Adatti e quasi adatti a scuola. La valutazione del rischio psicosociale nei contesti educativi
Introduzione
I quasi adatti sono gli allievi adolescenti di una scuola danese dove viene realizzato un programma sperimentale di reinserimento per minori che hanno commesso reati. Tutti reduci da esperienze infantili traumatiche, che ne hanno seriamente compromesso la capacità di stabilire relazioni sociali normali, essi sono gli straordinari protagonisti di un romanzo di Peter Hoeg, che descrive il modo in cui questi ragazzi fanno fronte all’istituzionalizzazione.
Lo sviluppo sociale è un fenomeno di tale complessità che i tentativi di individuare elementi universali alla base di specifiche condotte hanno provocato non poche frustrazioni ai ricercatori. Tuttavia, c’è un elemento che sembra avere effetti prevedibili sullo sviluppo e che ha poco o nulla a che fare con le risorse individuali: la categorizzazione sociale.
La categorizzazione sociale, cioè l’inclusione dell’individuo in una dimensione sociale specifica, può costituire una barriera psicologica di tale spessore da imprigionare completamente e definitivamente le risorse che egli potrebbe avere a sua disposizione.
Il presente volume vuole suggerire a coloro che si occupano di formazione e di traiettorie di sviluppo l’assunzione costante di una prospettiva in positivo. Si tratta del tentativo di incentivare una cultura professionale orientata a fronteggiare la tendenza a usare forme di categorizzazione sociale e stereotipate in presenza di comportamenti che non rientrano nella canonicità.
Parte prima: Aspetti teorici
Sviluppo, socialità e contesti
Contesti socioculturali e modelli di sviluppo
Negli ultimi decenni, all'interno del quadro di ricerca dedicato allo sviluppo psicosociale si è andata affermando una prospettiva multidimensionale, che considera essenziali, nella determinazione degli esiti evolutivi, non solo le caratteristiche dell’individuo e quelle ambientali che ne condizionano lo sviluppo, ma le modalità di partecipazione alle reti di relazioni nei diversi contesti di vita. Oggi, cioè, si riconosce una chiara interazione fra fattori di tipo individuale e condizioni socio-ambientali nella spiegazione dello sviluppo umano.
Fin dalle origini della psicologia moderna si è fatta strada una minoritaria ma solida consapevolezza della relazione fra contesti socioculturali e traiettorie di sviluppo. Wundt avvertì la necessità di due diversi livelli di analisi psicologica: l’uno orientato allo studio della mente con un approccio individualistico e l’altro, da lui definito la “psicologia dei popoli”, indispensabile per la comprensione del ruolo della cultura nello sviluppo dei processi mentali superiori e dunque situato ad un livello di analisi di fenomeni collettivi.
Cole, invece, ricostruisce storicamente la vicenda delle due psicologie proposte da Wundt inquadrandola nel più ampio panorama delle ricerche psicologiche. Tuttavia, la ricerca non è mai riuscita a definire in modo unanime termini come “contesto” e “cultura”, né è pervenuta a modelli di intervento psicologico in ambito educativo. Il problema di tutto questo è legato alla complessità e alla difficile modellizzazione delle relazioni fra individuo e contesto.
Ad esempio, l’idea di cultura è inafferrabile, almeno in senso diretto. Bruner e Geertz, prendendo spunto da un’antica storia indiana, la paragonano ad un elefante invisibile, di cui si percepisce la presenza solo osservando le orme che lascia al suo passaggio. Così accade per la cultura: ne siamo totalmente immersi, ma non riusciamo ad identificarla.
Alcuni autori, nonostante questa difficoltà, propongono una visione del contesto interessante in campo educativo. Carugati e Selleri, ad esempio, per illustrare quanto sia cruciale l’interdipendenza fra l’attività psicologica e il contesto in cui viene prodotta, evocano la metafora dell’intreccio.
L’eredità di Wundt può essere assegnata in parte all’approccio storico culturale di Vygotskij, il quale attribuisce un ruolo rilevante al contesto storico-culturale al quale l’individuo appartiene, dando molta importanza alle attività pratiche quotidiane che sono mediate, appunto, dalla cultura e dagli artefatti materiali e concettuali. Per Vygotskij, le funzioni psicologiche hanno origine nelle attività della vita quotidiana ed in particolare nelle interazioni comunicative nel corso delle quali gli individui si appropriano, rielaborano e riutilizzano artefatti prodotti dalle generazioni precedenti.
Cole, che ha ripreso e sviluppato la teoria di Vygotskij, definisce artefatto ogni aspetto del mondo materiale soggetto a modificazioni in corso d’uso in quelle attività che gli esseri umani orientano ad un preciso scopo. Per gli individui delle nuove generazioni questi artefatti rappresenterebbero dei veri e propri mediatori culturali anche se il processo che li rende disponibili non si limita ad una semplice appropriazione degli stessi, né ad un loro semplice utilizzo. Ciò che accade è piuttosto un adattamento continuo in relazione a nuove esigenze. Si tratta, cioè, della sociogenesi delle funzioni psichiche.
Vygotskij, infatti, sostiene che l’attività psicologica individuale si costruisce a partire dalle relazioni sociali, interiorizzate dall’individuo nel corso dello sviluppo. Egli definisce questo processo come “la legge genetica generale dello sviluppo culturale”, secondo la quale le funzioni psichiche che si sono formate nelle relazioni sociali si rendono successivamente disponibili come interne all’individuo. Secondo Vygotskij, cioè, ogni funzione psichica compare due volte nel corso dello sviluppo: la prima sul piano sociale, come regolatore delle interazioni fra le persone; la seconda come regolazione intraindividuale, cioè pensiero.
La teoria di Vygotskij, quindi, attribuisce un grande peso ai modi attraverso i quali la società rende disponibile all’individuo il proprio patrimonio di conoscenze. Una delle conseguenze più evidenti di queste idee è stata la focalizzazione delle ricerche in psicologia dello sviluppo sulle condizioni concrete nelle quali i bambini vivono e soprattutto sul ruolo giocato dagli adulti. Da esse nasce anche la nozione di zona di sviluppo prossimale, che corrisponde alla differenza fra una certa prestazione che il bambino è in grado di esibire ad un dato momento, individualmente, ed il livello che egli raggiungerà nell’interazione con un partner più competente. Il modo attraverso cui il bambino si impadronisce di queste conoscenze ed usa nuove funzioni psicologiche consiste nell’interiorizzazione delle forme comunicative stabilite nell’interazione con la persona più esperta. Secondo l’approccio di Vygotskij, il contesto educativo ha il compito di fare emergere le potenzialità del bambino e di promuoverne lo sviluppo offrendogli ampie opportunità.
La psicologia culturale
La psicologia culturale ha come specifico oggetto di studio l’analisi dei meccanismi attraverso cui gli individui formano le loro menti ed danno senso al mondo e alla loro vita e pone attenzione agli intrecci fra processi mentali e dimensioni culturali e contestuali. Secondo la psicologia culturale, la cultura e il comportamento dell’individuo non possano essere compresi isolatamente e studiati come fenomeni separati. La psicologia culturale è, infatti, interessata all’analisi del sistema di interazione fra l’individuo e il suo contesto culturale, muovendo dall’assunto che cultura e comportamento sono indistinguibili e inseparabili.
Per la psicologia culturale i processi psicologici sono comprensibili solo all’interno di uno specifico contesto. Essa tenta di capire il funzionamento psicologico individuale nel contesto in cui si è sviluppato, partendo sempre dal presupposto che i significati e le pratiche culturali di un certo gruppo hanno senso solo se riferite a condizioni specifiche.
La concezione di Bruner
Questo orientamento teorico, erede della scuola storico culturale, trova piena espressione nell’opera di Bruner negli anni Novanta. Egli sostiene che tutti i processi mentali hanno un’origine sociale e culturale e che la struttura dell’attività cognitiva umana è influenzata dalla cultura attraverso i suoi simboli ed i suoi artefatti e dal contesto in cui essa si realizza.
Bruner enfatizza l’apporto fondamentale della cultura nella costruzione della persona considerando il linguaggio lo strumento principale ai fini della trasmissione sociale delle conoscenze, della formazione dei comportamenti e della regolazione delle attività psichiche. Ciò che per Bruner gioca un ruolo centrale nei processi di sviluppo è la cultura intesa come ciò che dà forma alla mente. Si tratta di un approccio all’educazione strettamente correlato con la cultura all’interno della quale l’educazione stessa prende forma: tale legame comporta un’attenzione particolare alle risorse che il contesto mette a disposizione delle persone attraverso i processi educativi formali ed informali.
Per Bruner, inoltre, la cultura è un aspetto generativo e storico della pratica sociale, attraverso cui il nuovo nato diventa membro di una comunità. Bruner osserva che si entra nella cultura, non la si apprende. Secondo Bruner, per interpretare le esperienze nel contesto sociale, le persone si avvarrebbero di una sorta di psicologia del senso comune, che l’autore definisce come psicologia popolare. Essa può essere intesa come un insieme di credenze nell’ambito delle quali le persone costruiscono la propria esperienza del mondo, si fanno un’idea degli altri e giudicano il comportamento umano. La psicologia popolare si occupa degli individui che compiono azioni facendo riferimento a sistemi di credenze e desideri.
Gran parte della psicologia culturale si concentra sullo studio degli scambi quotidiani che avvengono tramite il linguaggio inteso come strumento di interpretazione della realtà; soprattutto sullo studio delle narrazioni, ovvero dei modi in cui le persone raccontano dal proprio punto di vista l’esperienza quotidiana. Infine, la psicologia culturale esplora i modi attraverso i quali l’appartenenza ad una cultura influenza lo sviluppo.
L’approccio ecologico di Bronfenbrenner
La teoria ecologica dello sviluppo umano è una delle più interessanti proposte scientifiche emerse nel corso del Novecento per studiare i processi evolutivi. Essa muove dal presupposto che lo sviluppo possa essere compreso solo considerandolo come un processo integrato con le condizioni sociali ed ambientali nella quali si svolge. Secondo tale prospettiva, la psicologia, per comprendere efficacemente lo sviluppo psicologico, dovrebbe indagare le dimensioni sociali dell’esperienza di vita degli esseri umani in crescita.
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