morgenthau stati e organizzazioni sono dunque guidati da capi che decidono autonomamente e si assumono la responsabilità delle scelte, mentre per Waltz stati e strutture si limitano ad attenersi ai vincoli e agli obblighi dettati dal sistema internazionale.
Come le altre teorie realiste, Waltz sostiene che le grandi potenze gestiscono il sistema internazionale e sono tenute a farlo nella veste di “grandi responsabili”.
Mearsheimer, la teoria della stabilità e l’egemonia
Sia il realismo strategico che il neorealismo sono risposte alla realtà storica della guerra fredda. John Mearsheimer riprende le argomentazioni neorealiste e le applica sia al passato che al futuro, concludendo che il neorealismo mantiene la sua rilevanza come teoria esplicativa delle relazioni internazionali. Per l’autore, il neorealismo è una teoria generale utilizzabile anche successivamente alla guerra fredda.
Inoltre, ritiene come Waltz che i sistemi bipolari siano più stabili e pacifici dei sistemi multipolari:
- Il numero di conflitti tra grandi potenze è minore;
- Con due potenze è più facile gestire un sistema efficace di deterrenza;
- Il rischio di errori di valutazione e di incidenti fortuiti è inferiore.
Mearsheimer ritiene che la distribuzione e la natura della forza militare siano i fattori che maggiormente determinano il prevalere di condizioni di pace o di guerra. Un sistema multipolare sarebbe più incline all’instabilità. La guerra fredda fu il principale artefice della trasformazione dell’Europa in una regione molto pacifica.
Mearsheimer concorda con Waltz sulla natura anarchica del sistema internazionale ma definisce Waltz un realista difensivo perché Waltz sostiene che uno stato cerca il potere ma non “troppo” per non creare il rischio che si formino alleanze contro di lui. Mearsheimer sostiene invece che gli stati ambiscano all’egemonia, quindi sono più aggressivi di quanto Waltz dica. Però Mearsheimer è consapevole che un solo stato andrebbe incontro ad una difficoltà insormontabile perché nessuno stato è così potente da superare le barriere naturali come gli oceani per imporre il proprio volere. Quindi l’aspirazione massima di uno stato sarebbe quella di diventare egemone nella “propria” regione del mondo e di ostacolare altre potenze a fare altrettanto (gli USA che intervengono nella I e II guerra mondiale contro la Germania e poi guerra fredda contro l’URSS).
Mearsheimer sostiene che se la Cina aspirerà a diventare egemone in Asia, gli USA faranno tutto il possibile per fermarla. Mearsheimer definisce la sua teoria realismo offensivo basata sull’assunto che le grandi potenze sono sempre a caccia di opportunità per acquisire potere a scapito dei loro rivali, puntando in ultima analisi all’egemonia.
Diverse sono le critiche alla teoria del realismo offensivo, anche da parte di altri realisti, soprattutto perché ignora la fattuale collaborazione tra Europa e USA, avendo quindi una scarsa percettibilità empirica.
Il realismo neoclassico
Il realismo neoclassico attinge caratteristiche sia al realismo classico di Morgenthau che al neorealismo di Waltz: riconosce l’importanza della struttura degli stati e del loro potere relativo (Waltz), enfatizza l’importanza della leadership e della politica estera (Mearsheimer).
Il realismo neoclassico tenta di conciliare i due approcci del realismo classico e neorealismo. I realisti neoclassici vogliono mantenere la dimensione strutturale del neorealismo ma sono interessati ad aggiungere un elemento determinante ai fini della politica: il ruolo degli statisti. I neoclassici sostengono che l’anarchia dà un considerevole spazio di manovra agli stati per definire i loro interessi di sicurezza, la distribuzione del potere stabilisce i parametri della strategia (Lobell). L’anarchia e il potere non determinano la politica estera ma i governi che ignorano le condizioni del sistema internazionale mettono a repentaglio la sopravvivenza del loro stato, in altre parole il sistema limita l’azione di governo.
Questa lettura della situazione non pare lontana dal realismo classico, la differenza sta nel giudizio della leadership. I classici si basano su standard etici, i neoclassici si basano invece sulle conseguenze delle politiche adottate guardando sia alla struttura del sistema internazionale sia alle decisioni degli statisti. Inoltre, i neoclassici guardano anche alle caratteristiche interne degli stati (ignorate dagli altri realisti). Le condizioni interne di uno stato, come le capacità estrattive e di mobilitazione delle istituzioni politico-militari, definiscono la differenza tra ciò che i leader vedono come minaccia internazionale e ciò che effettivamente viene attuato come politica estera (diplomazia, politiche militari ed economiche).
Ripensare l’equilibrio di potenza
Per i realisti classici, la prima responsabilità degli statisti è preservare l’equilibrio tra grandi potenze. I precedenti storici di una potenza che ha tentato il dominio sull’Europa si sono risolti in un fallimento perché le altre potenze si sono alleate contro di essa. L’equilibrio di potenza è un obiettivo politico perché garantisce la sicurezza nazionale, mantiene l’ordine esistente e garantisce l’indipendenza degli stati.
Dopo la fine della guerra e il riprendere dei conflitti negli anni '90, il dibattito sull’equilibrio di potenza riprese. Tuttavia, il termine stesso di “equilibrio di potenza” è tra i termini più ambigui e difficili da trattare (Paul et al. 2004). Due sono i punti di accordo tra gli studiosi:
- L’equilibrio di potenza è inteso come un tipo di relazione internazionale talmente probabile e diffuso da apparire quasi naturale, non privo dunque di una certa prevedibilità;
- La teoria dell’equilibrio di potenza presuppone che il bilanciamento avvenga tra un numero limitato di attori ed accoglie una definizione ristretta di “potere” (capacità militare).
L’equilibrio di potenza è un sistema di interazione tra potenze probabilmente destinato a durare a lungo. Esempi odierni di bilanciamento di potere: Russia, Cina, Iran. Invece in Europa il concetto di bilanciamento ha visto diminuire la propria importanza. La teoria del bilanciamento morbido (soft balancing) non si focalizza sul potere militare di stati ma sulla collaborazione istituzionale tacita o sulla cooperazione ad hoc messa in atto da stati che perseguono la comune sicurezza di fronte ad una minaccia esterna. Il concetto così formulato punta ad includere anche accordi non militari di interazione tra potenze maggiori, con l’obiettivo di creare relazioni più moderate che altrimenti sarebbero ostili.
Il concetto di soft power è tuttavia oggetto di critiche perché estenderebbe anche le leggi, norme, istituzioni a manifestazioni di potere, quando invece fanno parte della categoria dell’autorità o del diritto.
Due critiche al realismo
1. La scuola SI – critica il realismo sotto due aspetti: il suo carattere monodimensionale (visione ristretta della realtà) e la sua incapacità di cogliere la politica internazionale come un dialogo tra voci e punti di vista diversi in merito alle relazioni internazionali. Non è una critica globale al realismo. La scuola SI condivide che la natura umana abbia tendenze egoistiche e aggressive, condivide di focalizzare l’analisi sul ruolo preponderante degli stati, riconoscono che la forza è importante e che svolge un ruolo significativo. Ma critica il realismo di ignorare la tendenza cooperativa dell’uomo e ignora la misura in cui le relazioni internazionali determinano la formazione di una società ana... (testo incompleto)
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Relazioni internazionali, prof. Calossi, libro consigliato Relazioni Internazionali, Sorensen
-
Riassunto esame Relazioni Internazionali, prof. Parsi, libro consigliato Relazioni Internazionali, Andreatta
-
Riassunto esame Storia delle relazioni internazionali, Prof. Vignati Daniela, libro consigliato Storia delle relazi…
-
Riassunto esame Storia delle relazioni internazionali, Prof. De Luca Daniele, libro consigliato Storia delle relazi…